La
viticoltura nasce sulle rive del Mediterraneo, unite da rotte sulle quali nel
primo millennio avanti Cristo le anfore di vino costituiscono uno dei generi
che ricolmano con maggiore frequenza le stive: solo nel crepuscolo del
Ventesimo secolo il vino sarà genere altrettanto comune del commercio
internazionale, tanto da alimentare la sensazione della continuità del ruolo della
bevanda ottenuta dalla vite tra le derrate al centro degli scambi mondiali.
L'idea della similarità tra il mercato di una derrata chiave del primo
millennio dopo Cristo e una derrata negoziata in quantità ingenti nel
crepuscolo del secondo millennio dopo Cristo è suggestiva ma aleatoria,
probabilmente arbitraria: oltre che al valore unitario del prodotto, ed alla
sua quota nell’entità complessiva degli scambi, l'incertezza attiene anche
l'identità del bene negoziato alle due epoche, siccome il vino che offriva ai
propri ospiti Agamennone era, con ogni probabilità bevanda radicalmente
dissimile da quella che imbandiscono, a
un ricevimento diplomatico, Jacques Chirac o Elisabetta d'Inghilterra.
Se
la viticoltura è nata, all'alba della
civiltà occidentale, sulle rive del Mediterraneo, la bevanda cui attribuiamo il
nome di vino è, verosimilmente, creatura di un gusto, e di
metodologia, nate in secoli successivi, metodologie che hanno preso vita, con
ogni probabilità, in terre e climi diversi da quelli di origine della
viticoltura, ostili alla vite, tanto da imporre a chi volesse conservare il prodotto della fermentazione di
forzare con l'artificio le peculiarità naturali del vino. L'asserzione può
sorprendere chi conosca la vastità
della letteratura sulla storia del vino, che ha moltiplicato le proprie
espressioni nella sostanziale sicurezza che il gusto della bevanda che
avrebbe ispirato l'apprezzamento di
Salomone, di Orazio, di Carlo Magno e di Winston Churchill sarebbe stato sostanzialmente omogeneo, un postulato che l'esame delle fonti suggerisce di reputare meno
inequivocabile di quanto ci induca a
credere la nostra abitudine, che estendiamo troppo facilmente ai protagonisti della storia che riscuotano
la nostra considerazione.
Per
decidere delle caratteristiche dei vini dell'antichità non possiamo fondarci
sull'apprezzamento diretto: disponiamo di anfore ancora ricolme, conservate
alla fresca temperatura di un fondale marino, ma chi ha tentato l'assaggio ne
ha ricavato, quale unica certezza, nausea ed emicrania. Occorre, quindi, fondarsi su testimonianze
letterarie, con l’accortezza di
ricercare non tanto gli aggettivi che lodano il buon vino, che per chi li
formulava poteva essere bevanda in contrasto ai nostri gusti, ma ai
procedimenti medianti i quali il vino veniva prodotto, l’unica fonte certa per
desumerne i connotati organolettici. Purtroppo, però, la biblioteca
dell'agronomia greca, di cui conosciamo la vastità, è andata interamente
perduta 1), quanto è
sopravvissuto, della letteratura
ellenica, sul vino, ci viene offerto dai testi di medicina, che menzionano vini eccellenti, senza
spiegare, però, in quali peculiarità
quell'eccellenza consistesse, e da quali procedure derivasse.
E'
assai più consistente quanto
sopravvive della letteratura agronomica latina, di cui possediamo cinque
opere fondamentali, quella di Catone, quella di Varrone, quella di Columella, quella di Plinio e
quella di Palladio. Tra tutte la più organica e la più lucida è, senza
possibilità di equivoci, il De re rustica
di Lucio Giunio Columella, che per la coltura della vite ci propone, nel III e
nel IV libro, un compendio di prescrizioni tanto razionale che per quasi
milleottocento anni nessun agronomo potrà vantarne uno più funzionale. ma che sulla trasformazione dell'uva in vino
non fornisce, nel XII libro, il proprio manuale di manipolazione degli
alimenti, che consigli frammentari.
Introduce
la propria trattazione, infatti, menzionando l'esistenza di vini ricavati dalla
fermentazione del mosto senza manipolazioni diverse: "Riterremo ottima
qualunque qualità di vino sia
in grado di invecchiare- leggiamo nel capitolo 19- senza condimento, ad esso non si deve mescolare alcuna sostanza da cui il sapore naturale
possa restare alterato. Le cose migliori sono infatti quelle che possono piacere per le proprie caratteristiche intrinseche." 2) Proposta
l’enunciazione, che sollecita tutto il nostro interesse, lo scrittore latino
dedica tutta l'attenzione alle pratiche di concia e correzione di vini destinati
a risultare radicalmente diversi dal prodotto della fermentazione.
Nessun
dato univoco possiamo ricavare, dal
testo del grande agronomo, sull'operazione chiave del processo di
vinificazione, la fermentazione, sulla
quale le notizie della letteratura latina sono tanto incerte che tre studiosi di autorevolezza indiscussa, Billiard, Giovanni Dalmasso e Arturo
Marescalchi, pure sostenendo che essa
venisse effettuata dopo la separazione di fiocini e raspi, sottoposti al
torchio immediatamente dopo la pigiatura, riconoscono che nessuna fonte avalla
la supposizione in modo inequivocabile, e contraddicono l'asserzione
includendo, nel catalogo delle diverse qualità di vini, il sanguineum, il purpureum, il niger, che
non si capisce come potessero ricavarsi senza la macerazione di raspi e fiocini
3).
Avanzare
illazioni sulle caratteristiche dei vini dell'antichità è terreno di cimento
attraente, sul quale si sono esibiti, con baldanza disgiunta da
ogni prudenza, cultori di storia
dalla competenza più eterogenea. Se, confermando l’asserzione di Columella
dell’esistenza di vini “puri” e di vini conciati, tutte le fonti paiono dimostrare l'esistenza, in età
romana, di due distinti mercati della bevanda, uno corrispondente al circuito
dei vini di alta qualità e di prezzo elevato, uno a quello dei vini di qualità
scadente e di prezzo più modesto, un
dualismo che pare confermato da testi di natura diversa,, la sussistenza di un
circuito dei vini di alta qualità non prova, come ne inferiscono troppi cultori
del buon vino, che i vini di qualità per il consumatore romano sarebbero
apprezzati anche dal palato moderno.
Constatare la
duplicità del mercato non
risolve, cioè, il problema delle caratteristiche organolettiche da attribuire
ai vini della fascia alta, che possiamo immaginare dotati dei pregi che fanno
di un vino prodotto di valore anche per
il palato moderno, o di peculiarità in cui il nostro palato non riconoscerebbe
pregi ma, piuttosto, ragioni di repulsa. Ha proposto una risposta interessante
al quesito un grande naturalista dell’Ottocento, Giorgio Gallesio, asserendo
che "Tutto ...induce a credere che i vini di lusso vantati da Orazio, e
nominati da Plinio e dai geoponici latini, altro non fossero che vini liquori, cioè
a dire i vini conosciuti in Italia sotto il nome di vini santi" 4),
un’ipotesi che può essere convincente, che ci farebbe reputare appetibili al
nostro palato i grandi vini dell’antichità prima, si deve comunque ribadire, che venissero sottoposti ad affumicatura
e ad invecchiamenti ultradecennali.
Ha
sostenuto, precedendo la schiera degli scrittori moderni di vino, l’elevata
qualità dei vini romani, fondata sulla perfezione delle pratiche di cantina
Luigi. Manzi, che nel 1883 scriveva che "E' fuor di dubbio che i Romani
conoscessero la vinificazione e l'arte di conservare i vini: ciò viene
chiaramente attestato dalle razionali, diligenti ed assidue cure che vi
ponevano. Si ha pure una prova luminosissima non solo nel leggere in tutti gli
autori antichi che bevessero i vini di
cento e più anni, ma nell'esaminare i
particolari loro precetti ricevuti da' Greci, i quali..possedendo già l'arte di
manipolare i vini, vantavano per loro maestri Eufromio, Aristomaco, Commiade ed
Icesio." 5)
Ma l'uso di bere vini secolari non è, come
asserisce Manzi, prova di un gusto del vino assimilabile a quello moderno, è
prova del contrario, e avvalora la
deduzione rilevare che mentre la letteratura agronomica fornisce testimonianze molteplici della
manipolazione del vino mediante infusione delle sostanze più inverosimili,
pratiche che Manzi riferisce in pagine minuziose, sono alquanto più volatili
gli indizi delle "diligenti
ed assidue cure" che sarebbero
state impiegate per produrre vini eletti.
Sullo
sfuggevole argomento la pagina più sicura è stata scritta, probabilmente, da
Dalmasso e Marescalchi nella propria enciclopedica storia del vino, dove,
ribadita la duplicità del mercato romano, sottolineano l'incompatibilità con il
gusto moderno di pratiche menzionate dagli scrittori latini come condizioni per
l'apprestamento di bevande raffinate, l'affumicamento delle anfore nell'apotheca, i tempi di invecchiamento
pluridecennali dei vini di pregio maggiore, l'aggiunta di acqua di mare o di
pece a quelli di pregio inferiore,
segni di un gusto del vino radicalmente difforme da quello moderno 6).
Le
perplessità dei due maestri di enologia
non hanno sfiorato la molteplicità dei saggisti che, sedotti dal tema, gli
hanno dedicato la propria passione dopo la composizione dell'opera dei due
dioscuri della viticoltura. Li hanno ignorati, soprattutto, i facondi alfieri
della letteratura enogastronomica, pronti, davanti a un bicchiere di buon vino della Campania, un tempo felix, a sentenziarne
l'identità col prodotto della più nobile delle uve del catalogo ampelografico di Columella o di Plinio
Ha
ignorato le riserve dell'opera classica
André. Tchernia, che nel proprio
sommario sulla viticoltura antica asserisce che "L'invecchiamento si
combina... con la qualità del luogo di produzione per creare nell'Italia romana
dei vini di gran lusso", che pare
reputare susciterebbero
l'apprezzamento del palato
moderno.7) Ignora ogni perplessità Hugh
Johnson nella propria storia del vino, in cui contro l'esistenza,
evidenziata da Marescalchi
e Dalmasso di vino sanguineum,
purpurem e niger, proclama, a p.
