Antichi agrumeti tra Lentini e Scordia, nell'area dove cresce il migliore Tarocco dell'Isola, una produzione
d'eccezione coinvolta nella crisi dell'agrumicoltura siciliana. Foto A. Saltini 1980, Archivio Nuova terra antica

L'agrumicoltura nazionale, e quella siciliana che ne costituisce il perno, vive una crisi profonda, dai cui pantani non è dato vedere se e come potrà riemergere. Valutiamo le origini e il decorso della decadenza dallo specchio costituito dall'istituto sperimentale preposto al miglioramento del patrimonio varietale e all'evoluzione delle tecniche di coltura. L'Istituto ha indicato nei tempi utili la strada del progresso, proclama il direttore dell'organismo, l’indifferenza del mondo agrumicolo per ogni istanza di rinnovamento ha impedito di tradurre l'innovazione tecnica in strumento di conquista mercantile.


Nella nullità del tempo

Tra i cento specialisti ai quali è possibile richiedere un responso sulla crisi che attanaglia, sempre più impietosa, l’agrumicoltura della Sicilia, un’autorevolezza particolare deve riconoscersi al responsabile dell'istituto del Ministero dell’agricoltura preposto all'evoluzione della coltura di aranci, limoni e mandarini: lo incontro nella sede di Acireale, il borgo dal superbo centro barocco un tempo circondato dagli agrumeti dispiegati sulle pendici che dalla costa salgono i dossi dell’Etna, ormai parte indistinguibile dell’informe periferia di Catania.

Porgendomi, col proprio saluto, alcune pubblicazioni dell'Istituto, Paolo Spina, da sedici anni direttore dell'organismo, mi offre una copia dell’ultimo saggio, L'agrumicoltura californiana e l'agrumicoltura italiana: un confronto che ci vede perdenti, un titolo che non potrebbe essere più espressivo dei convincimenti dell’autore sulla vitalità del settore. Il libriccino di Spina ha due precedenti: nel 1918 Girolamo Molon, allora il maggiore pomologo italiano, scriveva quanto aveva verificato, in un viaggio realizzato prima della guerra, nel 1912, attestando l’abisso sussistente tra la nuova frutticoltura della California, per Molon la frutticoltura del futuro, e quella italiana. Nel 1930 Giulio Savastano, figlio del primo direttore della Regia stazione sperimentale di frutticoltura e agrumicoltura, creata nel 1907, da cui sarebbe nato l'Istituto per l'agrumicoltura, vergava, al ritorno dalla replica ideale del viaggio di Molon, la propria relazione, Tra gli agrumeti d'America, ripetendo l’allarme per l'immensità della distanza, tecnologica ed economica, tra gli impianti d'arancio e pompelmo che aveva osservato nelle vallate della California e le colture che si perpetuavano nelle piane costiere sicule e calabresi, nelle stesse forme descritte dai geografi arabi e dai cronisti delle guerre angioine. Ripetendo il monito di Molon dichiarava che il mancato adeguamento dell'agrumicoltura italiana ai criteri, radicalmente nuovi, di quella conosciuto oltre l’Oceano, condannava il futuro di un'antica, feconda fonte di ricchezza agricola e commerciale della propria terra.

Nella patria di Pirandello, artista ineguagliato nella dimostrazione della nullità della distanza tra i punti diversi del tempo, Paolo Spina ha celebrato il cinquantesimo anniversario del saggio del collega di anni lontani riproponendo la medesima profezia sull'ineludibilità della decadenza dell'agrumicoltura siciliana, con quella siciliana di quella nazionale, salvo il prodigio, l’assunzione, da parte degli agricoltori dell’Isola, della coerenza e della coesione che hanno sempre rifiutato di adottare, le virtù che consentirebbero il confronto con paesi che continuano a rimodellare i propri agrumeti secondo procedure di coltivazione sempre nuove, che sanno dirigerne i frutti sui mercati internazionali usando le strategie del marketing, una dottrina di cui in Sicilia si simula l’impiego per giustificare la richiesta di nuovi sussidi statali.

