La guerra del fiaschetto

Baruffe, tregue e rivalse per le denominazioni del Chianti

 

 

Questo libro era stato commissionato da uno degli organismi di tutela dei vini toscani, che al compimento lo rifiutò siccome  narrava quanto nessuno avrebbe dovuto sapere e siccome era scritto in italiano, e non in vernacolo toscano. Riferiva, ad esempio, la verità vergognosa che i grandi domini del Chianti, una volta proprietà di conti e duchi fiorentini, sono ora pertinenza di pellicciai e dentisti milanesi, di cantanti e mercante d’arte romani, e quella, irripetibile, che qualche signore del Chianti dall’antico blasone era stato gerarca fascista. Era inaccettabile poi, che l’autore avesse scritto in lingua diversa da quella dei cronisti delle pagine di gazzetta di Pontassieve o Poggibonsi. L’autore fu costretto, così, a cedere il testo, che veniva pubblicato emendato ed espurgato, dopo che un cronista fiorentino aveva assolto all’onere di sciacquare in Arno l’inaccettabile lingua dell’autore, che, libero da ogni impegno, è lieto di proporre agli amici la sua versione originale. Le vicissitudini del testo spiegano qualche piccola incompletezza, che l’autore si preoccuperà di eliminare se l’interesse dei lettori lo sollecitasse a dedicare al lavoro nuova attenzione

 

 

Indice

   

 

1

I         Dal patto di Radda nasce la nuova Lega. 1

II         Nel nome del vino la guerra per una legge. 4

III        L'anno delle cento sfide. 8

IV       Dispute di confine. 12

V         Geologia, storia, enologia: le armi della guerra di confine. 15

VI         Nel crepuscolo del Regime il vino senza legge. 20

VII        Negli anni  della Ricostruzione la nuova sfida dei cavalieri  del Gallo. 24

VIII      La guerra dei convegni 28

IX       Nell'Italia che muta volto si sgretola l'edificio della mezzadria. 33

X        Al termine di cento prove la legge agognata all'orizzonte. 39

XI       Dopo la guerra per la legge la guerriglia del disciplinare. 45

XII      La ricostruzione dei vigneti e la grande crisi del vino. 49

XIII     Una terra e il suo vino all’alba del Duemila. 55

Sommario bibliografico. 61

 

 

 

 

I         Dal patto di Radda nasce la nuova Lega

 

Come tutte le regioni montuose che si distendono nel cuore della Penisola, il Chianti cela, in primavera, l'arida asprezza della sua natura nel rigoglio dei vigneti che distendono i tralci carichi di gemme, dei seminativi color smeraldo, dei boschi ammantati del nuovo fogliame. E' nello splendore di una giornata di maggio del 1924 che dai casali arroccati sui colli che coronano Radda uomini, vecchi e bambini  osservano le tre strade che convergono nell'antica capitale della Lega del Chianti trasformarsi in ondeggianti scie polverose, mutevoli vie lattee che serpeggiano tra i campi e i querceti.

Nuvoli di polvere altrettanto persistenti dalle tre vecchie strade, più piste che tracciati viari, tra quei colli non si sono più sollevati da quando l'ultimo scontro per il  possesso dei baluardi chiantigiani ha opposto le cavallerie di Firenze  e quelle di Siena, nell'anno di grazia 1432: da quando, battuta l'antica rivale, la Città del Giglio impose la propria pace  al mezzogiorno della regione, i colli di Radda sono caduti in un torpore che non ha più interrotto che il clamore, in autunno, delle battute di caccia che per  molti dei nuovi signori,  gli arbitri dei commerci e delle  finanze  fiorentine,  hanno costituito, per secoli, l'unica ragione di interesse per i  feudi acquistati tra gli antichi colli senesi.

Non sono, però, gli squadroni della cavalleria senese a tentare la riconquista, il 14 maggio1924, cinque secoli dopo la grande disfatta, dell'antica roccaforte, sono tre teorie di automobili che da Castellina,  da Greve e da  Castelnuovo Berardenga si dirigono verso l'antico borgo chiantigiano: tante macchine quante, non che Radda, nessuno dei paesi dispersi tra la valle dell'Arbia e quella della Greve ha mai visto insieme. Le automobili non sono, sulle strade del Chianti, spettacolo nuovo: da quando i rampolli dei conti Masetti di Bagnano hanno stabilito l'abitudine di raggiungere gli amici, dal castello di Uzzano, sui bolidi con cui si sono imposti tra i primi assi del volante, Giulio sulla Mercedes che gli sarà fatale, Carlo sulla Bugatti  o sulla Nazaro, l'automobile, Fiat, Ansaldo o Alfa Romeo, ha sostituito la carrozza con cui le famiglie patrizie raggiungevano la villa al centro dei feudi ribattezzati, soppresso il diritto feudale, fattorie. Tanto che in pochi anni si è dissolto l'eco del trionfale arrivo in villa dei conti Capponi su un tiro a quattro più degno dei viali di Vienna che delle piste disselciate della Valdigreve, e l'interesse collettivo si è fissato sulla sostituzione, da parte delle famiglie patrizie, della Fiat 501 con l'Itala 27 o l'Alfa Romeo 1750 Ma tante automobili insieme il Chianti intero  non le ha mai viste: il loro concorso non può non essere  l'indizio, per il comprensorio di vigne  e querceti, di un evento singolare e straordinario.

Al giungere delle  berline, che gli autisti allineano sotto i bastioni, dove nei giorni di mercato i contadini dispongono i carri aggiogati alle pariglie candide, l'identità dei signori che scendono per riassumere, tolto lo spolverino e gli occhiali, l'identità e l'aspetto di gentiluomini, conferma che a riunirli deve sussistere una circostanza eccezionale, intervenuta ad infrangere la quiete sonnolenta di una regione dove la  proprietà di una fattoria è sinonimo, dal tempo della conquista fiorentina, di tranquillità di godimemto e di sicurezza di rendite.

Accanto al sindaco di  Radda, Luigi Cumo,  indaffarato ad ossequiare i convenuti di maggiore rispetto, e ai suoi colleghi di Greve, il tenente Scipione Picchi, di  Castellina, Luigi Soderi, e di Gaiole, Arturo Marucelli, compongono l'animato corteo che si snoda verso il palazzo municipale il cavalier De Lucchi, predecessore di Picchi, abile amministratore e solido possidente, un denso manipolo di proprietari patrizi e una schiera di facoltosi possidenti borghesi. Onorano la coorte blasonata Giovanni Battista Terrosi Vagnoli,  Carlo Bartolini Baldelli, Giulio Grisaldi Dal Taja e Mario Tadini Buoninsegni, al centro dell'attenzione perché per venire a Radda ha lasciato al castello di Bacìo un'ospite straordinaria, Pina Menichelli, la fatale Beatrice della "Vita di  Dante" in celluloide che il regista sta girando tra torrioni e sale d'armi dei Buoninsegni. Spiccano nella schiera borghese i professionisti che vantano nel Chianti medie o grandi  proprietà :l'avvocato Arturo Serafini, il dottor Giuseppe Passeri, l'ingegner Gino Bertini, il dottor Mariano Soderi, l'ingegner Baccio Beccari. Fa' ala ai proprietari titolati e ai possessori borghesi lo stuolo dei  fattori, abitualmente gli arbitri della vita dei borghi chiantigiani, nella circostanza  attenti a dimostrare, collettivamente, deferenza e ossequio a coloro di cui solitamente rappresentano, tra i contadini, il volere ed il capriccio.

Al centro delle attenzioni, nella folla multiforme che ricolma la strada  centrale, il professor Alberto Oliva, il tecnico agricolo assurto, per l'acume scientifico e le capacità organizzative, agli onori della cattedra, uno degli uomini additati tra gli ispiratori della politica agraria del Regime che ha assunto la guida dell'Italia. Insieme all'autorità  personale, al convegno di Radda  Oliva riveste  quella della delega affidatagli da Luigi Ricasoli, per la vastità dei possedimenti il maggiore, e per i titoli del casato il più illustre tra i proprietari chiantigiani: grande proprietario e sagace negoziante dei propri vini, il nipote del Barone di ferro è considerato l'astro nascente dell'apparato fascista fiorentino.

