Calabria 1960, Fotostudio F.lli Roncaglia, Modena, per gent. autorizz.        

Sviluppo economico e sottrazione di spazi agricoli

Continua a ritmo incessante, a tutte le latitudini del Paese, la sottrazione di ampie superfici, in modo particolare in pianura, alla produzione agricola, da parte delle attività edificatorie. Dopo la lunga indifferenza degli anni del “boom” industriale, quando economisti ed amministratori pubblici erano concordi nel proclamare la corrispondenza di ogni metro di terreno di terreno agrario edificato a un metro di progresso economico, la compressione di un’agricoltura già povera di spazi entro confini sempre più angusti ha iniziato a suscitare allarme prima tra le forze agricole, poi in sfere più ampie dell’opinione pubblica. Le nuove apprensioni si sono venute componendo con l’opposizione, per anni inascoltata, che una schiera esigua di intellettuali, preoccupati del patrimonio paesaggistico del paese, esprimeva contro le forme assunte dall’edificazione incontrollata di cui erano teatro le coste, le aree collinari e montane, le campagne testimoni del millenario impegno dell’uomo a plasmare il territorio della Penisola. Insieme, i due ordini di riserve sono confluiti nelle istanze per la difesa del territorio che, pure nella genericità dell’ispirazione, possono essere definite la nuova “filosofia” ecologica. Nonostante il diffondersi dell’allarme, assolutamente indifferenti al problema della tutela degli spazi agricoli appaiono, ancora, i titolari delle amministrazioni locali, responsabili diretti del controllo dell’edificazione, la cui unica preoccupazione appare quella di imporre la propria mediazione sull’occupazione dei suoli, impegnandosi comunque ad assecondare le richieste di spazio avanzate dalle forze economiche e sociali di cui sono espressione, e alle quali sono legati da vincoli politici ed elettorali.

Genio rurale, XLIV, giugno 1981



Le due anime del coldiretto

Nelle campagne modenesi negli ultimi anni non si sono registrati acquisti di terra che da parte di coltivatori diretti. Acquisti realizzati spesso con denaro contante. Sono i coltivatori più bravi: come in tutte le agricolture del mondo sono gli uomini che guidano il trattore e che governano il bestiame alla mattina quelli che guadagnano, e che ampliano le aziende. Ma ci sono migliaia di coltivatori meno abili, non meno laboriosi, che soffrono in aziende troppo piccole, e non capiscono perché il grande proprietario che, oltre il fosso di confine, perde, ogni anno, decine di milioni, o il vecchio coltivatore che, settantenne, è costretto a affidare tutti i lavori al contoterzista, non cedano la terra a chi è pronto a pagare, onestamente e puntualmente, un affitto. Ma il vicino, grande proprietario o coltivatore, non affitta: teme di perdere la terra per sempre. Il giovane costretto a lasciare la campagna perché l’azienda del padre è troppo piccola non capisce: dovrebbe chiedere alla confederazione che lo rappresenta, qualunque ne sia l’ispirazione corresponsabile di quarant’anni di demagogia sulla concessione della terra, che gli strateghi agrari, comunisti o democristiani, hanno voluto si traducesse in espropriazione, chiudendo la strada del futuro agli eredi dei beneficiari del trionfo del populismo fondiario

Terra e vita, n. 40, 12 ottobre 1985



Regioni, humus fecondo di mistificazione e corruttela

Unita l’Italia, la trasposizione delle istituzioni locali nel Mezzogiorno, in modo specifico in Sicilia, consegnò comuni e opere pie, che la popolazione reputava entità estranee ai propri costumi, nelle mani del potere mafioso. Varata la Costituzione, la creazione della regione a statuto speciale avrebbe consegnato al potere mafioso, collocato a Palermo il governo regionale, anche le province anticamente libere dalla delinquenza organizzata: Messina, Catania e Siracusa. Imposto, contro le voci critiche, l’istituto regionale a tutte le latitudini della Penisola, pare che i meccanismi che ne hanno caratterizzato l’esordio nella prima regione amministrata da una giunta regionale siano stati ricalcati dagli amministratori dell’intera compagine, impegnati, dalla costituzione dei primi consigli, a destinare somme astronomiche ad elargizioni il cui unico obiettivo appare, inequivocabilmente, l’acquisto e la conservazione del consenso elettorale