81, la certezza che i migliori vini romani
"erano tutti vini bianchi...erano anche vini dolci...",
aggiungendo che "senza ombra di dubbio...i Romani erano dei conoscitori esigenti, e...i loro vini migliori erano prodotti con tecniche raffinate."
8) senza peritarsi, purtroppo, di menzionare i testi che suffragherebbero
tanta sicurezza.
In
Un’altra storia del vino di un certo successo Tim Unwin si preoccupa, per parte
sua, di premettere alla considerazione delle tecniche enologiche romane la
considerazione del processo della fermentazione, che descrive asserendo che
"I tempi e la temperatura a cui si svolge la fermentazione sono
d'importanza primaria nel determinare le caratteristiche del vino che si
otterrà; infatti una fermentazione breve, di uno o due giorni, produce vini
leggeri, mentre una fermentazione lunga, di parecchie settimane e ad alte
temperature, viene destinata ai vini destinati ad invecchiare, per estrarre
tutto il colore e il tannino possibile
dalle bucce." 9), espressione di un convincimento che pare supporto assai poco sicuro per giudicare
le pratiche enologiche dell'antichità. Proseguire la macerazione per
"parecchie settimane", come Unwin mostra reputare necessario per i grandi vini, porta senza dubbio,
infatti, ad estrarre completamente colore e tannino, ma anche a trasformare in aceto parte dello spirito già
ottenuto. La differenza capitale tra il vino dell'antichità e il vino che apprezziamo sulla tavola deve individuarsi, probabilmente,
nelle conseguenze di una macerazione
interminabile, quale quella che Unwin reputa necessaria ad un vino di pregio,
causa di colorazione eccessiva, di perdita di ogni aroma, di inizio di acetificazione, i difetti che furono, probabilmente, comuni
nei vini romani, caratteristica costante di quelli medievali. Nel lungo
capitolo "Il vino
nell'economia greco-romana" Unwin ribadisce la duplicità della
produzione enologica rilevata dai
predecessori, senza spiegare quali
differenze enotecniche sussistessero nella preparazione dei vini delle due classi. Aderisce, quindi,
all'opinione che tra il I secolo avanti Cristo
ed il I dopo Cristo il baricentro della produzione si sarebbe spostato,
in Italia, a vantaggio dei secondi, ma a prova suprema cita un passo di Plinio,
un autore la cui affidabilità è spesso oltremodo incerta 10).
Se
pure, superando i dubbi più fondati, si potesse dimostrare che i
vini conservati nelle cantine di Lucullo e
di Mecenate avrebbero estasiato l'amatore moderno, non è dalla
tradizione classica che prendono vita l'enologia moderna e il correlato gusto
del vino: qualsiasi fosse la razionalità delle pratiche impiegate dai
cantinieri romani, la loro enotecnica si dissolve nei secoli del Medioevo, e
quando rinascerà un'enologia razionale non sarà più creatura delle rive del
Mediterraneo che sono state culla alla viticoltura, ma di quelle del Reno,
della Mosella e della Senna, sulle quali i monaci cristiani hanno trapiantato
la vite in un ambiente naturalmente inospitale, dove essa è incapace di
produrre uve dalla zuccherosa sapidità
delle terre natali, la cui trasformazione in vino impone una maestria che non è
necessaria nei paesi d'origine. Se la vite è figlia dei lidi solatii che si
specchiano sull'Egeo e sullo Ionio, il vino, nelle peculiarità che
pretendiamo nella bevanda, è creatura
di terre dove la vite è giunta straniera, dove ricavarne
una bevanda serbevole non è dono
spontaneo della natura ma espediente dell'arte.
Sulla
frattura della tradizione
enologica che si verifica tra Età classica e Medioevo ha
proposto i rilievi più lucidi André Tchernia,
che individua la scriminante tra
le due epoche nell'impiego di vasi
vinari radicalmente diversi: mentre i vasi di argilla, anfore, dolii e lagene,
impermeabilizzati con cera e sigillati con gesso e pece, consentivano, infatti,
al mondo antico di protrarre la vita del vino, accrescendone il valore,
per tempi indefiniti, per quasi un
millennio, dopo il tramonto di Roma, il vino viene conservato in primordiali
vasi di legno, che non permettono ai vini più deboli di superare neppure sei
mesi di vita, imponendo il generale consumo della bevanda entro l'anno,
nell'attesa sempre spasmodica della nuova vendemmia, la meta da raggiungere per
lasciare l'aceto in cui il vino si è convertito negli ultimi mesi, e brindare
con vino nuovo. Seppure, contro il
convincimento di Tchernia, l'uso dei
vasi di terra nei paesi mediterranei non sia mai scomparso completamente, per
l'Europa centrosettentrionale, per la
storia del vino area assai più rilevante, il rilievo è senz'altro
capitale. 11)
Sulle
peculiarità del vino del Medioevo, nella sua storia della bevanda Johnson
riconosce la difficoltà di stabilire, per la labilità delle denominazioni
nel tempo, l'identità dei vitigni, che,
incurante dei moniti di Dalmasso, ha attestato con certezza per l'età classica,
e dichiara che "i metodi medievali si sono conservati quasi ovunque
almeno fino al diciottesimo secolo, e in certi luoghi sono ancora praticamente
invariati...i cambiamenti più importanti sono avvenuti nelle vigne, non
nelle cantine..." 12), un'asserzione di cui è assai probabilmente vero il contrario, essendo rimaste pressoché inalterate le
pratiche di coltura della vigna, ma essendosi radicalmente modificate
le tecniche di cantina, come riconosce
lo stesso Johnson ammettendo che "il vino medievale era fatto in gran
fretta, spesso con una miscela di uve del tutto casuale, e con conoscenze
scarse o inesistenti su come
conservarlo..." 13)
Quale
termine temporale si può apporre al Medioevo del vino, quindi alla nascita dell'enologia moderna, e del gusto moderno della bevanda?
Tchernia, fisso al problema dei vasi vinari, colloca la scriminante nel XVIII
secolo, come conseguenza della riscoperta di vasi impermeabili e di tappi capaci di annullare gli scambi
gassosi del contenuto 14). La letteratura
agronomica fornisce, peraltro, le
prove di una storia più
articolata, che non è mera storia di vasi vinari, ma la storia di una
dicotomia alquanto netta, fino dal XV secolo, tra i paesi in cui si
diffondono le pratiche di matrice centroeuropea, il primo luogo la Francia, e i paesi dove la tradizione medievale si
protrae nell'indifferenza a ogni stimolo, in primo luogo l'Italia.
Propone
la prima testimonianza, in un'opera
agronomica, della primordialità dell'enotecnica invalsa, in Italia, nel secolo
in cui la società medievale conosce il massimo rigoglio, il maggiore scrittore
rustico del Medioevo, Piero de' Crescenzi, che nel quarto libro dell'Opus commodorum ruralium, composto tra il
1304 e il 1309, illustra, al capitolo XXIII, come procedere alla
pigiatura:
"Messe
l'uve nel tino, incontanente, co' piedi,
premer si convengono da coloro, i quali sono ordinati a ciò -leggiamo
nella traduzione settecentesca di Bastiano
de' Rossi-: e quando ogni acino ugualmente avranno calcato, suso i
raspi, e le granella si sollevino, e traggano, acciocché 'l mosto di molto
omore discorra di sotto a' tini...Ma in
alcune parti, come a Bologna, la
calcano alla vigna nelle bigonce, sì come mezzanamente possono: e
calcate, poste sopra i carri ne' vasi, si portino a' tini, ne' quali stare a
bollire permettono per otto dì, e
oltre, infino a quindici o vero venti; perlaqualcosa molto si purificano i
vini: ma del sapore de' raspi molto si magagna il vino. Ed imperò meglio è, che
sopra il vaso si ponga un graticcio, o vero strumento d'asse forato, a questo
disposto, sopra il quale stia un pigiatore, il quale, pigiando, compia quello,
che nella bigoncia compiere non poteo. E quando bene tutti avrà calcati i
raspi co' piedi, da una parte del tino gli metta, nel quale tanto solamente
bolla, che purificato sia, e i raspi
sopra il liquore elevati, e da quello divisi, il che in pochi dì
adiviene." 15)
Nello
stile più genuino di Crescenzi, è una pagina contraddittoria e confusa: dopo
aver affermato, infatti, che una lunghissima fermentazione, che può protrarsi
fino a venti giorni, costituirebbe il mezzo per purificare il vino, sovraccaricandolo,
dobbiamo desumere, di componenti coloranti,
e innescando, inevitabilmente, un'iniziale conversione dello spirito
in aceto, quello "spunto" che
contraddistingue tutti i prodotti di
una vinificazione troppo prolungata, il dotto bolognese riconosce che una
macerazione tanto lunga imprime al liquido così radicalmente purificato il
gusto dei raspi guasti. Per evitare l'inconveniente suggerisce, allora, di
procedere alla vinificazione senza raspi, quella che l'enotecnica odierna definisce "in bianco". Proposto il
consiglio, aggiunge che la fermentazione deve protrarsi, allora, per un tempo
alquanto inferiore. Una procedura da cui risulterà una bevanda inaccettabile al
nostro gusto, una che suscita il nostro consenso: tra le due Crescenzi non
sceglie, indicando quale si debba adottare per ottenere il vino destinato ai
palati più esigenti, e alla sua incapacità di scegliere non possiamo sostituire, a nostro arbitrio,
l'opzione che ci paia più verosimile, siccome scegliendo attribuiremmo il
nostro gusto ai consumatori del
Medioevo, che, sappiamo da cento prove, a
tavola amavano sapori e aromi per noi difficilmente sopportabili.