Oltre a Luigi Ricasoli è presente moralmente tra i convenuti di Radda Gino Sarrocchi, il principe del foro il cui eloquio tuona, dopo un epico duello elettorale, nel 1913, tra gli stucchi di Montecitorio. Acceso nazionalista, rigettando i privilegi parlamentari allo scoppio della guerra l'avvocato senese ha abbandonato l'aula della Camera e quella del tribunale per prendere il comando di una batteria sul Carso, che ha lasciato solo per rioccupare il seggio parlamentare, dopo Caporetto, a difesa della causa della rivincita contro gli aborriti disfattisti. E' stato l'ardore nazionalista che, al moltiplicarsi delle prove di incapacità delle forze liberali a contrastare la virulenza della sinistra rivoluzionaria, lo ha indotto ad aderire al Partito fascista, sotto le cui  insegne proseguirà la  propria parabola parlamentare, tra Montecitorio e Palazzo Madama, fino al tramonto del Regime. L'anno del convegno di Radda corrisponde all'apice della parabola politica del penalista senese, che ricopre, per un breve arco di mesi, la responsabilità del Ministero dei lavori pubblici.

Proprietario di una bella fattoria a Vagliagli, nel lembo del territorio di Castelnuovo Berardenga che si incunea tra quelli di Castellina  e di Gaiole,  appassionato cultore dei problemi dell'enologia, Sarrocchi ha incaricato di rappresentarlo l'amico Federigo Passeri, che, quando i convenuti hanno preso posto nella sala conciliare, dopo le parole di saluto di Cumo, informa l'uditorio plaudente del mandato ricevuto.

E' nella sala del palazzo trecentesco, sotto i soffitti di quercia che vibrarono delle apostrofi di Francesco Ferrucci, che, esauriti i saluti e  formulati gli auspici,  prende la parola il professor Oliva per una concisa,  densa allocuzione. Dice quello che tutti sanno e che tutti attendono, ma, oratore penetrante, lo dice con la chiarezza e la determinazione necessarie a trasformare un proposito in un patto,  le intenzioni enunciate e ripetute in una lunga sequenza di incontri tra due, cinque, dieci interlocutori in un organismo comune che nel nome di tutti combatta la guerra che tutti hanno deciso di affrontare.

Cultore versatile di storia e di economia, Oliva enuclea con efficacia il novero di problemi che stanno diffondendo nel Chianti i segni di un malessere economico sempre più grave: delle produzioni caratteristiche del comprensorio il frumento e l'olio, i bozzoli e i vitelli si stanno dimostrando sempre più incapaci di competere con le derrate concorrenti ottenute nelle pianure del paese, con quelle che si riversano sui mercati italiani da un novero sempre più molteplice di nazioni lontane. Gode di un prestigio merceologico solido ed antico, invece, il frutto delle vigne chiantigiane, ma sulla loro sopravvivenza, e sui redditi di chi le possiede, incombono due minacce la cui combinazione può trasformarsi in una tanaglia senza scampo. La prima, biologica, è la fillossera, che è stata segnalata per la prima volta nel comprensorio nel 1888, contemporaneamente alle invasioni che inferivano colpi mortali alla viticoltura della Sicilia e della Sardegna. A differenza delle altre regioni invase, nel Chianti la sua propagazione è stata ostacolata, fortunatamente,  dalla disposizione dei vigneti, filari distesi tra gli arativi di poderi separati da estesi boschi, ma se l'avanzata del flagello è stata più lenta, nulla induce a sperare che essa debba  provocare esiti meno nefasti.

La seconda,  minaccia, mercantile, è costituita dall'inarrestabile dilatazione delle aree che pretendono di chiamare Chianti il prodotto dei propri vigneti, quindi della massa di vino che con quel nome si riversa sui mercati. Se l'antica rinomanza del loro vino potrebbe assicurare ai proprietari del comprensorio la  persistenza dei loro redditi, consentendo loro di affrontare con fiducia anche il drammatico confronto che li attende col parassita, la trasformazione del nome Chianti nella designazione con cui vengono smerciati, in Italia e nel mondo, i vini rossi prodotti in tutta la Toscana e nelle regioni vicine impedisce di costruire su quella  rinomanza il baluardo economico che essa potrebbe assicurare.

Se in tutto il mondo, insiste Oliva, gli amatori del vino conoscono e richiedono fiaschi e bottiglie di Chianti, combinandosi all'esiguità dell'offerta l'ampiezza della domanda dovrebbe tradursi, in ossequio alle leggi dell'economia, nel rincaro dei prezzi: a precludere la vigenza della regola è la sovrabbondanza dei sedicenti vini del Chianti che ai consumatori nazionali e a quelli esteri offrono viticoltori e industriali del Valdarno superiore e di quello inferiore, della Piana pisana  e della Romagna.

Perché il mercato attribuisse al loro vino il valore che gli spetterebbe, i proprietari chiantigiani hanno atteso a lungo, ricorda Oliva, che la legge economica che sospinge verso l'alto il prezzo dei beni offerti in quantità  limitata fosse sancita da una legge del Parlamento a tutela della veridicità del nome del vino: siccome al varo di quella legge il Parlamento ha dimostrato di non saper procedere senza cedere a troppe pressioni, per supplire alla sua carenza i legittimi titolari di quel nome debbono unirsi per  difendere sotto le insegne di un marchio industriale l'unico prodotto cui possono affidare il futuro delle loro aziende. "Non bisogna farsi illusioni:- proclama con vigore l'illustre docente- la lotta che noi dovremo sostenere è lunga, faticosa e dispendiosa, ma se saremo tutti uniti nel proposito di vincere, potremo arrivare a buoni risultati. Noi ci troviamo di fronte avversari forti, temibili, furbi; avversari che sono riusciti a imbottigliare il Ministero fino a fare sparire un decreto già firmato dal Ré. Inoltre in Toscana si è svolta e si svolge una tenace propaganda perché  il Governo rimandi alle calende greche la risoluzione del dibattito. Ma non importa: costituiamo il consorzio..."

E' frequente che gli uomini d'ingegno diano prova di lungimiranza: prevedendo l'entità delle resistenze che si opporranno agli obiettivi che si prefiggano: preannunciando l'irriducibile rifiuto degli avversari per qualunque eventualità di compromesso ma dichiarando la possibilità di sormontare, con la compattezza dello schieramento chiantigiano,  gli ostacoli più ardui, ancor più che semplice lungimiranza chi riconsideri, a otto decenni dal suo inizio, la vicenda, è indotto a riconoscere al docente toscano di avere dimostrato, al consesso di Radda, autentiche doti di antiveggenza.

I  propositi enunciati dal professor Oliva prendono corpo nell'atto che, conclusa  l'allocuzione, il  notaro Baldassarre Pianigiani, membro di una delle famiglie senesi che dividono con l'aristocrazia fiorentina la proprietà del Chianti,  verga sancendo la costituzione del "Consorzio per la difesa del vino tipico del Chianti e della sua marca di origine". Sottoscrivono l'atto di fondazione i quattro sindaci e tanti rappresentanti di ogni comune del comprensorio quanti sono stati previsti,  nelle trattative preliminari, per garantire, nell'organismo che prende vita, il più sicuro equilibrio: la tutela della nobiltà enologica non può prescindere dalla sapiente alchimia dei rapporti tra ville e castelli.

Dopo la lettura, da parte del dottor Pianigiani, dell'atto che ha stilato, assume la presidenza dell'assemblea,  per guidarla alla conclusione dei  lavori, Italo De Lucchi, l'uomo la cui determinazione in difesa del Chianti ha animato le battaglie che hanno preceduto il patto di Radda, la lucidità dei cui disegni ha convinto all'azione i più pavidi, infervorato i meno solerti  tra i proprietari del comprensorio. Ravvivando gli  entusiasmi già vibranti, il possidente di Panzano dà lettura del testo dei telegrammi che il Consorzio invia, informando della sua  nascita, ai responsabili dell'agricoltura nazionale. Al termine della lettura i convenuti sciamano, scendendo l'austero scalone,  al piano terra, dove Mario Cumo offre, a nome  della comunità, un rinfresco che il direttore del foglio settimanale  di Greve, Fornaretto Vieri, proclamerà, in prima pagina, sontuoso. Tra i brindisi che salutano la rinascita dell'antica Lega, nel conversare tra i promotori del raduno si confrontano valutazioni e prospettive. A quanti, tra i partecipanti al  raduno, non  ne avessero avuto, alla vigilia, consapevolezza sufficiente, Alberto Oliva ha imposto la percezione del significato della costituzione del Consorzio: la dichiarazione di una guerra che sarà aspra e difficile, contro avversari che dispongono di mezzi ingenti e di relazioni influenti, che per non rinunciare all'impiego di un nome che è garanzia dello smercio di vini di qualunque origine non mancheranno di utilizzare.

