Federconsorzi: storia di un'onta nazionale

 

 

 

Indice

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Federconsorzi: quando attorno al baluardo agrario infierirà di nuovo la mischia.. 5

In uno scacchiere mutato un ruolo ancora essenziale. 5

Assediati e assedianti: le forze schierate. 6

L’erosione inarrestabile di un impero finanziario. 6

Le forze nel campo assediante. 7

Ai margini, due compagnie di ventura. 8

Il crollo della Federconsorzi tra cronaca e storia.. 8

Una risposta alla crisi agraria.. 8

Dogane e ferrovie. 9

La rivoluzione del vapore. 9

Indagini e istituzioni 10

Il malessere agrario e l’Inchiesta. 10

Borghesia illuminata o élite massonica?. 11

Un'intuizione e la sua traduzione. 11

Un parallelismo eloquente. 12

Nella morsa del Regime. 12

Labari e perfosfato. 13

Battaglia del grano e consorzi agrari 13

I fasti e il travaglio. 13

Due gerarchi ferraresi 14

La battaglia del grano. 14

Esportare ortofrutta. 15

La conquista democristiana e la riforma mancata. 16

Il commissario comunista. 16

Il tribuno e le sue legioni 17

Il decreto di Segni 17

La contea democristiana. 18

L'età degli ammassi e del "muro anticomunista". 19

Affitti e spese elettorali 19

Un patto di voti e frumento. 20

I rendiconti, dramma surreale. 20

La Corte dei conti eccepisce. 21

Metà tragedia metà farsa il finale teatrale. 22

Il rifiuto del controllo. 22

Regioni e furori cooperativi 23

Due strateghi nella pania. 23

Cambia lo scenario professionale. 24

Coup de théatre. 25

Il saccheggio del centesimo anno.. 26

Un fallimento, cento interrogativi 26

Direttore nuovo, nuova strategia. 26

L'elemosina ai consorzi in dissesto. 26

Spese di gestione e consulenze. 27

Così fu il crack, se vi pare. 28

Lobianco ambasciatore in casa comunista. 28

Ma il ministro è in vacanza. 29

Il folletto e gli apprendisti stregoni 29

Il gioco dei tre commissari 30

La volontà di risanare. 31

La vendetta di Avolio. 31

Cento proclami, un obiettivo: le mani sul patrimonio. 32

Goria: la maschera e il volto. 32

La scelta: il concordato e la vendita. 33

I presidenti, convocati o coartati?. 34

Virtuosismi di bilancio. 35

La balena e gli squali 35

Velleità di rifondazione. 36

E il giudice ordinò: svendete. 37

Nel gioco dei bilanci 37

Le vicissitudini di un'istanza processuale. 38

Con un'asta istantanea, la Polenghi a Cragnotti 39

Dal trionfo all'incriminazione. 40

Accorte vendite o doni graziosi?. 41

Per il bene dell'agricoltura. 41

Il mostro giuridico. 42

Il giudice spedisce un fascicolo. 43

Appunti per la storia di un’onta nazionale.. 44

Federcosorzi e gestioni annonarie: una commedia italiana. 44

Prezzo politico, prezzo economico. 45

Gli aiuti alimentari 45

I rendiconti 46

Il finanziamento. 46

I mille miliardi 47

Federconsorzi: a Perugia si riapre il gioco. 49

Indizi di reato. 49

Interrogativi senza risposta. 49

Il dubbio: un immane ricatto. 50

Polenghi Lombardo, una vendita da annullare. 51

Una differenza aritmetica. 51

Il consulente diventa presidente. 51

Il gruppo fallito rifinanzia per vendere. 52

Agricoltura parte civile. 52

Il buco nero della galassia Fedit 53

Un consorzio agrario ucciso dai vitelli 53

Imputazione: bancarotta fraudolenta. 54

Dissipare, dissipare. 54

Falso in bilancio. 55

La gestione immobiliare. 55

Nel pozzo di San Patrizio anche un albergo. 55

Sulle connessioni mafiose un processo senza fine. 56

Contro il malcompromesso: promemoria per il Tavolo verde. 56

Il giudice pignorerà le proprietà degli amministratori Federconsorzi?. 57

Bancarotta Federconsorzi verso il dibattimento. 58

Si scrive a Perugia la storia dell’agricoltura italiana. 59

Il patto del silenzio. 59

Omertà o correità?. 60

Il coraggio di scrivere la storia. 61

Indice. 62

 

 

L’agricoltura è oggi tra i grandi temi del confronto politico ed economico del Paese, e uno degli elementi chiave del dibattito agrario è il problema dei consorzi agrari e della Federconsorzi. Realtà inscindibile, consorzi agrari e Federconsorzi costituiscono il più vasto organismo economico di tutto il contesto della nostra agricoltura e, insieme, l’epicentro di tutte le contese che, fino dal dopoguerra, per l’agricoltura si combattono in Italia.

Le dimensioni economiche del complesso emergono indiscutibili da pochi dati: 75 i consorzi agrari, 3.450 le loro succursali in tutto il paese, 1.400 miliardi il loro fatturato complessivo, alcune decine le società commerciali, industriali, finanziarie immobiliari sotto il controllo azionario della Federconsorzi. Alcune di esse hanno nomi di rilievo nazionale: Molini Agro Pontino, Polenghi Lombardo, Sisforaggera, Siapa, Assicurazioni Fata, Zuccherificio Castiglionese.

Ma il ruolo svolto dal complesso Federconsorzi nella politica agraria nazionale risulta ancora maggiore delle sue dimensioni, pure imponenti: per non poche delle voci del dibattito di politica agraria il problema Federconsorzi si identifica infatti con la stessa sostanza del problema agricolo nazionale. Come testimonianza esemplare di tale atteggiamento si può citare, ad esempio, quanto si è letto in un articolo dell’Espresso dedicato a I mali della nostra agricoltura, nel quale all’elencazione delle tare del nostro settore primario  seguiva, al primo posto tra le proposte per il futuro rilancio agricolo, l’affermazione che “La prima legge necessaria…è proprio quella per sopprimere la Federconsorzi (o trasferire i suoi poteri alle regioni e all’Aima, il che è press’a poco la stessa cosa”. 1-

L’affermazione esprime un convincimento diffuso. Citazioni analoghe si potrebbero moltiplicare, traendole dagli organi ufficiali dei partiti di sinistra quanto dalle testate della grande stampa di informazione. Non sarebbe difficile, anzi, ripercorrendo a ritroso il dibattito politico e giornalistico del dopoguerra, identificare nella polemica attorno alla Federconsorzi una delle costanti della vita politica nazionale. Una polemica che ha registrato momenti di violenta belligeranza e pause di apparente assopimento, ma che mai ha potuto essere considerata spenta o risolta. Una polemica che ha conosciuto, a volte, precisione di termini e di obiettivi (l’attacco più lucido all’organizzazione federconsortile è stato  certamente quello attuato, durante il grande scontro sul tema degli ammassi del grano, da Manlio Rossi Doria con un libro di penetrante, acuta analisi 2-), che spesso si è espressa con la più cruda violenza di toni  pure nella mancanza, in chi la combatteva, di ogni conoscenza dell’ente, delle sue strutture, dei suoi settori operativi (esemplare, in questo senso, il libro di Idomeneo Barbadoro La Federconsorzi nella politica agraria italiana 3-: molte accuse, nemmeno un dato.

A privare il dibattito della stessa disponibilità di dati che è necessaria ad ogni contraddittorio ha contribuito, in primo luogo, la prassi seguita dalla Federconsorzi di fronte agli attacchi, ai quali non ha mai voluto dare risposta. L’unico intervento che l’organizzazione ha condotto a propria difesa in trent’anni di polemiche resta il brevissimo discorso  che il suo direttore generale, Leonida Mizzi, svolse, in occasione della Conferenza nazionale dell’agricoltura, nel giugno del 1961, in coincidenza alla fase più calda della polemica per la gestione degli ammassi. In risposta agli attacchi che gli erano stati rivolti nel corso dei lavori, evitando il merito delle accuse, Mizzi affermava che l’attività dell’ente costituiva “una cooperazione che è perfetta in ogni suo aspetto, poiché si propone esattamente quegli scopi mutualistici che sono alla base della vera cooperazione e cioè l’interesse particolare dei soci e quello generale  delle categorie, attraverso il concetto della mutualità inteso  come fraterna collaborazione di singoli per il fine comune…” 4-

La verifica nei fatti del concreto adempimento dei principi dichiarati era offerta da Mizzi con enunciazioni di massima e affermazioni di principio. Chi quella verifica abbia voluto condurre sui fatti e sui dati, per mettersi in grado, in qualunque momento del dibattito sull’organizzazione, di esprimere un giudizio obiettivo, e abbia ricercato, quindi, i necessari strumenti di analisi, si è scontrato, fino dall’inizio della propria indagine, con l’impossibilità di attingere a qualsiasi fonte di notizie economiche, finanziarie, organizzative sulla vita del complesso agrocommerciale. Quando il professor Rossi Doria chiese, forte del prestigio rivestito come uno dei maggiori economisti agrari del Paese, di conoscere gli elementi della vita finanziaria dell’ente, incontrò tutti gli ostacoli e le resistenze di cui offre una testimonianza eloquente nelle pagine del suo libro.

Tanto è facile, infatti, misurare l’entità degli elementi esteriori dell’organizzazione:magazzini, impianti chimici e mangimistici, officine, oleifici, enopoli, disseminati in tutti i borghi del Paese, altrettanto difficile è penetrare il tessuto dei rapporti economici e organizzativi che stanno sotto l’apparato esteriore. Ogni anno ciascun consorzio agrario redige il bilancio della propria gestione, ma la sua conoscenza resta retaggio degli amministratori. La Federconsorzi ha adempiuto per decenni ai propri obblighi di pubblicazione del bilancio distribuendo ai rappresentati dei consorzi agrari, che ne costituiscono formalmente gli azionisti, un resoconto tanto ricco di dichiarazioni celebrative e di magniloquenti fotografie quanto povero di cifre. Il prospetto contabile cui era demandato di tradurre in cifre la vita economica dell’organismo era tale che qualsiasi ragioniere avrebbe dovuto reputarlo insufficiente a definire i termini dell’esercizio economico di una bottega dal giro di affari di un milione. Fino al 1975 quel prospetto è consistito praticamente in un solo conto patrimoniale, in cui tutti gli immobili, magazzini, scali, aziende agricole erano valutati, sinteticamente, 11.965.579.252, meno del valore del palazzo romano ove hanno sede gli uffici centrali. Il portafoglio delle partecipazioni era iscritto in bilancio per 74.225.597.800 5-, senza alcuna spiegazione sull’identità e sull’attività delle aziende controllate. L’obbligo legale della compilazione di un conto di gestione era assolto da una tabellina di cinque voci: assente qualsiasi dato su quelle spese che, per operare, ogni ditta è costretta a sostenere, dagli stipendi alle merci acquistate, dal riscaldamento alle tasse.

E’ solo dalla gestione 1976 che, costretta dai rigori della nuova legislazione fiscale, la Federconsorzi ha dovuto piegarsi alla compilazione di bilanci che, pure alquanto sintetici, offrono tuttavia alcune indicazioni numeriche sulla vita economica dell’ente. Nel conto di gestione compaiono, ad esempio, le cifre relative alle merci vendute: macchine agricole (271 miliardi), concimi e anticrittogamici (250 miliardi), carburanti e lubrificanti (101 miliardi), mangimi (97 miliardi) e prodotti alimentari (45 miliardi). Compare altresì, per la prima volta, un elenco delle società controllate di cui la Federconsorzi possiede quote di capitale (75 società), con l’indicazione del numero delle azioni possedute e del loro valore in bilancio 6-. Sono notizie che aprono qualche spiraglio sulla vita dell’organizzazione federconsortile, la cui riluttanza a diffonderle si manifesta ancora, tuttavia, negli sforzi per mantenere pressoché segreta la relazione che le contiene: entrare in possesso di una copia della stessa costituisce impresa di difficile e fortunosa realizzazione.

La difficoltà, se non l’impossibilità, di conoscere fatti e dati, accompagna così sino dalle origini il dibattito sulla Federconsorzi: se quell’assenza rende spesso confusi gli argomenti degli avversari, gli unici apporti di chiarezza al dibattito debbono reputarsi, negli ultimi anni, il libro di Rossi Doria, e qualche articolo di Emilio Lorenzi, che si dimostrò tanto bravo da sapere quali caramelle offrisse il direttore generale ai visitatori, essa costituisce, alla lunga, l’arma più temibile contro la stessa Federconsorzi: l’opinione pubblica non accetta più, infatti, che un ente “pubblico” preposto alla distribuzione di prodotti agricoli possa sottrarre la propria attività a qualsiasi conoscenza da parte dei cittadini, circondandosi di una barriera di riservatezza più impenetrabile di quella con cui difendono le proprie operazioni gli stessi gruppi economici privati.

E quella mancanza di elementi di conoscenza di comune accessibilità, che ha contraddistinto il dibattito politico sulla Federconsorzi costituisce altresì la spiegazione di quel carattere anomalo assunto, fino dai primi anni del dopoguerra, dallo scontro che ha opposto le forze politiche per il controllo del grande complesso economico, uno scontro che la Democrazia Cristiana ha combattuto arroccata in difesa di una delle proprie maggiori fonti di vita, che l’opposizione di sinistra ha condotto  all’attacco, mediante denunce e parole d’ordine che, non riuscendo mai a costringere l’avversario sul terreno del confronto, se pure non sono riuscite, fino ad ora, a sconnettere le difese di chi dell’ente detiene le leve del potere, hanno senza dubbio esercitato un’influenza rimarchevole sull’opinione pubblica, incapace di accettare che un ente di natura pubblicistica possa sottrarsi, come si è sottratta la Federconsorzi, ad ogni controllo di verifica pubblica.

Alla posizione di vantaggio di chi presidia gli spalti della cittadella gli assedianti possono opporre, così, oltre al peso maggiore assunto negli anni più recenti dalla sinistra negli equilibri politici del Paese, anche il vantaggio della maggiore diffusione e del maggior credito di cui le loro tesi sull’organismo federconsortile godono presso l’opinione pubblica. Un vantaggio che non sarebbe irrilevante quando fosse lanciato l’ultimo assalto alla cittadella.

Quell’assalto, nell’aria da anni, potrebbe ormai non essere lontano. La testa d’ariete per condurlo è pronta da tempo: un disegno di legge che potenziando l’Aima, un organismo dello Stato oggi demandato di semplici compiti burocratici, potrebbe incrinare lo stesso connettivo tra Federconsorzi e consorzi agrari, spezzando il vincolo che costituisce il punto di forza di tutto l’edificio federconsortile.

Si può ricordare, a proposito, che la creazione dell’Aima, nata nel 1966 in tempi di governi di centrosinistra , costituì concessione fatta al Partito Socialista che mirava a fare dell’ente proprio un contrappeso al potere della Federconsorzi: dopo il varo dell’organismo la Federconsorzi riusciva, però, a “sterilizzare” il movente della legge costitutiva e ad annullarne il potenziale dirompente sugli equilibri nella propria sfera di influenza.

Proprio ora, mentre le forze di sinistra potrebbero giocare nello scontro da tanto tempo atteso carte di indubbio rilievo, si deve però riconoscere anche l’ipotesi che quello scontro, nel clima politico che vive oggi il Paese,  possa risolversi in un patteggiamento con mute concessioni. Gli assediati potrebbero cioè consentire agli assedianti  di entrare a presidiare qualche spalto della cittadella, in una soluzione di compromesso che non si sa quanto potrebbe essere preferibile allo scontro aperto. Tanto nell’ipotesi di ultima battaglia, quanto in quella di riservato compromesso, non è infatti difficile pronosticare che il cittadino comune verrebbe comunque escluso dalla conoscenza degli elementi del confronto e della sua soluzione.

Proprio per questo appare tanto più importante cercare di spingere lo sguardo più a fondo nella struttura del grande organismo economico , per tentare di comprenderne il ruolo nel contesto dell’agricoltura nazionale, per individuarne le capacità e le carenze, penetrando al di là del muro di reticenze che avvolge la storia degli ultimi trent’anni dell’ente. E chi quel muro riesce a penetrare si trova di fronte, dopo un esame anche sommario, ad una contraddizione insanabile, quella tra la natura giuridica dell’ente e la sua fisionomia economica, che è la contraddizione tra la natura cooperativistica che lo statuto assegna alla Federconsorzi e il ruolo che essa svolge, ormai, di grande holding finanziaria, svincolata dal controllo di qualsiasi base sociale cooperativa. I due termini della contraddizione sono intimamente connessi: proprio mentre si verificava la perdita progressiva dei connotati cooperativistici, l’ente realizzava quella crescita dell’efficienza finanziaria e commerciale che oggi fa della Federconsorzi  uno degli organismi economici più dinamici ed efficienti del Paese. Un organismo singolare in un quadro economico nazionale che, specie nel settore pubblico, offre esempi assai più numerosi di difficoltà e di travaglio che di positive conduzioni aziendali.

La contraddizione è clamorosa, sufficiente a fare dell’ente un singolare elemento anomalo nel quadro delle istituzioni pubbliche italiane, ma le ragioni che l’hanno prodotta hanno radici profonde nella storia dell’organizzazione federconsortile, una storia che, parte della storia del Paese degli ultimi cento anni, è densa di brusche inversioni, di evoluzioni contraddittorie, di eventi drammatici.

Fondata a Piacenza nel 1892 per riunire i consorzi di agricoltori nati spontaneamente in varie province italiane, e promuoverne la creazione in quelle dove fosse mancata l’iniziativa spontanea, la Federconsorzi, sotto la guida di presidenti di grande levatura civile, e di direttori di singolari capacità commerciali, estese in alcuni decenni le proprie attività, la gamma ed il volume delle merci acquistate, per conto dei consorzi associati, sul mercato internazionale e su quello nazionale, fino a divenire organismo economico di rilievo nazionale. All’avvento del Fascismo il nuovo regime, dopo alcune schermaglie sostituiva il presidente, Emilio Morandi, geloso tutore dell’autonomia dell’organizzazione, con un commissario di propria nomina, e procedeva, con la promulgazione della legge Rossoni, dal nome del ministro proponente, ad una riforma radicale dello statuto di tutta l’organizzazione. Da libere cooperative, i consorzi agrari divenivano strumenti della politica agraria governativa, da agenzia centrale dipendente dal  consenso della periferia consortile, la Federconsorzi veniva trasformata nel centro di controllo della vita dei consorzi provinciali.

Con questo equilibrio di rapporti tra consorzi agrari e Federconsorzi l’organizzazione era ereditata dal regime democratico che nasceva nel dopoguerra. Dopo un periodo di equilibri incerti, in cui anche un comunista, l’avvocato Spezzano, sedeva a capo dell’organizzazione, alla testa della stessa si insediavano gli uomini della Confederazione nazionale dei coltivatori diretti, l’organizzazione creata da Paolo Bonomi ricostruendo l’ordito delle organizzazioni fasciste dell’agricoltura. La prima preoccupazione della Coldiretti era quella di garantirsi che i rapporti tra Federconsorzi e consorzi agrari mantenessero l’impronta gerarchica assunta nel periodo tra le due guerre. Lo scopo veniva raggiunto mediante tre diversi ordini di strumenti:

1) la nomina, da parte delle assemblee provinciali dei consorzi agrari, nelle quali l’organizzazione bonomiana godeva di larga maggioranza, di consigli di amministrazione che non turbassero l’attività degli staff tecnici;

2) la fissazione della regola, che fu sancita dall’art. 22 dell’allegato I del decreto legislativo 7 maggio 1948, n° 1232, che ristrutturava l’organizzazione federconsortile, per la quale i direttori dei consorzi agrari avrebbero dovuto rientrare in un albo controllato dalla Federconsorzi;

3) una strategia commerciale che addossava ai consorzi carichi finanziari di cospicua entità, così da renderli dipendenti alla manovra finanziaria del centro.

            Nel torpore della base sociale, tutti i rapporti tra l’organizzazione ed il mondo agricolo si riducevano a quelli tra il vertice aziendale e la dirigenza della Coldiretti, alla quale si sostiene che l’organizzazione federconsortile abbia fornito per venticinque anni gli ingenti mezzi necessari a sostenere una rete organizzativa estesa a tutte le campagne del Paese. Ogni rapporto sociale tra gli agricoltori e i consorzi agrari locali, già spento durante il regime fascista, costituisce, ormai, meno di un ricordo lontano: è cosa nota, ad esempio, che negli elenchi dei soci di non pochi consorzi agrari figurino i nomi di agricoltori non più tali in quanto defunti, emigrati, passati ad attività diverse (qualche revisione di elenchi avrebbe avuto inizio in tempi recentissimi). I soci dei consorzi agrari costituiscono quindi il corpo di azionisti più docile che qualsiasi società commerciale potesse auspicare: i vivi non meno dei morti. Un’impresa che abbia veste formale di cooperativa non deve adempiere, infatti, nemmeno all’onere di distribuire dividendi: può quindi trascurare di realizzarne, o, se li realizzi, ed è il caso della Federconsorzi, ha libertà di reinvestirli secondo i criteri aziendalistici del proprio gruppo dirigente.

            Questa libertà di manovra ha svolto un ruolo determinante nel consentire al vertice dell’azienda quelle realizzazioni che oggi ne costituiscono la forza, lo strumento di quel dinamismo commerciale con il quel l’organizzazione ha superato anche le più dure crisi economiche del Paese.

Per chi ne conosca meno che superficialmente  le strutture e i campi di attività l’organizzazione consorzi agrari - Federconsorzi costituisce infatti, oggi, un’efficiente, moderna macchina commerciale, dotata di impianti di elevato livello tecnico, di una rete di vendita penetrante, guidata da uno staff manageriale di livello adeguato alla pluralità di operazioni di una holding la cui attività si esplica sui mercati nazionali e su quelli esteri: costituisce un punto di orgoglio dell’organizzazione il fatto, ad esempio, che entro il suo organico operino 2.320 tecnici, tra agronomi, ingegneri, periti.

Delle capacità economiche dell’organismo si possono proporre innumerevoli prove, la prima delle quali non può forse non consistere nella constatazione che mentre da vent’anni in Italia tutti gli organismi rientranti, pure a titolo diverso, nell’universo del settore economico pubblico, continuano a chiedere aumenti dei propri “fondi di dotazione”, per iniziative che impongono, poi, inevitabilmente, la richiesta di “fondi di ristrutturazione” per sostenerle, l’organizzazione federconsortile ha continuato a costruire e a rinnovare impianti di trasformazione, officine, mangimifici, alzandone progressivamente il livello tecnico ed aumentando costantemente il proprio volume di operazioni, utilizzando, per lo più, mezzi propri: sull’uso, da parte dei consorzi agrari, di fondi Feoga, si imporrebbe una lunga serie di considerazioni certamente crude verso più di un ministro dell’agricoltura.