All'alba
del Cinquecento, compone la propria Obra de agricultura Gabriel Alonso d'Herrera,
il professore di Salamanca che in tema
di vino propone più di un elemento di
un'enologia alquanto avanzata, il segno, se notizie diverse potessero
aggiungersi alle pagine enologiche del suo trattato, che nella Spagna del Siglo de
oro si beve un vino assai
più sapido e brillante di quelli che si consumano, generalmente, nell'Italia
della Rinascenza. A ragione dell'uso, ancora generale, di vasi d'argilla,
attestato da Herrera, quel vino potrà altresì essere conservato a lungo. Un
vino che anche il palato moderno apprezzerebbe? Seppure la risposta più
verosimile sia positiva, dare all'interrogativo una risposta incontrovertibile
non è agevole: per farlo sarebbe necessario poter commisurare, in Spagna, la
sopravvivenza di buone pratiche antiche e l'influenza di nuove, razionali e
diverse, regole francesi, un proposito tale
da imporre di affrontare più di una difficoltà 16).
Sul
terreno enologico, tra gli elementi di interesse dell’opera di Herrera si
debbono aggiungere i precetti che il dotto iberico propone per migliorare la
serbevolezza del vino innalzandone il grado alcolico con l'aggiunta di uva
passa o mosto cotto, o correggendone l'acidità con la soluzione di gesso o di
cenere di sarmenti, i primi elementi, nella storia delle pratiche di
manipolazione degli alimenti, della tecnologia per la correzione chimica di
vini originariamente difettosi. 17)
Offre
argomenti capitali per definire i caratteri del vino italiano nel cuore del
Rinascimento Agostino Gallo, che vergando, nel 1564, le Dieci giornate della
vera gricoltura, e piaceri della villa, scrive, nella quarta giornata, dedicata, appunto, al vino: "Che per esser usanza de'Francesi di
non bevere, se non vini claretti, come essi li chiamano così, per havere poco
colore; quanto manco bogliono, e ritrovando alla venuta loro questi altri tanto
grossi, e tanto aspri, e carichi di colore,
non potevano patire a beverli cosi fatti. La onde cominciando a farli
bollire al modo loro di Francia, i Milanesi, & altri suoi popoli
conoscendo, che questa via era assai migliore della sua, hanno poi perseverato
a farli bollire quel poco tempo, che vi ho detto. Senza che medesimamente ha fatto il Ducato di
Savoia, Piemonte, Saluzzo, Monferrato, e quasi tutta la Lombardia.
Percioche veggono, che i vini restano
con piu bel colore, con miglior sapore, e con maggior bontà, e che anco si
conservano maggiormente, che non facevano." 18)
Non
è una semplice notizia di costume, è la registrazione di un evento di
portata capitale per la storia delle pratiche enologiche in uno
dei paesi d'origine della viticoltura
europea. Con la precisione dello storico dell'economia Gallo registra che il
prodotto della vinificazione dei
vigneti italiani al tempo della prima scorreria di Luigi XII nel Bel Paese era
inaccettabile al palato francese, e, con la precisione dell'agronomo,
identifica la ragione del disgusto
gallico nella lunghezza dei tempi di fermentazione in uso in Lombardia, causa di una cessione
sovrabbondante delle componenti coloranti e tanniche dei raspi e dei fiocini, e
dell'inizio della conversione dello spirito in acido acetico. Nella ricca
Italia del Rinascimento i cavalieri francesi, rispetto ai signori italiani
barbari incolti, trovano un vino ripugnante al
proprio gusto, e, conquistata la Lombardia, impongono ai nuovi sudditi
di vinificare in modo radicalmente diverso, fino a convincere i più civili
vassalli della migliore qualità della bevanda che si ottiene regolando la
fermentazione "al modo loro di Francia".
Provano
che il mutamento ha avuto la portata di autentica rivoluzione tecnologica le pagine successive del
capitolo enologico del trattato, nelle
quali Gallo moltiplica l'illustrazione di pratiche di cantina assolutamente
incompatibili con la produzione di un vino corrispondente al gusto nuovo, il
gusto francese, il segno che neppure il
grande agronomo ha pienamente accettato i canoni giunti da oltr'Alpe. E'
emblematica, ad esempio, la precettistica che detta per aggiungere al mosto
acqua, che gli agronomi francesi insegnano ad usare, con le vinacce, per fare
mezzovino destinato alla servitù,
che Gallo, e i
successori italiani, suggeriscono di impiegare per ricavarne bevande che si
ostinano a definire con gli aggettivi
più lusinghieri, bevande, cioè, per la tavola signorile:
"...se
ponerete, per essempio, il lunedì nella tina trenta brente di uva buona, ben
cernita, ben matura, e non rotta, il martedì di sera le metterete sopra almeno
dodeci brente di acqua, e la caverete poi la sera del mercordì seguente,
ponendola cosi vinata in una benaccia, o altro vaso, accioche possa essalare.
Poi il giovedì sera la ritornerete sopra la detta uva & un'altra volta la
cavarete la sera seguente del venerdì ritornandola similmente la sera seguente
del sabbato, ritornandol'anco la domenica di sera, la ponerete per questa volta
nel medesimo vaso, poi ultimamente, pestata ben quell'uva, la mattina del lunedì seguente, cavarete tutto il
vino, perche sarà ben chiaro, e molto delicato." 19)
Se per vino “delicato” deve intendersi un vino
di tenuissima alcolicità, diafano e privo di nerbo, non v'è dubbio che
sull'impiego dell'aggettivo possiamo convenire con Gallo, ma se, invece, l'attributo volesse indicare
un compendio di aromi penetranti, il gusto che professiamo ci vieta di consentire con l'autore bresciano:
dopo una settimana di travasi congegnati, parrebbe, per fare marcire l'uva,
che a ragione Gallo ha
prescritto fosse "buona, ben cernita, ben
matura", sarà improbabile che il liquido ricavato dal
macchinoso procedimento possegga una sola delle peculiarità del liquore cui
tributiamo il titolo di vino. Come
potrebbero gusti e aromi della materia
prima, che è materia delicata, superare
operazioni che paiono realizzate appositamente perché, in omaggio a qualche
massima oscura della medicina galenica, l'uva possa essalare ogni
"umore" originario?
I signori italiani
bevevano, quindi, solo soluzioni orrende di alcol, aceto tannino e sostanze
coloranti? Se desumiamo la risposta dalle pagine di Gallo, che è nobile, che
conduce la propria azienda in terra di buone uve, e che possiede una cantina
attrezzata di recipienti adeguati, la risposta parrebbe dover essere,
verosimilmente, positiva. Ma gli stessi signori bevevano altresì vini “greci”,
tutti i vini del Meridione ad alta gradazione che, nonostante i proibitivi
costi di trasporto raggiungevano corti e palazzi in tutte le regioni d’Italia.
E nel Mezzogiorno, date le caratteristiche della materia prima, il vino è
sempre stato sostanzialmente diverso da quello del Settentrione, un vino
probabilmente assai più colorato e tannico, in passato, ma di elevata
gradazione alcolica e privo di aceto, il vino di una terra dove la storia delle
pratiche di cantine è radicalmente diversa da quella dell’Italia settentrionale
e centrale.
Otto
lustri dopo la prima edizione delle Giornate
Bernardo Davanzati, mercante ed erudito, quasi il prototipo di quell'uomo del Rinascimento di cui gli storici
tedeschi faranno, nell'Ottocento, eroe superumano, scrive un volumetto di lucidi
precetti per la cura del giardino che si distende attorno alla villa che, dopo
l'acquisto del titolo nobiliare, il mercante fiorentino compera in Chianti o
nel Mugello. In quel giardino una superficie cospicua è ricoperta dai
pergolati, creati con nobili viti i cui polloni il signore ha fatto giungere
anche da lontano. Dalle uve che se ne raccolgono il letterato fiorentino
insegna a ricavare vini assai più prossimi al gusto francese che al prodotto
delle alberate padane di cui ha
illustrato la manipolazione Agostino Gallo.
"
Con uno strumento a guisa di vanga quadra, qual sia tagliente, ammosta
parecchie volte al dì per non lasciar la vinaccia riscaldare, e il vino
pigliare il fuoco; e taglia i raspi bene, accioché n'esca un certo umore
asprigno e rodente, che il vino fa tirato e risentito; poi lascialo alcun
giorno posare, e quando è quasi chiaro, svina e imbotta un po' giovane,
accioché nella botte alquanto grilli, e perciò si risenta e schiarisca..."
20)
Davanzati
è maestro di lingua: è il trionfatore
nella tenzone contro il dotto francese, Henri Estienne, che aveva
dichiarato l'italiano lingua tanto prolissa da costringere chi avesse tentato
la traduzione di Tacito a moltiplicare a dismisura il numero delle parole:
vergando la più famosa delle traduzioni italiane dello storico latino non solo
ha usato un numero di vocaboli inferiore al francese, ma persino all'originale,
conciso fino all'ermetismo. Lasciando la lingua della storia per cimentarsi col
lessico di cantina, enuclea l'essenza della nuova enologia in una locuzione che
sarebbe arduo sostituire con altra più eloquente, prescrivendo che il vino grilli nella botte: il risultato di una
fermentazione nel tino interrotta
quando la produzione di alcol non è ancora terminata. Perché la
fermentazione prosegua dopo il travaso il mosto deve contenere ancora, infatti,
parte del fruttosio originario, deve essere rimasto nel tino il tempo
prescritto dalla nuova enologia al modo di Francia, che, per i contatti più
diretti con la nobiltà francese, i patrizi toscani mostrano di avere adottato
con maggiore celerità e coerenza dei cantinieri delle regioni diverse della
Penisola.