 

 

 

 

 

II         Nel nome del vino la guerra per una legge

Ad accendere tanta agitazione tra i titolari di  immense fattorie e di grandi e di medi poderi, la cui somma aspirazione è l'esercizio  delle virtù del "beato possidente" non sarebbe sufficiente una minaccia repentina,  fosse la  più esiziale: ad animare il raduno di Radda è stato uno spirito di rivolta dalle radici antiche. Non è possibile narrare la storia della contesa per la tutela del vino del Chianti senza risalire alle origini antiche della contesa, rievocando i soprusi contro i quali quella rivolta si è accesa.

E' dall'antichità più remota che tra tutti i beni economici il vino vanta un posto di rilievo tra gli oggetti di scambio più comuni tra popoli  lontani: lo dimostra il numero delle  anfore disseminate sui fondali di tutti i mari percorsi dai  primi naviganti, la molteplicità delle cui fogge testimonia la  vastità dell'arco temporale e la pluralità  delle regioni che parteciparono al lucroso, e periglioso, commercio dell'antica bevanda.

Se l'inizio degli scambi enologici coincide con l'alba della civiltà, la definizione, tra le regioni che essi hanno coinvolto, di regole secondo le quali disciplinarne lo svolgimento, è esigenza relativamente recente: è stato  nel crepuscolo dell'Ottocento, in un'età  di crudo confronto mercantile tra le nazioni industriali, che i paesi interessati al commercio del vino hanno convenuto di subordinare la reciproca apertura delle frontiere a regole vincolanti sulle caratteristiche dei prodotti negoziati. Era per assolvere a quell'esigenza che il 14  aprile 1891 veniva siglata la convenzione di Madrid, che stabiliva i criteri per garantire la corrispondenza della denominazione dei vini esportati alla località di origine, un'esigenza che l'Inghilterra, arbitro degli  scambi mondiali, imponeva alle controparti a tutela dei propri consumatori, sgomenti all'idea che la  bottiglia di Bordeaux richiesta al cameriere del club potesse contenere, in realtà, vino della valle del Rodano, o che quella di Xeres celasse, dietro un nome mendace, vino di Oporto. Concepita per tutelare  gli acquisti di  vini di pregio della Gran Bretagna dai fornitori  tradizionali, le  regioni viticole dislocate, sulla costa opposta dell'Atlantico, tra la Loira e  il Guadalquivir, la convenzione non suscitava alcun  interesse in Italia, il cui Governo poteva ignorare le tiepide  sollecitazioni avanzate dai pochi esportatori di  vini di  alto lignaggio, non poteva trascurare le pressioni esercitate, contro l'eventualità  della ratifica, dai grandi, e autorevoli, negozianti di vini da taglio, un genere chiave delle esportazioni nazionali: per chi esporta vini destinati alla mescolanza poter dichiarare, secondo gli umori della domanda, che il prodotto che esibisce è pugliese, piemontese, o, all'occorrenza, romagnolo, è arma cui sarebbe, palesemente, sciocco rinunciare.

Contro l'inerzia, non  inspiegabile,  del Governo, si registrano, negli anni successivi, i tentativi di smuoverne  il torpore dei  produttori delle aree più auguste della geografia enologica nazionale, consapevoli dei vantaggi conseguibili dalla certificazione dell'origine dei propri vini: un attestato equivalente ad una garanzia di pregio merceologico. Nel 1902 si costituisce ad Asti il Sindacato vinicolo piemontese, del quale assume la presidenza Tebaldo Calissano, piemontese genuino, seppure anagraficamente  bolognese, un  parlamentare prossimo  ad una  stagione di  prestigiosi  impegni governativi.   Sono praticamente coevi i  tentativi, che si registrano sui versanti contigui del Chianti,  di creare il Sindacato enologico cooperativo del Chianti senese, nell'area meridionale del comprensorio, l'Associazione agraria  chiantigiana in quella settentrionale. Promuove, nel territorio senese, il primo cimento per la riconquista della denominazione usurpata l'onorevole Luigi Callaini, al quale i viticoltori chiantigiani resteranno debitori della prima proposta di delimitazione topografica dell'area di produzione del loro vino. Anima il tentativo fiorentino Italo De Lucchi, il promotore del futuro consorzio. Nati da una determinazione ancora alquanto labile, nessuno dei due organismi assume consistenza diversa da quella di progetto.

Propone la prima espressione di una delle costanti che segneranno i conflitti per la denominazione  del vino di Chianti il coagularsi, in risposta alla nascita dei sodalizi per la tutela degli interessi viticoli, di quelli dei commercianti, che si impegnano in una capillare azione contraria, per coordinare la quale istituiscono a Greve, il centro dove ha fissato la propria sede l'Associazione, l'Unione dei produttori del Chianti, di cui affideranno la  direzione, nel 1907, a un giovane enotecnico destinato ad un ruolo di primo attore negli scontri  futuri per la tutela del vino di Chianti, Giulio Straccali.

Sperimentando lo spartito secondo il quale si svilupperà la storia della legislazione per la  tutela dei vini pregiati,  le Langhe hanno aperto la strada e il Chianti si è associato senza more, ma la sua adesione provoca, per l'entità degli  interessi che minaccia, reazioni tali che ogni sforzo per indurre le Camere a legiferare ne risulta irreparabilmente vanificato.

Ottempera fedelmente allo spartito la presentazione, nel 1904, da parte di Calissano, di un disegno di legge per la garanzia dell'origine, attraverso la denominazione, dei vini: il progetto percorre l'iter parlamentare fino all'approvazione, che si compie l'11 luglio dello stesso anno, ma, al suo compimento, nel testo che viene varato i propositi che  hanno ispirato l'estensore del progetto sono assolutamente irriconoscibili. Un disegno di legge per la tutela della denominazione originaria dei vini si è convertito in una generica serie di disposizioni sul commercio enologico.

Con pervicacia degna della tradizione piemontese  l'onorevole Calissano  ribadisce al Governo, sottoscrivendo un fervoroso ordine del giorno, l'urgenza di una normativa che attesti al consumatore l'origine di ciascuno dei prodotti delle vigne italiche: nessuna premura il suo rescritto suscita negli organi legislativi, tra le cui preoccupazioni la tutela delle denominazioni del vino sarà completamente assente per quasi due decenni.

Esprime lo sconcerto e l'impazienza dei viticoltori che intravvedono nella tutela del nome dei loro prodotti l'ultima arma per difendere i propri guadagni, la celebrazione, ad Alba, il 3 settembre 1909, di un convegno in cui i produttori  delle aree viticole  di antico prestigio levano la propria protesta contro l'inerzia legislativa e invocano il varo di una legislazione che protegga le denominazioni enologiche. Italo De Lucchi, sindaco di Greve e alfiere del riscatto viticolo chiantigiani, ha assunto l'impegno di condurre al convegno una delegazione di possidenti fiorentini e senesi: la mattina convenuta per la  partenza lo stuolo degli aderenti si è drasticamente ridotto e, con un gesto caratteristico dell’uomo, De Lucchi rinuncia alla spedizione.

Nonostante il disappunto per le defezioni, nei mesi successivi il paladino del Chianti si prodiga per la costituzione della Commissione per la tutela del vino omonimo, che grazie alla sua determinazione si  riunisce a Greve nel  dicembre  successivo.  Obiettivo dell'organismo,  la promozione delle  iniziative di protesta necessarie a trasmettere a Roma le ansie di una  regione investita dalle avvisaglie di una grave crisi economica. Oltre a contare sulla risonanza dell'onda che si è propagata dalle aree blasonate del Piemonte vitivinicolo, assumendo la guida della protesta chiantigiana De Lucchi può senza sicumera reputarsi in possesso di buone carte da giocare sul tavolo romano. L'arbitro della vita sociale di Greve è, infatti, grande elettore di Sidney Sonnino, uno degli esponenti più insigni del radicalismo liberale, dal1883 ininterrottamente alla guida di ministeri  chiave, che nelle stesse settimane in cui nasce il comitato grevigiano affronta il proprio secondo mandato alla presidenza del Consiglio. I paesani di Greve sono tra gli elettori che assicurano al neo primo ministro il seggio in Parlamento: quando, ad ogni rinnovo delle Camere, l'uomo politico pisano percorre il proprio collegio, è il commendator De Lucchi che lo accompagna nei nuclei minori del comune, dove sua eccellenza saluta  "gli elettori vecchi e quelli nuovi", che l'amico invita, quindi, a libare da una damigiana portata dalla propria cantina di Panzano. Viticultore nel Chianti,  dove è proprietario, a Vistarenni, di uno dei più splendidi castelli della  Toscana, rappresentante parlamentare della gente del Chianti, amico personale di De Lucchi, il capo del Governo non potrà ignorare, è coerente presumere, le pressanti istanze del comprensorio per la sollecita disciplina legislativa della denominazione del vino.