A chi voglia ribattere che la crescita dell’organismo non è stata difficile, perché realizzata a spese dell’agricoltura, non è meno facile rispondere che l’Italia è il paese d’Europa dove fertilizzanti e trattori, due voci per le quali la Federconsorzi detiene oltre il 50 per cento del mercato nazionale, costano meno cari, e che per tutti gli altri prodotti, dalle macchine operatrici agli antiparassitari, con la Federconsorzi competono sul mercato nazionale tutti i grandi gruppi europei in possesso, per l’esistenza stessa della Comunità europea, di identici diritti di movimento. E che competono con la Federconsorzi anche le organizzazioni cooperative, tanto “bianche” quanto “rosse”, le quali, in particolari settori e in particolari province, hanno strappato alla Federconsorzi importanti posizioni, delle quali invece la Federconsorzi si è dimostrata più efficiente in altre zone e settori operativi.

La tenuta dell’immenso mercato sul quale conserva, per una gamma vastissima di prodotti, la preminenza indiscutibile, deriva alla Federconsorzi, chi ha potuto penetrare i meccanismi dell’organismo lo percepisce senza difficoltà, dalla sostanziale organicità del disegno che collega apparato industriale, rete di approvvigionamento, rete di vendita, un disegno che si realizza in una compenetrazione di elementi di centralismo  e di dinamismo periferico corrispondente ai più efficaci modelli strategici delle grandi holding moderne.

Verificata la contraddizione clamorosa tra la natura statutaria dell’organismo e la fisionomia da esso ormai assunta nel quadro dell’economia nazionale, non si può non riconoscere l’estrema difficoltà che dovrebbe superare qualsiasi intervento politico sull’organizzazione federconsortile. L’unico intervento auspicabile dovrebbe essere , infatti, quello destinato a riportare  il fervore di una vita cooperativistica nelle vene dell’organismo, senza però comprometterne il livello di efficienza e le capacità operative, ma un intervento di tale rilievo imporrebbe tanta chiarezza quanta certamente non potrebbe rivestire né l’armistizio che si compisse dopo l’ultima mischia sulle mura dell’ente, né il compromesso che fosse negoziato tra la Democrazia Cristiana e le sinistre all’insegna della spartizione del potere.

E si potrebbe, a proposito, addirittura mettere in dubbio il diritto dei partiti a interventi che non fossero di semplice quadro istituzionale: legittimati a pretendere la titolarità dell’organizzazione non possono essere ritenuti, a rigore, che i produttori agricoli, che dell’organismo federconsortile furono i creatori e che oggi ne sono i clienti: sarebbe vano, tuttavia, voler nascondere quanto sia difficile tornare a rivestire del ruolo di soci una moltitudine di operatori che oggi nell’ente non vede che una controparte commerciale. Poco aiuto si può sperare, del resto, dalle organizzazioni professionali degli agricoltori, quelle organizzazioni i cui rappresentanti siedono nel Consiglio di amministrazione dell’organismo, ma che hanno espresso, negli ultimi decenni, atteggiamenti tanto equivoci sul tema della Federconsorzi, la Coldiretti con la sua gestione verticistica, la Confagricoltura con la sostanziale connivenza, che gli sforzi esperiti durante la gestione di Alfredo Diana non hanno saputo riscattare,  da indurre severi dubbi sulla propria capacità di promuovere l’assunzione diretta, in chiave cooperativistica, da parte delle forze agricole del governo dell’ente.

Maggiori titoli di legittimazione non si possono attribuire nemmeno all’Alleanza dei contadini, l’organizzazione agricola di sinistra finora esclusa dall’amministrazione dell’ente, che non ha fatto in passato che prodursi nelle accuse di parassitismo monopolistico che costituiscono da sempre l’arma preferita della sinistra verso l’istituzione, senza riuscire a proporre vere, obiettive analisi, della natura e delle capacità dell’organizzazione federconsortile.

Anche chi ammettesse, del resto, l’ipotetica capacità delle forze agricole di farsi carico del ripristino del carattere cooperativistico della Federconsorzi, non potrebbe nascondersi i problemi tecnici e di equilibrio aziendale che quell’intervento dovrebbe affrontare.

L’anomalia di un complesso di entità economiche, Federconsorzi, consorzi agrari, società collegate, dal giro di affari di migliaia di miliardi, che ha alla base uno statuto cooperativistico, ma che vive ormai della vita di una società finanziaria privata, non è certo di quelle risolubili senza contraddizioni e senza traumi: intervenire su un organismo tanto complesso per imporgli trasformazioni radicali comporta infatti il rischio dell’appesantimento e della paralisi, comporta il pericolo, dopo qualche anno, di rendere necessario per consorzi agrari e per Federconsorzi, lo stanziamento di un “fondo di dotazione” dell’entità di quelli con cui il Paese si assicura la continuità “produttiva”  di Iri, Eni ed Efim, o con cui ha dovuto rassegnarsi a chiudere i passivi dell’Egam.

Se tutti i ministri dell’agricoltura sotto i cui occhi compiacenti la “privatizzazione” della Federconsorzi ha proceduto incontrastata, si fossero meno disinteressati della corrispondenza tra lo statuto dell’ente e la sua prassi operativa, forse l’immenso patrimonio strumenti e di capacità manageriali sarebbe stato usato, fino dal dopoguerra, in modo da contribuire più direttamente allo sviluppo dell’agricoltura italiana, oggi non sussisterebbe il rischio di distruggere, nella rissa politica in cui non è improbabile che si procederà alla ristrutturazione, il maggiore strumento operativo disponibile per l’intervento economico nella nostra agricoltura.

 

 

Note

 

1-       Salvatore Gatti, Non piove, governo ladro, L’Espresso, 11 lug. 1976

2-       Manlio Rossi Doria, Rapporto sulla Federconsorzi, Bari 1963

3-       Idomeneo Barbadoro, La Federconsorzi nella politica agraria italiana, Cgil, Roma 1961

4-       Leonida Mizzi, Parlano i fatti, Giornale di agricoltura, 2 lug. 1961

5-       Federazione Italiana dei Consorzi Agrari, Consuntivi e programmi dell’Assemblea generale ordinaria dei soci, Roma, 30 apr. 1975

6-       Federazione italiana dei consorzi agrari, Consuntivi e programmi all’Assemblea generale ordinaria dei soci, Roma, 30 apr. 1977

 

Il Mulino n° 253, sett.-ott. 1977

 

 

Federconsorzi: quando attorno al baluardo agrario infierirà di nuovo la mischia

L’imminente assemblea della Federconsorzi è un appuntamento destinato a passare pressoché inosservato. Eppure l’avvenimento offre l’occasione per l’esame della situazione economica e politica dell’organizzazione che, per vent’anni al centro dello scontro politico nelle campagne, potrebbe rappresentare di nuovo, nel clima di confronto fra le forze politiche, il terreno dello0 scontro più duro

 

            Si celebra il 30 aprile l’assemblea annuale della Federconsorzi: a differenza delle scadenze analoghe dei gruppi finanziari, del complessi industriali, delle grandi “centrali” cooperative, la vigilia dell’assemblea della holding agricola non suscita attesa e indiscrezioni, non solleva interesse e reazioni. Le risultanze di bilancio, da qualche anno la legge ha costretto anche il colosso finanziario del mondo agricolo a dare della propria attività notizie meno ermetiche dei numeri anodini privi di qualsiasi significato che hanno accompagnato per decenni la scadenza del bilancio, non varcheranno il limite dei ciclostilati delle agenzie di stampa: qualche redattore volonteroso ne stralcerà un brandello per colmare, prima di andare in macchina, uno spazio vuoto in fondo alla pagina finanziaria di qualche quotidiano.

            Nel campo aperto in cui si confrontano e si scontrano gli interessi e le pretese delle forze sociali ed economiche del paese, il grande colosso pare ormai ai margini del terreno di battaglia. Baluardo centrale, vent’anni fa, di tutto il sistema di difesa delle forze cattoliche nel mondo rurale, obiettivo obbligato, quindi, di ogni sforzo di sfondamento delle sinistre, la grande fortezza pare assopita in un torpore senza possibilità di risveglio.

Silenzio all’interno dei bastioni, dove i generali e la truppa paiono completamente assorbiti dalle incombenze della pulizia dei cortili e dell’ordine delle salmerie, silenzio al di là dei fossati, dove negli accampamenti addormentati del nemico, solo qualche artificiere è impegnato è impegnato alla manutenzione di bombarde e spingarde.

In uno scacchiere mutato un ruolo ancora essenziale

            E’ una quiete che non può non stupire chi ricordi la violenza del corpo a corpo che ha infuriato, in anni non lontani, attorno ai medesimi bastioni, che non può non stupire chi conosca quale sia l’entità della posta in gioco: pure riconoscendo, infatti, che la Federconsorzi non rappresenta più,  oggi, quel nodo strategicocce costituiva vent’anni fa, basti pensare che lo schieramento socialcomunisti ha costituito, orami, un apparato finanziario e industriale non meno munito e potente, la Lega delle cooperative, il suo rilievo sullo scacchiere agrario è ancora di rilievo essenziale.

Se nelle campagne, infatti, la sinistra è oggi attestata su posizioni senza confronto più forti che negli anni ’50, per trasformare il sistema di avamposti che ha costituito in autentica occupazione di tutto il territorio rurale, la sua penetrazione deve passare inevitabilmente attraverso la conquista della cittadella Federconsorzi.

            Concluso il tempo della solidarietà nazionale, in un clima che dal compromesso sta riassumendo i caratteri dello scontro,  il riaccendersi della mischia attorno al grande baluardo agrario parfe eventualità inevitabile: i tempi ed i modi del nuovo confronto dipenderanno dallo svolgimento delle operazioni negli altri settori del fronte, ma nello spostamento del centro dello scontro, nella dislocazione delle forze d’urto delle parti pare inevitabile che un giorno la lotta torni ad investire la grande roccaforte agraria.

            E chi voglia cercare di capire quale potrà essere l’esito dell’assalto deve misurare le capacità di difesa di una parte, quelle di offesa dell'altra.

 

Assediati e assedianti: le forze schierate

            Nel campo della Federconsorzi l’esame deve necessariamente essere condotto sui due piani distinti delle linee strategiche secondo le quali lo stato maggiore ha disposto le proprie forze e su quello dei mezzi operativi, uomini, armi e munizion i, a sua disposizione per  realizzare la propria strategia.

            Sul primo piano, quello della politica aziendale, o, megli, della strategia dell’azienda nei confronti delle forze politiche nazionali, può forse suscitare meraviglia come, ormai a due anni dalla morte di Leonida Mizzi, per trent’anni autocrate indiscusso dell’organizzazione, fratture clamorose nel tessuto del grande apparato non si siano manifestate: Federconsorzi e consorzi agrari offrono ancora l’immagine di un apparato solido e compatto, capace di conservare la propria presenza sui mercati dei prodotti per l’agricoltura, di resistere alla pressione esterna, mantenendo la coesione che ha sempre costituito la grande forza dell’organizzazione. Mario Vetrone , primo presidente “effettivo” dopo la lunga presidenza “ombra” di Aldo Ramadoro, patetica controfigura di Leonida Mizzi, può vantare, in questi termini, di avere ben  superato la prova di un trapasso certamente non facile.

            Il direttore generale, Enrico Bassi, sta adempiendo, per parte sua, con competenza e padronanza ad un compito certamente non facile, per il confronto inevitabile, tanto da parte degli osservatori esterni quanto, soprattutto, dai suoi stessi collaboratori, con la personalità prepotente e le indiscusse capacità di comando del predecessori.

            Dietro questo scenario di normalità e sicurezza, gli osservatori più attenti fanno notare, tuttavia, che è proprio adesso che l’eredità di Leonida Mizzi sta giungendo alla propria scadenza: la solidità del tessuto organizzativo lasciato dal grande stratega finanziario  era tale, cioè, da assicurare per forza di inerzia la coesione del grande apparato per un lasso non breve di tempo. La vera prova della resistenza dell’antico monolito deve attendersi proprio alla scadenza del mandato di Vetrone, quando anche Enrico Bassi , per età prossimo a lasciare il comando, dovrà designare un successore. Le due scelte potrebbero scatenare, all’interno dell’organizzazione, le faide più scomposte, mostrando proprio allora tutte le difficoltà di una successione che solo per la solidità antica è apparsa singolarmente indolore.

            Dei difficili nodi politici condizionanti la stessa sopravvivenza futura della Federconsorzi nessuno, peraltro, in questi anni di interregno, è stato risolto: Mario Vetrone può vantare di avere depositato, dopo anni di polemiche, i rendiconti degli ammassi degli anni ’50, ma quei rendiconti, per i meccanismi machiavellici con cui furono concepiti, non potranno mai essere approvati dalla Corte dei Conti, e continuano a pendere come una spada di Damocle sulla sicurezza politica dell’organizzazione.            Qualcosa è stato fatto per aggiornare la compagine sociale dei consorzi agrari, la cui trentennale mancanza di rinnovamento costituiva il secondo inesorabile elemento di debolezza nelle difese della grande fortezza, ma le resistenze delle baronie locali della Col diretti a iscrivere nomi nuovi in elenchi elettoralmente  troppo propizi risultano, in molte province, invalicabili.

            Il mancato tamponamento delle due grandi brecce nelle difese dell’ente comporta, inevitabilmente, la sua debolezza verso le pressioni del Pci e del Psi, per arginare le quali, conclusasi  drammaticamente la trattativa di armistizio lucidamente avviata da Mizzi con il potere regionale emiliano, più nulla è stato fatto.

 

L’erosione inarrestabile di un impero finanziario

            Sul secondo piano, quello dei mezzi a disposizione degli assediati, le difficoltà a formulare ipotesi e giudizi, appaiono, anche all’osservatore più attento, pressoché insuperabili. Tutti gli interrogativi si riducono al quesito su quale sia realmente lo stato di salute del contesto Federconsorzi – consorzi agrari –società controllate.

            Ma un autentico “bilancio consolidato” dell’inseme delle attività economiche della grande holding non è mai stato realizzato: dalle pochissime persone in possesso di tutti gli elementi per una valutazione d’insieme non si ottengono che enunciazioni cortesemente evasive, da coloro che, anche a livello di alta responsabilità, dispongono della migliore conoscenza di settori specifici, si recepiscono le valutazioni più divergenti, legate all’andamento peculiare delle rispettive sfere operative.

            A quanto è dato capire, il numero di gran lunga maggiore dei consorzi agrari chiuderebbe i propri bilanci con perdite più o meno gravi.

            Tutti quelli di maggior peso economico, quelli il cui volume di vendite è compreso tra i 130 e i 50 miliardi, avrebbero, invece, bilanci positivi: i loro guadagni potrebbero, in prima approssimazione, esser4e ritenuti ampiamente compensativi, in termini cumulativi, delle passività degli altri. Ma è oltremodo difficile, se non impossibile, capire quanto queste attività di bilancio siano dovute alla rivalutazione di scorte, rese possibili dai fenomeni inflazionistici, quanto, invece, a reali guadagni. La stragrande maggioranza dei consorzi, infatti, è oberata da una pletora di personale esuberante le esigenze di una moderna attività commerciale (gli organici sono quelli di quando la contabilità dei clienti veniva realizzata con metodi amanuensi), i consorzi agarari dominano il mercato dei mezzi tecnici a più basso “valore commerciale aggiunto” (scaricare, immagazzinare, e ricaricare piccole partite di fertilizzanti è attività in perdita), ma sono assenti dai settori dei prodotti a maggiore “contenuto tecnologico” (vendono mangimi per bovini, banali miscele di granaglie, ma sono assenti dal mercato dei mangimi per suini, volatili e conigli, do ve i sono incomparabilmente più elevati). Quasi tutti soffrono, poi,  di esposizioni finanziarie, verso la Federconsorzi e verso il sistema bancario, in molti casi iagulanti.

            Tra le società di cui la Federconsorzi detiene il pacchetto di maggioranza, alcune costituiscono autentici gioielli economici, il Fata, l’assicuratrice del gruppo, ha raddoppiato in tre anni il volume di affari; altre, per lunghi anni travagliate da gravi crisi finanziarie, appaiono in ripresa, esempio illuminante la Polenghi – Lombardo; non sono poche, tuttavia, quelle che verserebbero, a quanto è dato sapere, in acque assai tormentate, in prima fila tutte quelle che gestiscono il patrimonio immobiliare dell’organizzazione, un autentico impero di aree e di fabbricati sui quali, in mancanza di un’adeguata difesa politica, si starebbero esercitando tutte le ambizioni e gli appetiti, urbanizzatori e “lottizzatorii”, dei comuni di tutti i colori.

 

Le forze nel campo assediante

            Eseguita la rassegna delle truppe ordinate all’interno degli spalti è necessario uno sguardo agli accampamenti degli eserciti assedianti.

            I loro avamposti paiono essere attestati attualmente, in Parlamento, nella sede della Commissione agricoltura, dove, al termine di un lungo braccio di ferro, una “commissione ristretta” è stata incaricata dell’esame e del confronto dei tre diversi progetti di legge depositati, all’inizio della legislatura, per la riforma del grande apparato agricolo: uno socialista, uno comunista, uno democristiano.

            Il loro esame può esaurirsi, per quello democristiano, nella constatazione che esso non costituisce che un mero strumento di riconferma della normativa che disciplina la vita dell’organizzazione, il decreto presidenziale del 1948; quello comunista non può non rivelare, ad un esame attento, il proprio carattere di prudente assaggio delle difese avversarie: misurato ed ermetico, esso è passibile di assumere la forma di semplice strumento di aggiornamento di alcuni aspetti marginali del decreto del ’48, lasciandone intatta la sostanza. Condizione implicita perché esso venga usato in questa direzione: che al Partito siano aperte pacificamente le porte della cittadella, e che esso possa collocare propri uomini nei suoi organi direttivi.

Ma qualora la nuova proposta di compromesso, la prima, condotta dall’assessore emiliano Ceredi, si in franse contro la reazione della Col diretti, dovesse incontrare lo stesso rifiuto, esso si presta altresì ad essere piegato a convergere con quello socialista, che rappresenta la vera proposta ei eversione definitiva dell’organizzazione.

Coscienti di non disporre, a differenza do Pci, di uomini e di capacità per partecipare con pari dignità alla gestione del colosso, i socialisti paiono infatti animati dalla volontà irrevocabile di distruggerlo: piuttosto che assistere all’insediamento dei fratelli-nemici all’interno della cittadella, meglio sarebbe, paiono avere deciso, la sua fine. Dallo smembramento del grande complesso in una costellazione di consorzi indipendenti, e di società industriali e commerciali in qualche modo affastellate nell’alveo delle partecipazioni statali, non è irreale supporre che essi potrebbero lucrare una serie di presidenza, , cui non potranno mai aspirare, invece, fino a quando l’organizzazione conserverà la solida organizzazione centralizzata del passato.

E per fare valere le proprie pretese il Psi dispone, oggi, di una testa di ponte nel Ministero dell’agricoltura, il sottosegretario Fabio Fabbri, il più puntiglioso, astioso e petulante dei nemici della Federconsorzi; potrebbero altresì disporre, domani, della stessa presidenza della Commissione agricoltura della Camera, per la quale si dice avanzino pretese tra le contropartite per la loro partecipazione  al Governo. Il posto dovrebbe essere occupato da Elio Salvatore, temperamento meno professorale di Fabbri,  nemico non meno implacabile, più protervo e sanguigno, del titano agricolo democristiano.

Dello scontro che si delinea in Parlamento, le schermagli in Commissione non costituiscono , ovviamente, che le prime avvisaglie, , ma già da quelle avvisaglie i difensori della Federconsorzi paiono attendere il confronto decisivo del tutto sprovvisti di una strategia e di disegni di difesa alternativi. Incapaci di riparare le brecce costituenti la causa della debolezza delle proprie difese,  i rendiconti degli ammassi e l’inconsistenza della base sociale dei consorzi, riluttanti ad un accordo con i comunisti, non pare improbabile che, quando il confronto cavilloso sui disegni di legge si trasformi in autentico corpo a corpo, essi   siano destinati a subire, senza possibilità di difesa, al furia devastatrice dell’ìassalto socialista (salvo l’ennesimoricorso a quelle mecenatesche elargizioni, per l’organizzazione pratica  non  del tutto desueta, alle quali, come dimostrano recenti preclari esempi, il Psi pare non essere del tutto insensibile,  anche se destinate a tradursi in ulteriori aggravi di bilancio in tempi che sono già di vacche assai magre).

 

Ai margini, due compagnie di ventura

            L’esame del teatro delle operazioni non sarebbe completo se non si prendesse in considerazione, infine, anche la collocazione, tra le forze disposte allo scontro, di due compagnie praticamente assenti, due anni fa, quando attorno alla Federconsorzi si combatté per respingere il tentativo di irruzione lanciato in Emilia Romagna. Due compagnie che nel contempo hanno raccolto e rafforzato i propri ranghi, tanto da poter svolgere, in un eventuale futuro scontro in campo aperto, un ruolo di primissimo piano: la Col diretti e la Confcoltivatori.

            Languente nell’assenza di qualsiasi guida politica, due anni fa la Col diretti viveva il punto più basso della propria lunga eclissi politica e sindacale. Appena costituita, la Confcoltivatori  doveva rafforzare il proprio tessuto organizzativo, ancora troppo fragile per poter essere impegnato in un terreno tanto arduo e infido.

Oggi, sotto le insegne di Arcangelo Lobianco l l’organizzazione dei coltivatori diretti cattolici ha ritrovato una compattezza e una volontà di  affermazione da anni dimenticate: la recente prova di forza in Piazza San Giovanni non lascia sussistere alcun dubbio a proposito. Mentre a Rimini Giuseppe Avorio ha dimostrato di avere saputo, in due anni, saldare in un tessuto unitario già considerevole i tronconi eterogenei confluiti nell’organizzazione contadina di sinistra, imponendo anche alle frange più massimaliste di matrice politica un quadro di riferimento politico-economico ed una prassi coerenti ai problemi delle campagne ed aderenti ai tempi che vive la società italiana: quella coerenza non potrà non dare i propri frutti anche in termini di adesioni alla nuova compagine, e di efficacia operativa dell’organizzazione.