L'anno
1596 vede la luce a Roma, una città dove la presenza della corte papale non
stimola un'editoria di particolare vivacità, un elegante tomo in folio, una
delle ultime opere composte in latino nella Rinascenza, De naturali vinorum historia. De vinis
Italiae et de Conviviis
Antiquorum libri septem. E' il
primo, grande atlante dei vini d'Italia, l'autore, Andrea Bacci, è medico di
Sant'Elpidio, legato al cardinale Ascanio Colonna, uno dei prepotenti
protagonisti della vita politica
dell'Italia che procede verso la greve decadenza seicentesca. Fonte
preziosa per la storia della viticoltura nella Penisola, l'opera suscita in chi voglia fissare le tappe dell'enologia italiane speranze che la
lettura rivela di incerto soddisfacimento. E' fino dal primo capitolo, il cui titolo,
De vinorum cultu varia artificia,
non manca di suscitare fondate attese,
che Bacci mostra di conoscere pratiche diverse di vinificazione, di non averne desunto, tuttavia, conseguenze
rigorose sulle qualità dei vini che ne derivano:
"
E' comune in quasi tutta l'Italia il vino Ritornato -scrive al paragrafo
dedicato alle Retornati vini varietates-, la quale voce dialettale
deve considerarsi novità, non potendosi attribuire all'uso consolidato degli
antichi. Infatti, dopo avere pigiato le uve,
come d'uso, nel palmento, raccoltosi il mosto nella vasca sottostante,
riversano tutto il mosto sulle vinacce, con le quali bollendo per due giorni,
produce per le fecce ed i raspi un calore vivacissimo, di cui costituisce
proprietà naturale digerire, fondere e unire le parti omogenee, separare quelle
eterogenee, cosicché si separa un vino sincero, che in parte per il calore intrinseco, in parte per l'ebollizione
incidentale, produce spirito vinoso, che ribolle anche quando lo si versi nei
bicchieri (ciò che è proprio del vino sincero). Per l'ebollizione seguono
regole diverse. Alcuni nello stesso palmento (come è stato detto), pigiate
accuratamene le uve, lasciano il mosto sedimentare e purificarsi, che è la
pratica più comune, e accettabile per
una vendemmia modesta. Ma dove la vendemmia sia copiosa, tanto da non
permettere di occupare il palmento fino all'indomani, o fino al terzo giorno, e
per quanto tempo occorra, è necessaria la disponibilità di più vasi, che
chiamano tini vinari, grandi, di quercia e di solida costruzione, in cui
riversano le vinacce pigiate e il mosto che ne è colato perché subisca la
necessaria ebollizione per cinque, sette, nove giorni o più se l'ebollizione
è tardiva, fino a quando verifichino
che deve essere riposto nei suoi recipienti. Altri, come non è errato, compiono
l'intera operazione negli stessi vasi che, in cantina, sollevati due palmi dal
pavimento, tolto di sopra il secondo fondo, assolvono eccellentemente alle
funzioni dei tini, siccome i vasi nell'ebollizione del mosto rigurgitano, e
assorbono le qualità dello stesso mosto. Consumatosi, poi, il fervore, esso
viene travasato in numerosi recipienti, quindi riversato nei suoi vasi bene
acconciati e ripuliti in attesa del consumo, tanto a lungo quanto il vino
richieda per il suo calore a perfezionarsi, in quindici, venti giorni o anche
più, siccome ve ne sono alcuni che, per
l'indomito vigore della loro sostanza, non acquistano la maturità e la
sincerità fino all'estate..." 21)
E'
un'illustrazione di tecnologia enologica che propone più di un elemento di interesse, tutti resi incerti, tuttavia, dal procedere sommamente
impreciso dell'esposizione. Il primo è
costituito dall'illazione, che suggerisce, che, se la fermentazione con le
vinacce è procedura quasi generale, si debba considerare praticata anche quella contraria, la fermentazione del mosto separato dalle vinacce, la
stessa duplicità che abbiamo riscontrato in Crescenzi. Sulla seconda pratica
Bacci non si sofferma. Anche per
la fermentazione con le vinacce l'autore cinquecentesco sembra
alludere alla fermentazione in vasi chiusi, quali pare indicare la prescrizione
della solidità dei tini suggerita dal medico marchigiano. E' solo da una
fermentazione che si svolga senza scambi con l'atmosfera che può prendere
origine quel vino frizzante che Bacci dice ottenersi dal processo, tale, precisa,
da spumeggiare nel bicchiere. Anche l'ultima indicazione, del
compimento della fermentazione, durante i mesi invernali, nelle botti sigillate, è indizio del governo
razionale della prima fase della vinificazione, modulato per non esaurire la
formazione di alcol nella fase tumultuosa. Gli stessi tempi di ebollizione, due soli giorni con le
vinacce, cinque-sette nel tino, sono certamente più brevi di quelli della tradizione, un indizio ulteriore di
un'enologia evoluta.
Gli
elementi innovativi suggeriti dal testo non sono ordinati, peraltro, in
argomentazione organica, tale da fare
della pagina del medico cinquecentesco espressione di metodologia enologica di
carattere inequivocabilmente
innovativo. Nei capitoli successivi Bacci non affronta più, peraltro, il tema
con meticolosità, la catalogazione dei vini italiani che sciorina nelle
centinaia di pagine di geografia
viticola non propone, a tutte le
latitudini della Penisola, che vini
degni di encomio, consolidando nel
lettore l'impressione che l'Italia del Cinquecento corrisponda alla mitica
Oenotria che del vino dovrebbe considerarsi la patria: un'immagine che cento
elementi ci impediscono di considerare veritiera.
Anche
nel panorama che delinea dei vini stranieri, un panorama ricchissimo
seppure privo, paradossalmente, di
notizie sulla Francia, Bacci loda vigne e vini, non fissa l'attenzione sulle
pratiche di cantina, che sul Reno e sulla Mosella, cui dedica ampio spazio,
sono radicalmente diverse da quelle in
uso nella maggior parte delle cantine italiane. Il più vasto trattato
cinquecentesco sul vino, il grande panorama dei vini italici di cui affrontiamo
la lettura alla ricerca di risposte sicure ai quesiti capitali sulla storia
dell'enologia, si rivela, così, più monumento di erudizione corografica che testo di tecnologia enologica,
evade tutte le domande cui si cerchi
risposta nell'elegante, né sempre chiarissimo, latino del medico marchigiano.
Non
propone notizie più sicure, né
osservazioni enologiche più penetranti, della monumentale opera di Bacci
il più succinto Trattato della
coltivazione delle viti, e del frutto che se ne può cavare che
Giovanvettorio Soderini, patrizio
fiorentino, stila, negli stessi anni, come parte della più ampia Coltivazione toscana delle viti e d'alcuni
alberi, un farraginoso manuale da cui gli editori ricaveranno trattatelli
diversi, tra i quali quello di viticoltura, stampato dai Giunti l'anno 1600,
vanterà la palma del numero maggiore di edizioni. L'autore pare avere
viaggiato, o avere conosciuto viaggiatori che hanno visitato regioni viticole
diverse, riferisce quindi, pratiche di coltura molteplici, fornendo un mosaico
di geografia viticola che non sarebbe privo di interesse se le osservazioni
penetranti che è dato reperirvi fossero più frequenti di quanto non siano,
disperse nella pluralità dei rilievi
più banali. Dove notizie significative è dato reperire, peraltro,
nell'opera fiorentina, sono notizie
sulla coltura della vite, non sulla
trasformazione del suo frutto in vino 22).
Conclude
la grande stagione dell'agronomia rinascimentale, negli anni a cavaliere tra i
due secoli, la stampa del Théa^tre d'agriculture et mésnage des
champs, il capolavoro con cui
Olivier de Serres, il signore provenzale di fede ugonotta delle cui
conoscenze agrarie si avvale anche Enrico IV, suggella le cognizioni agronomiche dell'età di Bacone, di Cartesio e di Galileo. Geniale nella
concezione complessiva, sorprendente, per perspicacia e lucidità, nella
trattazione delle materie specifiche, nel libro dedicato alla viticoltura e
all'enologia l'opera francese propone un manuale che resterà insuperato fino a
quando, nella stessa lingua, un uomo
politico dall'ingegno di naturalista getterà le basi dell'enologia fondata
sulla chimica quantitativa.
Quando
il signore ugonotto scrive il proprio manuale l'edificio dell'enologia non può
fondarsi sulla conoscenza della natura chimica del vino, consta dei frutti
dell'osservazione secolare delle cento metamorfosi della bevanda secondo le
condizioni ambientali e le procedure cui venga sottoposta, quelle conoscenze
che nelle regioni diverse della Francia hanno plasmato tecniche di cantina efficaci, usando le quali i viticoltori
ricavano, ogni anno, la bevanda migliore che consentano le uve che hanno
vendemmiato.
Se
le origini della viticoltura europea sono radicate sulle rive del mare, quelle
dell'enologia moderna sono infisse sulle sponde dei grandi fiumi dell'Europa
centrale, primi tra tutti il Reno e la Senna, che lambisce tre grandi regioni viticole, l'Alsazia, la
Borgogna, la Champagne. Elencando l'area d'origine dei grandi vini del suo
tempo, Olivier de Serres traccia la prima geografia viticola dell'Esagono.
Animato da gallico amore di patria non varca i confini della Francia, non fornisce
alcun indizio per determinare il
contributo che all'evoluzione delle metodologie francesi possa avere prestato
la tradizione del Reno, che attraversa le regioni viticole in cui produrre buon
vino è obiettivo più arduo, dove l'enologia vanta tuttora primati insuperati,
che è verosimile pensare abbia preceduto anche la Francia nella definizione del
gusto moderno della bevanda: il problema della precedenza enologica tra le rive
del Reno e quelle della Senna è quesito
capitale della storia dell'enologia, ed è problema aperto.