La supposizione  è ragionevole, ma è destinata a rivelarsi fallace: preoccupato delle buone disposizioni degli elettori di Greve, Sonnino non lo è meno per gli umori di quelli di San Casciano,  il contermine centro viticolo, tradizionalmente estraneo al comprensorio chiantigiano, i cui agricoltori hanno consolidato, però, la consuetudine di definire Chianti il prodotto dei propri vigneti, una pretesa di cui si erge a paladino il sindaco del centro fiorentino,  il duca Strozzi, che verso Sonnino non vanta benemerenze  minori di quelle del commendator De Lucchi. Né può ignorare quelli dei negozianti federati nel Consorzio dei viticoltori toscani, l'organismo succeduto all'Unione dei produttori dei vini del Chianti, tra le cui schiere la costituzione della Commissione ha determinato violenti scontri sulla strategia da seguire, tanto da provocare le dimissioni del presidente, il conte Pandolfini. L'impegno del comitato chiantigiano si traduce in un folto convegno, che si celebra a Greve il 27 febbraio 1910 e che a conclusione dei lavori indirizza un vibrante appello al presidente del Consiglio sollecitando la solerzia del Governo per la tutela del nome dei prodotti enologici.

E' delegato a recapitare la missiva all'illustre destinatario lo stesso De Lucchi, che alla testa di una delegazione chiantigiana il 4 marzo varca il portone di Palazzo Chigi. L'onorevole barone Sonnino riceve con cordialità  gli amici ed elettori, dichiara l'interesse più cordiale per il trionfo della causa enologica ma, dolendosi di non poter ignorare sottili ragioni di competenza, dirige gli ospiti al Ministero dell'agricoltura, dove si preoccupa che essi siano altrettanto amichevolmente ricevuti da Luigi Luzzatti,  per la molteplicità degli organismi di cui è stato promotore uno degli uomini che vantano le maggiori benemerenze per il rinnovamento delle istituzioni economiche nazionali. Amico antico di Sonnino, Luzzatti riceve il comitato, si dichiara convinto dell'urgenza di difendere, col nome del vino, la fiducia del consumatore, ma sottolinea che la complessità del problema non consente di affidarne la soluzione a espedienti improvvisati: per predisporre interventi congrui si impegna a richiedere, quindi, una circostanziata relazione, della quale, a garanzia della sintonia con gli interessi dei viticoltori, affiderà la  stesura al più  strenuo paladino della denominazione del vino, Tebaldo Calissano. Offre, così, all'autorevole parlamentare l'occasione di ritentare l'avventura naufragata, tanto  incresciosamente, sei anni  prima. Secondo le intenzioni del ministro il risultato del lavoro di Calissano dovrà essere affidato ad una commissione che provvederà alla stesura del disegno di legge atteso dai viticoltori del Bel Paese.

Non trascorre un mese, però, dall'udienza concessa a De Lucchi, che Sidney Sonnino lascia Palazzo Chigi vittima di un'imboscata parlamentare tesa da emissari di Giolitti. Come già nel 1906, uomo di governo di indiscusso prestigio, è stato chiamato dal Sovrano a ricoprire l'incarico in una cornice di violento scontro politico: non accompagnando, tuttavia, alle doti di statista un seguito sufficiente tra i gruppi parlamentari, il suo gabinetto non ha resistito ai primi urti degli avversari. Preferendo, nella circostanza, l'onnipotente statista  piemontese governare per  interposta persona, Luigi Luzzatti assume la presidenza del Consiglio e la responsabilità degli interni, lasciando quella dell'agricoltura a Giovanni Raineri,  che onorando gli impegni del capo del Governo assume le decisioni preliminari per costituire la commissione, della quale non ha  il tempo, peraltro, di varare i lavori. Rinuncia, invece, a sollecitare l'azione della commissione che dovrebbe dare corpo alla proposta di Calissano il successore di Rainieri, lo stesso Calissano, che, sedutosi sulla poltrona di ministro, reputa l'urgenza di difendere il buon nome del vino assai meno impellente di quanto avesse professato dai banchi del Parlamento. L'Italia è entrata in guerra, e nelle contingenze del conflitto il responsabile dell'agricoltura nazionale non ritiene opportuno impegnare il Parlamento a discutere di vigne e di vini: una ragione non banale per motivare la resa di fronte a forze di cui la nuova responsabilità gli ha consentito di misurare l'entità.

La rinuncia di Calissano chiude il capitolo della contesa sulle denominazioni enologiche aperto dalla stipulazione della convenzione di Madrid: la sua capitolazione non sarà che il primo dei tradimenti alla causa del vino cui gli alfieri dell'aristocrazia enologica saranno costretti sul campo di battaglia dei colli chiantigiani, l'infido terreno sulle sponde dell'Arbia  dove nessun luminare della viticoltura saprà volteggiare senza vacillare ai colpi di ascia e di spadone di cui saranno prodighi gli industriali che nel nome del Chianti hanno creato il più lucroso affare enologico nazionale.

Ricalca con fedeltà le orme del predecessore Arturo Marescalchi, anch'egli bolognese e  figlio adottivo del Piemonte enologico, di cui esprime le aspirazioni come fondatore della Società degli enotecnici, come pubblicista e comproprietario, a Casale Monferrato, di una stamperia di manuali viticoli, come deputato di    .  Giunto giovanissimo in Parlamento, nell'Italia che sta vestendo la camicia nera nutre  vibranti aspirazioni politiche. Presentato, nel 1919, alla Camera, un vigoroso ordine del giorno per la certificazione delle denominazioni viticole, l'anno successivo assume la presidenza della commissione parlamentare demandata di stendere il testo che dovrebbe adempiere alle istanze che ha tanto lucidamente professaato.

Dall'impegno dei commissari prende forma un disegno normativo di precisa coerenza: definiti "vini tipici i vini genuini che abbiano speciali caratteristiche derivanti dal vitigno, dalla località di produzione o dai metodi di fabbricazione e che si conservino costanti per lo stesso tipo" il testo ne affida la tutela a consorzi che, sotto l'egida del Ministero dell'agricoltura, dovrebbero provvedere ai controlli quantitativi e qualitativi della produzione, oltre ad assumere iniziative per la promozione mercantile, oltre a condurre gli studi e le ricerche necessarie all'evoluzione delle pratiche viticole ed enologiche.

Coronando gli auspici più fausti, il disegno di legge del deputato bolognese viene approvato alla Camera  il 24 dicembre 1921, quindi al  Senato il 17 marzo dell'anno successivo: il Senato ha apportato al testo, tuttavia, alcune modifiche, che impongono il ritorno alla Camera, la quale, essendosi moltiplicate, nelle more del dibattito, le pressioni, dimentica le attese dell'aristocrazia enologica destinando il progetto alla polvere degli archivi.

Si impegna a supplire all'inerzia parlamentare il Governo, che proclamando di non voler rimettere all'arbitrio delle forze del mercato una materia di tanto rilievo per l'economia nazionale vara, il 7 marzo1924, un decreto legge dal titolo  "Disposizioni per la difesa dei vini tipici", lo stesso del progetto parlamentare, del quale ha sovvertito, peraltro l'ispirazione: accantonando la necessità del nesso tra la denominazione di un vino e la sua origine geografica, ha sostituito alla correlazione un equivoco concetto di "tipo". Un vino "tipico" non sarebbe tale, infatti, per la corrispondenza a specifici connotati di origine, ma  per  il  possesso, all'atto dell'immissione sul mercato, di una serie di caratteristiche costanti, che potrebbero derivare anche da sapienti manipolazioni di cantina. Le pretese di chi vende come Chianti la bevanda alcolica che ottiene dal taglio di vini rossi dalle origini più lontane sono state recepire con la cura più premurosa. Con coloro che reputa i depositari degli autentici interessi enologici del Paese l'Esecutivo ha saputo intervenire con maggiore concretezza e solerzia di quanto siano state  in grado di fare le Camere,  che ratificheranno supinamente, il 18 marzo 1926, il decreto governativo.