            Due organismi, quindi, in vigoroso rilancio organizzativo: rivolgendo essi la propria proposta di adesione agli stessi piccoli e medi imprenditori, inevitabile la competizione. Sull’esito di quella competizione il controllo della Federconsorzi è destinato a svolgere un ruolo di primo piano.

            Di qui non è difficile la previsione che nella difesa della Federconsorzi, da cui ha tratto, fino dalla propria costituzione, gli ingenti mezzi finanziari necessari alla propria vita, anche la nuova Col diretti di Arcangelo Lobianco impegnerà per intero il proprio rinnovato potere di pressione. Non è, invece, egualmente scontato quale potrà essere, nel futuro scontro, la strategia dell’organizzazione concorrente: coerente alla linea del proprio partito, Giuseppe Avorio non ha nascosto, in passato, la propria propensione allo smembramento definitivo del grande complesso. La nuova forza dell’organizzazione che presiede potrebbe, tuttavia, fargli sposare , e non sarebbe scelta prima di ragioni, la tesi comunista, che nella Federconsorzi sia necessario entrare a tutti i prezzi, ma che sarebbe stolida insipienza distruggerla. In fondo, non sono pochi, nei ranghi della Confcoltivatori, i contadini che preferiscono comprare ai consorzi agrari piuttosto che alle cooperative della Lega, dove in nome del credo politico concimi e mangimi gli vengono fatti pagare di più. La loro iscrizione sul libro dei soci consacrerebbe la posizione di clienti già fedeli.

            E la concorrenza tra Federconsorzi e Aica non potrebbe che tornare a vantaggio, a ben guardare, degli agricoltori militanti sotto tutti gli stendardi. Trasformandosi in grandi holding, le cooperative di tutti i colori sono inevitabilmente preoccupate del proprio bilancio che di quello delle aziende dei soci. Megli metterle in concorrenza.

            Ma è proprio per la competizione che si prospetta tra le due organizzazioni contadine che le resistenze della Col diretti all’ingresso nei consorzi agrari di uomin i della consorella socialcomunista potrebbero essere più radicali e più invalicabili. Tali da determinare lo spostamento definitivo dell’organizzazione contadina di sinistra verso la tesi socialista, per la quale le campagne italiane potranno rifiorire solo quando il grande colosso sarà per sempre raso al suolo. Avorio ne riceverebbe ilo plauso incondizionato del proprio partito. Potrebbe essere questa scelta di campo a decidere la sorte dell’assedio che dura da trent’anni.

Terra e vita,  n° 17, 26 apr. 1980

 

 

 

Una storia d’Italia

Il crollo della Federconsorzi tra cronaca e storia

 

 

 

Una risposta alla crisi agraria

Nella seconda metà dell’Ottocentouna crisi drammatica scuote l’agricoltura europea. Le conquiste della meccanica hanno avvicinato ai centri urbani del Cecchio Continente le pianure americane, da cui dilaga una marea di cereali. In Italia a difendere l’economia agraria nascono, repentinamente, i consorzi agrari

La Federconsorzi ha celebrato il giubileo secolare con l’approvazione del concordato con i creditori. Riconoscimento singolare delle benemerenze del maggiore organismo economico dell’agricoltura italiana, la circostanza non ha mancato di suscitare il rilievo dei cronisti: al di là del lustrino per titoli di cronaca non ha ispirato quelle riflessioni meno occasionali che un evento di valenza secolare non manca di suggerire, quelle riflessioni che pare utile tentare in un momento di somma confusione quale quello che vive l’agricoltura nazionale.

Dogane e ferrovie

A indurre al cimento è la considerazione delle urgenze cui i fondatori vollero dare risposta, nel 1892, in un momento di grave crisi di tutta l’economia agraria. L’unificazione nazionale aveva trasformato in unico terreno di competizione i mercati tradizionalmente indipendenti dei principati italiani, tra i quali la rapida costruzione delle grandi linee ferroviarie stava producendo l’osmosi che la semplice connessione doganale sarebbe stata incapace di determinare. Mentre sul nuovo mercato i produttori operanti in condizioni tecniche ed economiche radicalmente diverse erano costretti a misurarsi in una concorrenza alla quale erano impreparati, la politica tariffaria del nuovo governo, ispirata al rigoroso liberismo della Destra, apriva lo stesso mercato al confronto con le agricolture europee e degli altri continenti. Gli agricoltori italiani venivano risucchiati, così, nel vortice la cui turbolenza stava infliggendo colpi durissimi a sistemi agrari assai più solidi e tecnologicamente progrediti.

Delineare il quadro delle agricolture europee all’alba della grande rivoluzione mercantile, e rievocare le reazioni di ognuna alle prime avvisaglie del terremoto, è impegno il cui assolvimento dovrebbe tradursi in ampia, dettagliata rievocazione storica. A provare quanto quel quadro sia vasto e articolato è sufficiente sfogliare il libro scritto, al termine del ciclone, da un grande agronomo, Italo Giglioli. Pubblicato nel 1905, Concimi, mangimi, sementi e sostanze antiparassitarie. Commercio, frodi e repressione delle frodi, è il rapporto predisposto per il Ministero dell’agricoltura per aggiornare la legislazione nazionale sul commercio dei fertilizzanti e dei mangimi, in tutti i paesi civili disciplinato da norme rigorose, in Italia ancora abbandonato all’arbitrio di venditori e acquirenti. Se l’analisi completa costituirebbe impegno esorbitante, la considerazione dei tratti salienti dello scenario , e la constatazione dell’arretratezza del contesto italiano, sono condizioni imprescindibili per percepire l’ambizione delle finalità dei fondatori della Federazione italiana dei consorzi agrari, e misurare la portata del successo che essi conseguirono.

Le nazioni dell’antichità hanno sempre scambiato cereali: la contesa per la prima rotta cerealiera tra l’Europa e l’Asia, la rotta dei Dardanelli, si sviluppa, ininterrotta, dalla guerra di Troia, attraverso le guerre persiane, le imprese di Pompeo, il confronto tra Bisanzio e l’Islam, i primati successivi di Venezia e di Genova, fino allo scontro tra le potenze europee per spartire l’eredità dell’Impero ottomano. Lentezza del naviglio, deperibilità della merce, incertezza della domanda, hanno impedito, tuttavia, nei secoli, che gli scambi di cereali assumessero un ruolo diverso dall’integrazione degli approvvigionamenti di una capitale vivente di elargizioni frumentarie, il caso di Roma, o dell’intervento imposto da una carestia, il caso che si ripete, con tragica monotonia, in una successione interminabile di secoli.

 

La rivoluzione del vapore

Perché il grano divenga oggetto di flussi internazionali ingenti e costanti occorre un’autentica rivoluzione, che si produce, a metà dell’Ottocento, in corrispondenza al trionfo di quattro congegni meccanici: la trebbiatrice, la mietitrice, la locomotiva ferroviaria e il piroscafo a vapore. Il prototipo della trebbiatrice mossa dalla forza idraulica viene sperimentata nel 1786, i modelli mossi da un maneggio a cavalli vengono perfezionati nei decenni successivi. La prima mietitrice, a barra frontale, viene presentata nel 1827, la prima locomotiva terrestre solca le campagne inglesi nel 1805, la prima caldaia montata su un’imbarcazione ne muove le pale nel 1783: occorreranno cinquantacinque anni perché, con la sostituzione dell’elica alle pale, nasca il piroscafo.

La sperimentazione dei primi modelli dei quattro apparecchi si protrae, nei primi decenni dell’Ottocento: quando, a metà del secolo, le quattro vicende parallele hanno prodotto macchine efficienti ed economiche, l’effetto del loro impegno combinato è la trasformazione delle pianure americane, la Prateria a Nord e la Pampa nel Sud, in distese di cereali destinati alla fame delle metropoli industriali che in Europa si sviluppano con turbolenza, di cui le agricolture del Vecchio  Continente sono incapaci di soddisfare l’insaziabile domanda.

Prova la potenza della combinazione la caduta del prezzo del frumento sul mercato di Londra, che assurge a borsa cerealicola del Globo: il quarter di otto staia (291 litri) che nel 1870 costava 2 sterline e 5 scellini, viene venduto, nel 1895, a 1 sterlina, 2 scellini e 8 pence. Del prezzo finale la componente che spetta ai trasporti si è ridotta più che proporzionalmente: se nel 1870 il trasporto per ferrovia da Chicago a New York costava 113 pence, la traversata 66, nel 1895 le due voci si sono contratte, rispettivamente, a 47 e a 23 pence.

 

Indagini e istituzioni

Le reazioni delle agricolture europee alla testa d’ariete che, attraverso l’Atlantico, ne conquista i mercati tradizionali, possono ordinarsi su tre terreni diversi: quello politico, quello scientifico, quello organizzativo. Sul primo le manifestazioni del disagio da parte dei ceti rurali accendono, in tutti i paesi del Continente, dibattiti parlamentari che portano al varo di inchieste affidate a commissioni governative, le quali elaborano, al termine dei propri lavori, imponenti relazioni, il più monumentale apparato analitico sulle produzioni della terra della storia della cultura economica e politica.

Dalle indagini parlamentari prendono corpo misure di intervento che mirano a colmare gli svantaggi delle produzioni nazionali attraverso il potenziamento degli apparati scientifici e l’accelerazione della divulgazione delle tecniche più aggiornate, o mediante la migliore organizzazione mercantile. La prima risposta si traduce nella creazione della rete di stazioni sperimentali e di istituti di istruzione il cui numero si moltiplica esponenzialmente tra il 1860 e il 1880, la seconda nella creazione degli organismi di rappresentanza degli agricoltori, al primo posto le cooperative.

Tanto sul terreno scientifico e divulgativo quanto su quello organizzativo dimostrano il dinamismo più vivace due piccole nazioni, la Danimarca e l’Olanda, la rapidità dei cui interventi ne colloca le agricolture, nei frangenti della grande crisi, in posizioni significativamente privilegiate. Seppure più lentamente, distanzia tutti i concorrenti, sul terreno sperimentale, la Germania, dove si registra altresì la nascita di un precoce e robusto movimento cooperativo. Segue a qualche distanza la Francia, dove i governi della seconda Repubblica varano una serie di impegnative misure su entrambi i terreni di confronto.

Reagisce con tempestività minore delle nazioni rivali, paradossalmente, l’Inghilterra, i cui governanti, tutori delle esportazioni industriali, e arbitri benevoli delle importazioni agricole dalle colonie, non si preoccupano della decadenza dell’agricoltura che vanta il primato augusto della Rivoluzione agraria moderna.

 

Il malessere agrario e l’Inchiesta

Per definire, nella cornice europea, la più congrua collocazione dell’Italia, è necessario evitare l’abbaglio di date ingannevoli. La prima indagine agraria italiana viene effettuata, infatti, nel 1876, la grande Inchiesta nazionale è varata l’anno successivo, viene perfezionata nel 1882. Il primo organismo associativo tra agricoltori vede la luce nel 1886 con l’approvazione della legge che istituisce i “comizi agrari”, le stazioni agrarie italiane nascono, nel 1870, con i primi decreti di fondazione firmati dal ministro Castagnola. L’ordito delle date parrebbe porre il Paese all’avanguardia tra le nazioni impegnate per il progresso dell’agricoltura: La deduzione sarebbe ingannevole: nelle conclusioni, che presenta al Parlamento, dell’Inchiesta agraria, il coordinatore del vasto lavoro, il senatore cremasco Jacini, dimostra l’impotenza della classe al governo, incapace, di fronte all’evidenza di arretratezza e miseria, di varare qualunque misura che comprometta il quieto benessere dei percettori di rendite agrarie, il ceto delle cui preoccupazioni Jacini è ligio interprete.

All’Inchiesta segue, quindi, l’inerzia: la creazione dei comizi, creature inconsistenti cui gli agricoltori non accrediteranno alcuna fiducia, e l’istituzione delle stazioni sperimentali, dotate di risorse risibili di fronte agli investimenti nella sperimentazione di tutti i paesi avanzati, non sono che conati incerti di infrangerla.

In un libro famoso, Il capitalismo nelle campagne, Emilio Sereni, storico marxista e dirigente comunista, ha sostenuto che in Italia lo stato liberale nasce malforme siccome non nasce da una rivoluzione borghese: la rivoluzione che gli è mancata avrebbe dovuto abolire, sostiene, ogni residuo feudale nelle campagne .Non privi di coraggio su terreni diversi, i governanti della Destra sarebbero stati pavidi e malsicuri, secondo Sereni, di fronte al problema della ripartizione, attraverso rendite, profitti e salari, dei frutti della terra. Seppure la storia abbia suggerito la maggiore cautela verso le sentenze dei seguaci di Marx, non v’è dubbio che il timore di alterare la precaria staticità di un edificio insicuro detta ai governanti dell’Italia unita il più rigido immobilismo sociale.

Lo spirito conservatore dei governanti della Destra conosce il tragico apice nei moti per il “macinato”, una rivolta per il pane che accende luci sinistre nell’Europa investita dalla marea del frumento americano. Nell’inadeguatezza dell’azione degli organi di governo, la creazione della Federazione nazionale dei consorzi agrari , e quella degli organismi che si moltiplicano, progressivamente, tra i ranghi che essa coordina, propone un segno inequivocabile di vitalità e di lungimiranza: l’unico avvenimento di autentico rilievo innovativo che nel primo cinquantennio di vita unitaria anima la vita sonnolenta delle campagne. Ai protagonisti, e alle modalità, dell’avvenimento, è necessario dedicare un’attenzione circostanziata.

 

Terra e vita n° 3 1993

 

 

 

Il crollo della Federconsorzi tra cronaca e storia -2

Borghesia illuminata o élite massonica?

La nascita dei consorzi agrari è fenomeno singolare in un paese che nell’età del grano americano è agitato dai moti per il “macinato”. I governanti sono incapaci di una strategia. Riparano alle carenze i creatori della Federconsorzi, nei quali si può intravvedere la coscienza della borghesia agraria o una minoranza di ebrei e massoni

 

Nell'analisi  più attenta eseguita da un cultore di studi storici della parabola della Federconsorzi, Angelo Ventura ha identificato, nel 1977, nella creazione dell'ordito consortile una prova di maturità della borghesia  agraria italiana, che con il radicamento dell'originale formula organizzativa avrebbe dimostrato di percepire le avvisaglie del conflitto tra i propri interessi e quelli della nascente industria chimica, e che per combattere quello scontro si sarebbe schierata nei consorzi.

 

Un'intuizione e la sua traduzione

Elencando gli indizi che inducono a identificare nei proprietari di medie dimensioni il nerbo delle forze che si raccolgono nei nuovi organismi, nell'articolo pubblicato su Quaderni storici, con coerenza  metodologica Ventura sottolinea che la verifica dell'estrazione sociale dei protagonisti della fortunata avventura  dovrà essere  operata attraverso l'accurata analisi dei libri sociali dei  primi  consorzi: fino a quando quell'analisi  non sia compiuta, qualunque storia della Federconsorzi resta fondata su ragionevoli, eppure volatili congetture.

In attesa che le indagini capaci di tradurre in certezza  le supposizioni  vengano realizzate non costituisce, forse, esercizio storiografico pleonastico  avanzare  una  proposta di lettura alquanto diversa da quella di Ventura, che meglio di quella di Ventura pare spiegare tanto la subitaneità della nascita  quanto la rapidità del disarmo della Federconsorzi di fronte alle imposizioni fasciste: seppure l'indagine circostanziata  dovesse dimostrare anche in quell'assunto un'ipotesi parziale, esso non mancherebbe di assicurare un elemento complementare per una interpretazione più esaustiva, quindi meno lontana dal vero. Il filo della  lettura che si propone ha origine dalla constatazione della comune  professione ebraica del fondatore ideale della Federazione, Luigi Luzzatti, l'antiveggente alfiere di istituzioni di preminente respiro nazionale, creditizie e scientifiche, e del primo presidente, Enea Cavalieri, da quella della comune militanza massonica di un numero considerevole tra i protagonisti dell'avventura, da Giovanni  Raineri a Emilio Morandi, rispettivamente primo e secondo direttore generale, quindi secondo e quarto presidente. La sommaria considerazione dei profili biografici induce a individuare, nelle file dei fondatori, la presenza di altri ebrei massoni e di altri esponenti  del liberalismo massonico, in numero che pare impossibile sottovalutare.

Attribuire la creazione della Federazione a un manipolo di israeliti e massoni anziché a semplici, seppure qualificati rappresentanti della  borghesia  agraria, non costituisce mera annotazione sociologica: equivale ad  ascrivere la lungimiranza che guida l'impresa a un'elite alquanto ristretta anziché al  più ampio ceto dei possidenti e  degli  imprenditori agrari. Come riconosce Ventura, la Federazione nacque  prima dei consorzi, e, come narrano le cronache, alla seduta notarile che suggellò la costituzione le adesioni  furono tanto esigue da motivare il malizioso sorriso degli scettici. L'evidenza dei benefici commerciali assicurati  dai  primi  acquisti collettivi avrebbe prodotto l'adesione di schiere più vaste di possidenti, che si sarebbero avvalsi dei consorzi assicurandosi la facoltà, però, di comprare i concimi sul mercato appena fossero offerti a condizioni più vantaggiose. I veri fautori sarebbero rimasti sparuta minoranza, quell'elite dirigente che la folla dei soci abbandona appena  il più  rumoroso richiamo al patriottismo di classe chiama la borghesia agraria a serrare i ranghi attorno ai gagliardetti, facendole dimenticare, per incapacità di  calcolo, anche il proprio tornaconto.

L'ipotesi dovrebbe essere suffragata, ovviamente, da sicuri elementi di prova. Mentre, peraltro, l'estrazione israelita di Luzzatti e di Cavalieri è dato sicuro, gli elementi che sospingono ad attribuire  una militanza massonica a Raineri e a Morandi, come ai loro consorti Bizzozero e Alpe, seppure convergenti, sono volatili, ed andrebbero misurati con tutti i possibili mezzi di riscontro. Le due professioni, in età risorgimentale convergenti, offrono, comunque, una spiegazione seducente del rapido agglutinarsi di volontà  e propositi che si verifica, dopo una breve stagione di incontri e assemblee, con la stesura, da parte di Cavalieri,  dello statuto, con la sua sottoscrizione, con la dilatazione che trasforma un organismo federale pressoché privo di enti federati nell'asse di una costellazione dalle innumerevoli appendici. Senza una chiave che spieghi la coesione del gruppo dirigente, in tempi di interminabili, sterili dibattiti sulla crisi dei mercati, la serie di eventi apparirebbe quantomeno prodigiosa.

 

Un parallelismo eloquente

Ricostruire secondo le coordinate suggerite la storia della Federconsorzi equivale a supporre per la maggiore organizzazione dell'agricoltura italiana una parabola analoga a quella che è più agevole stabilire per la Federazione nazionale delle  cantine sociali, il consorzio di cooperative enologiche creato nel 1922 da Gino Friedmann, l'avvocato israelita modenese  di  cui chi scrive ha ripercorso la vicenda per proporne la circostanziata biografia. Assurta rapidamente a  realtà significativa, la Federazione viene sciolta negli anni di irrigidimento del Regime, è ricostituita in età repubblicana, ma languisce per l'incontenibile spinta degli organismi cooperativi a raccogliersi dietro gli stendardi dei partiti popolari. Privata dell'adesione dei sodalizi operanti in aree viticole cardinali, la compagine dell'avvocato ebreo si spegne, negli anni '60, mentre le cantine di area cattolica si trasformano in apparato di copertura degli affari vinaccieri dei fratelli Salvo, i famosi esattori di militanza andreottiana, quelle comuniste si convertono nella macchina che alimenta l'effimero business americano del Lambrusco.

La  storia dell'avvocato modenese e del suo sodalizio cooperativo è storia emblematica: i Friedmann, antichi finanzieri dei duchi di  Modena, sono  divenuti proprietari di  terre nel circondario dell'abbazia di Nonantola in occasione, verosimilmente, della liquidazione dei patrimoni ecclesiastici, di cui una bolla di scomunica impedisce l'acquisto ai possidenti cattolici. Decidendo di lasciare il foro per l'amministrazione delle  aziende di famiglia Friedmann vi impiega peculiari attitudini finanziarie, che fanno di lui agricoltore assolutamente anomalo rispetto ai possidenti di una provincia dall'agricoltura pure evoluta. A  distinguerlo è la  percezione delle  dimensioni nuove del confronto mercantile, quella percezione che lo spinge, grande proprietario, a promuovere cooperative unendo agricoltori di  capacità assai inferiori  alle sue, per  comporre, insieme, un contesto capace di sfidare il commercio sulla frontiera dei prezzi.

La ragione che ha attratto all'agricoltura Gino Friedmann ha condotto a  impegnarvisi, presumibilmente, famiglie ebree di province diverse, che sarebbe importante  misurare quanto partecipino ai  primi cimenti dell'associazionismo  agrario. I libri sociali dimostrano la partecipazione di  Friedmann,  fino alla recrudescenza del Regime, alla vita della Federconsorzi: ove la dimostrazione potesse estendersi ad  altri proprietari israeliti, ci si troverebbe di fronte a una spiegazione non priva di significato della vigorosa carica innovativa che contraddistingue la nuova organizzazione. La cui rapida affermazione è il prodotto di un novero significativo di intuizioni e procedimenti sconosciuti alla tradizione della borghesia agraria italiana: al primo posto la cooperazione finanziaria, retaggio tradizionale, invece, delle comunità ebree.

 

Nella morsa del Regime

All’assunto della lungimiranza della borghesia agraria alla costituzione della rete consortile, Ventura connette, coerentemente, quello del dissenso tra la borghesia agraria e il Fascismo quando questo, con la rivalutazione della lira e il varo della politica corporativa, abiura i principi del liberalismo economico che ha artatamente tollerato. Raineri e Morandi non potevano, sottolinea Ventura, accettare quell'abiura. Come non l'accettarono Raineri e Morandi non l'accettò qualche decina, forse qualche  centinaio di proprietari di più solida fede liberale: non pare, tuttavia, che la sua imposizione  abbia suscitato resistenze da parte delle compagini sociali costituenti i consorzi, che erano, ricordiamo, liberi organismi amministrati da consigli  eletti dai soci, che il Regime trasforma in enti parastatali in  cui amministratori scelti dall'alto tra i soci assolvono ai propri compiti annuendo alle decisioni ministeriali.