Componendo
la sintesi razionale del patrimonio dell'osservazione empirica, Olivier de Serres ne ordina i segmenti costruendo
una metodologia che distingue lucidamente
le finalità di ogni operazione e
il divergere dei risultati all'introduzione di ogni accorgimento
diverso. Erige, così, un funzionale
edificio di tecnologia, l'edificio più organico che l'empirismo potesse
apprestare prima che la comprensione chimica del fenomeno della conversione del
succo dell'uva in soluzione alcolica consentisse la congegnazione di
un'autentica tecnologia scientifica. Realizzando quell'edificio il signore provenzale trasforma in dottrina la
tradizione che ha imposto, in Francia, il gusto di una bevanda che non è
comparabile col vino del Medioevo, quel vino che i cavalieri di Luigi XII hanno
trovato in Italia e hanno giudicato
imbevibile. Definendo quella dottrina compone il primo manuale dell'enologia
moderna.
Alla
coltura della vite e alla trasformazione in
vino dell'uva che se ne ottiene l'agronomo francese dedica il terzo libro del Théa^tre, uno dei più ampi
dell'opera, nel cui corpo enuclea i cardini della propria dottrina enologica
nelle pagine in cui detta le regole per il governo della fermentazione, la chiave di volta di ogni metodologia
di cantina, la scriminante tra gusto antico e gusto moderno del vino:
“La preparazione dei vini
-leggiamo nell'ottavo capitolo- richiede come sua prima operazione la
pigiatura dei grappoli: siccome secondo la loro diversità, ed i luoghi,
altrettanto diversamente ci si regola in questa materia. Il modo più comodo di pigiare i grappoli è con
la navaccia posta sul tino...Ma non è il modo migliore per i vini, perché così
la parte grossa e quella limosa dei grappoli si mescola col mosto… Al
quale inconveniente potrà provvedersi attingendo il mosto dall'alto senza farlo colare dal basso della
navaccia...
La permanenza dei vini nel tino è inventata per il colore,
acquisendolo tanto più forte (per attrazione della sostanza delle bucce
dei grappoli) quanto più si dia loro la
possibilità di bollire con la vinaccia...Scienza derivata per accidente, quando, per aver riconosciuto colorato il mosto lasciato con i
grappoli al fondo di una tina, tale
trascuratezza convertita in arte è stata trasformata in conseguenza. Ciò
provano i vini bianchi, che restano di tale colore fino alla fine, tanto che separati dalla
vinaccia, dopo averli spremuti dai grappoli, si ottengono bollendo a parte,
conservando anche il proprio sapore naturale per non essere stati mescolati con
nient'altro...
Scelta che sarà la vendemmia per il vino bianco, precoce o tardiva
secondo i luoghi, la si riporrà nella tina o navaccia per ammostarla
immediatamente con i piedi e porre il mosto che se ne ricava nelle botti...Ai
vini bianchi destineremo in modo speciale delle buone botti, senza usarle
per contenere altri vini, per timore
d'annerirne il legno a detrimento dei bianchi che poi vi si volesse rimettere.
Le botti saranno immediatamente serrate con cura, senza lasciarle assolutamente
respirare, affinché la sostanza del vino resti integra, senza di che una parte
se ne andrebbe in esalazioni. La paura che si ha che il vino si perda rompendo
con la sua grande forza le botti,
spinge la maggior parte a non chiuderle
del tutto fino che essi non abbiano scemato la loro collera. Ma ciò
inutilmente, perché, solo che le botti siano ben fatte e convenientemente
cerchiate... per terribile che sia il vino che vi si chiuderà non ne potrà
derivare alcun inconveniente, ciò cui soccorrerà un poco di vuoto, come di
mezzo piede, che si lascerà alla botte per dare al vino la possibilità di agitarsi, bollendo, a suo agio. Così il vino si conserverà in tutta la sua forza
e si renderà più potente che se lo si governasse altrimenti; essendo cosa
riconosciuta da tutti che tanto più si affievolisce la forza del vino
quanto più a lungo le botti restano
aperte. Passata la prima furia dei vini, per aver pressoché consumato il
proprio ardore, si finirà di riempire le botti con vino
simile preso in una botte che avrete
destinata a questo scopo… Colmando queste botti, sarà bene fare versare un poco
di vino dall'alto, per eliminare in questo
modo la schiuma grossolana che il vino
sospinge in alto dal fondo delle
botti...
Disporre quanti giorni i vini debbano restare nel tino per essere
pronti é cosa impossibile siccome le
diversità della natura delle uve e
delle terre che le producono, dettano legge in questa operazione. E' soprattutto
il clima che decide in questa materia...per generosità della natura
trovandosi zone o angoli di vallate e costiere in diversi luoghi, posti in
climi settentrionali, più freddi che caldi, che forniscono vini preziosi, che
non cedono in nulla a quelli delle zone meridionali...I quali vini meno restano nel tino, più delicati diventano...Ora
sotto qualsiasi clima si sia, si trova che le uve nere cresciute su terreni
caldi e secchi rendono i vini più carichi di colore che le uve bianche colte in
terra fresca e umida...Per la quale ragione terremo nel tino le une meno delle
altre secondo la nostra esperienza. Vi sono vini chiaretti, e a volte dei più
squisiti, che in meno di ventiquattr'ore di permanenza nel tino raggiungono il
punto che si desidera: per giungere al quale colore altri impiegano otto o
dieci giorni. Se ne trovano persino di così tardivi che non riescono mai a
diventare rossi né coloriti, li si
tenesse anche un mese nel tino. Ma per non ingannarsi è necessario spillare
spesso vino dal tino dalla guglia o spina per prendere avviso, assaggiandone da
un'ora all'altra, del termine per svinarlo: togliendolo immediatamente dal tino
per metterlo in botte appena constaterete che il suo colore vi piace, senza frapporre indugio o attesa, usando per
tale necessità tutte le ore, senza distinzione di giorno e di notte...
I vini essendo giunti dunque al punto di toglierli dal tino, di
qualsiasi colore siano, chiaretti, rossi o neri, saranno posti come si deve
nelle botti… Tra i vini chiaretti due sono i colori principali, di rubino
orientale o occhio di pernice, e di
giacinto tendente all'aranciato...Vi sono alcune specie di uve bianche che
piantate in terreno di arenaria e esposte al calore di mezzogiorno o del
tramonto in clima e paese caldo, non possono dare altro vino che di colore di
giacinto, purché i loro grappoli siano colti a perfetta maturità: le quali
specie disposte in posizione e orientamento contrari, anche se vendemmiate al
momento richiesto, non lo farebbero tale, ma simile al rubino come sempre del
medesimo colore è il vino chiaretto derivante da uve nere cresciute in qualunque
territorio e esposizione. Da cui bisogna desumere che questi due colori
procedono e dalle uve e dal territorio componendosi insieme...
Avendo messo in botte i vini se ne dovrà prevenire con cura
l'evaporazione, tenendo tanto ben chiuse
le loro botti che non ne esca alcua esalazione. E questo, così come è
stato detto dei bianchi, li conserverà nella loro forza e nel loro gusto; ciò
che non si potrebbe attendere ove si tardasse a lungo a chiuderli, all' uso di
alcuni che lasciano aperte le loro botti fino dopo che ha finito di bollire:
nel che si ingannano, perdendo, senza rendersene conto, una parte della
quantità e della buona qualità dei loro
vini." 23)
E' un'illustrazione serrata, densa di
annotazioni naturalistiche, ricca di
criteri di scelta
tra alternative tecnologiche tali da
mutare le qualità del prodotto
di cui si decidono, nelle
ore chiave della
fermentazione, la nobiltà merceologica e
il valore economico. La molteplicità delle opzioni, definite con precisione, lascia ammirato
il cultore della
letteratura enologica, che non
trova nessuna pagina di lucidità equivalente nelle opere scritte prima
del Théa^tre, che non trova
alcuna pagina di pertinenza comparabile nei trattati di enologia che si
succedono, dopo la composizione dell'opera cinquecentesca,
fino ai migliori trattati
ottocenteschi. A chi voglia tradurla
in termini chimici, la metodologia di governo della fermentazione del signore ugonotto risulta
diretta al controllo più meticoloso degli scambi tra il mosto ed ogni corpo o
sostanza diversa: mira, prima di tutto, a controllare gli scambi di sostanze coloranti tra il liquido, i fiocini ed i
raspi, il contatto con i quali viene limitato per ricavarne quei colori, tipici
dei vini francesi, il cui ottenimento non riuscirebbe a realizzare nessun
cantiniere italiano. Oltre agli scambi tra il liquido ed i solidi Olivier de
Serres insegna a regolare quelli tra il liquido e l'atmosfera, dal cui contatto prescrive di preservare, dopo un'eventuale, brevissima, fermentazione in
vaso aperto, il mosto, che
fermentando in ambiente ermeticamente sigillato conserverà tutti gli
aromi originari, non correrà il rischio del
più banale inizio di acetificazione.
Sono
prescrizioni inimmaginabili per il cantiniere di paesi diversi, in specie
quello italiano, il palato del cui cliente non pretenderà mai le sensazioni
gustative che sa apprezzare l'amatore francese. La complessa enotecnica che
prende corpo nelle pagine del Théa^tre ha il propri cardine logico, peraltro, nella
massima secondo la quale "tanto
più si affievolisce la
forza del vino quanto
più le botti restano aperte", un'enunciazione di
straordinaria portata tecnologica, in stridente contrasto con i precetti
enotecnici delle opere italiane, per le quali la fermentazione in vaso aperto è dogma inviolabile, mentre per
la metodologia francese è operazione cui si procede per i vini rossi che si
vuole vigorosi e coloriti, che si riduce a poche ore per i chiaretti, che si
esclude per i vini bianchi.
