Mietitura in un ex feudo dell'agro di Granieri, Siracusa, 1850, da biblioteca cav. Salvatore Ferla,
Archivio Nuova terra antica

Radda in Chianti: più emigrati che abitanti

Nel 1950 esisteva, nel cuore del Chianti, un comune dove praticamente tutti gli abitanti erano contadini, e tutti i contadini erano mezzadri, coltivatori di frumento, di viti e olivi, allevatori di buoi e maiali, che tutte le produzioni del podere dividevano, rigorosamente a metà, con il fattore di un padrone che, spesso nobile fiorentino, non avevano mai visto. Dopo trent’anni in quell’intero comune quella del mezzadro costituisce professione scomparsa, frumento e buoi sono ricordo di un passato remoto, nuovi proprietari, spesso di matrice urbana, coltivano i grandi vigneti che hanno sostituito i filari di olmi che intersecavano i campi di frumento. Il tramonto della mezzadria ha costituito, dall’Emilia all’Abruzzo, un grande trauma sociale, una grande rivoluzione economica e agronomica: in nessun comprensorio delle antiche regioni mezzadrili trauma e rivoluzione hanno rivestito la drammaticità conosciuta su una terra particolarmente povera, tra dossi collinari selvaggi, che le strade non avevano mai veramente unito alle città meno lontane. Per i suoi caratteri emblematici la storia demografica, economica ed agraria di Radda in Chianti tra il 1950 e il 1980 può essere assunta come vicenda paradigmatica del cataclisma che ha convertito l’agricoltura italiana, in un arco di tempo inferiore a quello di una generazione, dal contesto di pratiche dell’età di Virgilio a attività moderna fondata sulla tecnica e governata dall’economia dei mercati internazionali.

Reginaldo Cianferoni e Antonio Saltini

da Aa. Vv., Italia rurale, Editori Laterza, Bari 1988



La valle di Ospitale: un'isola di economia naturale a metà del Novecento

Analizzando la nascita e la diffusione dell’economia industriale Fernand Braudel ha verificato che nel contesto dell’economia moderna hanno continuato ad esistere, isole di “ economia naturale” in cui la produzione era costituita eminentemente dalle derrate alimentari e gli scambi si realizzavano mediante il baratto. La storia della Valle di Ospitale, una delle valli più alte dell’Appennino modenese, mostra che l’”economia naturale” vi si è mantenuta fino alla fine degli anni Cinquanta. Il computo della produttività dei campi di grano, dei castagneti e dei pascoli permette di dimostrare che la valle, che negli ultimi lustri dell’Ottocento aveva superato il numero di mille abitanti, era assolutamente incapace, allora, di assicurare il cibo alla popolazione, costringendo all’emigrazione nelle regioni italiane dove il lavoro era meglio pagato, ma i rischi di morte più elevati: la Maremma malarica e la Sardegna mineraria. Nel 1950 la popolazione, ridotta dall’emigrazione a cinquecento abitanti, aveva ritrovato, dimostra il calcolo, l’equilibrio con le risorse, complessivamente sufficienti all’alimentazione. La fuga, che non avrebbe lasciato che cinquanta residenti, non sarebbe stata determinata, quindi, dall’impossibilità di ottenere il pane dalla terra, ma dalla fatica che produrre quel pane imponeva, a confronto della facilità del salario che, nei nuovi borghi industriali modenesi e pistoiesi, oltre al pane assicurava la possibilità di acquistare l’utilitaria e la televisione, espressione di ricchezza irraggiungibile per i pastori di Ospitale.


Relazione al convegno Villaggi, boschi e campi dell'Appennino dal Medioevo all'Età contemporanea, Gruppo di studi Alta Valle del Reno, Soc. Pistoiese di Storia Patria, Pieve di Capugnano, 14 settembre 1996, Porretta Terme, Pistoia 1997