Di fronte allo stravolgimento degli intenti che ispiravano il suo disegno, come il predecessore Marescalchi propone, lo stesso giorno della ratifica, un vibrante ordine del giorno, che impegna la Camera a riconsiderare la materia con maggiore premura per i vini di alto lignaggio: al vigoroso richiamo, la Camera si dimostrerà, ancora una  volta, del tutto indifferente. Arturo Marescalchi non desisterà dal proprio impegno, e sarà durante la lunga permanenza al Ministero dell'agricoltura, dove, a fianco di Giacomo Acerbo e di Edmondo Rossoni siederà con i titoli di seconda autorità dell'agricoltura italica, che vedrà la luce una disciplina meno aleatoria delle denominazioni enologiche. Il confronto con gli interessi contrapposti dei produttori e dei negozianti di Chianti costringerà ancora, tuttavia, l'esito dei suoi sforzi a risultati assai meno luminosi delle speranze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III        L'anno delle cento sfide

Se la parata di berline e il consesso di distinti signori nel salone dei capitani della Lega ha offerto la prova della determinazione con cui i proprietari chiantigiani si  sono impegnati a difendere, col nome del proprio vino, la prima fonte di entrate delle loro fattorie, chi ripercorra, attraverso i minuziosi verbali del Consiglio di amministrazione, le vicende del Consorzio durante i primi anni di vita, resta sorpreso e incredulo di fronte ai successi che esso riporta sulle cento difficoltà che quella vita minacciano di interrompere precocemente. E' sufficiente considerare, infatti, come l'organismo costituisse, nel quadro agrario nazionale, la concretizzazione di un modello originale, le cui attuazioni coeve si  dissolvono tutte precocemente, e verificare come la maggioranza dei suoi affiliati fosse l'incarnazione del signore aduso a condurre in assoluta autonomia gli affari familiari, per giudicare evento singolare il superamento, da parte dei dirigenti, di tutti gli ostacoli che incontrano, e la trasformazione, nell'arco di un solo anno, dell'embrione sorto a Radda in apparato dinamico e funzionale.

Offre una conferma eloquente, seppure indiziale e indiretta, dell'entità delle difficoltà affrontate dai promotori per trasformare in realtà i propositi compendiati nell'atto del notaro Pianigiani, la forma prescelta per partecipare al raduno di Radda dai personaggi più illustri tra i protagonisti della costituzione: Luigi Ricasoli e Gino Sarrocchi, che al convegno hanno aderito attraverso legati, una precauzione, palesemente, per  attenuare l'ombra che sarebbe derivata alla propria reputazione da un insuccesso che, accorti uomini pubblici, non reputano eventualità  remota. L'aleatorietàdel futuro dell'organismo traspare con altrettanta chiarezza  dalle difficoltà che gli amministratori nominati a Radda  incontrano nella  nomina di un presidente: l'indisponibilità dei più autorevoli tra i promotori dirige la scelta, infatti, su un patrizio a loro vicino, l'avvocato Mario Tadini Buoninsegni, la cui prevenzione, tuttavia, per le incombenze che impongano cure e fastidi, li costringe all'investitura di Italo De Lucchi, l'animatore dei primi sforzi per la riscossa chiantigiana, un uomo che ha deciso, tuttavia,  l'abbandono della scena pubblica, che solo le  insistenze, e la devozione alla causa chiantigiana, inducono ad accettare il mandato.

Tra gli innumerevoli, ardui compiti che si propongono agli amministratori all'indomani  della costituzione, il primo è di natura giuridica: nato come reazione all'emanazione del decreto governativo che, mutilando un disegno di legge concepito a tutela della genuinità dei vini, non ha  fissato alcuna correlazione univoca tra il loro nome e la loro origine, il sodalizio tra i viticoltori del Chianti fissa  il proprio obiettivo essenziale nella difesa della denominazione del loro vino utilizzando la legislazione sui marchi industriali, il cui impiego nella  sfera enologica rappresenta applicazione priva di precedenti, da realizzare secondo modalità che dovranno essere sperimentate e verificate. Siccome la  creazione di un marchio per il Chianti minaccia, peraltro, interessi ingenti, il diritto alla sua adozione dovrà essere difeso contro le opposizioni giudiziarie che è fondato prevedere non mancheranno di contestarne la liceità.

Se l'impiego di un marchio industriale ne presuppone, peraltro, la creazione, il deposito e la difesa in Italia e nei paesi nei quali se ne preveda  l'uso, la sua  vantaggiosa utilizzazione richiede l'allestimento di un apparato funzionale per la distribuzione agli associati dei contrassegni che lo riproducano, e per l'esecuzione dei controlli necessari perché i medesimi lo applichino esclusivamente ai prodotti che l'organismo titolare stabilisce siano offerti al mercato con il proprio sigillo: nel caso del Chianti i fiaschi e le damigiane contenenti vino prodotto nel comprensorio e in possesso delle caratteristiche previste dallo statuto e dalle disposizioni regolamentari del Consorzio. E' solo assicurando, infatti, attraverso la disciplina più severa, la corrispondenza tra i pregi garantiti dal Consorzio e le peculiarità dei prodotti dei soci, che può indursi nel consumatore la certezza che il sigillo sulla confezione ne attesta la qualità, quella qualità che giustifica il prezzo maggiore del recipiente distinto dal sigillo rispetto a quello analogo che vanta la stessa origine ma non la certifica con il medesimo emblema.

Deposito e difesa giudiziaria del marchio, distribuzione dei contrassegni e controlli nelle cantine rappresentano un novero di compiti il cui assolvimento impone l'uso di risorse economiche considerevoli: reperire quelle risorse, convincendo ad un'attiva partecipazione i proprietari che attenderebbero volentieri il successo dell'impresa per aderirvi, costituisce per i fondatori impegno non scevro di difficoltà.

Prima ancora che ad ampliare la compagine che ha sottoscritto, nell'entusiasmo del raduno di Radda,  l'atto costitutivo, nei primi mesi di attività i fondatori sono chiamati a misurarsi con forze centrifughe che minacciano la vita della creatura nata dall'atto del dottor Pianigiani: all'indomani della firma dello statuto tra gli stessi sottoscrittori insorgono, infatti, violente gelosie di torre e di campanile. Quelle gelosie hanno la propria matrice in una circostanza toponomastica le cui conseguenze segneranno tutta l'esistenza del sodalizio: la somma indeterminatezza dell'area identificata dal nome Chianti.

Tra le denominazioni di fiumi e di monti, di borghi e città del Bel Paese, pochi hanno animato un  dibattito altrettanto appassionato di quello che ha contrapposto glottologi, storici e geografi nel tentativo di definire le ascendenze etimologiche, l'origine storica e il significato geografico della parola Chianti. Ha sottolineato per primo l'impossibilità di attribuire al vocabolo un significato topografico inequivocabile, in uno studio famoso pubblicato nel 1909, Antonio Casabianca. L'asserzione del padre degli studi chiantigiani è  stata sottoposta, nei decenni successivi, al vaglio di una schiera di dotti, che, seppure arricchendo e  integrando l'analisi di Cabianca, hanno confermato l'iscrizione della parola Chianti  tra quelle che non sveleranno mai,  probabilmente,  per intero il proprio enigma. Tra le espressioni più significative dell'impegno profuso attorno a  quell'enigma meritano una menzione l'argomentazione con cui Carlo Alberto Mastrelli ha avanzato la congettura che il nome identificasse, nell'alto Medioevo, il borro del Massellone, una vallecola minore collocata tra le sorgenti dell'Arbia e quelle della Pesa,  e la dimostrazione di Renato Stopani della  secolare espansione dell'area alla cui designazione l'antica denominazione sarebbe stata piegata.