Mentre
alla fine del secolo in Francia la
nuova metodologia di vinificazione, che
assicura l'ottenimento di vini alcolici, brillanti e profumati, trova la definitiva
codificazione nel Théa^tre di Olivier de Serres, l'Italia pare regredire verso
il gusto antico del vino, quel gusto che predilige una bevanda ricca di acidi,
compreso l'acetico, densamente colorata, priva di aromi Se la letteratura rustica del Cinquecento ci
rivela, infatti, la contrapposizione tra due pratiche opposte, più che di
contrapposizione i testi agronomici successivi paiono testimoniare la
rivincita, sui semi di innovazione, delle pratiche antiche, quelle pratiche che
Gallo e Davanzati sembrano mostrare
incrinate dal proporsi di un gusto nuovo.
Il rilievo è in palese contraddizione alle
testimonianze della presenza, nella geografia enologica della Penisola, di vini
eccellenti, quali propongono le pagine di Bacci, quali reperiamo in più di un
testo letterario in assonanza con l'apprezzamento dei vini italici del medico
marchigiano. Tra quei testi vanta il primo posto Bacco in Toscana, il celeberrimo ditirambo di Francesco Redi, poeta
e naturalista insigne, quindi fonte attendibile anche nella valutazione
organolettica del prodotto derivato da un processo naturale 24). Con i propri
versi Redi esalta incondizionatamente una categoria di vini, ne condanna
impietosamente un'altra, il segno palese dell'esistenza, sul mercato
dell'epoca, di vini di qualità superiore e
di vini di qualità inferiore. Se cerchiamo di identificare la prima
classe, il ditirambo impone di includervi, innanzitutto, i vini di collina,
relegando nella categoria inferiore quelli di pianura. Propone, quindi, per
qualificare i primi, una serie di aggettivi scintillanti, che esprimono, senza
dubbio, caratteri organolettici precisi, senza permetterci, tuttavia, di
identificare con sicurezza le qualità
chimiche che con quegli attributi il divino protagonista del poemetto intenda
esaltare nell'estasi delle proprie libagioni Cogliendo tra verso e verso il poemetto offre più di un aggettivo
espressivo delle qualità di un vino
degno di lode. Si può menzionare:
"Che in bel color di fragola
matura
La Barbarossa allettami,"
dei versi 166-67, o,
"O di quel che vermigliuzzo,
Brillantuzzo
Fa superbo l'Aretino"
dei versi 253-55, o,
ancora,
"Sarà forse più frizzante
Più razzente e più piccante"
dei versi 258-59. Più
ancora, forse, degli aggettivi
usati dal poeta a definire caratteri positivi, consentono di desumere
i caratteri del buon vino quelli che
Redi impiega a condannare il
vino che non ama:
"Quel cotanto sdolcinato
Si smaccato
Scolorito, snervatello
Pisciarello di Bracciano",
dei versi 95-98, che
propongono quattro attributi da cui desumiamo, a contrario, che il vino di
qualità deve essere austero, vigoroso,
colorito, nervoso, quattro caratteri
che paiono corrispondere al nostro gusto: ma quali peculiarità chimiche
essi esprimono?
Emblematici
dei dubbi che può suscitare l'attributo
più espressivo i famosi i versi dedicati al Chianti nei versi 713-16,
"Del buon Chianti il vin decrepito
Maestoso
Imperioso
Mi passeggia dentro il core"
che lasciano incerti se il primo aggettivo esprima un'iperbole, a
significare un paziente invecchiamento, o se esso esalti quel gusto del vino
alterato dalla vecchiezza che faceva impazzire i ghiottoni latini, che il
nostro palato giudicherebbe intollerabile.
Se i poeti declamano vini eccellenti, ma
non ci illustrano come siano stati ottenuti, con aggettivi meno eloquenti gli
agronomi ci spiegano da quali procedimenti siano derivati i nettari che onorano
la tavola di signori e ricchi borghesi, e da quei procedimenti siamo costretti
a desumere che quei vini sarebbero condannati, oggi, come mediocri nei casi
migliori, come imbevibili in quelli peggiori.
La
disamina delle prove, fornite dai testi agronomici, della persistenza di una
pratica di cantina vetusta e irrazionale può aprirsi con la menzione del più
celebre trattato agronomico del Seicento. Secolo di decadenza economica e
civile, il Seicento è povero di vitalità editoriale: particolarmente esangue è,
in Italia, la pubblicistica agronomica, che dopo la fioritura del Cinquecento conosce un diuturno torpore. L'intero
arco del secolo registra una sola opera
che ambisca al blasone d grande
trattato, L'economia del cittadino in
villa, il titolo eloquente dell'opera di un bibliotecario bolognese coevo di Redi, Vincenzo Tanara.
Eloquente ma ingannevole: lettura destinata ai signori
patrizi, i precetti di economia dello scrittore emiliano sono diretti eminentemente a moltiplicare, durante il
soggiorno in villa, ogni piacevole diletto, curando, in modo particolare, le gioie della tavola, il beneficio preminente,
secondo l'etica di Tanara, del possesso di una villa circondata da pergole,
campi alberati, prati e stagni, quella campagna dove i contadini piegano la schiena per moltiplicare la quantità
di carni, verdure, frutta e vini con
cui rifornire le dispense del padrone, sempre sguarnite dopo l'ultimo banchetto.
Nonostante siano indirizzate ad un signore amante della
buona cucina, che sarebbe gioia incompleta
se non accompagnata dalla possibilità di bere generosamente, i precetti
che l'autore bolognese impartisce per rifornire la cantina di buon vino non sono sostanzialmente diversi da quelli del predecessore conterraneo, Piero Crescenzi:
l'uva vendemmiata deve attendere, per quattro giorni, la pigiatura distesa a
terra; per rendere più densamente colorato il mosto, che a Bologna è di uva
bianca, il cantiniere dovrà tagliare, quindi, i raspi, come Davanzati ha
consigliato di fare, più coerentemente, per il vino rosso. Nelle cantine
bolognesi l'aggiunta di acqua è uso ordinario come in quelle lombarde.
Solo i tempi di ebollizione, un poco più brevi, differenziano le pratiche di
cantina bolognesi del Seicento da quelle della tradizione, quella
tradizione che persiste tenace dopo la
cavalcata dei signori francesi che ha segnato, con il fato d'Italia, lo
spartiacque tra il gusto antico e il gusto nuovo del vino:
"Per fare con
diligenza il vino alla Bolognese -leggiamo nel primo libro del trattato- dico che bastino cinque, ò sei giorni per
lassarlo bollire con l'acqua, e graspe nella tina, ma non mai passar li otto:
per la stagione calda vogliono bollir poco, perche bollono con più impeto...ove
havrai posto molt'acqua lascia bollire un poco più, perche non bolle con
molt'impeto, e per non si perfettiona cosi presto, oltre che ha… bisogno di
pigliar il grande della forza delle graspe...Nello stesso tempo, che comincia a
bollire, è bene con palla di ferro, larga, e tagliente rompere le graspe, non
per fermar il bollire, ma perche dalle graspe viene liquore, che dà, e
piccante, e forza & altre buone qualità al Vino..." 25)
Un secolo dopo la pubblicazione del trattato del dotto
bolognese ci offre la prova disarmante della primordialità delle pratiche di cantina diffuse in una
regione ricca di uve nobili, il Friuli, e, insieme, la testimonianza
dell'impegno dei pionieri del rinnovamento dell'enologia italiana, uno
scrittore emblematico del Secolo dei lumi, Antonio Zanon. Mercante e
industriale, scrittore di economia e di geografia, con i sette volumi Dell'agricoltura, dell'arti e del commercio,
in quanto unite contribuiscano alla
felicità degli Stati, pubblicati tra il1763 e il 1767, l'autore friulano
anticipa di dieci anni il capolavoro di Adam Smith. Oltre al titolo, più di un'intuizione imporrebbe di
attribuirgli la palma dei precursori: la mancanza di sistematicità e di
coesione, l'incapacità di individuare,
oltre i fenomeni che descrive, leggi e ragioni profonde, non gli consentono di
insidiare i titoli del grande scozzese. Le pagine che dedica alla coltura della vite sono, comunque, pregne
di spirito anticipatore: il loro significato eminente può individuarsi
nell'argomentazione con cui, opponendosi ai cultori di enologia che, sulle orme
del conte Lodovico Bertoli 26),
auspicano che con le migliori uve friulane si imitino i vini francesi, sostiene
che si debbono impiegare, invece, le tecniche di cantina francesi per produrre vini tipici del Friuli, un'intuizione di straordinaria
portata merceologica.
"A disinganno
pertanto di chiunque adottò una così falsa opinione -scrive nella Lettera prima del terzo volume-, quanto
favorevole a' Francesi, tanto a noi più dannosa; io m'ingegnerò di mostrare.
I. Che il Friuli
per ragioni fisiche è atto a produrre del Vino poco, o nulla diverso da quel di
Borgogna.
II. Che a torto
certuni, i quali si vantano di essere finissimi conoscitori, e giudici de'
vini, dispregiano il nostro del Friuli fatto secondo l'uso di Borgogna;
tuttoché da vigne ancor giovani lodevolmente esperimentato.
III. Finalmente
discorrerò del vantaggio molto considerabile, che ne trarrebbe tutta la
Provincia, e tutto lo Stato, quando cessasse una volta questo fatale
impegno pe' Vini di Francia; e si
applicasse, come fanno i Francesi, a far valere i proprj...che certamente il
Friuli non invidierebbe alla Francia i suoi liquori...
La prima ragione, che
mi si presenta, si è quella del clima. E' cosa fuori di dubbio, che il clima
del Friuli è parallelo a quello della Borgogna; e se havvi qualche vantaggio
per la differenza di un grado, quest'è in favore del Friuli, come quello ch'è
posto ne' gradi 46 di latitudine Setentrionale, cioè un grado più meridionale
della Borgogna...
Ora esaminiamo, se,
essendo il Friuli corrispondente nel clima della Borgogna, sia pure conforme
alla stessa nelle proprietà del terreno; poiché amendue queste Provincie
egualmente son dominate e da Monti, e da Fiumi; e bagnate da Torrenti...