Il colle e la siepe

In combinazione al clima che lo caratterizza, l’ambiente condiziona le attività della popolazione che vi sia insediata. A sua volta la popolazione modifica l’ambiente per renderlo più ospitale alle proprie attività. Tra gli interventi dell’uomo che influiscono in modo più duraturo sull’ambiente al primo posto debbono collocarsi quelli sull’idrologia: arginando un fiume se ne impediscono le variazioni future di alveo, fissando nel contesto geografico un elemento che in assenza dell’intervento umano avrebbe continuato a migrare, mutando, ad ogni alluvione, la topografia circostante. Duemila anni di impegno di centinaia di generazioni per fissare l’idrologia della Penisola avevano fatto dell’Italia il Bel Paese, convertendo una regione naturalmente sofferente dalla cruda aridità estiva nel territorio lussureggiante in cui, combinandosi alle elevate temperature elevate, l’irrigazione produceva, ogni estate, il prodigio che aveva fatto dell’Italia, secondo un’altra locuzione famosa, il bel giardino d’Europa. Elementi complementari dello splendore del Bel Paese erano il manto di alberate che rivestiva le pianure di olmi e gelsi maritati alla vite, le grandi siepi che separavano le proprietà, le ville sontuose al centro delle grandi proprietà. Canali e rogge escavate nei millenni sussistono ancora, alberate e siepi non esistono più: il Bel Paese non è più, le nostre pianure sono state convertite in congerie di villette, capannoni, grandi industrie, aree di servizio, disposti, senza alcun ordine, dove suggerisse di collocare ogni segmento la convenienza di un costruttore, che reperiva, immancabilmente, i consiglieri comunali che, non sempre disinteressatamente, firmavano la “variante” necessaria del piano regolatore. Senza alcun ordine, senza alcun disegno, le pianure di quello che fu il più bello dei paesi d’Europa si sono convertite nel più informe dei paesi del Continente, il Brutto Paese, il cui assetto è destinato ad attestare, nei secoli venturi, il disprezzo della gente italica per quello che avrebbe dovuto costituire il primo vanto nazionale: lo splendore di una terra sulla quale una successione ininterrotta di grandi civiltà aveva infisso il segno del proprio splendore, che pareva segno indelebile. Pareva indelebile: l’interesse di geometri e piccoli industriali, l’avidità degli amministratori comunali militanti sotto tutte le bandiere hanno dimostrato quanto la traccia del passato fosse segno labile, affidata ad una coscienza collettiva che ha dimostrato il disprezzo più incondizionato per le radici della propria grandezza.


Relazione al convegno Comunicare beni, tenuto a Gradara, novembre 1998



Messi e armenti di Romagna nei versi dell'ultimo emulo di Virgilio

La poesia georgica percorre l’intera parabola della cultura letteraria e delle conoscenze agronomiche dall’alba della civiltà greca, quando Esiodo compone il proprio poema sulle Opere e i giorni, e l’età dell’Illuminismo quando, in Italia, dove è sconosciuta la messe di trattati agronomici che vengono stampati in Francia e in Inghilterra, si celebrano i fasti di una poesia che, imitando la formula delle Georgiche di Virgilio, si dispiega dall’allevamento del baco da seta alla cura dei boschi, dalla coltivazione del riso a quella della canapa. La definitiva adozione, da parte della divulgazione scientifica, della prosa come mezzo di comunicazione, chiude una stagione culturale durata ventiquattro secoli. Interrompe il silenzio di un genere letterario estinto la voce di un possidente delle montagne romagnole, Giuseppe Mengozzi che, per interrompere i lunghi ozi invernali di un amante di poesia che vive tra montanari ignari di lettere, compone, nel 1888, l’ultimo poema georgico italiano. Scritto in esametri latini con la traduzione in ottava rima, il poemetto propone una testimonianza eloquente della vita e delle opere delle famiglie mezzadrili sui rilievi appenninici nel crepuscolo del Diciannovesimo secolo. Particolarmente eloquenti, e non prive di precipuo significato documentaristico, le rievocazioni delle grandi fiere che concludono, a Rocca San Casciano, i cicli delle produzioni maggiori, quella cui i contadini conducono, a metà estate, i bozzoli ottenuti dai propri bachi, quella cui i pastori portano, prima di ripartire per le Maremme, lana e formaggio, quella alla quale i mezzadri vendono, al termine dell’autunno, i maiali ingrassati con la ghianda del querceto che costituisce parte di ogni azienda.