Propongo la constatazione al mio interlocutore, che riconosce che se l'Istituto vanta il merito di avere additato, tempestivamente e tenacemente, nel corso di ottant'anni, con intensità maggiore negli ultimi tre decenni, le vie del rinnovamento, la percezione, che ne ha accompagnato la vita, dei ritardi con cui i suggerimenti che offriva venivano accettati, la consapevolezza del torpore che impediva agli agricoltori di trasformarne le proposte in armi commerciali, ha fatto dell'Istituto la specula del tragico rotolare dell'agrumicoltura italiana, il tempio della scienza da cui Cassandra ha gridato invano la che la catastrofe incombeva. Nonostante la sproporzione dei mezzi ai compiti che gli erano affidati, l'Istituto ha assolto al ruolo di polo nazionale del progresso agrumicolo, Paolo Spina si accalora trasportato dalla passione di cui le cento contraddizioni dell'agrumicoltura nazionale accendono la fiamma rivelandone l’inanità: per sospingere il progresso dell'agrumicoltura l'Istituto ha realizzato, proclama, la più esaustiva comparazione varietale, ha riselezionato le varietà autoctone più pregiate, ha sperimentato quelle straniere di cui qualche indizio suggerisse l'introduzione nelle aree agrumicole italiane. Allo studio delle varietà da frutto ha abbinato quello dei portinnesti, di cui ha orientato con tempestività il rinnovamento, in funzione degli imperativi agronomici e, soprattutto, fitopatologici di cui insorgesse la cogenza. Ha creato le varietà nucellari quando la loro costituzione era la procedura più avanzata di rigenerazione varietale, ha applicato, primo tra gli organismi sperimentali italiani, le tecniche di micropropagazione, assicurando alla pratica agrumicola uno strumento straordinario per il rinnovamento degli impianti.

Oltre ad orientare le scelte varietali, sul piano colturale l'Istituto ha additato, prima voce, ancora, nel Paese, la strada da percorrere per diffondere la subirrigazione, quando la nuova tecnologia iniziava appena diffondersi all'estero Sul piano della difesa vanta, si appassiona il mio ospite, un'autentica primogenitura per la lotta integrata, la denominazione recente di una pratica antica, l'impiego combinato di mezzi di lotta naturali e di preparati chimici. Contro la Pericerya purchasi, la terribile cocciniglia “cotonosa” degli agrumi, i preparatori dell'antica Stazione sperimentale raccoglievano, sulle ginestre delle pendici dell'Etna, gli adulti della Rodolia cardinalis, la coccinella che ne costituisce il nemico più temibile, da distribuire agli agricoltori. La lotta biologica è nata, proclama Spina, in queste stanze: esistono ancora, in qualche cassetto, le scatolette in cui venivano rinchiuse le coccinelle.

E’ stato nel momento in cui l'agrumicoltura siciliana avrebbe potuto compiere il grande balzo, gli anni del "piano agrumi", gli anni successivi al 1970, che la messe delle esperienze compiute dall'Istituto avrebbe assicurato la base tecnologica per il decollo che gli agrumicoltori hanno rifiutato di affrontare. Di nessuno degli stimoli di rinnovamento, varietale e agronomico, che le sono stati rivolti, l'agrumicoltura italiana, in primo luogo quella siciliana, ha saputo avvalersi, sentenzia Spina, per l'invincibile inerzia con cui ha perpetuato forme e formule mercantili, forme e formule che, mentre i paesi del Maghreb vendono le arance attraverso organismi che operano le scelte quotidiane col computer, dirigono gli agrumi isolani al mercato secondo gli usi negoziali del tempo di mastro don Gesualdo.


             
Il professor Paolo Spina, direttore dell'Istituto, a sinistra, con il signor Pietro Buscemi, agrumicoltore a Santa Venerina, sulle pendici etnee. Foto A. Saltini 1988
Archivio Nuova terra antica

I vivaisti di Mazzarrà

Ma se l'agrumicoltura siciliana non ha saputo trasformare in strumenti di competitività commerciale le acquisizioni realizzate, tempestivamente, dall'Istituto, la ragione non deve attribuirsi, avanzo la congettura, anche alla mancanza di canali funzionali tra l'Istituto, i vivaisti e i coltivatori di agrumi dell'Isola? Seppure all'Istituto non competano mansioni di divulgazione, ha sempre mantenuto contatti diretti col mondo agricolo, smentisce l’illazione il professor Spina: i ricercatori di Acireale sono sempre stati a disposizione di chiunque venisse a consultarli. Verso i vivaisti, in particolare, l’Istituto ha curato i rapporti imposti dalla responsabilità della diffusione delle marze necessarie all'allevamento di piante madri e dei relativi controlli. Quei rapporti sono sempre stati, ribadisce, l'occasione naturale di aggiornamento dei vivaisti su tutti i problemi delle coltivazioni agrumicole.