All'alba del Ventennio i consorzi federati erano seicento: tra seicento consigli di amministrazione le riserve individuali, che non poterono mancare, non si sarebbero in alcun caso tradotte in opposizione? La conversione imposta non avrebbe incontrato resistenze? Costituisce espressione palese di resistenza il convegno che Morandi convoca a Montecatini, nel 1925, per ribadire il valore dei principi ispiratori della compagine, l’ultima manifestazione di vitalità del manipolo dei fondatori. Di quel convegno si dovrebbero rintracciare gli atti, come si dovrà, per dare risposta alle domande capitali sull’esclusione della classe dirigente originaria, svolgere l'esame più penetrante delle vicende dei singoli consorzi, concentrando l'impegno su  quelli che avevano realizzato più significativi risultati commerciali.

Una ricerca eseguita a Ferrara ha dimostrato che nella città, patria di Cavalieri, esisteva un consorzio che i luogotenenti di Balbo condannarono all’estinzione, sottraendogli linfa associativa, che convogliarono in un organismo nuovo, cui diedero vita nel 1926. Contando sull'appoggio del vertice della Federazione, dove, espulso Morandi, sedevano un commissario e un vicecommissario in camicia nera, ottennero che l'organismo federale annullasse i propri rapporti con  l'ente ferrarese tradizionalmente affiliato, per assicurare l'esclusiva della propria rappresentanza al nuovo consorzio di marca fascista.

Perché i capitani degli agricoltori ferraresi non si impossessarono dell'organismo esistente, e affrontarono il  più laborioso impegno di fondare un consorzio nuovo, cui accollarono, per rassicurare soci sempre sospettosi, i debiti del primo? La duplicazione fu risposta a un'opposizione ideale o fu precauzione dettata dal bilancio di un organismo indebitato? La cura, di luminosa matrice squadrista, di distruggere i libri sociali del primo organismo, di cui nessun archivio ferrarese conserva traccia, rende le due domande insolubili. La circostanza potrebbe essere  indizio di una resistenza: ove si voglia provare, peraltro, che qualche resistenza all'espropriazione dei consorzi la borghesia agraria avrebbe opposto, l'indagine dovrà verificarlo ricostruendo la storia dei dieci, venti sodalizi che costituivano, attorno alla Federazione, il drappello d’avanguardia.

Ma sui rapporti tra borghesia agraria e Fascismo un'altra domanda si impone. Ove il contesto dei consorzi fosse creatura genuina, quale sostiene Ventura, della  borghesia agraria, lo stesso ceto non vantava, verso il Fascismo, benemerenze tali da meritargli la conservazione dell'organismo economico creato per tutelarne gli interessi mercantili? Se vi avesse identificato un patrimonio  di classe, come avrebbe potuto accettarne prima l'affidamento a un commissario, poi la statalizzazione,  nelle forme successive che essa assumerà con le riforme di Rossoni e di Pareschi? Divergenti nelle forme, i due ordinamenti del contesto consortile imposti  dal Regime convergevano, si deve  rilevare, nell'ispirazione statalista.

 

Labari e perfosfato

In attesa che vengano intraprese le indagini necessarie  a rispondere al quesito seduce chi ne misuri le implicazioni il giudizio che Renzo De Felice esprime in Mussolini, il fascista, il terzo segmento della monumentale opera sul Ventennio. Analizzando le reazioni degli ambienti economici alle scelte che preparano, dopo il discorso di Pesaro, la rivalutazione della lira, il massimo studioso del Fascismo annota che a confronto dell'accorta strategia della Confindustria colpisce la mancanza di un atteggiamento coerente degli agricoltori, che si avviano a subire le conseguenze della rivalutazione, che si tradurranno nella più grave crisi agraria, con fiera, o, se si preferisce, "fascistica" ottusità.

Il ceto che ha compreso, con antiveggente tempestività, la necessità di stringersi a falange per contrastare lo strapotere industriale sarebbe incapace di accorgersi che quel potere, controllato a vista per trent'anni, sta per conquistare, nel confronto economico che ferve dietro la retorica della "quota novanta" una preminenza sconosciuta dalle origini del conflitto? La risposta affermativa appare scarsamente verosimile. Non è più coerente supporre che, emarginata l'elite ebrea e massone che, dotata di acuta percezione finanziaria, ha avuto in consegna, per una parentesi quarantennale, le sorti dell'agricoltura, possidenti e imprenditori siano soggiogati dalla retorica che ne blandisce, abilmente, i preconcetti antichi? Obbedienti alla missione fatale che li erige a barriera contro il "bolscevismo", avrebbero dimenticato di controllare il dare e l'avere tra l'economia agraria e la società Montecatini, il cui presidente avrebbe goduto di credito maggiore, presso il Duce, dei  gerarchi che capeggiano, successivamente, le confederazioni agrarie.

Le due tesi non sono necessariamente confliggenti. Ipotesi che le contemperino sono agevolmente immaginabili: siccome la ricerca storica non può mancare dell'esercizio dell'immaginazione, ma deve risolversi nel confronto con i dati, rimettiamo a chi della compagine consortile indagherà vicende e circostanze la verifica di quale sia stato, nel procedere dei decenni, il ruolo dell'elite che dell'impresa concepì il disegno, quale quello degli strati sociali che vi aderirono. Quanto impegno e perseveranza dovesse costare, la ricostruzione della vita dei consorzi e della relativa Federazione ci dischiuderà la comprensione della vicenda più significativa della storia agraria dell'Italia unita.

 

Terra e vita n° 6 1993

 

 

 

 

Il crollo della Federconsorzi tra cronaca e storia -3

Battaglia del grano e consorzi agrari

Durante il Ventennio consorzi agrari e Federazione perdono l’autonomia per trasformarsi in apparato parastatale. Il Regime ne modifica la strategia. Da strumento di contrattazione il contesto diventa strumento annonario. Tra i gerarchi che si alternano alla guida della compagine spicca Carlo Pareschi

Se colpisce la rapidità con cui, retta da un manipolo di uomini dotati di lungimiranza e ascendente, la  Federazione consegue, in un volgere rapidissimo di anni, le più lusinghiere mete commerciali, non produce stupore minore la constatazione del travaglio senza fine che l'organismo conosce appena il Fascismo sostituisce a quegli uomini nuovi comandanti.

 

I fasti e il travaglio

La prima manifestazione di quel travaglio è la girandola di commissari, presidenti e direttori a vario titolo, generali e centrali, che si succedono alla guida dell'ente: nell'arco dei primi venticinque anni presidenza e direzione generale sono state appannaggio di soli quattro uomini, che hanno condotto, senza soluzione di continuità, la strategia più coerente; nei sedici anni successivi alle due cariche, e a quella di commissario, che sostituisce, ad intermittenza, la prima, si alterna una dozzina di gerarchi e centurioni, pochi tra i quali conservano il ruolo per tempi sufficienti a conseguire la piena padronanza dell'organismo.

Il secondo segno del travaglio sono le difficoltà di bilancio che l'intero sistema registra, con acutezza crescente, al moltiplicarsi degli effetti della Depressione. Dal 1930 il numero dei consorzi che chiedono il supporto  finanziario della Federazione si moltiplica in crescendo inarrestabile, fino a quando, nel 1932, il Governo risponde alle invocazioni creando l'Ente finanziario dei consorzi agrari, lo strumento con cui affida alle casse  di risparmio il salvataggio di una compagine che nel quadro totalitario, che presto si trasformerà in contesto prebellico, assolve alla funzione fondamentale di macchina frumentaria.

Alla ricerca, nella successione di commissari e presidenti, degli uomini cui attribuire la paternità della metamorfosi, non appaga gli interrogativi il volume con cui nel 1987 ha rievocato la parabola del sistema consortile Renato De Marzi, Grano e potere, che propone il profilo più eloquente di Edoardo  Bassi, anima agronomica della Federazione, in cui è difficile scorgere uno degli  artefici dei suoi  destini politici. Al profilo rassicurante di Bassi De Marzi aggiunge qualche nota di vibrante apologia su Carlo Pareschi, uno degli uomini che delle  vicende della Federconsorzi furono arbitri  autentici, il cui ruolo impone, peraltro, un esame alquanto più articolato e più critico.

 

Due gerarchi ferraresi

Se Pareschi emerge dalla girandola di commissari e direttori, il primo titolo che ne impone la menzione deriva dal mandato cui assolve, nel 1927, come vicecommissario:  assicurare il controllo dell'organismo, appena sottratto agli amministratori liberali, esautorati per decreto, alla  Confederazione  fascista degli agricoltori, di cui Pareschi è segretario generale. Il secondo è costituito dalle realizzazioni del sistema consortile durante la lunga permanenza nel ruolo di direttore generale. Il terzo titolo storico di Pareschi è la legge con cui, assurto alla responsabilità di ministro dell'agricoltura, riforma l'ordinamento dei consorzi agrari stabilito, nella cornice delle istituzioni corporative, dal predecessore, Edmondo Rossoni, con Pareschi coprotagonista della vicenda federconsortile nell'età dei labari e dei gagliardetti.

Giuseppe Medici ricordava come circostanza singolare la contesa che oppone due uomini tanto simili, sottolinea, e tanto lontani: figli della stessa  terra, sono dotati di eguale, focosa intraprendenza, che nelle opzioni rispettive assume i connotati della diversa educazione, quella della borghesia terriera per Pareschi, quella sindacalista per Rossoni. Quanto il  primo è tutore degli interessi dei ceti possidenti, tanto il secondo è alfiere del sindacalismo populista che del Fascismo costituisce l'anima contrapposta. se è verace il ritratto di Mussolini tracciato, nella biografia famosa, da Denis Mack Smith, che nel dittatore italico addita il teatrante indefessamente impegnato a cambiare ruolo e parte, non v'è dubbio che Pareschi e Rossoni sono i comprimari delle recitazioni destinate a platee di matrice e di gusti radicalmente diversi.

Non senza il suffragio di qualche indizio seducente, De Marzi addita in Rossoni il  fautore della filosofia totalitaria che vuole l'apparato consortile, Federazione e consorzi  provinciali, strumento  funzionale  dello  Stato, in Pareschi il difensore dell'autonomia di un'organizzazione creata dagli agricoltori  per tutelare, autonomamente, i propri interessi. Per sottolineare la divaricazione esalta il fossato  che separerebbe l'"ente morale" in cui converte la Federconsorzi la legge di Rossoni, e la "persona giuridica" in cui la  trasforma, successivamente, la legge di Pareschi. E' difficile non riconoscere una coerenza alquanto più solida alla lettura proposta, nel saggio già ricordato, da Angelo Ventura, che addita nella trasformazione dell'apparato consortile, alla data del decreto che estromette Morandi associazione di libere cooperative, in entità parastatale, un processo continuo, conseguenza necessaria, al di là delle propensioni dei protagonisti, del trionfo di un regime che vorrebbe soggiogare ogni attività economica al proprio disegno totalitario.

La grande svolta nella vita della Federconsorzi sarebbe stata, suggerisce Ventura, la conquista autoritaria: la definizione del volto nuovo dell'organismo nel quadro statale totalitario sarebbe stata questione rilevante solo per i teorici della dottrina corporativa. Prova l'esattezza del giudizio l'argomentazione con cui il figlio dello stesso Pareschi, Giancarlo, ha riassunto, in una brillante tesi di laurea, le sottili ragioni con cui dottrina e giurisprudenza hanno tentato di individuare, con risultati alquanto incerti, la scriminante tra le due discipline. La conferma la considerazione delle vicende della Federconsorzi dopo il ripristino delle libertà politiche, quindi di quella di associazione economica: comunque si affronti l'esame di quelle vicende, non è possibile sottostimare il problema del ripristino dei connotati associativi in quanto condizione della vitalità dell'organizzazione,  il  problema la cui  mancata soluzione dell'organizzazione segnerà il destino.

 

La battaglia del grano

Durante la Grande Guerra la Federconsorzi ha assicurato  al Paese l'unico apparato frumentario in grado di conservare nel tempo e di trasferire nello spazio  le scorte che le contingenze belliche imponevano di dosare per soddisfare i bisogni essenziali alle latitudini diverse della Penisola. Tutti i governi dell'antichità hanno disposto,  si può  ricordare, di granai pubblici, la cui gestione ha costituito preoccupazione preminente dei Cesari, cura assidua delle consulte comunali, degli ufficiali delle signorie, dei ministri delle monarchie.  Non dispone di un apparato annonario, invece, lo Stato ottocentesco, creatura di quella dottrina liberale che nel corso del Settecento ha lanciato la prima grande sfida combattendo restrizioni e remore al libero commercio dei grani.

Nei frangenti di una guerra che ricalca, ingigantite le proporzioni, un grande assedio medievale, il grano ha riacquistato il ruolo di condizione cardinale della vita collettiva, di cui i governi si sono adoperati a regolare  l'uso servendosi degli strumenti di cui abbiano potuto disporre. L'Italia in guerra ha identificato l'apparato più idoneo ad applicare una politica delle scorte nella Federconsorzi  di Morandi, e della Federconsorzi di Morandi si è avvalsa.

Dopo l'insediamento di  un gerarca al vertice, di esecutori obbedienti ai federali alla testa  dei consorzi  provinciali, l'apparato granario di cui hanno collaudato l'efficienza  le impellenze della guerra è lo strumento naturale per la grande battaglia che il Regime affronta, in coerenza ai propositi bellicosi, sui campi della Penisola, la battaglia per l'autonomia frumentaria. Se ripugnava ai governi liberali farsi negozianti e mugnai, la gestione dei granai  nazionali è, invece, aspirazione coessenziale a un regime che vuole ricalcare le glorie dei Cesari, scrupolosi dispensatori di frumento alla plebe osannante.

Coltura chiave nel quadro di un'economia, quale quella italiana, ancora  preindustriale, non è solo in termini di gestione delle scorte che il frumento è stato al centro dell'azione della Federconsorzi, la cui prima attività, il commercio dei fertilizzanti, si è imperniata sul perfosfato, in quantità preminente destinato ai campi di grano, il cui secondo impegno, quello sul terreno della meccanizzazione, si è sviluppato sul perno delle mietitrici e delle trebbiatrici, la cui attività sementiera ha corrisposto agli acquisti collettivi di grano da seme delle prime razze selezionate, prima tra tutte il Gentilrosso.

Se il vistoso aumento della produzione di frumento, che tra il triennio 1921/23 e il triennio 1939-41 passa da 5,0 a 7,3 milioni di tonnellate, costituisce l'unico successo della politica agraria del Regime, quel successo è, in grandissima parte, successo della  Federconsorzi, che all'incremento della produzione di grano assicura il supporto della capillare distribuzione di concimi e di sementi, della più vasta rete di assistenza tecnica per l'impiego delle macchine, del sistema di ammasso che del raccolto garantisce la conservazione liberando gli agricoltori delle coazioni che indurrebbero, per carenza di ricoveri o per necessità di contante, a vendere ai prezzi avviliti del momento del raccolto. L'apparato di magazzini di cui la Federconsorzi si dota durante il  Ventennio è il frutto, si deve annotare, delle singolari doti organizzative e dell'ascendente umano di Carlo Pareschi, che si avvale del capitolato stabilito col Governo per la gestione dell'ammasso per ottenere dalle banche i crediti necessari a realizzare l'imponente maglia di granai.

I critici imputeranno alla monolateralità dello sforzo frumentario il mancato decollo, in Italia, di una  zootecnia moderna, il segno di distinzione dell'agricoltura dei paesi evoluti: al di là del giudizio complessivo cercando di discernere quanto, nella "battaglia del grano", sia stato successo effimero e quanto sia stato più duratura conquista agronomica, non v'è dubbio che vanta il secondo titolo la diffusione realizzata, in un contesto agricolo polverizzato e arretrato, delle sementi selezionate, quei grani che, frutto delle ibridazioni di Nazareno Strampelli, ebbero nell'apparato di promozione, vendita e assistenza tecnica diretto da Edoardo Bassi il fulcro del successo. Come fu autentico progresso agronomico la diffusione delle concimazioni  azotate, che agronomi valenti, ricordiamo Dante Gibertini e Alfonso Draghetti, convinsero gli agricoltori a praticare sfruttando l'emulazione alimentata dai concorsi della "battaglia".

 

Esportare ortofrutta

Se sul terreno granario la Federconsorzi fascista non ci propone, peraltro, che la brutta copia della creatura di un manipolo di coraggiosi spiriti liberali, v'è una sfera operativa in cui la dirigenza in camicia nera assume, con coraggio, l'iniziativa spingendosi su un terreno sul quale Raineri era stato titubante a cimentarsi, ricordandone le alee a chi denunciava l'assenza  di impegno. Il terreno nuovo è quello delle vendite collettive dei prodotti agricoli, al primo posto quegli ortofrutticoli nella cui produzione l'Italia vanta antichi primati, all'alba del secolo oggetto di un flusso di esportazioni consistenti, che i responsabili della politica agraria vorrebbero più ampio, siccome fonte delle uniche entrate valutarie possibili ad un'agricoltura che nelle produzioni cerealicole e zootecniche non è in grado  di sfamare l'appetito del Paese, che in quelle ortofrutticole  gode di condizioni  privilegiate rispetto a tutti i paesi europei, condizioni che appare improvvido non  trasformare in sorgente di ricchezza.

Verificata la disponibilità di alcuni solidi consorzi dell'Emilia Romagna, la decisione si traduce nella creazione della Fedexport, un organismo al cui decollo vengono  dedicate cure ed energie, che conseguirà successi  non privi di rilievo, che sopravviverà faticosamente, dopo la guerra, a causa del vizio di origine, la mancanza, tra i  conferenti, di autentico spirito cooperativistico, la peculiarità che ne farà il parafulmine  di ogni crisi mercantile, sulle piazze ortofrutticole evento non infrequente, che le impedirà di recuperare proventi proporzionali nelle congiunture favorevoli, quando i conferenti saranno pronti a cedere il prodotto agli esportatori concorrenti.

Convertendola nello strumento della propria politica granaria il Fascismo ha fatto della Federconsorzi organismo agrario a sua immagine e somiglianza, coerente a  un regime la cui ispirazione bellicosa porta, inevitabilmente, allo scontro militare, quello scontro durante il quale l'organismo assolve ancora ai compiti frumentari risultandone trasformata in apparato a preminenti  finalità annonarie. Nato come compagine di cooperative autonome operanti per l'approvvigionamento di soci liberi di usufruire dei suoi servizi, altrettanto liberi  di acquistare da altri, il contesto consortile uscirà dalla guerra rimodellato nello strumento di una politica annonaria coattiva, la peculiarità che caratterizzerà l'apparato che i primi ministri repubblicani si proporranno di riformare  per restituirgli la fisionomia originaria. Saranno  propositi perseguiti con  energia decrescente: l'esito dell'impegno segnerà il corso della parabola dell'organismo nato a Piacenza l'anno 1892.

 

Terra e vita n°10 1993

 

 

 

Il crollo della Federconsorzi tra cronaca e storia- 4

La conquista democristiana e la riforma mancata

Evitata la soppressione come ente corporativo, la Federconsorzi è rimasta,  durante i governi di coalizione antifascista, nell'orbita comunista. Dopo la vittoria del 18 aprile il democristiano Segni decreta un riforma che lascia inalterato l'accentramento fascista. La riforma democratica potrebbe essere compiuta dopo la conquista da parte di Bonomi, che per affrontarla convoca un grande convegno, ma che all'apertura  dei lavori ha deciso che nulla debba essere riformato.

 

Nelle convulsioni di un paese dilaniato dalla guerra civile il contesto dei consorzi agrari si spezza in due tronconi. A nord, nelle regioni sottoposte al governo filonazista di Salò, provvede alle fondamentali funzioni di gestione delle scorte granarie un apparato agli ordini di Egidio Pardini, l'ultimo dei commissari della Federazione in età fascista. A sud l'anarchia seguita agli sbarchi alleati viene subitamente tamponata dall'assunzione delle responsabilità di "direttore gerente" da parte del responsabile dell'Ufficio interregionale di Napoli, Leonida Mizzi, un ragioniere piacentino che ha assunto l'incarico indifferente ai bombardamenti, di cui il Comando americano ha sancito l'autorità.

 

Il commissario comunista

La Federconsorzi ha continuato la propria attività sotto la bandiera dei vincitori senza alcuna certezza di sopravvivenza nel quadro politico futuro. Quale l'hanno rimodellata gli interventi dei ministri fascisti l'intera organizzazione, consorzi provinciali e Federazione, è entità  assai  più similare agli istituti corporativi che il crollo del Regime trasforma in larve di storia amministrativa che alle cooperative iscritte nei programmi democristiani e comunisti: l'incolmabile distanza con i due ideali non sarà causa ultima delle anomalie che, rifuggendo l'omologazione ad entrambi, l'organizzazione consortile conserverà, singolarmente, mantenendosi genus istituzionale affatto peculiare. Ricordi personali di antichi dirigenti testimoniano dell'attesa della soppressione, che alla formazione del primo governo di coalizione antifascista è reputata certa: chi della Federconsorzi scriverà la storia dovrà verificare sulle carte governative quanto essa sia stata vicina ad essere cancellata dal quadro agrario con cinquant'anni di anticipo sugli eventi.

Il dilemma viene superato dal decreto del ministro dell'agricoltura del  governo di Ivanoe Bonomi, il comunista Gullo, che accantonando le riserve istituzionali nomina un commissario alla guida dell'organismo che  sta  svolgendo le proprie funzioni essenziali, la distribuzione dei generi alimentari, nel paese che, tra le rovine, rischia la fame. L'uomo designato, il 25 giugno '44, all'oneroso mandato è Francesco Spezzano, compagno di partito di Gullo, che conferma, a sua volta, l'incarico di "reggente la direzione" a Leonida Mizzi.

Il decreto che insedia il responsabile di fronte al primo governo democratico è varato con l'implicito presupposto che atti normativi  futuri saranno approvati per rifare  del contesto l'insieme di cooperative private, autonome  e volontarie, della fondazione. La rottura dell'equilibrio tra cattolici e comunisti, che hanno costretti  alla solidarietà le more della liberazione del suolo nazionale, imprimerà al futuro del contesto consortile un corso diverso da quello che entrambe le parti  avrebbero supposto nei mesi di tregua: l'esplodere, anzi, della contesa per la supremazia nel nuovo stato repubblicano trasformerà quel contesto in bastione dello scontro. Chi, tra i contendenti, se ne impossesserà, subordinerà, allora, ogni disegno di riforma all'imperativo di non indebolirne la solidità: nel corso di ogni battaglia fantasticare sulla disposizione dei plotoni nella parata che seguirà la vittoria è impegno futile e rischioso. Lo schieramento di cui il sistema federconsortile diverrà roccaforte sarà quello democristiano, che sottrarrà  la  Federazione alla sfera comunista cui ha accettato fosse consegnata, con la nomina del commissario, durante l'interludio della coalizione.