Romagna arte e storia, n. 59/2000



Fiere e mercati nel pendolo della transumanza

L’Italia è stata per millenni terra di transumanza. Nella conformazione della Penisola, come in quella della Sicilia e della Sardegna, grandi dorsali offrivano, nei mesi estivi, risorse pascolative sconfinate, al cui esaurimento succedeva, nell’inverno, l’assoluta inospitalità alla vita di mandrie di qualunque consistenza, mentre le pianure costiere, contaminate, dall’alba della civiltà, dalla malaria, potevano essere sfruttate solo nel corso dell’inverno, quando assicuravano, grazie al clima mediterraneo, pascoli sufficientemente ricchi. Fino dall’Età del ferro si stabilì, così, la bipolarità tra un complesso montuoso e un litorale: esempi caratteristici le coppie Tavoliere pugliese -Gran Sasso e Maiella, Monti della Meta e Simbruini e Agro Romano, Appennino emiliano, romagnolo e toscano e Maremma, Monti Lessini e litorale veneto. Se l’allevamento è stato, dall’antichità, attività più intensamente legata al mercato dell’agricoltura, il legame è particolarmente cogente per la pastorizia transumante, che prima di ogni partenza deve vendere i prodotti realizzati durante la permanenza, ai monti o sul litorale, per assicurarsi il denaro per pagare i pascoli ai quali si dirige. Propone un esempio eloquente di antica area di pastorizia migrante l’alta Romagna, anticamente “toscana”, le cui greggi si sono dirette, per secoli, alle Maremme “senesi” . Stimata la produzione complessiva di lana, formaggio e agnelli del grande gregge romagnolo, è possibile verificare, dagli antichi calendari fieristici, le località e le ricorrenze alle quali i pastori che trascorrevano l’estate tra il Fumaiolo, il Falterona e l’Alpe di San Benedetto offrivano a negozianti emiliani e toscani i prodotti del gregge, cui si univano quelli dei poderi dell’alta collina, sedi del più intenso allevamento di bovini da lavoro, suini, e, ancora, ovini


Romagna arte e storia, XX, n. 60, settembre/dicembre 2000



L'atto di morte di un cimelio millenario: il moto proprio pontificio che soppresse l'Annona romana

Il 3 settembre 1800, quattro mesi dopo il ritorno dall’esilio imposto da Napoleone, Pio VII suggella il moto proprio con cui, riconoscendo la mancanza di mezzi economici del governo vaticano, abolisce l’ordinamento dell’Annona e stabilisce la libertà di commercio dei cereali. Con il provvedimento decreta la morte dell’ultima istituzione annonaria dell’Europa dell’Ancien Régime. I libellisti anticlericali, al primo posto l’”abate” Galiani, additavano da decenni nello Stato della Chiesa l’ultimo baluardo del primordiale sistema dei controlli pubblici sul frumento e sul pane. Lo additavano violando la verità storica, siccome Benedetto XIV, papa Lambertini, era stato tra i primi governanti europei a promuovere la libera circolazione dei cereali. Un provvedimento lungimirante ma di impossibile applicazione, siccome dal crollo dell’impero Roma è stata circondata, per oltre mille anni, da un deserto pascolativo che un patto inviolabile tra l’aristocrazia romana e i grandi proprietari di greggi rendeva terra proibita all’aratro e alla semente. Solo papi di tempra eccezionale avevano sfidato, nei secoli, quel patto, e rifornito Roma con frumento dell’Agro, ma i papi di tempra eccezionale sono sempre stati seguiti da lunghe successioni di uomini mediocri, sui quali le ragioni dell’aristocrazia non incontravano difficoltà ad imporsi. Ricostruita, attraverso le pagine dello studio di Cesare De Cupis, un capolavoro di storia agraria dell’alba del Novecento, le vicende alterne del confronto, nell’Agro romano, tra il pascolo e il seminativo, l’autore rievoca gli interventi capitali del dibattito sulla libertà del commercio granario che a metà del Settecento segna la nascita del pensiero economico, identifica, negli elementi di quel dibattito, i precedenti dei provvedimenti di Benedetto XIV e di Pio VII, definisce il rilievo del moto proprio del secondo pontefice nella storia delle istituzioni agrarie.


Rivista di storia dell’agricoltura, anno XLII n.2, dic. 2002



Canapa: dall’Ottocento al Novecento, tra cedimenti e riprese, fino al tracollo

Fino all’invenzione della caldaia a vapore la canapa ha costituito la prima delle fibre impiegate per sfruttare l’energia di costo inferiore per gli spostamenti sul mare, il vento. Per lunghi secoli le aree agricole di speciale vocazione per la sua produzione hanno disposto di un precipuo potere negoziale nei confronti dei grandi centri marinari. Nella geografia agraria europea un ruolo speciale tra le regioni canapicole ha rivestito Bologna, i cui patrizi, proprietari di decine di poderi sui quali la coltura occupava un terzo della superficie, hanno condiviso, controllando, dalla villa sontuosa, il duro lavoro dei mezzadri, i guadagni delle imprese marittime dei capitani inglesi e olandesi. La produzione bolognese toccava l’apice della floridezza quando Napoleone, sfidando la potenza navale britannica, moltiplicava la domanda, ed i prezzi, della materia prima per vele e cordami. Nel secolo che sarebbe seguito la coltura avrebbe continuato a dilatarsi, ma l’estendimento si sarebbe realizzato tra sussulti successivi dei prezzi, avvisaglie delle difficoltà che, trionfando l’elica a vapore, avrebbero relegato la vela agli impieghi più modesti del cabotaggio rivierasco, fino alla condanna finale, che avrebbe determinato il tramonto di una coltura che, soprattutto grazie all’Emilia, faceva dell’Italia il secondo produttore mondiale .


