Potatura del melo a Cortile di Carpi, Modena, foto A. Saltini 1977,
Archivio Nuova terra antica

Nelle campagne modenesi negli ultimi anni non si sono registrati acquisti di terra che da parte di coltivatori diretti. Acquisti realizzati spesso con denaro contante. Sono i coltivatori più bravi: come in tutte le agricolture del mondo sono gli uomini che guidano il trattore e che governano il bestiame alla mattina quelli che guadagnano, e che ampliano le aziende. Ma ci sono migliaia di coltivatori meno abili, non meno laboriosi, che soffrono in aziende troppo piccole, e non capiscono perché il grande proprietario che, oltre il fosso di confine, perde, ogni anno, decine di milioni, o il vecchio coltivatore che, settantenne, è costretto a affidare tutti i lavori al contoterzista, non cedano la terra a chi è pronto a pagare, onestamente e puntualmente, un affitto. Ma il vicino, grande proprietario o coltivatore, non affitta: teme di perdere la terra per sempre. Il giovane costretto a lasciare la campagna perché l’azienda del padre è troppo piccola non capisce: dovrebbe chiedere alla confederazione che lo rappresenta, qualunque ne sia l’ispirazione corresponsabile di quarant’anni di demagogia sulla concessione della terra, che gli strateghi agrari, comunisti o democristiani, hanno voluto si traducesse in espropriazione, chiudendo la strada del futuro agli eredi dei beneficiari del trionfo del populismo fondiario

Nel territorio del borgo rurale dove ho la ventura di condurre un'azienda agricola, negli ultimi due anni sono state realizzate soltanto tre compravendite di terreni degne di menzione: tre aziende di terra capace di ottanta quintali di grano o di seicento di barbabietole, su tutte ampi frutteti o vigneti in pieno vigore. Acquirenti, in tutti i tre casi, coltivatori diretti. I quali, a quanto si sa, non hanno fruito dei favori di nessuna cassa preposta a pubbliche elargizioni: hanno pagato con i soldi guadagnati mungendo vacche, alimentando maiali, irrorando pere. Dati i prezzi correnti, i rispettivi venditori potranno lamentare che quella terra é stata regalata: siccome l'economia non si cura di illusioni e rimpianti, gli eventi dicono che a comprare non si é presentato, con i contanti in tasca, nessun altro. Il mercato erano quei tre coltivatori della terra.

Conosco, nello stesso borgo rurale, altri coldiretti, meno bravi dei primi eppure capaci lavoratori, che non capiscono perché il proprietario della bella azienda in confine, che la fa lavorare al contoterzista rimettendoci milioni, non la dia in affitto a loro, che sarebbero disposti a pagare, onestamente, canoni più che decorosi. A chi spiega che sono quelli che li rappresentano a Roma ad avere reso impossibile, con i propri furori antiborghesi, qualsiasi intesa diretta, seria e impegnativa, per l'uso della terra, manifestano una miscela di sentimenti composta, in proporzioni variabili, di incredulità, di rabbia, di frustrazione. L'agricoltura vive, non solo in Italia ma più gravemente in Italia, una difficile transizione, in tutte le sfere responsabili si percepisce, sempre più nitida, la consapevolezza che, dopo troppi anni di piccolo cabotaggio, é urgente disegnare una rotta, che non ci é più concesso sbagliare, perché sbagliare ancora significherebbe cedere il mercato di interi comparti alla concorrenza francese, olandese, spagnola.

Ma se il riconoscimento, verbalmente persino drammatico, dello stato di necessità, ha conquistato risonanza generale, sussiste un problema, tanto essenziale da essere condizione di ogni revisione della macchina agricola nazionale, che costituisce, ancora e sempre, totem sacrale che tutti, concordemente, conservano oscurato tra velari impenetrabili, che sarebbe sacrilego guardare nella lignea, nuda realtà. Il problema di quali e quante siano le aziende sulle quali contare per costruire l'agricoltura italiana di domani.

Dei demoni di cui é blasfemo parlare é doveroso, per una legge antica, alludere con metafore rituali: le invocazioni tradizionali sul tema sono tanto interminabile che sarebbe vano volerla sciorinare per intero. Basti citarne il primo versetto. Come tutte le agricolture occidentali quella italiana, si proclama, é fondata sull'azienda coltivatrice: una verità sulla quale qualunque dubbio sarebbe pleonastico. Cui si aggiunge che, siccome é il nerbo dell'agricoltura italiana, l'azienda coltivatrice, strutturalmente debole, deve essere protetta, aiutata, sostenuta. Un sillogismo nel quale si celano tanti vizi logici da infirmarne ogni valore probatorio. Salvo classificarli, invece che vizi di logica, sottili sofismi. Che imporrebbe giudizi diversi sui sacerdoti del rito.