La riconquista, e la disposizione dell'apparato nelle prime linee del fronte cattolico, sono opera di un dei più pugnaci tra i luogotenenti di De Gaspari, Paolo Bonomi. Come attende chi si cimenti con la sua storia secolare la Federconsorzi, così attende il narratore delle proprie battaglie politiche e sociali la Confederazione nazionale dei coltivatori diretti, l'organizzazione di cui Bonomi è il creatore e l'anima, un'organizzazione che salda tanto solidamente l'obiettivo del riscatto sociale dei contadini agli imperativi della lotta anticomunista da essere destinata, quando si dissolverà l'urgenza della lotta, ad una crisi di identità che sarà superata solo attraverso un faticoso travaglio.

 

Il tribuno e le sue legioni

Scrivere la storia della Coldiretti significherà  verificare, innanzitutto, le notizie secondo le quali il creatore, e anima, dell'organizzazione non ne sarebbe stato anche l'ideatore, che sarebbe stato, invece, Alcide De Gasperi, col contributo, quanto determinante dovrà essere stabilito, di Attilio Piccioni, di Mario Scelba, di qualche monsignore del Vaticano e di un dirigente dell'organizzazione fascista degli agricoltori, Luigi Anchisi, che prima ancora della scelta del presidente, dell'organizzazione avrebbe stilato lo statuto. Non meno dell'idea, sarebbe stata merito di De Gaspari la designazione del presidente: scegliendo un giovanotto novarese laureato ma di assai modesta cultura, tribuno efficace nella semplicità elementare dei concetti, il primo presidente cattolico del Consiglio avrebbe dato prova di quell'intuito di vero statista che ne  fa il padre dell'Italia democratica. Su poche  forze sociali l'uomo politico trentino potrà contare, infatti, con la certezza con cui saprà al suo fianco i coltivatori diretti, di pochi uomini l'alfiere del mondo cattolico, insidiato da cento congiurati, potrà fidarsi come di Paolo Bonomi.

Chi ha conosciuto il tribuno contadino negli anni della grande avventura sottolinea che Bonomi era oltremodo lontano dal prevedere la marcia trionfale che stava per iniziare, nelle campagna italiane, sottoscrivendo, il 31 ottobre 1944, davanti al notaio Intersimone, il fatidico statuto. Compreso il capousciere, attorno a sé non aveva che sei luogotenenti, che univa a lui, più che la meta da realizzare la necessità di sfuggire, inquadrandosi nei ranghi democristiani, l'epurazione che minacciava chi aveva ricoperto responsabilità dirigenziali sotto il Regime. Le dimensioni del successo  alimenteranno il viscerale attaccamento con cui lo stratega contadino si aggrapperà alle leve del comando conquistato nel corso della lunga, debilitante malattia che lo colpirà precocemente: un rilievo che introduce nella vicenda di uno degli uomini che hanno prestato il contributo maggiore a plasmare l'Italia repubblicana le note del dramma del vecchio despota condannato all’impotenza.

L'evento che suggellerà il trionfo nelle campagne della compagine bonomiana, da manipolo trasformatasi in armata, sarà la presa dei consorzi agrari, e la successiva conquista, tramite il voto dei presidenti  dei consorzi, della Federazione. Tra il decreto di Gullo che riapre le prospettive del futuro al contesto consortile e l'espugnazione democristiana,  che si compie il 3 settembre 1949, trascorrono quattro anni: sono anni confusi in termini di direzione politica, straordinariamente fattivi sul piano operativo. Infranta la solidarietà nazionale, al commissario comunista  Spezzano è succeduto il democristiano Albertario, cui altri ne seguono, in una pirotecnia che, alimentata dai conflitti  interministeriali, al momento delle elezioni federconsortili porterà il numero dei commissari a tre. Nell'incertezza della guida politica ha consolidato i titoli di direttore attribuitegli, sul campo, dal Comando americano, il "gerente" dell'ufficio di Napoli, Leonida Mizzi, che nel corso di ogni burrasca pare saper rafforzare il proprio comando, che impiega, con maestria, nella più impegnativa opera annonaria.

 

Il decreto di Segni

Nel Paese uscito dalla guerra con il sistema agroalimentare compromesso provvedono a fornire l'essenziale alla tavola degli italiani i successivi piani di aiuto americani,  Amg, Unrra ed Ausfap, tra le cui voci occupano un posto eminente le  forniture alimentari. Dopo aver offerto ai  vincitori appena sbarcati l'apparato annonario con cui sfamare i vinti, Mizzi ha continuato la medesima attività per conto del Commissariato all'alimentazione, quindi del Ministero dell'agricoltura, destinatari formali delle derrate  americane. Ha riorganizzato, contemporaneamente, la rete dei consorzi per distribuire le prime macchine  agricole che  escono dalle catene di montaggio ristrutturate dopo aver  prodotto carri armati, e i concimi prodotti dalle industri chimiche che hanno  interrotto la produzione di esplosivi.

Conservata nel quadro delle istituzioni pubbliche, per assolvere agli imperativi del momento, dal governo Bonomi, il contesto federconsortile attende di essere inserito organicamente nella cornice repubblicana dalla riforma che lo restituisca alla primitiva natura cooperativistica. Vara il decreto di riforma, il 7 maggio 1948, Antonio Segni. Sono trascorsi quindici giorni dal trionfo democristiano del 18 aprile: dello scontro senza quartiere di cui quel trionfo segna un cippo il testo è frutto emblematico. Piuttosto dell'attesa riforma, è l'espressione della scelta di nulla riformare: nell'incertezza di quali  maggioranze potranno formarsi in ciascun consorzio, lo statuto del ministro democristiano perpetua l'accentramento fascista, la precauzione per affidare il controllo dei consorzi che potranno essere conquistati dagli avversari alla Federazione, che Segni spera sarà guadagnata alle forze democristiane. Se le riforme fasciste hanno creato una compagine di enti corporativi che giuristi autorevoli hanno dubitato di considerare autentici enti pubblici, la riforma democristiana ricostituisce un sistema di cooperative per le quali risulterà inapplicabile la legislazione delle cooperative: la somma di due discipline dettate da ragioni opposte ma convergenti, composte  estemporaneamente, non sarà causa secondaria del collasso: difficilmente organismi dallo statuto confuso sfidano impavidi le ingiurie del tempo.

La pubblicazione del decreto apre la stagione elettorale. Le elezioni hanno uno svolgimento tempestoso: i rappresentanti della borghesia  agraria, eredi degli amministratori dell'età  di Morandi, pretendono il governo dei consorzi e della  Federazione come cosa propria, dimenticando con soverchia facilità di avere abdicato ai propri poteri quando i gerarchi in camicia nera hanno preteso le poltrone presidenziali dai rappresentanti eletti dai soci. Consapevoli del ruolo  dell'agricoltura nel futuro scontro politico, i comunisti, che nel corso della Liberazione hanno svolto un lavoro capillare, accendendo, nel Mezzogiorno, violenti moti contadini, sono certi della conquista di un numero  ingente di consigli di amministrazione. Dove le forze della  neonata Coldiretti  appaiono più vigorose, riescono ad attirare gli "agrari" nella più spregiudicata delle alleanze.

Coerenza strategica e astuzie tattiche si rivelano egualmente impotenti di fronte alla forze assicurata a Bonomi dall'attivismo della schiera di gerarchi salvati dall'epurazione: le elezioni, che nella maggior parte delle province si svolgono sotto la tutela dei carabinieri, consacrano il trionfo del movimento contadino cattolico, cui gli avversari  riescono a sottrarre un solo consorzio, quello di Livorno.

 

La contea democristiana

Il successivo scrutinio, tra i presidenti riuniti a Roma, per la designazione della giunta e del presidente della  Federazione, si trasforma in plebiscito a favore di Paolo Bonomi. Il successo supera le aspettative più ottimistiche. E' trascorso poco più di un anno dalla vittoria del 18 aprile: la Democrazia Cristiana più misurare le posizioni conquistate riconoscendo di non essere stata favorita solo da una ventata di opinione, ma di avere incluso tra le proprie linee uno dei perni del potere economico, la  macchina  per distribuire, nell'emergenza, alimenti alla nazione, lo strumento per indirizzare, nella stabilità, il progresso tecnologico e sociale delle campagne.

All'indomani della vittoria,  Bonomi convoca  un convegno di responsabili consortili per dibattere della strategia futura dell'organizzazione. La riforma che Antonio Segni non ha osato compiere temendo l'interferenza di una minoranza socialcomunista può essere affrontata con sicurezza: a turbare i disegni democristiani nel consiglio della Federconsorzi non siede un solo comunista. L'assise si celebra a Fiuggi nel giugno del 1950: sarà occasione di mero esercizio declamatorio. Nei mesi trascorsi dalla vittoria il possesso delle leve del comando ha  convinto Bonomi che la legge appena varata non richiede alcuna modifica: ha conquistato un organismo monolitico, e un organismo monolitico, ha deciso valutando lo scacchiere politico, è il migliore baluardo economico della sua confederazione contadina.

A orientare  l'opzione sono anche i primordi dell'intesa con Mizzi che segnerà il futuro dell'organismo, e dirigerà la parabola di entrambi gli uomini. Assumendo la presidenza Bonomi, ricordano i funzionari che furono vicini al direttore generale, non avrebbe celato l'intenzione di liberarsi di un coinquilino che non doveva a lui la propria investitura. Reagendo con estrema padronanza ai fendenti del  nuovo signore, e rivelando doti sottilissime di diplomazia, il ragioniere piacentino avrebbe indotto l'avversario  a  percepire quanto, anziché lo scontro, sarebbe stato più proficuo l'accordo. Concludendo un compromesso, il presidente della Coldiretti avrebbe disposto, alla guida della Federazione, di un uomo che ne avrebbe padroneggiato i meccanismi commerciali assicurandogli la più piena fedeltà: avrebbe goduto, così, i vantaggi del controllo politico senza doversi impegnare in prima persona sul terreno finanziario, su quello mercantile e su quello fiscale, tre sfere che Bonomi istintivamente rifuggiva.

Dotato dell'istinto più sagace per i problemi di schieramento, e dell'intuito più pronto per i rapporti di primato e di sudditanza, Bonomi avrebbe compreso che quanto gli offriva l'uomo che aveva cercato di spingere alle dimissioni costituiva proposta da non lasciare cadere. Dalla sua accettazione sarebbe nato un sodalizio destinato a segnare di sé la storia economica delle campagne, quella politica del Paese.

L'incontro di Fiuggi si celebra cinque lustri dopo l'assise in cui, a Montecatini, Morandi ha denunciato i pericoli che avrebbero minacciato il sistema consortile se gli uomini che lo dirigevano avessero lasciato offuscare l'ideale di libertà delle origini. Nei cinque lustri successivi, governata dalla diarchia di Bonomi e Mizzi, la Federconsorzi apparirà corazzata inaffondabile. Nel suo scafo, sotto la linea di galleggiamento, si moltiplicheranno le falle. Tenterà, invano di chiamare volontari alle pompe, al termine della diarchia, un altro convegno, a Piacenza. Sarà l'ultimo dell'epopea della Federconsorzi.

 

Terra e vita n° 12 1993


 

 

Il crollo della Federconsorzi tra cronaca e storia - 5

L'età degli ammassi e del "muro anticomunista"

 

 

Nei primi anni del dopoguerra la Federconsorzi riordina l'apparato con cui distribuisce alle campagne beni strumentali, ma soprattutto perfeziona gli strumenti per le gestioni annonarie. I capitolati in base ai  quali eroga alimentari americani e raccoglie il grano nazionale sono la chiave dell'età di Bonomi e di Mizzi. In quei capitolati è il segreto dell'opulenza, nel  loro machiavellismo la ragione remota del declino.

 

Paolo Bonomi e Leonida Mizzi, il tribuno incline ai toni demagogici, il nemico implacabile dello stalinismo in panni italici, e l'amministratore, insieme mercante e finanziere, in entrambi i ruoli, concordano quanti lo conobbero, capace di sottigliezze machiavelliche. L'artefice della compagine contadina che ha contribuito a consolidare in Italia la democrazia repubblicana e l'accumulatore sagace che da una rete di magazzini devastati dalle bombe ricostruisce un apparato economico che, all'apice dello splendore, negli anni  '60, rappresenta, dopo l'Iri e la Fiat, il terzo complesso economico  nazionale: due personalità, una vicenda della storia italiana.

 

Affitti e spese elettorali

Le prime analisi storiche dell'età di De Gaspari e di Scelba, di Togliatti e di Nenni, hanno trascurato Bonomi e la Coldiretti, così come le prime indagini economiche sugli anni del "miracolo italiano" hanno lasciato ai margini del campo la Federconsorzi di Mizzi. Le due omissioni non potranno essere perpetuate: quando, in entrambe le sfere storiografiche, dalle prime esplorazioni si vorrà passare a ricostruzioni sistematiche, non si potrà trascurare l'organizzazione che ha radicato, insieme alla democrazia, la Democrazia cristiana nelle campagne, né l'apparato che ha rifornito di macchine e fertilizzanti l'agricoltura italiana  durante il Ventennio della sua metamorfosi in agricoltura moderna. Se la considerazione dei due organismi condurrà, necessariamente, all'analisi dei rispettivi legami, lo studio dei due condottieri imporrà di  verificare la natura dei rapporti che ne hanno unita la sorte.

Delle correlazioni tra Coldiretti e Federconsorzi, dalla conquista democristiana al repentino collasso, è noto quanto testimonia una serie di dati obiettivi, la cui evidenza consentirà agli storici la semplice trascrizione della cronaca. Il primo è l'assoluta padronanza del consiglio di amministrazione della Federconsorzi da parte della Coldiretti, che può permettersi di offrire alla Confagricoltura, nell'età di Bonomi organizzazione vassalla, una rappresentanza paritetica: sarà il successore di Bonomi, incerto della propria  sicurezza, a pretendere la maggioranza  dei consiglieri. Il secondo è la prestazione, da parte della Federazione e dei consorzi agrari, di una serie vastissima di tributi alla Confederazione e alle federazioni provinciali: l'elenco comprende  l'affitto a prezzo simbolico del principesco palazzo che ospita l'organizzazione contadina e di innumerabili sedi provinciali, offerte dai consorzi agrari pertinenti; comprende lo stipendio di decine di funzionari, cui provvede la Federconsorzi, consentendo che operino, col titolo di "comandati", per l'organizzazione professionale; comprende la stampa, a centinaia di migliaia di copie, dei fogli periodici della Confederazione, demandata  alla tipografia editrice della Federconsorzi, la società Reda, di cui l'organismo maggiore ripiana sistematicamente i bilanci.

Oltre alle prestazioni palesi vi sono quelle occulte, tali, peraltro, da non poter essere ignorate da chi scriverà la storia politica dell'Italia repubblicana. La storia non potrà trascurare, infatti, le erogazioni che avrebbero finanziato le campagne elettorali della Coldiretti, che all'apice dei propri fasti assicurava l'ingresso  alla Camera di cinquanta deputati, contribuiva all'elezione di venti senatori. Gli indizi che suggeriscono che le mani di Bonomi abbiano convogliato fiumi di denaro sono molteplici, e, pure non mutando la natura di indizi, concordanti: oltre a indurre a reputare che il capitano della Coldiretti ne abbia largamente disposto a fini politici e elettorali, spingono a supporre che ne abbia trattenuta parte per ragioni diverse, seppure attinenti la sfera familiare piuttosto di quella politica.

Della disponibilità elettorale costituisce eloquente neppure elemento di  prova l'imponenza dell'apparato confederale, che il commentatore più candido potrebbe reputare finanziato attraverso il tesseramento dei coltivatori. Sul terreno personale si deve citare,  invece, l'incidente doganale che rivelò nei familiari del tribuno contadino disinvolti esportatori di valuta, e le notizie di stampa sui depositi della famiglia Bonomi  presso l'Italcasse, un istituto le cui funzioni non prevedono la custodia dei risparmi privati, indotto, parve, ad operare un'eccezione dal prestigio del personaggio, e dall'entità della somma. Si aggiunge ed integra gli indizi diversi il cieco attaccamento del vecchio tribuno al ruolo e al seggio  in Parlamento anche quando una malattia debilitante gli avrà sottratto ogni capacità pubblica: al di là della dedizione alla causa dei coltivatori, in tanto attaccamento è difficile non vedere l'ansia di conservare quell'immunità senza la quale gli incidenti finanziari avrebbero potuto condurre, seppure la magistratura non fosse pervasa,  allora, dallo zelo verso i parlamentari che l'animerà poi, ad esiti diversi.

Insieme alla pluralità degli altri connotati, anche l'uso del denaro avrebbe distinto il ragionier Mizzi dall'uomo cui aveva legato il destino, e al quale assicurava il mantenimento dell'imponente apparato sindacale e politico: secondo contemporanei autorevoli, si può citare Giuseppe Medici, grande corruttore, il patrimonio lasciato dopo una vita spesa in ufficio provava che mai avrebbe usato a beneficio personale l'immenso potere  finanziario.  Gli amici che esaminarono, dopo la morte, le carte personali trovarono una lunga serie di assegni della Banca nazionale dell'agricoltura: i gettoni di presenza attribuitigli come vicepresidente, che,  investito del ruolo in quanto  direttore della Federconsorzi, non aveva riscosso nell'incertezza di doverli rimettere alla cassa dell’organismo.

 

Un patto di voti e frumento

Nel lucido intervento ad un convegno su De Gaspari e l'età del centrismo Pietro Scoppola ha proclamato la necessità di rigettare, finalmente, la lettura degli anni della Ricostruzione come gli anni della generosa battaglia della sinistra per rinnovare il volto di un paese che una classe politica asservita al capitalismo internazionale si sarebbe adoperata a conservare nell'inerte immobilità rurale, quella lettura che gli apologeti di fede comunista hanno saputo imporre alla cultura storica, e radicare nella coscienza  collettiva. Contro ogni sofisma storiografico, l'ultimo atto del dramma dei  paesi in cui i luogotenenti di Stalin operarono quanto Togliatti e i suoi colonnelli non poterono realizzare in Italia, ha provato che se nel nostro Paese si combatté una dura guerra politica, gli alfieri della democrazia non furono gli alleati di Stalin, furono coloro che al Partito comunista si opposero con la crudezza imposta dal quadro nazionale e dalla cornice internazionale. Se, osservando quel quadro e quella cornice, non turba più coscienze pudibonde la prova che il Pci sarebbe stato sostanziosamente sovvenzionato dal partito confratello dell'Unione Sovietica, non dovrebbe costituire motivo di meraviglia verificare che la maggiore organizzazione sociale democristiana  avrebbe attinto mezzi finanziari dall'istituzione economica di cui impugnava le redini.

A fornire quei mezzi, quanto ingenti fossero, la macchina economica guidata dal ragionier Mizzi non avrebbe conosciuto difficoltà. La storia che sarà scritta dovrà verificare, se reperirà le prove, entità e valori: a tracciare uno schizzo approssimativo, eppure non infondato, della Federconsorzi risorta dalle rovine della guerra si può rilevare che essa si impegna con determinazione su tutti i terreni tradizionali: quello dei fertilizzanti, quello delle macchine e quello, connesso, dei carburanti, quello delle sementi, e aggiungere che usa l'antica perizia, e congegna meccanismi nuovi, per la gestione  delle scorte annonarie per conto dello Stato. I ricavi dell'attività svolta nei primi settori, negli anni in cui le folle contadine lasciano la terra e il loro lavoro è sostituito dall'uso più intenso dei mezzi della tecnica, sono imponenti: possono, tuttavia, essere misurati con esattezza. Di stima impossibile, i proventi delle attività annonarie suscitano, invece, gli interrogativi più ardui, quegli interrogativi la cui soluzione dovrebbe essere la chiave della storia della Federconsorzi: prima della loro soluzione quella storia non può essere che mosaico di congetture.

Controparte sagace dell'industria  meccanica e chimica nella stesura delle convenzioni che hanno determinato, nell'età del "boom" economico, i rapporti tra l'agricoltura e l'industria, il ragioniere piacentino esprime l'essenza del proprio  machiavellismo nella  congegnazione delle convenzioni con cui assicura allo Stato l'opera della Federconsorzi nel magazzinaggio, nella conservazione e distribuzione delle derrate essenziali, prima tra tutte il grano. Nel '47, si deve ricordare, il Governo può abolire l'ammasso totale obbligatorio: per scongiurare cadute dei prezzi nefaste agli associati, la Coldiretti si premura che all'ammasso obbligatorio sia sostituito l'ammasso per contingente.  Data la maestria dimostrata, l'ente gestore resta immutato.

Stipulando i capitolati di ammasso Mizzi coinvolge la Federazione e i consorzi, di cui assicura al Governo l'attività concentrando i benefici a vantaggio dell'ente coordinatore. Tra quei benefici il primo consiste nella garanzia delle anticipazioni da parte del sistema bancario, al quale il Ministero del Tesoro offre le più solide garanzie. Il meccanismo si risolve in una fitta maglia di conti correnti, che attingono alla Banca d'Italia all'interesse dell'uno per cento per riversare la provvista, al tasso corrente, nelle partite attive della Federazione. Più di un osservatore ha arguito che nella differenza tra i tassi della Banca d'Italia e quelli  correnti dovrebbero computarsi le spese, per la Nazione, delle vittorie elettorali democristiane.

 

I rendiconti, dramma surreale

Le convenzioni di ammasso saranno le secche sulle quali la corazzata economica finirà arenata. Formalmente ineccepibile, il machiavellico congegno che assicura un profluvio ininterrotto di denaro impone, infatti, una procedura complicatissima di rendicontazione: decine di banche e di consorzi debbono fornire documenti, che la Federazione deve presentare al Ministero dell'agricoltura, tenuto a controllare, tramite un'apposita commissione, per rimettere i fascicoli alla Corte dei conti, che esegue la verifica della verifica. Dato il meccanismo, qualsiasi ragioniere cavilloso  può infirmare il più ineccepibile dei rendiconti: esso presuppone, perciò, controllori amici ai due ministeri coinvolti nei capitolati, l'Agricoltura e il Tesoro, e alla Corte. Perduta la preminenza degli anni del Centrismo, la Democrazia Cristiana non disporrà più, però, dell'antica onnipotenza ministeriale: le eccezioni potranno insorgere. E insorgeranno.