Da Aa. Vv. Una fibra versatile. La canapa in Italia dal Medioevo al Novecento,
Villa Smeraldi, Museo della civiltà contadina, Clueb, Bologna 2005




L’epopea della bonifica nel Polesine di San Giorgio. L’Eden che divenne Far West per convertirsi nella Pampa italiana

L’antico golfo padano viene ricolmato dai detriti, nel corso del Pleistocene, dalle acque che dai lati montuosi fluiscono verso il centro, dove in ampie aree l’irregolarità dei depositi ostacola il deflusso creando vaste paludi. Con le paludi le popolazioni padane si confrontano nel corso di tre millenni, conquistando all’aratro quelle le cui acque è possibile smaltire sfruttando i dislivelli minori. La tradizione idraulica più augusta non può misurarsi, però, con le acque stagnanti, al livello del mare, che quando due apparecchi rivoluzionari, l’idrovora e la caldaia a vapore, consentono di innalzare volumi d’acqua che nessuna forza diversa poteva affrontare. L’avvento dell’idrovora si compie nei decenni in cui, a metà dell’Ottocento, le conurbazioni industriali moltiplicano la domanda di cereali: le distese paludose del Ferrarese accendono speranze di guadagni prodigiosi, affrontano l’avventura della bonifica banchieri, imprenditori convinti dei poteri della tecnica, avventurieri economici. Nel crepuscolo del secolo le paludi che da Ferrara si dilatavano fino al litorale si sono convertite in pianura in cui chi ha pagato la terra prezzi irrisori verifica di dover investire, per ricavare una produzione, cifre maggiori di quelle spese per latifondi la cui ricchezza si rivela un miraggio. I trasporti a vapore determinano, intanto, il crollo del prezzo dei cereali: la maggior parte degli acquirenti ha investito tutto nella terra, non dispone di riserve, deve rivendere. L’entità delle superfici offerte al mercato, che non cerca più terra per coltivare grano, converte il sogno dell’Eden nel Far West fondiario in cui gli affaristi più disinvolti si impadroniscono di quanto i pionieri hanno convertito in campi coltivati. La bonifica delle paludi ferraresi continuerà nel Ventennio fascista, si compirà in Età repubblicana, quando nella provincia emiliana si dilaterà la più florida frutticoltura del Paese. La fioritura del melo e del pero sarà, nel Ferrarese, fioritura effimera: tramontata la frutticoltura agonizzerà la bieticoltura, tramutando le campagne che hanno alimentato il sogno dell’Eden, che si sono convertite nel Far West immobiliare, nella Pampa in cui qualche decina di uomini coltiva, con macchine titaniche, la più vasta pianura maidico d’Italia

Consorzio di bonifica II circondario, Polesine di San Giorgio, 1605 – 2005.
1 anno per 400 anni di attività
, compact disc, Ferrara 2005



Nel passato del Bel Paese, l’incanto dell’Italia ciclopica

L’Italia è stata, per lunghi secoli, il Bel Paese che ogni persona colta del Continente era tenuta a visitare con il gran tour di cui il letterato, il filosofo, l’uomo politico dovevano riferire nel diario che, manoscritto o a stampa, si sarebbe aggiunto alla biblioteca i cui volumi più prestigiosi hanno scritto Montaigne e Göethe. La bellezza della Penisola è stata irreparabilmente compromessa da un’urbanizzazione la cui anarchia non ha avuto riscontro in nessuna nazione d’Europa, siccome in Francia, in Germania e in Inghilterra l’industrializzazione non ha compromesso le note caratteristiche degli scenari rurali come è stato consentito di fare in Italia. I muri che delineavano le terrazze in cui erano stati sagomati i rilievi dalla Valle d’Aosta alle Isole Lipari costituivano elemento essenziale del fascino del Bel Paese. Abbandonata l’agricoltura dei rilievi per lo spostamento nelle pianure del baricentro dell’economia, compresa quella agraria, l’immensa opera dell’”Italia ciclopica” si sta dissolvendo all’urto delle forze della natura e a quello dei mezzi moderni per la movimentazione della terra. Costituisce dovere precipuo della cultura agronomica consegnare alle generazioni future la memoria e le immagini di uno dei volti peculiari dell’Italia che presto non sarà più. L’Autore conclude auspicando che sotto l’egida dell’Accademia dei Georgofili venga affrontato l’inventario delle terrazze e dei ciglioni delle regioni italiane che la cultura naturalistica, quella storicistica e quella architettonica non hanno, fino ad ora, neppure tratteggiato.