Ricordo maliziosamente al professor Spina che incontrando, a Mazzarrà Sant' Andrea, nel cuore dell'area vivaistica messinese, alcuni piccoli produttori di piante d'arancio e limone, mi è parso di percepire che ritenessero l'Istituto prodigo di premure per i grandi vivaisti, quelli con giri di affari di miliardi, avaro di attenzioni verso i coltivatori diretti che propagando e innestando, ciascuno, qualche migliaio di piante, prestano, insieme, un contributo determinante all'apprestamento del materiale di propagazione necessario al periodico rinnovamento degli agrumeti dell'Isola.

I coltivatori diretti di Mazzarrà Sant'Andrea non sanno quello di cui hanno bisogno, né sanno quello che vogliono, ribatte, ironico, Spina: avrebbero bisogno di assistenza pratica, quotidiana, perché hanno mille metri di vivaio dietro casa, tra l'orto di due vicini e la scuola elementare, e vorrebbero che qualcuno immaginasse come realizzare l’impossibile, fare, in quelle condizioni, le fumigazioni al terreno, senza le quali non si può fare vivaismo. Quanto era compito dell'Istituto assicurare loro, lo hanno sempre ricevuto, proclama, lapidario, il mio ospite, che riconosce, francamente, che i grandi hanno avuto di più: Rendo e Bertolami hanno tradotto in termini commerciali quello che l'Istituto aveva realizzato su scala sperimentale, la micropropagazione e l'uso della fitocella. Per mettere a punto quelle tecnologie hanno potuto avvalersi dell’esperienza dell'Istituto, che avrebbe posto la stessa esperienza a disposizione di chiunque altro, assicura Spina: a realizzare investimenti di quell'entità sono stati solo loro, solo loro hanno potuto trarre profitto dalle conoscenze maturate dall'Istituto. Costituiva un obbligo di chi le nuove tecnologie aveva elaborato assicurarle a chi fosse in grado di convertirle in pratica commerciale, chiunque fosse: non costituiva facoltà dell’Istituto stabilire chi potesse, chi non potesse investire quei capitali.


Quesiti senza risposta

Ma se rivendica con orgoglio le acquisizioni realizzate dall'Istituto nel passato, Paolo Spina nutre il dubbio che l'organismo che dirige possa assolvere con altrettanta efficacia, in futuro, ai compiti che gli sono affidati. Non lo dichiara espressamente, ma la passione per le piante di arancio gli impedisce di dissimulare contraddizioni istituzionali e carenze amministrative che alimentano il dubbio. L'organico dell'Istituto conta nove sperimentatori, computa, un numero assolutamente inadeguato all'esplorazione degli orizzonti sempre più vasti, genetici, fisiologici, fitopatologici, agronomici, della ricerca agrumicola. Dei posti previsti dall'organico solo otto sono coperti, tutti da ricercatori che hanno varcato la soglia dei quarant'anni, che hanno davanti a sé periodi ancora considerevoli di attività, che sarebbe essenziale potessero trasmettere le esperienze accumulate a giovani che se ne avvalessero per muovere, con la vitalità dell'età, verso traguardi nuovi. Ma la legge istitutiva non prevede alcun meccanismo che assicuri il ricambio generazionale: i giovani verranno, dopo le more di un concorso, quando coloro che dovranno sostituire se ne saranno andati. Quale continuità sperimentale può sussistere, chiede a me e a se stesso Paolo Spina, se non c'è trasmissione del sapere, con la sistematica consegna a intelligenze giovanili di quanto i più anziani hanno acquisito e maturato?

Oltre ad essere in numero insufficiente per le ricerche intraprese, gli sperimentatori dell'Istituto debbono partecipare agli studi ed alle indagini straordinarie che il Ministero affida loro sulla base di programmi comunitari o internazionali: nelle sedi internazionali dove il Ministero richiede la loro presenza gli interlocutori che rappresentano gli altri paesi mutano, rileva, disarmante, il mio ospite, mentre a rappresentare l'Italia sono sempre i medesimi ricercatori di Acireale. E oggi è impossibile operare in un organismo di ricerca, incalza, senza recarsi, periodicamente, a verificare l'aggiornamento delle procedure che si seguono, e degli obiettivi che ci si propongano, presso qualche istituto straniero: ma se il responsabile della sezione demandata dello studio dei parassiti volesse trascorrere tre mesi in un campus della California, tutto il lavoro della sezione verrebbe a gravare sull'unico sperimentatore che è al suo fianco, un impedimento insuperabile contro ogni proposito di aggiornamento.