Terra e Vita, n. 43, 2 novembre 1985



Mozzarella, pizza, tortellini: un vocabolario da brevettare

Preoccupato del deficit alimentare, il presidente Craxi rimprovera periodicamente l’italica gente di avere dimenticato, mentre il mondo scopre pizza e tortellini, il salme per il caviale, e di avere sostituito il Borgogna al Barbera. E’ esplosa sul pianeta la moda del cibo italiano: non solo contadini e negozianti del Bel Paese paiono incapaci di approfittare della passione mondiale per la pizza, pretendono di condire la tartina con il pâté de fois. Possiamo partecipare all’amarezza presidenziale: pizza e tortellini sono diventati un affare planetario, ed è aspirazione legittima di chi la pizza ha inventato percepire le royalties del successo mondiale, ma salvaguardare il vocabolario che inizia con Albana e termina con Zibibbo impone di misurarsi con difficoltà immani: si possono tutelare, ed è già ardimentoso, le denominazioni geografiche, non si possono tutelare nomi generici, come tortellini e mozzarella. Un grande piano nazionale, che legasse indissolubilmente pizza e spaghetti al sole di Napoli, potrebbe, probabilmente, ricavare dal patrimonio gastronomico nazionale interessi copiosi, ma è possibile unire le energie agricole, industriali, commerciali della feconda terra italica? Se mai lo fosse, nell’attesa chi può si ingegna con l’espediente locale, che se non tutelare l’italianità della pizza su scala globale, consente ai paladini dell ‘Italian style di brindare, per capodanno, con champagne originale, quello fatto proprio a Epernay.

Terra e Vita, n. 12, 22 marzo 1986



Tutori dell'ambiente o devastatori della natura?

Mi ha sempre attratto come la più seducente delle fiere agricole che ho visitato in tre continenti. All’ultima edizione del Royal Show inglese tra stands di mietitrebbie e recinti di pecore visito il padiglione di un’associazione di agricoltori impegnati nella difesa della natura. Si è premurato di evitare ogni intervento sui fossi e attorno allo stagno, mi spiega il gentile signore che mi riceve, fossi e stagni si sono ripopolati di rane, tritoni e spinarelli, che offrono cibo abbondante a folaghe e pivieri. Amo vedere la vita che ferve tra i miei campi, ma la tutela della vita è anche la tutela della mia professione, precisa. Il mio lavoro dipende da una politica costosa, che i cittadini di un paese evoluto non possono accettare di protrarre a favore di chi distrugge il più importante patrimonio collettivo: la natura. Parole semplici, che impongono il confronto con la realtà italiana, nella quale l’atteggiamento comune delle confederazioni agricole verso la tutela della natura è l’arroganza, l’arroganza di chi è padrone dei propri campi, sui quali può fare quello che vuole. Ma anche in Italia l’allarme per la natura che muore si dilata a sfere sempre più ampie: fino a quando l’arroganza consentirà all’agricoltura di dialogare con la società?

Terra e vita, n. 28, 12 luglio 1986



Brume d'autunno romano

Dopo il primo temporale d’autunno il cronista agricolo può fare ritorno agli uffici da cui si governa la patria agricoltura: i dirigenti sono tornati da Pantelleria e Courmayeur, gli impiegati da Fregene e Ladispoli, si può chiedere e ottenere risposte. Ma il tenore di ogni incontro conferma la desolazione del quadro. Dopo anni di attesa la Spagna è parte della Cee, ed è entrata con lo stile della Francia, che a Bruxelles ha sempre preteso direzioni generali, non con quello dell’Italia, i cui rappresentanti hanno imposto l’assunzione di stuoli di autisti e telefoniste del proprio collegio elettorale. Così, in un sodalizio in cui i rapporti saranno sempre più crudi, i dossier spagnoli conosceranno attenzioni impossibili a quelli italiani. Né gli agricoltori del Bel Paese possono sperare un’attenzione maggiore dai responsabili politici nazionali: il loro peso elettorale non è più quello del 1948, ai leader nazionali campagne prive di peso elettorale non interessano più. Si depreca da anni l’emarginazione dell’agricoltura: non era che l’inizio di quanto dovremo conoscere.

Terra e Vita, n. 37, 20 settembre 1986



Il fantasma della qualità

La qualità è la nuova frontiera dell’agricoltura italiana. Che alla qualità siano legate le sorti future delle nostre campagne è convincimento che dopo il proclama scoppiettante di Stefano Wallner, autore di titoli di successo e di pellicole da dimenticare, tutti i responsabili agricoli, nazionali, regionali, confederali, recitano in coro. Non è facile prevedere quando e quanto mozzarella, aceto balsamico e grappa di Picolit contribuiranno alla ricchezza nazionale, il risultato certo, fino ad ora, della strategia della qualità è il fiorire del business del convegno su specialità note o ignote, che camere di commercio, assessorati regionali e consorzi cooperativi organizzano a gara. Assoldando, per proclamare il nuovo verbo, sociologi, giornalisti e imbonitori che non debbono attendere, come il produttore di Asiago o di Teroldego, che le luminose attese si traducano in vendite: per loro, gli alfieri del messaggio della qualità, i benefici non sono speranza di domani, sono l’assegno, l’albergo, il ristorante di oggi, il libro, pagato ieri per essere scritto domani.