La necessità, per l'approvazione, della signoria di due ministeri e della Corte detta il primo degli interrogativi sull'ardua materia: quanto consapevolmente Paolo Bonomi abbia avallato la dilazione dei rendiconti, la tattica scelta da Mizzi per accrescere, si deve ritenere, l'entità dei crediti che gli garantisce il Tesoro. Ogni riserva ministeriale è destinata, infatti, a portare il confronto in Parlamento, dove un rifiuto ad oltranza dovrebbe essere sostenuto da una maggioranza onnipossente. Lo stratega contadino reputa che la sua legione parlamentare sarà per sempre arbitra del bilancio dello Stato? Al primo quesito segue il secondo: quanto scientemente accettino, in quanto controparti formali, le condizioni di Mizzi ministri dell'agricoltura e del tesoro dalla levatura di veri statisti, da Segni a Fanfani a Colombo, da Pella a Vanoni a Medici.

Della successione delle convenzioni ministeriali è quella per l'ammasso per contingente a costituire la miccia di una polemica in cui la Federconsorzi si troverà costretta  ad arroccarsi in difesa. Ad aprire l'offensiva è un giornalista di professione radicale dalle considerevoli capacità  di analista finanziario, Ernesto  Rossi, che dal 1953 prende a bersagliare la Federconsorzi e le sue gestioni dalle pagine del Mondo e dell'Astrolabio. Nel 1962  il tema si trasforma in autentico capo di imputazione a carico della Federconsorzi durante i lavori della commissione costituita dal Parlamento per esaminare i "limiti della concorrenza", che per l'organizzazione guidata da Mizzi si trasforma in corte d'assise.

Dinanzi alla corte, riveste la toga del pubblico ministero Manlio Rossi Doria, economista prestigioso di ispirazione socialista, che della denuncia delle oscurità dei rapportitra Stato e Federconsorzi fa ragione di vita. Certo della maggioranza parlamentare, alle arringhe di accusa  Bonomi non si perita di replicare. Mizzi, di cui gli antichi collaboratori ricordano il disprezzo per gli avversari, mantiene un altezzoso riserbo. Lo sprezzo della difesa offre il più utile tema propagandistico al Partito comunista, che secondo più di un osservatore è debitore alla Federconsorzi di molti dei voti che gli assicurano, nel 1963, un vistoso successo elettorale.

 

La Corte dei conti eccepisce

Mentre la polemica investe l'entità dei saldi vantati dalla Federconsorzi in base a conti provvisori, secondo le convenzioni su quei saldi maturano interessi che, non venendo chiusi i conti, assurgono a cifre astronomiche, tali da gettare il più esplosivo dei combustibili nello scontro. All'approvazione di ogni bilancio dello Stato chiudere i conti appare impresa di difficoltà più insormontabili.

Una serie di documenti della Corte dichiara che dell'imponente mole di fascicoli fino al 1980  non sarebbe stata presentata che una frazione esigua. I collaboratori di Mizzi che ebbero parte alla presentazione sostengono che il meccanismo si sarebbe arrestato quando la Corte avrebbe rifiutato di registrare rendiconti mancanti di documenti irreperibili: una parte delle gestioni di ammasso comprendeva operazioni svolte sotto l'egida della Repubblica sociale, un'altra concerneva derrate consegnate dal Comando americano senza alcuna formalità. Di fronte alla pretesa dell'autenticazione della firma di un generale americano defunto Mizzi avrebbe ordinato di sospendere  ogni consegna di documenti. Il confronto era, orami, palesemente politico: la Federconsorzi si appellava al suo nume politico. Che era, ormai, impotente.

Spetterà agli storici confermare, o confutare, la spiegazione degli esegeti politici, che asseriscono che la strategia del cavillo sarebbe stata adottata, dalla Corte, per la pressione dei magistrati socialcomunisti, tanto compatti da assicurare, a metà degli anni '60, il più funzionale contrappunto a chi, in Parlamento, dirigeva il tiro contro il  baluardo del ruralismo democristiano. Contro la strategia del cavillo si sarebbe arenato, nei decenni successivi, l'impegno che alla chiusura delle antiche pendenze avrebbero profuso ministri democristiani di primo rango: Moro, Marcora e Goria. Il naufragio recente del colosso agrocommerciale accende una luce surreale sulla vicenda dei rendiconti, e acuisce gli interrogativi sulla levatura dei diarchi che governarono la Federconsorzi, il cui ruolo di protagonisti della scena nazionale sarebbe gravemente compromesso ove ne fosse provata la sicumera, dopo la metà degli anni '50, di chiudere il conto  grazie alla  forza economica e politica conquistata nel 1949. Purtroppo le carte riservate di Bonomi e di Mizzi, il primo strumento cui si sarebbe indotti  a fare appello, pare siano state accuratamente distrutte dai collaboratori: avrebbe provveduto ad ardere quelle di Mizzi il braccio destro Bettei, avrebbe provveduto a distruggere quelle di Bonomi, in un principesco caminetto di Palazzo Rospigliosi, il successore, con il consenso unanime della Giunta confederale.

Lungi dal suggerire il disarmo della ricerca, il rilievo vorrebbe invitare a un impegno nuovo e penetrante sulla  storia del primo organismo economico dell'agricoltura italiana. Da quell'impegno dovrebbe prendere forma il  giudizio su una pagina del passato nazionale e sui suoi protagonisti, che, prima di quell'impegno, alcuni elementi ci inducono a  collocare  nel Pantheon della gloria, altri a relegare nell'ombra dei gregari. Paolo Bonomi fu stratega  di un disegno sociale a lato di  De Gasperi, o fu esecutore, nelle  piazze, di un  piano che gli era dettato? Leonida Mizzi ha diritto, con Mattei, Cuccia, Valletta e Mattioli, al  titolo di artefice della rinascita economica italiana, il prodigioso "miracolo", o fu semplice giocoliere di voci del bilancio statale che sarebbe stato incapace persino di chiudere formalmente? Lasciando il primo quesito agli storici della politica, senza pretendere di risolvere il secondo, non pare futile ricordare, a chi lo affronterà, la metafora usata da Giuseppe Medici in una conversazione informale: rievocando gli sforzi esperiti, come ministro del Tesoro, per l'approvazione degli unici rendiconti liquidati prima della polemica, il maestro degli economisti agrari italiani annotava che per il direttore generale  della  Federconsorzi le convenzioni con banche e ministeri sarebbero state, mutata la scenografia, l'equivalente di formule e sortilegi per l'apprendista stregone della  favola famosa. Senza rappresentare mai la sentenza definitiva sugli eventi storici, il giudizio dei più acuti tra i contemporanei non è mai elemento che quella sentenza possa ignorare.

 

Da Terra e vita  n° 14 1993

 

 

 

 

 

Il crollo della Federconsorzi tra cronaca e storia -6

Metà tragedia metà farsa il finale teatrale

 

La creazione dell'Aima e il varo delle regioni escludono la Federconsorzi dai rapporti tradizionali con lo Stato. Solo tardivamente Mizzi cerca di rompere l'accerchiamento che lo stringe. La sua morte lascia il compito ai successori, ma Lobianco pretende sull'organismo l'antica insindacabile signoria, e ne condanna la sorte.

 

Ferdinando Truzzi ricorda con arguzia la trattativa che fu incaricato da Moro di condurre con i socialisti per inserire, nei programmi di quattro successivi governi, il paragrafo dedicato alla Federconsorzi. Dopo le polemiche roventi, il partito di Nenni non poteva esimersi, assumendo responsabilità di governo, dal manifestare la determinazione a ridimensionare l'arbitrio con cui pareva essere governata la Federconsorzi, pozzo inesauribile di denaro statale per la Democrazia cristiana, esonerata persino dall'incomodo di attingere quel denaro in base a conti formalmente regolari.

 

Il rifiuto del controllo

Per continuare a godere dell'esclusiva delle gestioni pubbliche, secondo le intenzioni socialiste la Federazione avrebbe dovuto sottostare a più rigorosi controlli ministeriali, e i consorzi avrebbero dovuto aprire i  libri sociali, ai quali Bonomi aveva prescritto fosse  impedito l'accesso agli aspiranti soci privi della tessera della Coldiretti, o in subordine, della Confagricoltura. Rappresentava il partito socialista nella trattativa Manlio Rossi Doria, lo studioso i cui saggi avevano alimentato la polemica sui rendiconti degli ammassi. Fungendo da ponte tra l'economista socialista e il direttore generale della Federconsorzi, Truzzi ricorda di avere stilato testi evasivi, in cui i socialisti accettavano di contrarre le pretese, che Mizzi approvava dopo resistenze tenaci, sicuro della connivenza democristiana perché nessun impegno dovesse, poi, essere onorato.

Come vuole il proverbio, il nodo venne, alla fine al pettine: al varo, nel 1966, del terzo governo Moro, Nenni proclamò che non avrebbe più accettato inganni. Il ministro dell'agricoltura uscente, Ferrari Aggradi, tentò l'estrema mediazione proponendo la nomina di un commissario che sostituisse il presidente e provvedesse a ristrutturare l'organismo secondo le direttive governative. Mizzi si oppose con tutte le forze all'insediamento di chicchessia su uno scranno che sovrastasse il suo. Verificando che la Federconsorzi non accettava il controllo governativo, Nenni pretese la creazione di un ente alternativo, dipendente dal Ministero dell'agricoltura, cui sarebbero stati affidati gli interventi governativi derivanti dall'applicazione dei primi regolamenti comunitari, in corso di discussione allora a Bruxelles. Nasceva così nel 1966,  l'Aima, l'Azienda nazionale per gli interventi sul mercato agricolo.

Qualcuno ha annotato, candidamente, che nulla sarebbe mutato, siccome il nuovo  organismo avrebbe  dovuto riporre i cereali ammassati in magazzini dei consorzi agrari, ai quali avrebbe dovuto pagare le spese. La retribuzione di oneri di magazzinaggio non eleva, però, chi li percepisca ad un rango diverso da quello di magazziniere. La Federconsorzi era stata la centrale finanziaria delle operazioni di conservazione e trasporto: al posto di compiti di alchimia bancaria le nuove convenzioni le avrebbero affidato mere funzioni di custodia. Sarebbe stata, peraltro, custode di cereali e olio: le operazioni più lucrose, la distillazione delle eccedenze enologiche e lo stoccaggio della carne congelata, sarebbero state spartite tra nuovi operatori, che l'avrebbero sostituita nel ruolo di beneficiaria degli utili della gestione delle derrate statali.

 

Regioni e furori cooperativi

Tra le condizioni alle quali il Partito socialista aveva accettato di condividere il governo del Paese v'era l'"attuazione della Costituzione", il varo, cioè, delle amministrazioni regionali, vivacemente pretese dal Partito comunista, nelle amministrazioni locali ancora partner privilegiato del Psi. La convocazione delle prime elezioni nelle regioni a statuto ordinario prese corpo da una singolare conversione dei fronti politici: originariamente regionalista, il partito di Sturzo era stato spinto alla cautela da chi, come Einaudi, prevedeva che i consigli regionali avrebbero moltiplicato la burocrazia, accresciuto in modo incontrollabile spesa e sprechi pubblici. Tradizionalmente favorevoli ad uno stato accentrato, il modello di stato borghese contro cui esercitare l'arte della rivoluzione, i partiti marxisti erano stati convertiti al regionalismo dai dati delle elezioni locali, che dimostravano che Pci e Psi avrebbero governato con proprie giunte l’intera fascia di regioni evolute e prospere che taglia l'Italia sui due versanti degli Appennini: Liguria, Emilia, Marche, Umbria e Toscana.

Le prime elezioni regionali si svolgevano il 7 giugno 1970: una  legislatura sarebbe stata sufficiente ad  avverare   le previsioni di  entrambe le parti: le sinistra  conquistavano l'Italia  "di  mezzo", e,  salvo rare eccezioni, le nuove amministrazioni non tardavano a dimostrarsi centri di  velleità, di inefficienza e di spreco.

Il varo dei nuovi organismi avrebbe inferto un nuovo, durissimo colpo all'apparato  commerciale e finanziario della Federconsorzi: all'unisono, i nuovi assessori avrebbero scoperto i benefici maggiori, per le agricolture loro affidate, retraibili finanziando organismi nuovi piuttosto che sostenendo gli obsoleti consorzi agrari. Quando gli storici dell'economia vorranno esaminare le vicende del debito pubblico italiano non potranno prescindere dal ruolo svolto, nella sua diluviale dilatazione, dalla spesa regionale: tra le voci dei bilanci regionali un esame speciale dovrà essere dedicato al sostegno della cooperazione, un impegno in cui  si sono prodigati, in irrefrenabile gara, assessori di tutte le militanze politiche.

Privato del controllo finanziario delle operazioni di conservazione delle scorte, escluso dal supporto pubblico per l'ampliamento della propria  rete di magazzini, il contesto dei consorzi mostrava i primi segni di  sofferenza: se gli organismi operanti in province  dall'agricoltura più ricca, e guidati con sagacia da autentici manager, non stentavano a conservare le posizioni commerciali, tra quelli operanti in aree più povere, o diretti con minore perizia, iniziava la successione di sofferenze che avrebbe portato alla fusione dei più deboli con altri meno deboli, in una contrazione della maglia consortile che non avrebbe più conosciuto soste.

 

Due strateghi nella pania

L'esame degli ultimi due decenni di vita della Federconsorzi ripropone il quesito la cui mancata soluzione rende difficilmente comprensibile l'intera vicenda: il quesito della consapevolezza, da parte dei diarchi dell'apparato consortile, della gravità dell'accerchiamento. Sempre più gravemente menomato dalla malattia che lo minava, non è improbabile che dall'alba degli anni '70 Bonomi non fosse più in grado di preoccuparsi delle sorti della Federconsorzi, impegnato come era, con le ultime forze, a scongiurare che la Coldiretti pretendesse di sostituirlo con chi ne conducesse la rotta con vigore rinnovato. E' probabile, invece, che del pericolo Mizzi fosse consapevole: se sono veritiere le testimonianze del suo disprezzo per gli avversari pare verosimile fosse propenso, tuttavia, a sottovalutare il pericolo che pure percepiva. Comunque lo avvertisse, è palese che il patto che lo vincolava a Bonomi, impedendogli la ricerca di tutori diversi, lo costringeva ad assistere all'inerzia della controparte senza possibilità diverse dall'invio di segnali di allarme al vertice democristiano,  che dell'eredità di Bonomi avrebbe dovuto tutelare l'integrità.

Seppure tardivamente, la consapevolezza di Leonida Mizzi si manifestava, con un autentico tentativo di rompere l’accerchiamento, in coincidenza al varo dei decreti delegati che definivano la competenza reciproca dello Stato e delle amministrazioni regionali in materia agricola, varati, dopo dispute violente, nell'estate del 1977. A quello che aveva diritto di reputare tradimento democristiano il ragioniere piacentino tentava di opporre una contromossa palesemente avventata: l'apertura di una trattativa diretta con l'avversario di  sempre, il Partito comunista. L'interlocutore prescelto era l'assessore all'agricoltura dell'Emilia Romagna, Giorgio Ceredi, un devoto dell'ortodossia leninista che dalle prime scelte aveva dimostrato di essere in grado di opporre ai consorzi agrari, ove non si fossero assoggettati ai suoi poteri, la più rigida prassi punitiva. Alla stesura di un capitolato di tregua tra i due avversari reagivano, però, con rabbioso accanimento, le cooperative cattoliche, che dall'esclusione dei consorzi emiliani dai beneficio pubblici si ripromettevano di assurgere a uniche destinatarie "bianche" delle  beneficenze "rosse". L'uomo che aveva governato, per trent'anni, attraverso fili riservatissimi, la vita economica delle campagne, non avrebbe retto alla rissosa polemica che lo investiva in prima persona: secondo testimoni vicini al vecchio autarca, Mizzi sarebbe morto di infarto, il 9 dicembre 1977, dopo una drammatica telefonata col presidente della Confcooperative, Enzo Badioli, l'alfiere del solidarismo cattolico di cui gli elenchi di Gelli proclameranno la militanza massonica.

 

Cambia lo scenario professionale

Come il Partito socialista ha preteso, accedendo al  Governo, la chiusura del contenzioso politico sulla Federconsorzi, così la ha rivendicata, per sostenere la maggioranza della "non sfiducia", il Partito comunista, che vista fallire l'iniziativa del proprio castellano emiliano rilancia il gioco in Parlamento. Alla Commissione agricoltura di Palazzo Madama si sovrappongono, così, tre progetti  di riforma, che alimentano un confronto che procede ondeggiando fino a quando, dopo amletici affanni, Berlinguer converte la "non fiducia" in genuina sfiducia, e il castello di sabbia si sgretola. Voci informate diranno che ha indirizzato la trattativa al naufragio l'attiva avversione degli uomini della Coldiretti, a nome della quale Truzzi ha condotto personalmente, in Senato, le trattative con Emanuele Macaluso.

Muta radicalmente, intanto,  lo scenario agroprofessionale. Ridotto a larva del tribuno degli  anni roventi, Bonomi si è circondato di boiardi tra i quali sa alimentare gelosie e invidie che rendono sicura la sua poltrona. Forza il gioco di corte, con una serie di mosse che isolano il vecchio patriarca, il giovane direttore della Federazione di Napoli, Arcangelo Lobianco, che riesce a farsi nominare prima presidente della stessa Federazione, quindi vicepresidente confederale, la carica cui sa assicurare, a differenza dei concorrenti, tutte le deleghe del potere presidenziale, di cui conquista titoli e diadema nel corso della venticinquesima assemblea generale, nell'ottobre del 1980.

Alla testa dei rurali italici la Coldiretti non è, però, più sola: la lunga agonia politica di Bonomi ha consentito l'emancipazione della Confagricoltura, nelle cui vene rinsecchite il marchese Diana ha infuso nuova  linfa e nuove ambizioni, ha favorito l'aggregazione dei piccoli sindacati rurali di  matrice socialcomunista, che nel dicembre del '77 hanno dato vita alla Confcoltivatori, la terza organizzazione agricola nazionale, che il primo capitano, il socialista Giuseppe  Avolio, non nasconde l'ambizione di trasformare, per influenza, nella seconda.

L'instabilità dello scacchiere professionale si ripercuote nelle scelte al vertice della Federconsorzi, dove la scomparsa di Mizzi impone come unico candidato alla successione il capocontabile, Enrico  Bassi, il solo, tra i collaboratori, in grado, a metà dicembre, di chiudere il bilancio distinguendo, nella matassa dei conti correnti della direzione, quelli ufficiali da quelli usati da Mizzi  per le incombenze politiche. Consacrando, nel disinteresse per qualsiasi aspetto manageriale, la scelta del funzionario in grado di assicurare la più sicura continuità alle erogazioni  a suo favore, la Coldiretti pone la prima pregiudiziale alla sopravvivenza del colosso agrocommerciale.

Se, peraltro, la  designazione di  Bassi, ragioniere e piacentino, al posto del  ragionier  Mizzi, è scelta che sottoscrive, formalmente, ancora  Bonomi, la nomina del nuovo presidente dell'organismo è la prima opzione significativa del successore. Nel 1981 siede sul prestigioso scranno Mario Vetrone, fondatore della Coldiretti in Campania, succeduto nel 1976 a Aldo Ramadoro, incarnazione del presidente ombra desiderato da Bonomi e da Mizzi.  All'insediamento Vetrone ha scalpitato per potestà maggiori, che Mizzi gli ha negato elargendogli, come munifica compensazione, onorevoli prebende. Ma il parlamentare campano scompare improvvisamente provocando l'alterazione di equilibri delicatissimi. Costretto dall'impellenza, Lobianco destina alla carica Ferdinando Truzzi. Ragioni della scelta, un debito e due timori: un'elementare necessità tattica suggerisce, infatti, la tacitazione del più autorevole dei concorrenti alla successione di Bonomi, le cui pretese vengono appagate, eliminando, insieme, un concorrente temibile alla prestigiosa poltrona, Lorenzo Natali. Figlio emblematico di un sindacalismo cattolico e di una cultura meridionale che guardano agli affari economici mescolando diffidenza e sufficienza, cento elementi dimostrano che dall'assunzione della responsabilità Lobianco non sarà mai sfiorato dal dubbio che l'interesse dell'agricoltura imporrebbe di scegliere, per la conduzione della Federconsorzi, uomini di lungimiranza e prestigio: si  compiacerà, invece, di considerare quel ruolo come il vassallaggio demandato di assolvere alle necessità di cassa della più nobile, luminosa e appagante funzione politica e sindacale. Agevolerà le  scelte della Coldiretti la Confagricoltura, con Giandomenico Serra più distaccata, con Stefano Wallner più velleitaria, con Giuseppe Gioia più connivente, sempre acquiescente, comunque, non senza tornaconto, alle pretese dell'organizzazione preminente.

La concezione di Lobianco dei rapporti tra i due organismi, e tra i rispettivi responsabili, conosce la propria espressione più solenne in occasione della festosa celebrazione del novantesimo anniversario della Federconsorzi, che Truzzi, non senza qualche presunzione, organizza al Teatro municipale di Piacenza, la culla dell'organizzazione, il 16 ottobre 1992. I trascorsi politici del senatore mantovano non sono la biografia di un paladino della Federconsorzi, che ha difeso  pubblicamente,  in memorabili confronti televisivi, per dovere di schieramento: privatamente ha sempre proclamato che la Federconsorzi ha costruito il proprio patrimonio dissanguando i consorzi, una circostanza che si è verificata con precisione nella sua terra natale, quella provincia di Mantova il cui consorzio, in un momento di difficoltà, è stato sostenuto da Mizzi in cambio della proprietà del patrimonio immobiliare. Conoscitori dei rancori del ragioniere piacentino dicono che l'espropriazione sarebbe  stata compiuta proprio per recare un torto al mantovano Truzzi.

Assunta la responsabilità dell'organismo dimostra la lucida percezione, peraltro, dell'urgenza di ritrarlo dalle secche economiche, e, prima ancora, politiche, delle quali è prigioniero. Concepisce, così, il disegno di offrire la partecipazione al suo governo alle forze tradizionalmente ostili, la cooperazione e l'associazionismo agricolo socialcomunisti, sperando di ottenerne, quale contropartita, l'avallo al reinserimento dell'organizzazione nel novero degli enti beneficiati dalle sovvenzioni senza le quali nessun organismo agricolo pare poter sopravvivere. E' consapevole che l'età d'oro della "solidarietà" tra Dc e Pci, quando egli stesso avrebbe potuto favorire il compromesso, sono lontani,  sa però che la sopravvivenza dell'ente è legata all'ultima carta, e l'ultima carta gioca intrepidamente.

 

Coup de théatre

Dissolve il castello di carte, al Municipale di Piacenza, Lobianco, che con un intervento efficace come sa essere efficace, sul palcoscenico, un figlio  adottivo della  patria della sceneggiata, dileggia Truzzi  e quanti hanno partecipato al suo idillio, e proclama la legge imperitura della sudditanza della Federconsorzi alla Coldiretti, del suo presidente allo stratega del ruralismo cattolico.