Le terre fruttifere
de' Monti, e de' Colli trasportate dalle pioggie, e dai turbini nelle valli, e
nelle pianure, le pianure disordinate, e sconvolte dall'impeto de' fiumi, e de'
torrenti; allagamenti, inondazioni, alluvioni: sono cagioni di tutti que'
cambiamenti, che possono essere addivenuti. Ma concorrendo nell'una, e
nell'altra Provincia le stesse circostanze di Montagne, di Fiumi, e di
Torrenti; se pari son le cagioni, diversi non possono essere gli effetti; onde
i prodotti dell'una e dell'altra Provincia non possono in conseguenza alterarsi
nelle originarie specialissime lor qualità."27)
E' un'argomentazione geografica e geologica fondata sul
presupposto che a similarità di processi pedogenetici debba corrispondere
equivalenza dei vini, un postulato
geografico che può fare sorridere: chi conosca quali elucubrazioni la ricerca
della matrice pedologica delle qualità dei vini abbia alimentato nella letteratura
vitivinicola recente non può non ammirare l'intuizione essenziale dello
scrittore settecentesco, che sostiene,
sostanzialmente, che in una regione in cui suoli pietrosi, sabbiosi e argillosi
sono stati alterati e rimescolati da rivolgimenti millenari, non possono non
sussistere aree in cui le combinazioni risultanti siano particolarmente
favorevoli alla vite.
"Io vado
inoltre pensando -Zanon sviluppa la riflessione pedologica
alcune pagine più avanti- se vi potesse essere
qualche opposizione in riguardo alla qualità del fondo. Ma, s'è vero un
principio, in cui già convengono i più intelligenti di agricoltura, che i vini
migliori nascono nelle terre leggiere, sottili, asciutte, e ghiajose; anco questa condizione al Friuli
non manca; poiché tali sono certamente la maggior parte delle terre di cotesta
Provincia più ubertose di vini..." 28)
Stabilita l'equivalenza delle condizioni climatiche e
pedologiche, le sole remore che impediscono al Friuli, secondo Zanon, di
produrre vini capaci di competere con i migliori prodotti borgognoni sono la cattiva
cura dei vigneti e l'assoluta inadeguatezza delle pratiche di cantina. E' il
tema che affronta nella Lettera quinta
del medesimo tomo dell'opera.
"Non
può negarsi, che non sia molto negletta, e abbandonata dagl'inesperti, e poco
solleciti Agricoltori, la cura delle Vigne, e molto sordida la maniera, con cui
si fanno i nostri vini. Non parlo della gran quantità d'insetti schifosi, che
mescolati coll'uva si pigiano. Può darsi che nel bollire ne rimangano separati;
ma di quelle liquide particelle, che spremonsi insieme coll'uva, e si meschian
col vino, cosa mai ne diviene? Non parlo di tanta uva marcita, o immatura, che
confusa coll'altra si pigia, né di altre inconvenienze; ma non posso contenermi
dal disapprovare l'uso, o per meglio dire, l'abuso inveterato di lasciar
marcire tre o quattro giorni le uve nelle tine a solo fine di far sì, che il
vino annerisca. Quanto studiano i Francesi di render il vino limpido, e
rubinoso; altrettanto il popolo nostro, e tutti i beoni lo vogliono nero: anzi
quanto è più nero, più vien pregiato, e più ricercato; e quanto è denso, e
quasi morchioso, gli si fa allora l'usato elogio, asserendo ch'è tale, che
tagliar si può col coltello.. Che giova avere buoni vini, ed in copia, quando
non si ponga ogni studio, per depurarli, conservarne lo spirito ed il sapore?"
29)
E'
una descrizione disarmante: secondo l'uso italico l'uva attende lungamente la
pigiatura, divenendo, inevitabilmente, marcescente, il mosto subisce, poi, la
lunga macerazione con fiocini e raspi: il vino che ne deriva, quel vino di cui
tollerano le caratteristiche anche gli esponenti più accorti dell'agronomia
italiana, è, secondo l'icastica definizione di Zanon, quale "i beoni lo vogliono". La strada del
futuro, Zanon non ha dubbi, è la strada dell'enologia francese: che non
significa, tuttavia, produzione di vini d'imitazione, che l'economista friulano
ricusa con vigore. Con la metodologia francese il Friuli dovrà produrre,
infatti, vini friulani, i vini caratteristici di cui consentono la produzione
le sue specialissime uve.
Di
quei vini si dovrà radicare nel consumatore il gusto, assuefacendolo e
inducendolo, col legame dell'assuefazione, all'acquisto abituale. Dai vigneti
friulani si ricaverà, così un reddito che i
vini francesi non potranno insidiare. Il Friuli non deve essere
imitatore della Borgogna, ma antagonista della Borgogna: è l'espressione di una
geniale intuizione enologica e mercantile: quando, da regione di miseria
contadina, il Friuli si trasformerà, nella seconda metà del Ventesimo secolo, in
regione di cospicua ricchezza agraria, la prima fonte di quella ricchezza sarà
il vino, quel vino del Collio che secondo la lucida profezia di Zanon giungerà
a sfidare, nei ristoranti di spicco, italiani, tedeschi e inglesi, i blasonati
vini di Borgogna.
Quattro
anni dopo la stampa dell'ultimo dei
volumi di Zanon, nel 1771, l'Accademia fiorentina dei Georgofili, sodalizio
allora non ancora ventenne, bandisce un concorso per un saggio che risponda al quesito "Qual debba essere la cura
della pubblica Autorità, quale l'Opera e l'industria dei Possessori per
accrescere, dilatare e conservare il
Commercio esterno dei Vini della
Toscana" 30). Non essendo state presentate opere meritevoli di
considerazione, il bando viene reiterato l'anno successivo, quando presenta
all'Accademia un'ampia memoria sull'argomento il medico fiorentino Giovanni
Cosimo Villifranchi, cui viene assegnata la borsa bandita, e che pubblica il
proprio lavoro, l'anno successivo, in due volumi, dedicandolo, singolarmente,
ad un patrizio veneto, Giacomo Morosini.
Con
grande lucidità, è nella stessa introduzione che il naturalista toscano
enuncia, in tre articoli,
l'essenza delle tesi che intende
svolgere nell'opera:
"Per
accrescere il Commercio esterno dei Vini della Toscana, tre sono le vedute, che
giova avere, e sono.
I. Migliorare tutti quei
Vini, che hanno qualche difetto, e non sono del gusto delle Nazioni, che
possono farne la commissione.
II. Accrescere per quanto si può la qualità di essi Vini migliori.
III. Diminuire ed impedire tutti quegl'inconvenienti, che
frastornano, impediscono, e discreditano il
Commercio dei medesimi."
31)
Alla dimostrazione dei tre postulati
Villifranchi procede con penetrazione di argomenti e nitidezza di prosa. E' particolarmente
eloquente l'argomentazione con cui, nella prima parte, affronta il primo tema.
"Vien
reputata ottima cosa quella di esaltare e lodare la propria nazione
-leggiamo all'articolo I-, dimostrando questo, che si abbia per lei
dell'affetto...Io certo avrò sempre inesprimibile affetto per la
Patria...ma non per questo ne prenderò la difesa con male inteso motivo, o
ciecamente...nulla avendo più a cuore, che lo sradicare i pregiudizi e gli
errori...
Nel rispondere pertanto al Quesito fatto dalla Regia Vostra
Accademia Fiorentina...non tralascerò
realmente di approvare, e di lodare
quelle costumanze, e pratiche, che lode e incoraggiamento si meritano, ma
sinceramente ancora non mancherò di dire il
mio sentimento intorno a quelle altre, che di mutazione, correzione, e
di biasimo sono degne...
Qualcuno dei nostri, non si può negare, si prende gran cura per
fare dei vini ottimi, ed effettivamente vi riesce: tali sono alcuni Fattori, e
Possessori, o Incaricati...che fanno essi Vini con tutta l'immaginabil
diligenza, e per conseguenza di tutta quella bontà, e gusto, che può
soddisfare, ed incontrare l'approvazione, tanto dei nostri, che dei Forestieri;
ma molto vi è da ridire generalmente
sopra tanti altri facitori di Vini, i quali in ciò non si prendon
pensiero alcuno, ed in vece di mantenere la bontà dei Vini...ne peggiorano la
qualità, e fanno sì che si screditi, e si diminuisca, o totalmente si perda il
commercio esterno di essi; senza parlare di quello scapito, e discredito di
commercio, che ai medesimi nostri Vini ne viene..." 32)
La
Toscana è, come il Friuli, regione
naturalmente vocata alla produzione di vini nobili, è, per di più, patria di quel ceto patrizio che adottò
precocemente, abbiamo verificato, il
gusto francese del vino: nonostante i presupposti favorevoli, la constatazione della viltà dei vini della regione
non potrebbe essere più impietosa.
Salvato l'onore di pochi cantinieri
diligenti, una precauzione che pare quasi più accorgimento retorico che
riconoscimento obiettivo, Villivranchi denuncia, con amarezza, il discredito
mercantile del vino di una terra in cui regna una pratica di cantina primitiva
e grossolana. Proposto il proprio giudizio dei vini toscani, il medico
fiorentino rivolge brevemente lo sguardo all'insieme della Penisola, estendendo
quel giudizio tanto da farne sentenza di precipuo significato per la storia
delle pratiche enologiche italiane:
"I Vini d'Italia -asserisce
al terzo paragrafo dello stesso articolo- per la qualità delle Viti, per il
terreno, e l'esposizione dei luoghi, devono essere squisiti, e forse i migliori
d'Europa, perché tali un tempo sono stati; e se tali oggigiorno, almeno
generalmente, non si ravvisano, con varie avvertenze, e diligenze usate nella
cultura delle Viti, e nella maniera di fare essi Vini, possono tornare alla
bontà e credito medesimo..."33)
Rilevata
l'eccellenza dei vini che vantava l'Italia ai tempi romani, Villifranchi
asserisce che la stessa eccellenza si sarebbe protratta fino alla Rinascenza, e
a prova dell'affermazione trascrive il
passo con cui Bacci, nel V libro del suo trattato, ribadisce il riconoscimento
della nobiltà dei vini italici pronunciato da Plinio. Plinio decanta i vini
dell'Oenotria, Bacci ripete l'elogio di Plinio: i vini d'Italia hanno
conservato, quindi, tra le età dei due autori, la medesima insuperata
qualità Il sillogismo
dell'autore toscano è, purtroppo,
capzioso: le qualità di un grande vino al tempo di Plinio non sono le medesime
pretese da un palato esigente al tempo di Bacci. Tra i due sono trascorsi oltre mille anni: nel
cuore del Medioevo il gusto del vino era, verosimilmente, ancora diverso.