Terra e vita n° 7, 14 febbraio 1987



Tra Balanzone e Pulcinella il governo della patria agricoltura

L’opinione collettiva del Bel Paese è stata pervasa dalla passione costituzionale: a Roma è stata creata la Commissione bicamerale, le cui riunioni si propagano nel colorito chiacchierio che la mattina gli speaker radiofonici animano tra casalinghe e pensionati. Si immaginano riforme costituzionali che faranno dell’Italia paese dalla solidità istituzionale francese, dalle capacità decisionali americane: intanto un ministero dell’agricoltura due volte soppresso e due volte ricostituito è incapace delle incombenze essenziali, che sono state delegato a un ente sommerso dagli scandali, il pretesto che il chiassoso pollaio regionale invoca per ottenere la gestione diretta dei finanziamenti di cui vive l’agricoltura italiana, imponendo il proprio arbitrio sui quali assessori e burocrati di Palermo e della Valle d’Aaosta realizzerebbero la più viscerale delle aspirazioni.

Terra e vita, n. 49, 13 dicembre 1997



Un deficit confortante, una dipendenza inquietante

Tra il 1972 e il 1974 il deficit della bilancia agroalimentare raddoppiò. Giornalisti, economisti e uomini politici accorsero al capezzale dell’agricoltura per proporre diagnosi e ricette. Trent’anni dopo di deficit agroalimentare i giornali non parlano più, le “ragioni di scambio” secondo le quali comprimo e vendiamo sono enormemente migliorate, ma strategicamente la nostra posizione è sempre più debole: due terzi del pane che mangiamo è fatto con frumento coltivato in paesi diversi

Spazio rurale, XLIX, agosto-settembre 2004




La nuova agricoltura europea? La pazienza di rovesciare il cilindro.

Legittimamente fiero del contributo prestato al varo della riforma della politica agricola comune di cui è stato architetto Franz Fischler, Paolo de Castro ha scritto un libro per assicurare che la riforma garantirà le esigenze dei consumatori, tutelerà l’ambiente, rispetterà gli animali. La portata della riforma è tanto radicale che la sicurezza del Professore deve, forse, essere attenuata: per giudicare è prudente attendere, e verificare

Spazio rurale, L, n. 6, giugno 2005




La scienza felice dei nouveaux philosophes dell’agricoltura italiana

Un promotore estroso ha lanciato, contro il costume americano del fast food, uno slogan di successo: folle plaudenti hanno accolto il verbo del nuovo edonismo gastronomico. Singolarmente, i responsabili della politica agraria hanno convertito un messaggio pubblicitario in dottrina agropolitica, che oggi è incapace di spiegare le sciagure che investono settori sempre più numerosi, e capitali, dell’agricoltura nazionale.

Spazio rurale L, n. 10, ottobre 2005



Tra verde e cemento l’insaziabile fame dei comuni (e l’appetito degli assessori)

Sul territorio italiano dilaga il cemento: la causa un autentico processo di patologia finanziaria-territoriale: convertire campi arati in aree residenziali è stato eretto, da una politica avida e ottusa, a prima fonte di finanziamento dei bilanci comunali, che prosperano quanto siano più numerosi gli ettari sottratti alla coltivazione. In un paese che in cinque decenni ha sacrificato un terzo dei propri suoli di pianura il processo è destinato a strangolare l’agricoltura

Spazio rurale, L, n. 11, novembre 2005




Il corvo gracchiò, il formaggio cadde ai piedi della volpe

L’Italia pretende il primato mondiale della produzione di supreme specialità enogastronomiche? A Bruxelles tutti i nostri partner sarebbero impegnati, secondo un osservatore dalla lunga esperienza nella capitale dell’agricoltura europea, a lusingare le vanità dei nostri ministri agricoli: il vostro futuro di venditori planetari di lardo di Colonnata è sfolgorante! Non preoccupatevi di latte, carne bovina e cereali: mentre voi propagandate prelibatezze, a rifornire i vostri supermercati pensiamo noi

Spazio rurale, L, n. 12, dicembre 2005



Pinocchio, il gatto e la volpe

Storia di un burattino che incontrò due animali gentili, rimase incantato dai bei modi, ne seguì gli accorti consigli e si trovò a cadere dalla finestra del palazzo fatato in cui i premurosi compagni lo avevano condotto promettendogli che sarebbe stato suo per sempre

Spazio rurale, L, n. 2, febbraio 2007





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