Il saggio teatrale del presidente della Coldiretti non avrebbe potuto essere più convincente: mentre il pubblico incredulo lascia palchi e platea, Truzzi soffoca l'orgoglio che gli suggerirebbe di rimettere il mandato. A trattenerlo è un appannaggio di centoquaranta milioni, con tutti i favori connessi: avesse ascoltato il genuino istinto contadino, avrebbe unito al progetto dissolto l'ultima denuncia del collasso che Lobianco rendeva inevitabile.

Testimonianze  attendibili riferiscono che l'indomani voci autorevoli avrebbero suggerito a Lobianco di sostituire al presidente di cui aveva calpestato il prestigio un uomo capace di tentare, su strade diverse, il rilancio. Astri di prima grandezza sarebbero stati pronti, si sussurrò, ad accettare l'invito,  che non sarebbe mai stato rivolto. La disponibilità di personaggi non assetati di titoli offre l'ultima prova della dovizia dell'eredità di Mizzi, male conformata  alle esigenze del quadro agricolo, ma tanto sostanziosa da invogliare uomini autorevoli a farsene curatori, per rimodellarla ai bisogni nuovi senza il rischio di clamorosi insuccessi.

Opponendosi a quel rimodellamento Lobianco rivelava la propria statura, più che stratega politico dimostrandosi agitatore sindacale, come appare chi si premuri che nessuno, all'orizzonte, possa turbare il  proprio primato, tanto da identificare in un uomo umiliato il miglior presidente di un ente vassallo. A onore del vero deve aggiungersi che, come in altri momenti cruciali della storia della  Federconsorzi, poche voci si sono levate a chiedere scelte diverse: tanto poche da meritare uno speciale attestato al valore, ma da non potersi trasformare in opinione.

Solo ingenui o opportunisti potevano credere che la Federazione dei consorzi agrari sarebbe sopravvissuta, senza una drastica virata, all'esibizione piacentina: confermando le attese, la maggiore organizzazione economica dell'agricoltura  nazionale giungerà al centenario per essere affidata a commissari ministeriali. Le modalità del loro insediamento, evento troppo recente per  essere fatto oggetto di riflessioni diverse dalla cronaca, portano, comunque un marchio: quello del gioco di corrente e delle vendette di partito, quel gioco tipicamente democristiano cui Arcangelo  Lobianco non sembra essere stato capace di sottrarsi, che il distacco del tempo consente di riconoscere a  Bonomi e a Mizzi di avere evitato, tanto da meritare, indipendentemente dal giudizio  della storia, il vanto dei grandi manipolatori, e l’inclusione nel novero degli alchimisti del potere che usano influenza e denaro in modo da mantenersi al di sopra delle risse più infami. Salvo reputare un'infamia, per chi brandiva uno stendardo cattolico, avere procrastinato la dissoluzione l'edificio costruito da apostoli liberali di ispirazione massonica, ingigantito dalla passione di gerarchi destinati al plotone di esecuzione, la dissoluzione di cui imporrà l’ineludibilità, impugnando la spada dell’Arcangelo, il successore.

 

 

 

 

Terra e vita n° 15 1993


 

Il saccheggio del centesimo anno

 

 

 

 

Un fallimento, cento interrogativi

Per capire il processo che si apre sulla bancarotta della Federconsorzi è necessario ricordare qualche antefatto, e fissare il quadro al momento in cui i giudici hanno identificato l'inizio della prassi che avrebbe portato al disastro, l’inconsulota moltiplicazione delle spese correnti, delle consulenze, delle munifiche regalie

 

Il processo  aperto a Roma contro gli amministratori della Federconsorzi, imputati  di  bancarotta  fraudolenta, è destinato a scrivere un  capitolo intero della  storia agraria nazionale: un capitolo essenziale, siccome il crack ha interrotto la vicenda centenaria del grande organismo, ha chiuso cinquant'anni di preminenza democristiana, attraverso la Coldiretti, signora della  Federconsorzi, nelle campagne. Di quella storia il dibattimento romano  apre, insieme, un  capitolo nuovo, che dovranno scrivere gli alfieri  delle forze agrarie di oggi e di domani, obbligati a organizzare i propri associati in forme ancora da immaginare, che dovranno essere tali da sopperire alla mancanza  dell'apparato di cui il processo ha sancito la disgregazione.

 

Direttore nuovo, nuova strategia

Dovrà seguire il dibattimento con eguale attenzione, quindi, chi voglia capire il passato meno vicino dell'agricoltura italiana e chi voglia capirne il passato prossimo, quel  passato prossimo senza comprendere  il quale è  impossibile penetrare il presente, protendersi  verso il  futuro. Ma per capire le circostanze che il pubblico ministero e gli avvocati analizzeranno in un'aula del Tribunale  di Roma è  necessario ricordare qualche  antefatto,  e fissare il quadro della vita dell'organismo nell'anno in cui i giudici romani postulano  avere avuto inizio le pratiche amministrative che hanno stigmatizzato con l'imputazione per bancarotta fraudolenta: il 1985. E' il quarto anno della presidenza di Ferdinando Truzzi, opaca e  amorfa dall'autunno del  1982, quando al Teatro municipale di Piacenza la recita dell'intesa  con le  forze di sinistra è stata trasformata nella commedia della vergogna da Arcangelo Lobianco, e del direttore che Lobianco ha affiancato a un presidente che vuole imbelle, Luigi Scotti, il ragioniere che ha diretto  senza  fulgori il  Consorzio agrario di  Milano. Il ragioniere milanese si è seduto sulla  poltrona che è stata  di Leonida  Mizzi,  il  ragioniere piacentino che ha costruito, sottraendo allo Stato per arricchire l'agricoltura, la  fortuna della Federconsorzi nel dopoguerra, e di Enrico Bassi, anch'egli ragioniere, anch'egli piacentino,  che di Mizzi  è stato  l'erede fedele, avendo preservato i cespiti accumulati dal predecessore, tutelando con gelosia le chiavi  dei forzieri da  cui un coro di voci pretendeva elargizioni e elemosine.

Quando Fernando Truzzi assume la presidenza, e  Scotti la direzione, i forzieri dell'ente sarebbero, secondo i testimoni più attendibili, ancora  traboccanti, e i cespiti  finanziari costituirebbero ancora  il  perno  di  un  contesto di attività commerciali che, seppure minacciate da  organismi baciati da  più generosi favori governativi, le cooperative "bianche" e  "rosse", conservano l'antica capillarità  alle latitudini  diverse della Penisola. Chi conosceva  gli ingranaggi dell'apparato assicura che, difesa con maggiore duttilità sul piano politico e, soprattutto,  riorientata   secondo una strategia economica aggiornata, grazie ai  tesori che conservava la Federconsorzi avrebbe  potuto riacquistare il  ruolo antico al centro dell'economia  agraria nazionale: titoli e partecipazioni racchiuse nel forziere avrebbero offerto, a chi avesse impugnato con maestria il timone dell'organismo, la potestà di determinare, non più  insindacabilmente ma, ancora, autorevolmente, gli equilibri dell'agricoltura italiana.

 

L'elemosina ai consorzi in dissesto

Gli scrigni dell'organismo  saranno svuotati  con  una rapidità che all'eclisse dell'ultimo  custode l'osservatore più malevolo sarebbe stato incapace di immaginare. La prassi  usata per dissipare  una  delle maggiori concentrazioni  di  ricchezza immobiliare e mobiliare d'Italia sarà  la benevola  acquiescenza alle  negligenze dei consorzi  agrari gestiti, da Torino a Siracusa, senza dinamismo commerciale né perizia  amministrativa. Guadagnare distribuendo fertilizzanti  e mangimi,  compravendendo frumento e semi di girasole si è dimostrato, fino dal crepuscolo degli anni  '70,  impegno sempre più arduo. Qualche consorzio riesce nell'impresa per le doti  di un direttore  particolarmente abile, ma, nel suo insieme,  la flotta  consortile non  aggiorna metodi e  procedure, e la maggioranza dei  sodalizi  sopravvive vendendo ogni  anno  la sede di un'agenzia  che,  costruita  in periferia  all'alba  del  Novecento, è stata  fagocitata  dalla

crescita  urbana,  e, per la vastità,  può  trasformarsi   in supermercato o in filiale bancaria.

Ma un consorzio  in difficoltà continua a  galleggiare anche perché ha compreso che a Roma non siede più Leonida  Mizzi, che al sodalizio che non  pagava i trattori sospendeva  le forniture, o  pretendeva, in  garanzia, la  cessione delle  perle immobiliari. Truzzi non è un manager, è un sindacalista contadino, e il  deputato interessato a  scongiurare la  chiusura del consorzio  del  suo  collegio ha più di un  argomento  per commuovere il vecchio parlamentare. Se il presidente  della Federconsorzi, poi, non lo ascoltasse, sa  di poter ricorrere  a Lobianco, che, per ribadire il vassallaggio di Truzzi, ordinerebbe al direttore generale  di  postergare qualunque scadenza. I rapporti di dare e avere tra i consorzi provinciali e la casa madre  sono, ormai,  affidati al  capriccio dei  rapporti personali, ed i crediti verso i consorzi  stanno raggiungendo un'entità da capogiro quando a palazzo Rospigliosi si decide di congedare Ferdinando Truzzi: per i meriti preclari nella gestione del portafoglio cambiario, con una scelta inusuale nelle  vicende societarie  il  20  aprile  1989  Luigi Scotti viene   promosso presidente.

All'insegna della nuova  presidenza il cedimento innescato nel corso del mandato di Truzzi si trasforma in valanga irreversibile: qualche  consorzio non paga, la Federconsorzi continua  a   rifornirlo,  qualcun altro  tenta di ripetere l'esperienza, l'esito conferma che  pagare non è  indispensabile. Nell'intera compagine si  radica l'idea che  onorare le  cambiali

rilasciate alla  Federconsorzi  è fastidio  superfluo. Da poche decine di miliardi quando aveva assunto  la presidenza Truzzi, i crediti verso i consorzi in dissesto salgono a 1.126 miliardi nel 1987, a 1.437  l'anno successivo, a  1.728 nel 1989. La  valanga varca la  soglia  dei 2.000  miliardi  nel 1990, tocca   2.349 all'alba del 1991. In meno di due lustri le casse che custodivano centinaia di miliardi  di titoli  e valute  sono prosciugate,  al posto di valori e banconote traboccano di cambiali  inesigibili: tali perchè il consorzio debitore è al collasso, o tali perché un boiardo locale ha capito che Lobianco e Scotti non sono in  grado di esigere quanto dovrebbero pretendere.

La folle corsa all'indebitamento è  favorita, si  deve sottolineare, dalle banche, pronte a erogare qualunque cifra a un organismo il cui  patrimonio, ingente, gode  fama di tutto  poter garantire,  è  ignorata  dall'istituto  che  le  banche  dovrebbe controllare, non è ostacolata dal Ministero dell'agricoltura, che sulla Federconsorzi dovrebbe esercitare la propria vigilanza, che di nulla si accorge, nulla controlla, nulla eccepisce. Quando  il monte  dei  debiti  avrà toccato i 5.000  miliardi le banche coinvolte di accorgeranno di non disporre  che di 16 miliardi  di garanzie ipotecarie.

Parte dei crediti  viene ceduta,  in misura  crescente, all'Agrifactoring, una società finanziaria creata dalla Federconsorzi, dalla  Banca del  lavoro e da altri istituti di credito, che a rendere più  inestricabile  il groviglio  delle relazioni debitorie intesse sistematici scambi di cambiali con la

società Serfactoring, costituita dall'Enichem e dalla stessa Banca del lavoro. Siccome dell'Agrifactoring  è  presidente  lo stesso  Scotti, la corrispondenza dei ruoli proporrà una circostanza di cospicuo rilievo ai  giudici che imputeranno  agli amministratori della  Federconsorzi il reato di bancarotta fraudolenta. L'intreccio, e  la cessione in  pegno, alla  società finanziaria, alla  vigilia del  collasso, di  titoli che  non  le erano stati  offerti in precedenza, la cui  cessione  tardiva avrebbe costituito  pregiudizio dei creditori diversi,  produrrà conseguenze giudiziarie significative,  non porterà ad  aggravare di un capo di accusa  ulteriore  l'imputazione  di  bancarotta fraudolenta che colpirà Scotti insieme ai membri del Consiglio di amministrazione   e   del Collegio sindacale  responsabili dell'amministrazione  dell'organismo  dal  1985  alla  data   del fallimento.

 

Spese di gestione e consulenze

Seguendo lo spartito che si ripete in tutte le sequenze fallimentari, aggravandosi la  situazione non ci  si cura più di contenere le spese: la stampa, che seguirà con curiosità i colpi di scena della liquidazione, riferirà una scoperta singolare dei commissari, che verificheranno un prodigioso aumento, prima del tracollo, delle spese di gestione, passate,  tra l'88 e l'89, da 90 a 171 miliardi. Negli ultimi  due anni l'ente avrebbe  erogato 25 miliardi a consulenti e consiglieri: sul Titanic che  navigava verso gli abissi la coppia Lobianco Scotti avrebbe organizzato la più smagliante festa danzante.

Siccome, peraltro, la voragine deve essere  dissimulata con artifici contabili, al vertice dell'organismo debbono  essere sempre meno gli uomini a conoscenza  delle cifre, che deve  poter manipolare solo il ragioniere-presidente, che risponde, a sua volta, personalmente al presidente  della Coldiretti. I cultori di economia  aziendale inorridiscono di fronte  al  cumulo  di competenze che  sarebbero  state accentrate da Scotti, e alla caterva di anomalie amministrative in cui  si sarebbe prodotto prima un direttore generale esonerato da  ogni controllo, poi  un presidente che,  mutato  ruolo, deve  tutelare  i legati  che  ha lascito al successore.

Per assolvere al  secondo ruolo i  nuovi diarchi  della Federconsorzi,  patetica   replica  del   binomio   Bonomi-Mizzi, scelgono Silvio Pellizzoni, uno dei "manager" assunti sul mercato della competenza  industriale nella stagione  delle velleità  di rinnovamento  di  Fernando  Truzzi.  Nella  sicura  attesa,  deve presumersi, del collasso, il nuovo nostromo della  barca  alla deriva si assicura uno stipendio che esonda oltre gli 800 milioni annui, e condizioni correlate per la liquidazione. Per le  guerre disperate, in tutti i tempi i  capitani di ventura hanno  preteso emolumenti che ripagassero il futuro disonore.

Dilapidato il tesoro, l'organismo agromercantile di cui esso assicurava  la   vitalità si affloscia,  per singolare coincidenza, alla  vigilia della celebrazione  di un  secolo di attività. La successione degli eventi che conducono, tra la  fine del 1990 e i primi mesi del  1991, al  collasso, è drammatica: siccome quegli eventi  si realizzano tra  segreterie politiche e discreti  salottini bancari, la loro  ricostruzione oppone difficoltà considerevoli. Chi  sfidi quelle difficoltà dipanando l'aggrovigliata matassa giunge  alla singolare constatazione  che delle circostanze che hanno condotto  al crollo è impossibile giungere ad  una ricostruzione  univoca, siccome i testimoni di fede socialista  e quelli di fede democristiana  offrono  degli eventi cruciali versioni significativamente difformi, entrambe in contrasto con quella degli uomini  vicini ad Arcangelo  Lobianco. Nel paese di Pirandello, della Federconsorzi non si può proporre la storia del crollo, univoca e certa, si è costretti a  proporne tre. Senza presumere  di identificare, tra  le tre, quella  vera, riconoscendo,  anzi,   che,   essendo  la   storia   elaborazione intellettuale sarebbe ingenuo pretendere  ne esistesse una  sola, il proposito di ricostruire gli ultimi giorni della grande holding impone di esaminare, con la stessa fedeltà, tre racconti diversi.

 

Da Terra e vita n° 1, 10 genn. 1998

 

 

 

 

 

Così fu il crack, se vi pare

Le tre versioni degli eventi che portarono all'esautoramento del Consiglio di amministrazione della Federconsorzi. Al momento dell'insediamento, Goria era  consapevole del disastro?  Concordò con Lobianco una strategia comune, o giocò l'"amico" di  partito?Fu protagonista, o comparsa, all'ombra di Andreotti?

 

Un evento,  il fallimento  più clamoroso  della  storia repubblicana, cento  interrogativi:  per dare  loro  risposta  si confrontano  tre  versioni,  la  prima proposta  da  una   voce socialista tradotta in tedesco, la seconda composta dai frammenti raccolti da  testimoni prossimi  a eminenze  politiche e  bancarie democristiane, la terza agli uomini che furono vicini a Lobianco. Forse in  tutte una  parte della  verità:  prima di  tentarne  la saldatura   l'obiettività    storica impone di riferirle integralmente.

 

Lobianco ambasciatore in casa comunista

Secondo la versione  degli eventi  narrata da  Giuseppe Avolio a Nello  Gaspardo, docente  italiano presso  un'università tedesca,  che la riferisce in un volume sulla storia dell'influenza  politica, in Italia, delle organizzazioni professionali, il dramma  si prepara, nelle  prime settimane  del 1991, in  occasione  della discussione  parlamentare  della  legge poliennale di spesa per l'agricoltura, scaduta da un anno, quindi da rinnovare.  Teatro degli  eventi, la  Commissione finanze  del Senato.

Paolo   Micolini, presidente della  Commissione agricoltura, legato senatorio  di Lobianco,  riesce ad  includere nel coacervo  di norme  eterogenee un  articolo che  impone  alla Banca d'Italia di garantire i crediti contratti dalle cooperative in valuta  estera.  La norma gli  è stata suggerita  dal  nuovo direttore della Federconsorzi, Pellizzoni, che sta  contrattando, negli  stessi  giorni,  un grande  prestito  internazionale  per sopperire  alla sempre più grave carenza di liquidità dell'apparato, ma le banche che lo sottoscriverebbero  pretendono garanzie, e nessuna  garanzia sarebbe,  palesemente, più  gradita dell'avallo della Banca  d'Italia. Perché la  norma possa  essere votata dalla Commissione, evitando il confronto in aula, Micolini si  è  assicurato  la  complicità  dei  comunisti,   interessati, anch'essi,  a  provvedere  denaro  alle  proprie  cooperative  in dissesto, ma  ha  tenuto  all'oscuro  i socialisti,  alleati  di governo della Democrazia  cristiana, adusi a  richiedere, per  la propria connivenza, prezzi sempre elevati.

Per   convincere dell'utilità della norma gli estemporanei alleati, Lobianco rende visita, magnanimamente,  al presidente della Lega, Mariano, che gli assicura l'incondizionata solidarietà della Lega  per ogni espediente  che assicuri  denaro con tanto  modesto incomodo.  La visita  del signore  di  Palazzo Rospigliosi  alla  plebea  palazzina  della  cooperazione   rossa tradisce, tuttavia, il machiavello, e dissolve la  cospirazione. Buon conoscitore del  collega e concorrente  di sempre,  Giuseppe Avolio, informato  della visita  da  agenti sicuri,  capisce  che l'inquilino del palazzo principesco è andato a perorare una causa disperata, chiede agli informatori di sondare con ogni  diligenza la presidenza, viene a sapere dell'operazione in corso a  Palazzo Madama. Conosciuta la verità informa Fabio Fabbri, proconsole  di Craxi e  nemico della  Federconsorzi da  quando il  Consorzio  di Parma, in  anni  lontani, licenziò  un  cugino  per  irregolarità contabili, che, infiammato di sacro zelo, verifica lo scopo dello stratagemma, e,  usando dell'autorità  di presidente  del  gruppo socialista, pretende  che  l'articolo  maturato  in  segreto  sia proposto alla discussione in aula, dove la discussione lo  boccia clamorosamente.

Espulsa   la   norma   dall'omnibus   finanziario,   la contrattazione del prestito  si interrompe,  il sistema  bancario entra  in  allarme.  Ma  un  allarme  bancario  non  si   traduce necessariamente in procedura fallimentare, e la necessità è tanto meno cogente quanto  è più cospicuo  il patrimonio del  debitore. Una regola  antica  insegna che  le  banche  prestano  volentieri denaro a chi ha urgenza di liquido, e solide proprietà al sole,  e nonostante l'entità  dei debiti  le  banche credono  ancora,  nel crepuscolo del 1991, che il patrimonio della Federconsorzi  possa sfidare qualunque prodigalità degli amministratori: lo scacco  al Senato ostacola, non impedisce  il dialogo con  le banche. In  un clima di  comprensibile  apprensione si  svolge,  il  30  aprile, l'assemblea della Federconsorzi, che rinnova l'incarico a Scotti, il quale  sia accinge,  radioso, ad  un nuovo  mandato di  gloria affiancato dal solerte Pellizzoni.

 

Ma il ministro è in vacanza

Frutto, però,  di una  congiura nefasta  di stelle,  un oscuro direttore  ministeriale  sale,  dieci  giorni  più  tardi, all'ufficio del ministro  dell'agricoltura con  la relazione  che annualmente il  Ministero  trasmette alla  Corte  dei  conti  sul bilancio della Federconsorzi. Amante dei  piaceri della vita  non meno che dei doveri della politica, Giovanni Goria, da presidente del Consiglio declassato ministro  dell'agricoltura, è in  ferie, al suo posto siede, provvisoriamente, Maurizio Noci,  socialista, che Craxi è riuscito a insediare, col titolo di  sottosegretario, nel ministero da  sempre costituente la  città proibita dei  riti democristiani. Noci, che ha alle spalle  un mandato analogo  alle Finanze,  legge  la   relazione,  concepisce  qualche   sospetto, pretende copia del  bilancio, ha conferma  dei sospetti, invia  i due documenti a  tecnici di sicura  fiducia al  Ministero che  si affaccia sul lato opposto di  via  Venti Settembre,  gli  viene riferito  che  il   documento  sarebbero   un  caleidoscopio   di irregolarità.

Il  sottosegretario  non  firma,  e,  al  ritorno   del ministro, lo convince che firmare quella relazione  comporterebbe il rischio  di ustionare  le  dita. Goria  avrebbe  interpellato, allora, Andreotti, che lo avrebbe autorizzato al gesto clamoroso: invece di sottoscrivere la relazione per  la Corte dei conti,  in base ai  poteri che  gli conferisce  il decreto  legislativo  del 1948, il 17 maggio 1991 il ministro dell'Agricoltura suggella  un decreto  con   cui   esonera  dal   mandato   il   Consiglio di amministrazione della Federconsorzi  e ne affida  i poteri a  una triade di commissari ministeriali.