             
Il dottor Vittorio Lo Giudice, uno dei ricercatori dell'Istituto, a sinistra, con il dottor
Salvatore Buscemi, direttore del Consorzio agrario di Catania. Foto A. Saltini 1988
Archivio Nuova terra antica.

Il bosco di avocado

Paolo Spina mi congeda e mi affida a Vittorio Lo Giudice, il più autorevole tra i collaboratori, perché mi conduca attraverso i laboratori e le serre. Visitando i laboratori, più dei microscopi e degli elaboratori a servizio degli sperimentatori di oggi mi attraggono, in mostra in belle vetrine, apparecchiature scientifiche e attrezzi dell'età di Savastano, soprattutto la singolare serie di asce, mazzuoli e scalpelli disegnati dal grande fitopatologo per combattere; praticando decorticazioni e scarificazioni, le prime infezioni di “malsecco”.

Attorno all'edificio si dispiegano poche migliaia di metri quadrati delle antiche terrazze sulle quali è nata e si è sviluppata l'agrumicoltura etnea, una parte occupata dalle collezioni varietali dell'Istituto, una parte dalle splendide piante di avocado portate dagli Stati Uniti da Francesco Russo, ricercatore dell'Istituto negli anni Cinquanta, i primi avocado arrivati in Italia, mi informa Lo Giudice: dall'imponenza un trapianto felice. Da qualche anno arde la febbre per le specie tropicali, annota la mia guida, ma chi è in grado di spiegare agli agricoltori che si vogliono cimentare con babaco e mango quali cultivar scegliere, e come coltivarle, per evitare errori che possono costare il fallimento di investimenti ingenti, e provocare il disorientamento di un settore la cui salute richiederebbe continuità e stabilità?

Nello spazio circostante la palazzina le antiche terrazze sono state spianate per realizzare tre grandi serre. Le attraversiamo soffermandoci in quella dove si verifica la resistenza delle nuove cultivar ai virus più comuni. La mia guida mi insegna a distinguere, sulle foglie più giovani, i segni che denunciano la presenza precoce del patogeno. La precocità della diagnosi consente di gettare la pianta, per dedicare il tempo, e lo spazio, altrettanto prezioso, a piante che potrebbero risultare immuni.


Arance sanguigne

Dagli interrogativi che mi ha proposto Paolo Spina, tra il bosco di avocado e le pianticelle inoculate la conversazione si sviluppa approdando, per una logica ineludibile, ai problemi perenni , e perennemente irrisolti, dell'agrumicoltura siciliana, primo tra tutti la possibilità di fare accettare ai consumatori stranieri le arance pigmentate caratteristiche della Sicilia. Voci autorevoli sentenziano, da decenni, l’assurdità dell’impresa, additando nell'insistenza con cui gli agrumicoltori siciliani sono avvinti al Tarocco la prima causa del declino delle esportazioni nazionali. Vittorio Lo Giudice è convinto che l’argomentazione, per essere stata ripetuta cento volte, non sia divenuta attendibile. Qualsiasi esperto di agrumi, americano o tedesco, abbia occasione di assaggiare un autentico tarocco, riconosce, dichiara, che nessun arancio al mondo, il miglior Valencia di Valencia, ne sfiora gli aromi e i sapori. E’ colpa dei siciliani, soltanto dei siciliani, ribadisce, se dalla Sicilia vengono spediti tarocchi di qualità scadente, non di rado pessima.

Tutti i paesi con cui ci confrontiamo hanno istituito gradi organismi che promuovono la diffusione dei propri frutti, e ne garantiscono la qualità, ripete la constatazione di Spina. Cosa è stato fatto, si chiede, per valorizzare l'immagine dell'arancio italiano? Abbiamo mandato all'estero treni senza fine di merce inqualificabile. Ricavandone l'immagine che quella merce meritava. Se ci fossimo impegnati nel sostegno della qualità, la nostra qualità, con severità e determinazione, non avremmo perduto tutti i primati che abbiamo regalato agli altri.

Sono propenso a reputare la tesi di Vittorio Lo Giudice più fondata di quella contraria. Ma se fosse vero che le arance della Sicilia fossero le migliori del mondo, i loro insuccessi commerciali imporrebbero di proclamare che il tramonto dell’agrumicoltura dell’Isola è condanna contro la quale non è possibile appello.

Terra e vita, n. 44, 5 novembre 1988



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