Per
quanto l'errore sia palese, gli elogi di Villifranchi ripropongono i difficili
interrogativi sulla qualità dei vini italiani nel crepuscolo del Cinquecento,
quegli interrogativi che, apparendo difficili da confutare le prove della
pessima qualità della massa della produzione, si traducono nel quesito
sull'entità della produzione di qualità migliore, la cui quantificazione pone
problemi insolubili.
Se
l'apologia di Bacci, che descrive la Penisola come il regno di Bacco, appare
inverosimile, e il nume di Redi sembra brindare con i liquori delle ville
toscane in cui si perpetua un gusto del tutto elitario, sembra più veritiero il
quadro che prende forma nelle pagine di Gallo, in quanto scrittore economico
più attendibile di medici e poeti. Ma se le caratteristiche dei vini della
Penisola erano, nel Cinquecento, quelle dimostrate da Gallo, e due secoli dopo
sono quelle lamentate da Zanon e da Villifranchi, l'ipotesi dello scrittore
fiorentino, che suppone il generale decadimento, in Italia, dell'arte
enologica, non costituisce che l'illusione di letture affrontate senza le
indispensabili precauzioni critiche. E' del tutto inverosimile, infatti, che il
corso di un solo secolo, quanto si voglia di decadenza, possa dissolvere una
tradizione che, come tutte le metodologie di manipolazione degli alimenti,
oppone ad ogni mutamento l'inerzia più tenace. La nostra analisi, si deve però
ribadire, non ha affrontato il tema dei migliori vini di Calabria, di Puglia e
di Sicilia, quei vini “greci” che, eredi dei migliori vini dell’antichità,
hanno conservato nei secoli, probabilmente, le proprie peculiarità positive.
Proposta
l'ipotesi della decadenza dei vini italici, il medico toscano si propone di
individuare le ragioni tecniche della loro cattiva qualità, che addita nella
rozzezza delle pratiche di cantina, nelle manipolazioni disinvolte e nei tagli
praticati dagli osti. Argomentando sulla qualità rileva, con acume, che i gusti
cambiano, la domanda muta, senza che i cantinieri italiani si preoccupino di
seguirne l'evoluzione, producendo vini che non soddisfano i consumatori. E'
annotazione di indiscutibile acume, che infirma quanto Villifranchi ha scritto
sull'antica eccellenza dei vini italiani, che potevano soddisfare, forse,
palati diversi da quelli del suo tempo. Identificate, peraltro, le ragioni
della viltà mercantile dei vini italiani, il medico fiorentino illustra quali
reputa potrebbero esserne i rimedi:
"Per
rimediare agl'inconvenienti di sopra accennati -leggiamo al paragrafo XIII-
è espediente che i Possessori o Fattori abbiano ogni lor cura, acciocché tutti
i vini di un qualche gusto dichiarato,
e già conosciuti, e nominati, e specialmente quelli, che dir si possono di
prima classe...i quali sono anche i più generosi, e durevoli, sieno
religiosamente fatti nella forma migliore, che mai sia stata costumata...vale a
dire col non ammettere che le specie di uve più proprie per somministrare simil
Vino, e se è possibile anche capaci di migliorarlo...Raccogliere le uve nel
giusto tempo...Farle bollire quanto conviene, e non di vantaggio. Conservare il
Vino nelle botti, e nelle Cantine nella forma indicata..." 34)
Se
le premesse dell'analisi di Villifranchi sono ragionevoli, l'autore toscano
sviluppa la propria disamina, nel corpo
dei due volumi, ribadendo rilievi sensati ma mancando di cogliere l'elemento
capitale che separa antica e nuova enologia, la chiave che della cesura tra l'antico
e il nuovo gusto del vino. Dopo aver ripetuto più volte, seppure sempre
frettolosamente, che il vigore del vino dipende dalla quantità di spirito,
all'articolo XXII, nel secondo volume, sottolinea che "I Vini
d'Ungheria pure, e quelli di Borgogna, contengono più spirito che qualunque altro
Vino, ma il primo è anche più spiritoso del secondo, indi ne viene il Vino del
Reno, ed in quarto luogo quello di Franconia." 35)
Il
grado alcoolico sarebbe, quindi, dote intrinseca, che il vino deriverebbe dalla
qualità delle uve e dalle caratteristiche climatiche della regione, ma,
paradossalmente, produrrebbero vini più spiritosi le regioni del Centroeuropa
che quelle del Mezzogiorno.E' una verità combinata ad un errore, come tradisce
più esplicitamente la pagina incui Villifranchi spiega la Maniera pratica nel fare l'ottimo Vino di Chianti:
"Colte
le Uve, e messe nel Tino -scrive-,
non si pigiano coi piedi, ma con forchetti lunghi a tre denti, che arrivano
poco più che alla metà dell'altezza delle Vinacce, per tre volte al giorno, ed
anche quattro nel maggior bollore delle Uve, vale a dire per i primi tre o
quattro giorni, e poi due sole volte per giorno, fintanto che le Vinacce non
mostrano di esser molto calate, la qual cosa suol succedere verso il dodicesimo
giorno. Dopo tal tempo si seguita a lasciar bollire le Uve in riposo circa
venti giorni dacché sono state messe nel Tino, più o meno poi secondo la
propria forza delle Uve, e secondo che più fresca o più calda è la stagione che
corre..." 36)
Al
confronto con le regole dell'enologia francese, le regole enucleate da Olivier
de Serres, che vietano il contatto del mosto e delle vinacce per più di due-tre
giorni, e limitano l'ebollizione nel tino a non oltre una settimana, il lettore
non può non constatare come anche un'opera premiata, dalla più famosa accademia
italiana, come innovativa, proponga una
macerazione obbediente, ancora, alla tradizione, quella tradizione che fa dei
vini italiani soluzioni grevi di principi coloranti, nelle quali lo spirito non
può non avere iniziato a trasformarsi in aceto.
L'autunno
toscano è ordinariamente temperato, e temperature medioelevate non possono non
innescare, in un mosto lasciato nel tino per dodici giorni più altri otto,
l'acescenza. E se si prolunga tanto l'ebollizione prescritta dal paladino di
una fermentazione che deve trasformare il mosto, ma non protrarsi di
vantaggio non può destare meraviglia che i vini italiani siano
generalmente, come lamenta Villifranchi, vini vili, meno vigorosi persino di
quelli del Reno.
Ma
se il vino che risulta dopo una fermentazione di un mese, per almeno dodici
giorni sviluppatasi in presenza delle vinacce, può ancora onorare il nome del Chianti, non v'è dubbio che le uve
impiegate debbano possedere doti straordinarie: se è apprezzabile il prodotto
di un'enotecnica tanto sacrilega, non v'è dubbio che, manipolate con maggiore
assennatezza, le uve del Chianti potrebbero produrre vini capaci di competere
con i migliori prodotti della Borgogna, come proverà l'adozione, nelle cantine
chiantigiane, di procedure moderne.
Seppure
scrittore arguto, Cosimo Villifranchi non eguaglia l'acume di Zanon, che ha
compreso l'essenza dei problemi del vino italiano, e proposto di produrre vini
friulani con metodologie francesi. Riconoscendo, peraltro, al medico fiorentino
l'ambito riconoscimento, l'Accademia
dei Georgofili attesta con autorevolezze, seppure inconsapevolmente, che
quanto è grande la distanza che separa il lavoro premiato dall'opera di Zanon,
tanto è ingente il cammino che l'enologia italiana dovrà percorrere per poter
competere, con i propri prodotti, con quelli della Francia, e dei paesi che la
Francia hanno accompagnato o seguito nel compimento della rivoluzione enologica
moderna, con i quali l'Italia potrà confrontarsi quando avrà adottato, per
trasformare uve che non temono paragone, le metodologie congegnate per
soddisfare il gusto moderno del vino.
Il
seme gettato dall'Accademia con il bando del 1771 non cade su un terreno
sterile: negli anni successivi il sodalizio è il centro di un dibattito fervente
sulla qualità dei vini toscani, sulle pratiche da introdurre per renderli più idonei alla conservazione e
all'esportazione. Del confronto, che si sviluppò per oltre un secolo, ha svolto l'analisi più minuziosa Piero Pisani
Barbacciani, che, con la collaborazione delle signorine Bigliazzi, ha classificato oltre centocinquanta
memorie, relazioni, verbali, inclusi negli Atti
dell'Accademia o conservati, manoscritti, nel suo archivio. Perno logico
del dibattito, la constatazione della viltà mercantile dei vini toscani,
deboli, acetosi, privi della stabilità tipologica capace di farne genere di
esportazione. Tale è la mediocrità del
vino della regione, sottolinea più di un critico, che non pochi
rappresentanti del ceto abbiente preferiscono bere vino francese, importato in
quantità tale da costituire, per dotti
devoti del mercantilismo, salasso monetario inaccettabile. Eppure la terra toscana produce, nel Chianti, a Pomino e a Artimino, qualche vino
eccellente: anche le bottiglie migliori sono, tuttavia, prodotto della mescolanza casuale di una
molteplicità di uve, quindi prive della
caratterizzazione che è requisito essenziale per conquistare i mercati
di esportazione.