I confini originari del comprensorio fissati dai due  studiosi non avrebbero incluso né Greve né i centri minori del suo territorio. Dopo la conquista fiorentina l'antico borgo si sarebbe trasformato, peraltro, nel centro di negoziazione e di transito dei prodotti chiantigiani verso la capitale: la sua piazza triangolare, sede del vivace mercato settimanale, sarebbe assurta, quindi, a cuore dell'economia chiantigiana. Producendo, d'altronde, il territorio grevigiano, vini assolutamente comparabili a quelli di Radda, Castellina  e Gaiole, fino dalla conquista fiorentina i vini del circondario, negoziati sulla stessa piazza, avrebbero acquisito un diritto difficilmente confutabile ad essere annoverati tra i vini del Chianti. Ha sancito quel diritto il bando granducale che classificando,  nel 1716, i vini abitualmente introdotti a Firenze secondo le località di origine, accomunava, tra le terre produttrici di Chianti, il centro della Valdipesa ai "terzi" di Radda, Gaiole  e Castellina.

Forti del dettato del bando granducale, la prima definizione ufficiale della geografia enologica chiantigiana, i proprietari grevigiani che insieme a De Lucchi hanno dato vita al Consorzio hanno incluso nel suo comprensorio la parte superiore della Val di Greve, corrispondente al territorio del borgo omonimo, ne hanno escluso la parte inferiore, compresa nel territorio del comune di San Casciano Valdipesa, i cui viticoltori si reputano in possesso, per tradizione meno antica eppure consolidata, di titoli equivalenti per  attribuire al proprio vino il titolo di Chianti. Prerogative analoghe a quelle di San Casciano accampa l'adiacente comune valdelsano  di Barberino,che ha visto includere nel comprensorio del Consorzio un lembo del  proprio territorio inferiore alle attese.

Se tra gli esclusi San Casciano e Barberino rumoreggiano pretendendo un'ammissione che reputano essere loro dovuta, all'interno della compagine nata dall'atto del dottor Pianigiani v'é chi non accetta senza resistenze  l'estendimento a Greve di una regione alla quale essa sarebbe storicamente estranea: sono gli agricoltori di Castellina, che eccepiscono l'esiguità della propria rappresentanza in Consiglio rispetto a quelli di Greve, di Gaiole e di Castelnuovo Berardenga, il comune senese limitrofo di cui l'atto costitutivo ha incluso nel comprensorio consortile le terre pertinenti alle frazioni di San Gusmé e Vagliagli. Se la loro rappresentanza in Consiglio non verrà modificata, stabilendo tra le rappresentanze comunali rapporti più equilibrati, minacciano l'abbandono del sodalizio.

La guerra tra torri e campanili anima una serie di riunioni tempestose del Consiglio, agitate da dichiarazioni di dimissioni, confronti accalorati e capitolati di tregua, che sono sanciti dalle modifiche che vengono apportate allo statuto nell'assemblea straordinaria del 10 agosto1924 e in quelle successive del 27 marzo e del 3 maggio1925. L'assemblea ordinaria che si celebra, in coincidenza a quella straordinaria, il 27  marzo rinnova, peraltro, i membri del Consiglio in modo da soddisfare le istanze di una rappresentanza più equilibrata, al vertice del  Consorzio, tra le aree del comprensorio. A un anno dalla fondazione, così, il 3  maggio1925, la quarta assise generale degli associati ristabilisce la pace consortile sancendo il rigetto di ogni istanza di modifiche ulteriori della compagine e di qualunque rimodellamento dei confini definiti alla fondazione. L'accordo conferma e rafforza il patto originario assicurando al Consorzio la coesione che gli è indispensabile per affrontare la molteplicità degli avversari che il suo primo anno di attività ha animato e coalizzato, che contro la sua esistenza si sono impegnati a usare tutte le armi di cui possano valersi.

Il primo dei nemici minacciati dalla nascita del Consorzio a raccogliere il guanto della sfida, impegnando il giovane organismo in una cruda disputa, è il  grand'ufficiale Ercole Brambilla, presidente di una delle grandi imprese vinicole operanti nel Chianti, la premiata Casa marchese Fassati. Promotore e nocchiero del congresso nazionale che nel mese di giugno del 1919 ha propugnato l'abolizione delle restrizioni al commercio del vino imposte durante la guerra vanta il prestigio di autentico nume del mercato enologico nazionale. All'insegna di un cognome che non potrebbe suggellare in modo più inequivocabile la pretesa di definire come Chianti vini dai rapporti assai precari con i vigneti chiantigiani, Brambilla intenta causa al Consorzio eccependo l'illegittimità dei suoi intenti monopolistici. Avvalendosi, quindi, del seggio che occupa nella giunta della Camera di commercio di Firenze, induce l'organismo ad una serie di dichiarazioni ostili al  Consorzio, contro il quale ispira altresì la redazione di alcuni articoli demolitori a un giovane ricercatore sulla strada della cui celebrità il sodalizio chiantigiano si disporrà, in circostanze significative, come fastidioso ostacolo, Pier Giovanni Garoglio.

Il tribunale, la comunità mercantile, la scienza: assumendo la rappresentanza ideale degli industriali e dei commercianti allarmati dall'eventualità  del restringimento dell'area da cui attingere il vino che, confezionato nei tipici fiaschetti, col titolo di Chianti esonda dalla Toscana verso i mercati nazionali e quelli stranieri, Ercole Brambilla esperisce il primo tentativo di accerchiamento del Consorzio. L'assedio fallisce,  però,  su tutti i tre fronti. Affidandosi ad un valente collegio di difesa, il Consorzio dimostra all'avversario che la sua vittoria, se e comunque possibile, è eventualità remota nel tempo; usando dell'autorevolezza dei membri di maggiore prestigio impone alla Camera di commercio un atteggiamento quantomeno imparziale in una disputa tra operatori di pari dignità; affida la confutazione delle paludate critiche di Garoglio al factotum giornalistico del Chianti, Fornaretto Vieri, proprietario editore de "Il Chianti", che nell'assolvimento dell'incarico profonde il proprio irridente sarcasmo. Antico militante socialista, colto, all'avvento delle prime camicie nere, da una folgorante conversione,  alla costituzione del Consorzio Vieri, che nel 1909 ha dato grande rilievo, sul proprio foglio, agli sforzi di De Lucchi e della Commissione nata dal suo impegno, ha intravvisto la possibilità di schierarsi al soldo della nuova bandiera offrendo ai suoi araldi l'opera di solerte tamburino. Ha proposto, così, in cambio di un compenso annuale, di prestare al Consorzio una fedele voce ufficiosa.

In possesso della cultura disordinata di un autodidatta estroso e arguto, acceso da una passione per la polemica di genuina matrice toscana, fornirà al consorzio i servizi del più focoso incaricato stampa. Che si combineranno, si deve peraltro notare, alle prestazioni meno fedeli di agente consortile: da quando, infatti, aderendo alla sua richiesta, il Consorzio gli affiderà la responsabilità dell'agenzia di Greve, i verbali del Consiglio registreranno la sequenza dei diverbi tra i consiglieri che pretenderanno il licenziamento di un coadiutore la cui diligenza ed i cui scrupoli sono quantomeno incerti, e quelli che propenderanno per l'assoluzione, a ragione dell'abnegazione dei servigi giornalistici, di Fornaretto Vieri. Tra quei servigi  non v'è dubbio debbano annoverarsi i vigorosi colpi di spadone con cui il cronista di Greve ha dimostrato l'equivoca parzialità dell'elegante gioco di fioretto del dottor Garoglio.

Mentre rende agli avversari i loro colpi, appianati i dissidi di confine e di seggi consiliari il Consorzio procede, con  l'impavidità della cittadella assediata,  ma sicura delle scorte di viveri e munizioni, a dare corpo alla propria  organizzazione. Nella  seduta del 26  dicembre 1924  il Consiglio delibera l'adozione del simbolo apprestato dalla società torinese G. A. Manzoni rielaborando l'antica insegna della Lega chiantigiana: un gallo nero in campo d'oro, di cui provvede al deposito nelle forme di legge. Adottato il marchio consortile ordina la stampa delle etichette e ne inizia, il primo marzo1925, alla  vigilia della seconda assemblea ordinaria, la distribuzione.

Per realizzare la consegna stabilisce un rapporto di  agenzia con cinque assuntori, uno in ciascuno dei quattro capoluoghi comunali ed  uno  a Pianella,  tra i boschi che dilatano il comprensorio a mezzogiorno. Gli agenti si incaricano della consegna delle marche ai soci che ne facciano richiesta trattenendo, come compenso, una quota del corrispettivo che riscuotono per conto del Consorzio. La prima tariffa stabilita dal Consiglio è di 4 lire ogni cento etichette destinate alle confezioni ordinarie, di 9 lire ogni cento etichette per le confezioni di lusso: il numero maggiore dei contrassegni è destinato, si deve notare,  all'applicazione su un  fiasco, il recipiente che agli occhi dei consumatori di tutto il mondo distingue il vino del Chianti dai prodotti di qualunque regione diversa del planisfero vitivinicolo.