Relazione alla giornata di studio Muri di sostegno a secco: aspetti agronomici, paesaggistici, costruttivi e di recupero, I Georgofili – Quaderni, 2008-II, Firenze 2009



Centocinquant’anni di cultura agronomica in Italia: l’alba, la lunga giornata, gli interrogativi sul futuro

La ricorrenza dei centocinquant’anni dalla creazione delle prime scuole universitarie di agraria suggerisce i quesiti sul contributo che esse abbiano prestato allo sviluppo della societá nazionale. Fornisce la prima, eloquente risposta il rilievo del raddoppio, nel lungo arco temporale, della popolazione, che fruisce, al suo termine, di una disponibilitá calorica anch’essa raddoppiata, con un ingente incremento dell’offerta dei prodotti dell’allevamento, di frutta e ortaggi. Ripercorrendo le tappe della storica metamorfosi dell’agricoltura italiana si constata l’ingente ritardo della cultura agronomica all’alba dell’Ottocento, un ritardo che si protrae fino alla metá del secolo, quando due grandi innovatori, Cosimo Ridolfi e Gaetano Cantoni, i primi agronomi italiani pienamente consapevoli dei progressi della disciplina nelle nazioni all’avanguardia, creano, per diffondere la nuova scienza, le prime scuole universitarie. Il numero dei primi laureati è tanto esiguo, però, da non soddisfare la domanda di direttori e di sperimentatori delle prime istituzioni di ricerca, costituite dopo il 1870. Il quadro muta radicalmente dopo il 1892, quando la creazione della Federconsorzi propone la manifestazione della volontá dell’élite dei nuovi laureati, cui si uniscono i pochi agricoltori d’avanguardia, di dirigere l’agricoltura nazionale sulle strade che stanno percorrendo quelle della Francia, della Germania, della Gran Bretagna. Alla creazione della Federconsorzi segue la storica epopea delle cattedre ambulanti, i cui protagonisti imperniano sistematicamente la propria attivitá su un consorzio agrario, di cui sono promotori e animatori. Si può identificare la seconda grande stagione della cultura agraria nazionale nella battaglia del grano dell’etá fascista , quando una schiera di agronomi, la maggior parte operante, ancora, nei ranghi della Federconsorzi, assicura l’assistenza tecnica necessaria, in termini di adeguata rotazione e concimazione, al successo delle sementi di Strampelli. L’agricoltura italiana vive l’ultima etá di splendore nell’arco temporale tra il 1960 e il 1980, gli anni della straordinaria moltiplicazione delle specializzazioni di regioni e comprensori, nei quali si afferma la pluralitá di produzioni che alimenta il nuovo fenomeno dei consumi popolari, sfidando efficacemente la concorrenza estera tanto sui mercati interni quanto su quelli internazionali. La singolare stagione di vitalitá è sospinta da studiosi e ricercatori che dalle tredici facoltá sussistenti nel 1960 si rivelano capaci di orientare lo sviluppo di produzioni che conseguono, negli allevamenti, in frutticoltura, in orticoltura, in viticoltura, gli standard produttivi e qualitativi più elevati. La grande stagione di vitalitá pare spegnersi dal crepuscolo degli anni Ottanta, quando l’agricoltura italiana pare paralizzata in un inarrestabile processo di involuzione, cui non si può reputare estraea l’indifferenza per la sua funzionalitá del ceto politico e dei commentatori economici, uniti nel rigetto di ogni preoccupazione per la sicurezza alimentare del Paese, nel contesto presente e nelle prospettive future, un preoccupazione che parlamentari di ogni fede e operatori dell’informazione concordano nel dichiarare caratteristica delle societá del passato, esorcizzata dalle capacitá produttive dell’agricoltura moderna, che reputano debbano essere coartate per evitarne la sovrapproduzione, non stimolate in previsione della domada futura dei mercati interni e internazionali.


Relazione tenuta alla riunione della Conferenza dei presidi delle Facoltá di agraria convocata presso la Facoltá di Firenze, alle Cascine, il 16 settembre 2011




© 2008 itempidellaterra.org. All right reserverd. Any use of the images in forbidden