I coltivatori diretti bravissimi comprano la terra, a quelli bravi basterebbe che i rispettivi rappresentanti la terra la lasciassero prendere in affitto, a tanti, capaci, è sufficiente lavorare la terra che hanno per. guadagnare, decorosamente, un reddito. Tutti, naturalmente, hanno bisogno di credito per migliorare le proprie strutture e per realizzare i cicli colturali, non di pubblica assistenza né di collettiva munificenza.

Ma quanti sonò, nell'agricoltura italiana, i coltivatori diretti bravissimi, quelli bravi, quelli capaci? E' l'interrogativo proponendo il quale si infrange il velo del sacrario proibito. Chi osa avanzare qualche cifra suggerisce numeri compresi tra le quattrocento e le ottocento mila unità. Anche comprendendo le aziende con salariati, che i tempi stanno crudamente selezionando, le imprese agricole vitali, quelle sulle quali costruire il futuro dell'agricoltura nazionale, non supererebbero di molto la seconda cifra. Una cifra che un abisso separa dagli oltre tre milioni di aziende numerate dall'ultimo censimento, nove decimi delle quali condotte da coltivatori diretti.

Una cifra che se deve reputarsi fondata impone una riconsiderazione radicale del mondo agricolo nazionale, in termini economici, e, che non è meno importante, in termini politici ed elettorali. A suffragarla con un indizio di veridicità irrefragabile sussistono, peraltro, i dati sull'età media degli agricoltori italiani: se é vero che in tutte le aree del Paese, per verificarlo basta percorrere la Penisola, dalle aziende senza futuro i possibili eredi sono già fuggiti, attirati da opportunità migliori in settori diversi, la maggioranza di ultracinquantenni che popola i poderi del Paese é la prova che un quota altrettanto maggioritaria di aziende non ha, economicamente, alcun futuro. Che la famiglia che vi vive lo sa e ha operato le scelte conseguenti. Continuando a chiedere sussidi attraverso canali agricoli per superare, e la pretesa può reputarsi, gli anni difficili in cui gli anziani debbono ancora contribuire al reddito familiare, siccome i salari extragricoli dei giovani non bastano per tutti.

Quali, di fronte a questo nodo difficile ma ineluttabile, gli atteggiamenti delle organizzazioni che rappresentano gli agricoltori italiani? La Coldiretti, prima per numero di associati e per peso politico, proclama di mirare alla professionalità dei proprietari coltivatori, lasciando intravvedere che, se proprio non potranno diventare professionisti dell'agricoltura i tre milioni di coldiretti che lavorano, a tempo pieno o parziale, nelle campagne italiane, il numero non dovrà, comunque, discostarsi eccessivamente: i danni politici sarebbero incalcolabili.

La Confagricoltura organizzò, in anni remoti, una Federazione dell'impresa familiare: sembrava per strappare alla Coldiretti le imprese coltivatrici vitali. Ma l'orgoglio patrizio che alita nell'organizzazione insorse offeso: il contadiname non era gradito, e della Federazione si é parlato sempre meno.

La Confcoltivatori è stata, tra le organizzazioni consorelle, quella che un cammino più lungo pare avere percorso, nelle dichiarazioni ufficiali, verso una concezione aggiornata del ruolo del coltivatore diretto e della sua impresa. Salvo smentire tutto facendosi paladina, nella riforma dei patti agrari, di quella leggi che per altri vent'anni impedirà, a chi non abbia beneficiato del trasferimento coatto della terra realizzato con la conversione della mezzadria, di stipulare consensualmente un contratto di affitto. Mettendo ai ceppi migliaia di potenziali imprenditori, i giovani coltivatori con voglia di lavorare, tante macchine e poca terra, che continuano a concupire vanamente il fondo vicino condotto in (cattiva) economia, o quello del coltivatore troppo vecchio. Che, saggiamente, non si fida.

Dal caleidoscopio dei luoghi comuni delle organizzazioni professionali si è tenuto cautamente lontano il piano di Pandolfi, che l'interrogativo non lo ha neppure affrontato. La prudenza é sempre virtù da apprezzare, ma cosa si può pianificare se é proibito spiegare per chi?


Terra e vita, n. 40, 12 ottobre 1985



© 2008 itempidellaterra.org. All right reserverd. Any use of the images in forbidden