Avendo diritto al sigillo sociale solo il vino prodotto dai soci nei vigneti inclusi nell'area del Consorzio e rispondente alle caratteristiche organolettiche  prescritte, il Consiglio istituisce, al proprio interno, un comitato tecnico demandato di esaminare le peculiarità dei vigneti e degli impianti enologici delle aziende che richiedono l'iscrizione, e nomina un direttore che incarica delle visite alle cantine associate per verificare la qualità dei vini e la corrispondenza delle giacenze alla differenza tra la produzione denunciata e le marche impiegate.

Il compito imporrà al funzionario confronti oltremodo serrati con gli industriali che gestiscono stabilimenti tanto all'interno quanto al di fuori del comprensorio, e che secondo le esigenze mercantili procedono allo spostamento di cospicue partite tra cantine diverse. La nomina del direttore costituisce una delle prime preoccupazioni del Consiglio, che esaminate le candidature che gli sono state proposte, l'8  agosto, cinque mesi dopo la costituzione, affida l'incarico  al dottor Vecchiettini, cui la salute malsicura gli impedisce, tuttavia, di adempiere ad un compito che impone un autentico moto perpetuo sulle strade polverose del Chianti. Constatato l'impedimento, nella seduta che tiene dopo la conclusione dell'assemblea del 3 maggio 1925, il Consiglio procede ad una  nuova nomina, scegliendo il dottor Ugo Rossi Ferrini, un professionista  che presta la propria consulenza ad alcune delle più prestigiose case vinicole toscane.

Pure imponendo agli industriali che richiedano l'adesione oneri oltremodo gravosi, primo tra tutti il divieto di tagli anche con vini toscani di pregio, salvo l'autorizzazione formale alle correzioni, nelle annate avverse, con vini meridionali, in occasione dell'assemblea che conclude il primo anno di attività i dirigenti del  Consorzio possono compiacersi rilevando che l'insegna del gallo nero si sta dimostrando arma mercantile di efficacia corrispondente alle attese più ottimistiche. Dimostra con eloquenza l'esito felice delle sue prime prove la decisione di più di una casa vinicola ad assoggettarsi a tutte le norme disposte a tutela dell'insegna sociale. Corona un anno di attività fortunosa e fortunata la domanda di adesione che indirizza al Consiglio, tre giorni dopo la storica assemblea di maggio, la società Fassati: il grande nemico, il commendator Brambilla, si è arreso alle ragioni del Consorzio, ha interrotto l'azione legale e chiede accesso alla cittadella di cui ha tentato l'espugnazione. Come prova della sincerità dei propri intenti ha presentato al Consiglio, a corredo della domanda, il progetto di acquisto di un deposito a Greve, dove, evitando ogni possibilità di commistione, la ditta che rappresenta conserverà e confezionerà solo il vino acquistato dai produttori chiantigiani.

Suggella la pace l'offerta all'avversario di un posto in  Consiglio, che iscriverà il caratteristico cognome milanese tra i blasonati titoli fiorentini in occasione del rinnovo delle cariche sociali cui procederà l'assemblea del 1928: l'adesione al Consorzio della società Fassati, e la cooptazione al suo vertice del suo presidente, dissolve le resistenze di un'intera schiera di operatori minori, che seguono l'esempio dell'azienda  maggiore accettando le condizioni cui il Consorzio subordina l'ammissione di soci industriali. E', a un anno dalla nascita dell'organismo, una vittoria luminosa, quale neppure i più inclini all'ottimismo tra i fondatori avrebbero osato, il giorno del raduno di Radda,  sperare. E' la prima conferma della lucidità del disegno di organizzare il mercato di un prodotto la cui sorte, confuso nel pelago dei vini senza nome destinati a mescite e fiaschetterie, poteva reputarsi disperata, che all'insegna del gallo nero ritrova l'antica nobiltà assicurando nuove possibilità di reddito alle  fattorie sulle cui terre prende vita. L'evento felice è,  però, vittoria  il cui eco è destinato ad attirare contro il Consorzio nuovi rancori e nuovi assalti, quei rancori e quegli assalti che più di una volta, nei lustri successivi, faranno apparire inevitabile, anche agli osservatori più sereni, la resa dei viticultori chiantigiani. Sarà solo la fiera protervia dei paladini del Consorzio a impedire che sia ammainato l'antico stendardo della Lega, cui quella protervia consentirà di continuare a  svettare sulle torri che vigilano i vigneti del Chianti.

 

 

 

 

 

IV       Dispute di confine

 

Se il primo anno di vita del Consorzio si è concluso nel segno della rinsaldata unità dei produttori del Chianti registrando la creazione dell'apparato, embrionale eppure efficiente, necessario ad assicurarne l'operatività, il secondo è segnato da due circostanze di segno opposto: un duro scacco sul fronte legislativo,  una  serie di significativi successi su quello promozionale: un'antitesi destinata a caratterizzare tutta la vita futura del sodalizio. Costituirà, infatti, una costante degli otto decenni della vita del Consorzio la sua capacità di replicare, imperterrito, ai colpi ricevuti da provvedimenti legislativi che non dissimuleranno la sintonia con le ragioni degli avversari, senza interrompere lo sforzo per consolidare il prestigio mercantile dell'insegna del gallo nero, che verrà intensificato, anzi,  dopo ogni sconfitta disciplinare. A quell'impegno corrisponderà la progressiva dilatazione della distanza tra le quotazioni dei vini del comprensorio e i prodotti enologici diversi  venduti col nome di Chianti: la circostanza che,  dimostrando l'efficacia della strategia del sodalizio moltiplicherà, con i suoi sforzi, l'ardore degli avversari.

Il primo scacco legislativo è la conversione in legge, da parte del Parlamento, il 18 marzo1926, del decreto governativo che ha sostituito,  alterandolo radicalmente, il disegno che portava il nome di Arturo Marescalchi, il quale rinuncia formalmente, dopo l'approvazione, alla richiesta, avanzata a conclusione del confronto in Senato, di ripristino delle disposizioni originarie.

Sul secondo piano il Consorzio ha conseguito la prima lusinghiera affermazione alla fiera di Milano del 1925, durante la quale, esibendo i vini degli  associati in un piccolo stand fornito di un banco di degustazione, ha realizzato un volume di vendite tale da ritrarre dall'esposizione un significativo utile. La fortunata presenza a Milano non è stata che una delle espressioni della strategia pubblicitaria che ha il più acceso propugnatore nel presidente, De Lucchi, che, appena composti i primi dissapori ha proposto al Consiglio, in un'animata riunione di novembre, un programma propagandistico che prevede inserzioni sui maggiori quotidiani e affissioni murali, la partecipazione alle fiere più significative e la distribuzione di opuscoli.

Se, negando la tutela della denominazione d'origine dei vini, il Parlamento ha consentito il perpetuarsi dell'appropriazione che è, ormai, prassi dei produttori di vino di tutta l'Italia centrale, Italo de Lucchi è sicuro che uno sforzo pubblicitario capace di indurre il consumatore a collegare univocamente i vigneti del Chianti al marchio del gallo, potrà ovviare all'omissione legislativa diffondendo gradualmente il convincimento che il fiume di Chianti che si riversa sui mercati raccoglie cento vini dai titoli di nascita mendaci, uno solo in grado di vantare la  legittimità dei propri natali: quello contrassegnato dallo stemma dell'antica Lega

La concezione della promozione commerciale che ispira l'opera del possidente grevigiano dimostra la propria singolare coerenza in occasione dell'assemblea che chiude il secondo anno di vita del Consorzio, quando, per convincere gli associati a non considerare gettati al  vento i contributi che versano per i contrassegni del Consorzio, che il Consorzio traduce in interventi pubblicitari, svolge, vent'anni prima della coniazione del termine, la più lucida lezione di marketing:

"Se il compratore non richiede la marca perché già la conosce e non ne ha bisogno -proclama rivolgendosi ai soci che evitano l'acquisto dei contrassegni per le confezioni destinate ad acquirenti che reputano sicuri-,  siamo noi che dobbiamo mandargliela perché il circolare del nostro vino anche in zone vicine la diffonde e la fa nota a tutti coloro che ne vengono in contatto. Siano gli addetti ai trasporti, alla ferrovia, ai dazi e dogane, siano i più minuti consumatori, quelli stessi cui può venir dato in regalo il comune fiasco di vino, siano coloro che ne vengono in contatto anche soltanto visivo di mera curiosità, noi creiamo in essi una quantità di gratuiti agenti di pubblicità a nostro vantaggio...E' assioma fondamentale della réclame che essa deve essere ripetuta, che il pubblico deve giungere a conoscere la esistenza di un prodotto e ad associarne istintivamente il nome con quello del suo produttore..."

E' l'espressione più  eloquente della chiarezza degli intenti con cui Italo De Lucchi ha assunto la guida del Consorzio: la relazione che pronuncia agli associati riuniti per la seconda assemblea annuale è destinata, tuttavia, a costituire il commiato alla vita pubblica del possidente di Panzano, un uomo che unisce a spiccate doti di comando il più schietto, intransigente attaccamento ai propri ideali, colui che, sindaco di Greve,  la mattina precedeva in municipio gli impiegati per controllarne la solerzia, ma che di fronte  all'eventualità di cedimenti o compromessi preferisce tornare agli impegni della  proprietà e della famiglia. Fallito, nel 1910, il primo tentativo di imporre a Roma le ragioni del Chianti, esaurito, l'anno successivo,  il mandato di sindaco, ha chiesto con insistenza di essere esonerato dalla guida della Commissione di agitazione, una richiesta da cui ha receduto solo per l'unanime opposizione degli amici. Partecipe del manipolo di  personalità di governo e di  amministratori liberali che non accettano di vestire la camicia nera, all'indomani della marcia su Roma ha abbandonato il municipio, alla cui guida era stato richiamato per acclamazione alla  fine del conflitto. Deciso ad astenersi dall'agone pubblico, ha accettato la presidenza del Consorzio offertagli dagli uomini più vicini al Regime solo dopo il rifiuto del patrizio designato a ricoprire la carica alla prima riunione del Consiglio, il conte Tadini Buoninsegni. Preferendo le personalità emergenti non esporsi in prima persona, non accettando gli oneri dell'incarico colui cui i membri più influenti vorrebbero affidare l'organismo, Italo De Lucchi accetta di continuare il ruolo di alfiere dei diritti chiantigiani: è difficile immaginare non preveda che se il successo coronerà i suoi sforzi egli dovrà affidare l'organismo nato dal suo  impegno a chi  vanta legami più felici con il potere che governa a Roma.

Aprendo la terza assemblea generale, il 21 gennaio 1927, indirizza gli auspici più calorosi, cui rispondono gli applausi dell'uditorio, a Luigi Ricasoli,  per l'entità e  il prestigio dell'attività enologica delle proprie fattorie il primo tra tutti gli associati, nelle settimane precedenti nominato segretario della Federazione fascista provinciale, e alla riunione successiva del Consiglio, il 25 gennaio, cede la  guida del Consorzio a Gino  Sarrocchi, il parlamentare liberale la cui conversione al Fascismo è stata, invece, completa e leale.  Conserverà il titolo di vicepresidente, che gli sarà offerto con calore, ma, dichiarando il proprio dissenso per l'inadeguatezza dei programmi pubblicitari, che pretenderebbe più impegnativi di quanto il Consorzio possa, forse, sostenere, rinnoverà ripetutamente la dichiarazione delle proprie dimissioni. Conoscendone il valore chi ne ha preso il posto si premurerà di  farlo recedere dal proposito, accettando il suo ritiro solo quando, nel corso della  seduta del 31 marzo1933, l'antico presidente rinnoverà la richiesta per gravi  ragioni di  salute. Quando, dopo soli sei mesi, Italo De Lucchi si spegnerà, nel riserbo della casa  fiorentina, nella breve commemorazione che "Il Chianti" inserirà tra le notizie  di cronaca, l'elenco degli amici presenti alle esequie non comprenderà il nome di uno solo dei patrizi e professionisti che guideranno, allora, la vita  del Consorzio.

Chi ripercorra, attraverso i libri sociali, le prime  tappe della vita del Consorzio, è pervaso da stupore, che si traduce, al procedere della lettura, in sincera ammirazione, constatando la lucida determinazione dei protagonisti, antichi proprietari che uniscono ad espressioni persino patetiche di spirito conservatore una straordinaria lungimiranza economica, e la più fiera fermezza politica. Prova quella lungimiranza la chiarezza delle opzioni con cui quel manipolo di uomini dirige, tra frangenti fortunosi, sostenuto di un numero esiguo di associati, l'organismo verso obiettivi nei quali è agevole individuare  i presupposti delle sue affermazioni future.

Contrassegnano le scelte dei paladini del Consorzio alcune caratteristiche assolutamente peculiari. La prima, la combinazione di meticolosità e parsimonia con cui, proprietari di aziende immense  o  professionisti affermati, si premurano di operare ogni scelta con la più ferrea economia, così da assicurare all'organismo gli strumenti necessari al maggiore dinamismo usando dei pochi mezzi che esso ricava dalle quote associative e dalla cessione dei contrassegni.Per dotare il sodalizio di una sede acquisiscono in locazione un quartiere signorile al primo piano di palazzo Uguccioni, in Piazza della Signoria, un'ubicazione che sancisce il prestigio del Consorzio, ma ne subaffittano due locali all'agronomo cui affidano, dopo la rinuncia del dottor Vecchiettini, le funzioni di direttore. Siccome l'espletamento di quelle funzioni non assorbe per intero la sua giornata, il dottor Rossi Ferrini continuerà, infatti,  a praticare la libera professione: disponendo di un ufficio nella sede del Consorzio non dovrà disperdere il proprio tempo, e dagli emolumenti che gli spettano potrà  essere sottratto il corrispettivo dell'affitto. Il Consorzio acquisisce, così, una sede di grande  rappresentatività e un direttore sperimentato pagando per i due servizi metà del valore relativo: una scelta di tanta oculatezza da apparire persino troppo accorta al proprietario dell'augusto palazzo, che, affermatosi il Consorzio, pretenderà il ristorno dei  proventi arretrati del subaffitto, aprendo una controversia che impegnerà per anni le energie  delle due parti.

Con altrettanta oculatezza il Consiglio sceglie gli agenti cui affidare la distribuzione dei contrassegni, acquista un'automobile d'occasione per gli spostamenti del direttore, concorda con la Casa Ricasoli, per la terza edizione della  Fiera di Milano, l'allestimento comune di un padiglione sontuoso, colorita copia della Loggia dei Lanzi, il cui costo sarà equamente suddiviso. Il successo della Loggia ricolma di  fiaschi assicurerà ad  ambedue le parti significativi benefici pubblicitari: il Consorzio dimostrerà ai visitatori di annoverare nella propria compagine il più noto tra tutti i produttori di Chianti, la Casa Ricasoli proverà di essere parte, a differenza dei produttori industriali, del drappello dei veri viticultori ai quali deve rivolgersi il consumatore che pretende sulla  tavola Chianti genuino.

Chi ricerchi, negli eventi delle origini, le radici della vitalità che sospingerà la storia successiva del Consorzio, reperisce la prova della lungimiranza dei fondatori nell'ampiezza degli orizzonti che essi esplorano per individuare le funzioni più congrue da affidare all'organismo per conseguire l'obiettivo cui ha mirato la sua creazione: la difesa mercantile dei vini del Chianti. Collocandosi idealmente all'epoca della costituzione, quando la fisionomia delle istituzioni economiche a servizio dell'agricoltura è oltremodo  più primitiva  di  quanto  diverrà nella seconda metà del secolo, l'osservatore dei nostri giorni non manca di percepire la molteplicità delle opzioni alle quali è astrattamente possibile affidare, nel 1925, la difesa  economica di una produzione vitivinicola.

In anni di rapida metamorfosi del quadro mercantile non è infondato,  infatti,  immaginare gli ipotetici vantaggi che potrebbero assicurarsi agli associati provvedendo all'organizzazione collettiva degli acquisti di materiale vivaistico, di solfato di rame e di fertilizzanti, allestendo stabilimenti comuni di vinificazione o di invecchiamento, apprestando una rete commerciale unica per i prodotti imbottigliati in cantine autonome: dalle fasi iniziali del ciclo produttivo alle tappe conclusive di quello mercantile la preoccupazione per l'efficienza delle aziende chiantigiane  <