 

 

Il folletto e gli apprendisti stregoni

E' possibile  ricostruire  la  versione  degli  "amici" democristiani di Goria e Lobianco raccogliendone gli elementi  da osservatori diversi,  comunque  prossimi al  vertice  dello  Scudo crociato e  alla  presidenza  delle  banche  legate  al  partito: fornisce il contributo più significativo a ricostruire la vicenda chi, nei mesi cruciali in cui la partita fu, crudamente, aperta e indirizzata alla conclusione, poteva usufruire  di una specula  a metà tra il mondo politico e quello finanziario, che  determinerà le scelte  decisive  per il  destino  dell'organismo  in  agonia. Vincendo il  riserbo di  chi  godesse di  un  posto su  un  palco privilegiato  è  possibile  raccogliere  elementi  che  i  futuri storici delle vicende agropolitiche  non mancheranno di  reputare essenziali, ad uso dei quali non è dato, peraltro, citare  fonti: nel Bel Paese i testimoni privilegiati preferiscono che di quanto dicono assuma  la  responsabilità  chi  ne  trascrive  notizie  e rilievi.

Secondo i testimoni scudocrociati la consapevolezza del disastro imminente si sarebbe insediata al Ministero dell'agricoltura  fino  dal  mandato  di  Vito  Saccomandi,  come attesta il cognome lanzichenecco prepotente, che, con la furbizia del mestiere, non  si sarebbe lasciato  imbrogliare dai conti  di Scotti, ma ne avrebbe chiesto la verifica ad un amico, "analista" di una grande società di certificazione,  la Arthur Andersen.  La stessa consapevolezza  avrebbe  animato Goria  fino  dal  momento dell'insediamento:  ne  offrirebbe  la  prova  inequivocabile  la menzione di  Luigi  Scotti, durante  un'audizione  richiesta  dai commissari governativi, di  una lettera con  cui il ministro  gli avrebbe espresso perplessità, sul bilancio del 1990, l'8  maggio, prima che  del  bilancio, approvato  otto  giorni  prima,  Scotti inviasse al Ministero la copia di rito. Latore della missiva  del  ministro era, dicono le cronache, il  signor Renato Della  Valle, che il ministro presentava come consulente finanziario, più noto, peraltro, come mediatore immobiliare, che rivelando la competenza autentica chiedeva al  presidente della  Federconsorzi un  elenco delle proprietà: la ragione dell'interesse  vero che aveva  mosso il ministro all'ispezione  confindenziale? Comunque si  risponda, la  consapevolezza  di Goria  sarebbe   stata il  presupposto dell'intesa con Arcangelo Lobianco per esautorare il Consiglio di amministrazione e nominare un commissario.

Al consenso fatale avrebbero spinto il presidente della Coldiretti  i consigli   di  Pellegrino   Capaldo,   presidente andreottiano della Banca di Roma, che negli anni precedenti aveva esaminato i conti  della Federconsorzi e  considerato quelli  dei consorzi  agrari,  quindi  proposto  un  piano  di risanamento. Convinto di poter operare il risanamento con lo stesso equipaggio che  stava  veleggiando  verso il  naufragio,  Lobianco  avrebbe ordinato ai  propri  uomini in  Consiglio di  attuare  il  piano dell'"amico" banchiere: l'ordine si sarebbe scontrato, però,  con la resistenza dei consiglieri della Confagricoltura, in specie di Giuseppe Gioia, che della Federconsorzi  si era servito,  durante la  diuturna   presidenza, per   moltiplicare le telefonate onomastiche agli amici rotariani dei sette continenti, ma che  di fronte all'evenienza di responsabilità stava abbandonando l'antica acquiescenza.  Per  zittire  l'opposizione  di  Gioia,   folletto indesiderato, Lobianco si sarebbe unito a Goria nell'opzione  per la nomina di un commissario, la decisione che ne avrebbe  saldato i fati, secondo  gli osservatori democristiani,  nel più  orrendo prodigio che mai coppia di apprendisti stregoni abbia suscitato.

 

Il gioco dei tre commissari

Venuta  meno   l'opportunità   dell'inserimento   delle istanze federconsortili nella legge finanziaria, una  circostanza sulla  quale  la  versione  "democristiana"  coincide  con  quella "socialista", il solerte Pellizzoni, allarmato per la mancanza di liquidi per pagare gli stipendi, al primo posto il suo, stabilito da lui medesimo  in 502 milioni  più 314  di "benefits",  avrebbe espletato con somma diligenza l'incarico di Scotti di  negoziare, alla  sede  centrale  del  Credito Italiano,  un  prestito   di duecentocinquanta miliardi, una quisquilia, offrendo in pegno  le azioni della Banca nazionale dell'agricoltura di proprietà  della Federconsorzi. I ragionieri  che ebbero  a prendere  in esame  la proposta la avrebbero trovata interessante, avrebbero imposto  la clausola per  cui in  caso di  mancato pagamento  il  "pacchetto" sarebbe passato  direttamente  nella  proprietà  della  banca,  e avrebbero inviato  la cartella  con la  pratica al  Consiglio  di amministrazione.

Giunta  in  Consiglio,  malauguratamente,  la  proposta avrebbe  prodotto  lo  sconcerto  del  presidente  dell'istituto, l'autorevole  Natalino Irti,  che  nell'approvazione  del  mutuo avrebbe visto l'occasione di una tempesta nel mondo  finanziario, che avrebbe sospettato in quel pegno lo strumento della "scalata" del  Credito alla  Banca dell'agricoltura,  un   evento che osservatori malevoli paventavano da  tempo. Bocciata la  pratica, Pellizzoni  non avrebbe  avuto il  tempo di  postulare la comprensione di  una banca  diversa:  dal Consiglio  del  Credito italiano giungendo  a quello  della Banca  del lavoro,  il  primo creditore della Federconsorzi, il sospetto che il debitore stesse svuotando  la cassaforte  provocava   il  panico.   Dalla   Bnl rimbalzavano a  piazza  Indipendenza voci  che  la  grande  banca nazionale  si  apprestasse  a  inviare  l'ufficiale  giudiziario. Trafelato, Pellizzoni sarebbe corso da Lobianco, che gli  avrebbe ordinato di seguirlo immediatamente da Goria.

I tre avrebbero concordato  sulla necessità di  gettare ogni indugio alla nomina del commissario,  che  ormai  doveva precedere a via  Curtatone il messo  del tribunale. La decisione sarebbe stata ribadita, la mattina del  17 maggio, alla  presenza di Andreotti,  che  avrebbe  ricevuto il ministro e l'"amico" Lobianco nel corso  della riunione della  segreteria del  partito che si  svolgeva nelle stesse ore. A Piazza del Gesù  Lobianco avrebbe avuto la consolazione delle dichiarazioni di  solidarietà di Andreotti e  Forlani, segretario di  partito, di Franco Maria Malfatti, capo della segreteria del segretario, e di Nino Cristofori, dall'apprendistato di direttore della Col diretti amico e rivale, commilitone e antagonista di Arcangelo  Lobianco. Avrebbe rafforzato la commossa fiducia di Lobianco la certezza che gli "amici" avevano  affidato la regia  del futuro salvataggio  a Capaldo, verso il  quale Lobianco aveva  concepito tanta stima  e considerazione da immaginare  che mai a  disastro finanziario  si potesse riparare più agevolmente.

Confortato dalle  dichiarazioni degli  amici,  Lobianco sarebbe tornato fidente al palazzo  principesco che veglia  sulle sorti delle  campagne italiche, e  si  sarebbe  accinto  ad  una tranquilla  attesa,  certo di poter  dettare   a  Goria, nel pomeriggio, il nome di un commissario di suo gradimento. Falso  e cortese come ogni buon piemontese, Goria avrebbe omesso,  invece, la colazione,  e  dopo aver  telefonato  ad affaristi  amici,  un impegno laborioso  siccome pare  che in  quel mondo  il  giovane, intemerato ministro  concentrasse  le  proprie  relazioni,  senza aspettare l'"amico", avrebbe stilato il decreto, che in luogo  di un commissario ne  nominava tre.  Sceglieva il  primo sulla  base della  fedeltà  personale,  così  da   non  perdere,  nel   corso dell'operazione, le opportunità che dopo la  visita a Scotti  gli aveva delucidato,  si  deve presumere,  il  signor  Della  Valle, sceglieva  il  secondo,  per  accontentare i  petulanti  alleati socialisti, nel legato di Berlusconi per gli   affari agroalimentari, sceglieva il terzo per non dimenticare  Lobianco, che al  designato, seppure  senza  simpatia, non  avrebbe  potuto dichiarare la sua avversità. La triade portava i nome di  Giorgio Cigliana, Pompeo  Locatelli,  Agostino  Gambino:  tre  navigatori consumati delle acque  perigliose tra affari  e politica,  spinti sulla scena da  un regista che  aveva beffato  il compagno  della vigilia, al quale la recita sarebbe  presto sfuggita di mano.  Il Diavolo, insegna il vecchio proverbio, insegna a fare pentole, ma non coperchi.

 

 

 

La volontà di risanare

Ultima, la versione degli  uomini prossimi a  Lobianco, che sottolineano che il presidente della Coldiretti sarebbe stato seriamente preoccupato della situazione della Federconsorzi  fino dal 1987, quando avrebbe incaricato l'amico Capaldo di un'attenta revisione finanziaria. Emerso che il sostegno dei consorzi agrari stava costando  cifre astronomiche,  l'accorto banchiere  avrebbe suggerito di  vendere  immobili  e  partecipazioni,  caldeggiando altresì la  sostituzione del  direttore generale,  non  ritenendo Scotti timoniere capace di condurre la navicella beccheggiante ad un porto sicuro.

Accolto il suggerimento,  Lobianco avrebbe  verificato, con amarezza,  le  resistenze opposte  al  piano  di  vendite  da Giuseppe Gioia,  preoccupato,  dicono le  stesse  fonti,  che  le cessioni potessero svolgersi  senza il  contributo della  propria competenza di estimatore: tra le cento presidenze, Gioia si onora di quella  del  collegio dei  periti  stimatori al  servizio  del tribunale di Palermo. La volontà di Lobianco si sarebbe scontrata altresì con la cecità di "amici" della Coldiretti, al primo posto il senatore Micolini, allora presidente della Polenghi  Lombardo, che sarebbe stato titubante a lasciare.  La notizia che  potessero essere vendute Polenghi, Fata e il  pacchetto delle azioni  della Banca nazionale  dell'agricoltura suscitava,  per di  più,  cento reazioni  nel mondo dell'agroindustria,in   quello delle assicurazioni e  in quello  bancario, su  Lobianco si  dirigevano mille inviti e pressioni, che paralizzavano i propositi di  agire con efficacia e  tempestività. Lobianco  è uomo  politico, non  è uomo d'affari, che obbedisce  alla brutale legge  dell'interesse: in politica non si possono ignorare equilibri, alleanze, forme  e precedenze.

Il piano di Capaldo sarebbe stato, secondo le  medesime fonti, organico  ed esaustivo,  oltre  alle vendite  prevedeva  il riassetto di tutti i settori  operativi della Federconsorzi,  per ciascuno dei quali,  macchine, sementi, mangimi,  fu affidata  ad una società  di  consulenza la  predisposizione  di  un  progetto specifico. Le spese per consulenza, denunciate dai malevoli  come sperperi, non sarebbero state, quindi, follie amministrative,  ma lungimiranti scelte strategiche.  Purtroppo il precipitare  della situazione non  avrebbe permesso  di realizzare  neppure uno  dei funzionali progetti.

Alla fine dell'incarico,  per di  più, più  di uno  dei consulenti, che  non vedevano  rinnovare l'incarico,  si  sarebbe trovato in  possesso di  conoscenze preziose  sull'assetto  della Federconsorzi: la  ragione per  cui,  annotano amari  gli  uomini vicini a  palazzo Rospigliosi,  nel corso  della liquidazione  il branco di squali della  politica e della  finanza che si  getterà sul cetaceo in agonia non troverà difficoltà a ingaggiare esperti che del  colosso  alla deriva  conoscevano  i  conti  meglio  dei consiglieri  di  amministrazione,  cui  Scotti  li  aveva  sempre nascosti. I più accorti della schiera peritale si sarebbero uniti proprio alle bande  di Giovanni  Goria, che  alla balena  morente avrebbe lanciato l'arpione fatale.

Mentre si provvedeva,  su consiglio  di un'autorità  in materia,  il  professor  Romano  Prodi,  a  dirigere  il   dottor Pellizzoni, assunto alla Polenghi Lombardo, al ruolo di direttore generale, per forzare  il veto  di Gioia  Lobianco immaginava  lo stratagemma di un commissario ad acta, di cui chiedeva la  nomina all'"amico" Mannino, ministro di turno, che si dichiarava  pronto a firmare il provvedimento, a condizione di decidere lui il  nome del  professionista cui affidare cosa  di tanto rilievo. Giustamente  sospettoso,  Lobianco  dichiarava  di  rinviare   la scelta, attendeva  la  nomina  di  un  nuovo  ministro,  l'esimio professor Saccomandi, che aveva beneficiato di mille favori della Coldiretti,  e  di   cui  Lobianco  contava   sulla  fedeltà,   e riproponeva il suggerimento. Stessa proposta, identica  risposta: come Mannino,  Saccomandi voleva  rispondere personalmente  della probità  del  nominando,  che  voleva  scegliere  lui.  Arcangelo Lobianco doveva  attendere  la prossima  crisi  di  governo,  che felicemente non tardava.

Quando Andreotti  congegnava la  propria compagine  gli  auspici    parevano assicurare che la  responsabilità dell'agricoltura sarebbe stata  affidata a  Riccardo Misasi,  sul quale Lobianco riponeva  la fiducia più  incondizionata, ma  che, inopinatamente,  declinava  l'incarico   due  giorni  prima   del giuramento, proponendo a Lobianco la candidatura di Goria, di cui garantiva  personalmente,  con  promessa  di  democristiano, la consapevolezza della gravità della situazione e la determinazione a operare per il bene della Coldiretti. Già nei giorni successivi al giuramento lo statista astigiano avrebbe raggelato,  tuttavia, le speranze degli uomini di Lobianco  esibendosi, in un  incontro riservato, nella pantomima dello sdegno  per la cattiva  gestione della Federconsorzi.

 

La vendetta di Avolio

Gli uomini vicini a Lobianco non vogliono credere,  per parte loro, che il naufragio del  tentativo di  inserire  nella legge finanziaria la fatidica norma  che avrebbe assicurato  alla Federconsorzi e alla Lega delle cooperative l'avallo della  Banca d'Italia a mietere finanziamenti in valuta estera sia stato opera di Giuseppe  Avolio, i cui  legati  avevano  partecipato,  nelle settimane precedenti, ad incontri in cui  si sarebbe discusso  il piano "Parim", che prevedeva cospicue erogazioni per il riassetto delle cooperative di  ogni colore, benedicenti, in posizione  di tutori, le confederazioni professionali. Ma  Avolio non amava,  è notorio, la Lega, che  non ne aveva  mai riconosciuto il  primato sul mondo agrario di "sinistra": se avesse deciso di impedire  il finanziamento  per   appagare  i rancori  verso Lobianco   per l'umiliazione di Piacenza, e quelli verso Mariano per il  rifiuto alla sudditanza,  avrebbe inferto, per  il  volatile piacere  della  vendetta,  una  ferita mortale all'agricoltura di cui si è  sempre proclamato alfiere  e tutore.

Dopo  le  avvisaglie  infauste,  Gianni  Goria  avrebbe sconvolto  definitivamente  Lobianco  nel  fatidico  incontro  di piazza del Gesù, quando, alla presenza di Andreotti,  Cristofori, Forlani  e   Cirino   Pomicino   avrebbe   dichiarato,   come   i predecessori, che il commissario intendeva sceglierlo lui. Gelido Andreotti, il presidente della Coldiretti  si sarebbe accorto  di essere solo di  fronte al Sinedrio.  Secondo le  stesse fonti  il ministro si  sarebbe recato  all'incontro  con il  decreto  nella borsa, avendolo firmato all'alba per evitare di dover  sottostare a patteggiamenti,  ma con  l'ordine all'ufficio  stampa di  darne notizia solo nel pomeriggio.

Una  vicenda,  tre  versioni,  ciascuna  imperniata  su elementi che le altre ignorano o sottovalutano, tanto che  eventi capitali per una hanno un rilievo  marginale nelle altre. Si  può concludere il  capitolo  chiave della  storia  del  grande  crack ricordando un  dettaglio che  appare, invece,  certo ed  univoco: alla notizia  della nomina  dei commissari,  anziché correre  dal vecchio  padrone,  Lobianco, il  fedele  Pellizzoni, nostromo accorto, si sarebbe precipitato a offrire  i propri servizi,  con riservatezza, a Capaldo,  che da quel  momento non avrebbe  fatto nulla  per   conservare la  fiducia  carpita, con i propri disinteressati  consigli,  al  presidente  della  Coldiretti.   E sarebbe riuscito ad assicurarsi un  posto anche come  consigliere di  Goria:  uno  dei  due,  aveva  capito,  avrebbe  venduto   il patrimonio della Federconsorzi.

 

Da Terra e vita n° 4, 17 genn. 1998

 

 

Cento proclami, un obiettivo: le mani sul patrimonio

 

Goria ha nominato tre commissari per risanare, continua a dichiarare, la Federconsorzi, ma  le buone intenzioni naufragano in pochi giorni, e i tre mirano con decisione a un risultato solo, la liquidazione del patrimonio del colosso naufragato.

 

            Il giorno stesso in cui ha sottoscritto il decreto con cui ha esautorato il Consiglio di amministrazione, e ne ha affidato i poteri a tre commissari, il 17 maggio 1991, alle diciassette Giovanni Goria convoca una conferenza stampa per proclamare Urbi et Orbi la ragione della decisione: la volontà di intervenire ad arrestare un processo di grave degrado e ricondurre la grande holding agricola alla normalità della gestione. Per dimostrare la determinazione di perseguire il proposito che ha enunciato dichiara che dirigerà alle banche l'invito a congelare i debiti e ad accettare la moratoria degli interessi.

            Proporre una moratoria bancaria nel corso di una conferenza stampa costituisce l'espediente più sicuro per non ottenerla: l'autorità politica che miri al congelamento dei debiti di un ente che voglia salvare deve avanzarne la proposta riservatamente, blandire gli interlocutori, minacciare, contrattate oneri e vantaggi. Inequivocabile come la conseguenza di un teorema di Euclide, l'incontro del ministro, dieci giorni più tardi, con le banche si risolve in un fallimento. La scelta di Goria apre, perciò, un'alternativa ineludibile: il ministro si era ingannato, era caduto nel tranello di chi voleva il naufragio delle suo buone intenzioni, o, ed è l'ipotesi più inquietante, ma più verosimile, Gianni Goria aveva scelto, per realizzare la prima condizione del proprio piano, l'approccio ai banchieri tra i clamori della fanfara, per essere sicuro che il piano che ostentava non potesse realizzarsi mai?

 

Goria: la maschera e il volto

            Insolubile nei giorni roventi in cui si propone, il dilemma appare meno arduo a sei anni di distanza, quando è possibile confrontare il racconto di tutti i protagonisti della vicenda. Giovanni Goria riuscirà ad alimentare fino alla morte, peraltro,  l'equivoco sulle proprie intenzioni nel più spregiudicato arrembaggio fallimentare della storia italiana: alternando a scelte equivoche la dichiarazione degli intenti più nobili riuscirà a protrarre il dubbio della sua buona fede anche in osservatori poco inclini all'illusione. Con gli uomini più vicini a Lobianco, che pretendono l'osservanza dei patti della vigilia, getta, invece, subito la maschera, sapendo che l'antico "amico", compromesso da un decennio di gestione rovinosa, non può reagire, pubblicamente, ai suoi colpi. L'occasione in cui il ministro rivela le intenzioni è un incontro dei collaboratori più stretti di Lobianco con alcune autorità bancarie di fede democristiana: ragione della riunione  l'urgenza di alleviare la pressione bancaria che, dal giorno del decreto, e, paradossalmente, dalla richiesta di moratoria, si esercita su tutti i consorzi agrari, anche quelli dal bilancio più florido, cui le banche ritraggono i fidi creditizi, imponendo di azzerare lo scoperto.

            E' un'afosa giornata di giugno, la conversazione procede a singhiozzo, sembra che la riunione si debba sciogliere senza  che gli interlocutori si siano scambiati neppure un elemento di rilievo, quando il conte Auletta Armenise, presidente della Banca nazionale dell'agricoltura, candidovestito, contro la calura, dal Borsalino con cui si gingilla alle scarpe, interviene chiedendo al ministro se sia disposto a consegnargli il patrimonio della Federconsorzi in cambio di tremila miliardi. Goria pare non avere capito, perde colore, quindi si fà cianotico, quando riesce a profferire verbo non parla, urla, gridando ad Auletta che se offre quei soldi, lui li vuole subito, su quel tavolo, in contanti. I legati di Lobianco si guardano costernati: l'uomo che nelle conferenze stampa proclama di voler salvare la Federconsorzi è già alla ricerca di un acquirente.

            Gianni Goria confermerà quale scelta abbia operato, nelle settimane seguenti, opponendosi con protervia a chi suggerirà di richiedere per la Federconsorzi i benefici della legge Prodi, il provvedimento che assicura sovvenzioni ai gruppi industriali in gravi difficoltà, che qualche esperto di fallimenti industriali riterrà potersi invocare rappresentando la Federconsorzi la società finanziaria titolare di un'intera gamma di partecipazioni industriali, al primo posto quella della Polenghi Lombardo.

            Chi crede ancora, a onorare la memoria del ragioniere di Asti, nelle intenzioni risanatorie di Goria, si trova di fronte a rovelli difficilmente solubili analizzando le prime scelte dei commissari dopo la nomina. Sono stati investiti della funzione, infatti, senza la previa ispezione ministeriale che avrebbe consentito di intervenire sulla scorta di dati certi, formalmente non conoscono, quindi, in dettaglio il bilancio della Federconsorzi né delle società collegate. Sono stati investiti, per di più, da un ministro che proclama di volere il risanamento: nonostante tutte le condizioni contrarie dirigono la propria rotta, inequivocabilmente, alla liquidazione dell'organismo e alla vendita del patrimonio. Per spiegare l'antinomia osservatori di acume sperimentato sono stati costretti a supporre che la nomina non fosse in realtà, scelta di Goria, ma imposizione di Andreotti, che ai tre ligi professionisti avrebbe ordinato di smembrare il patrimonio della roccaforte dell'"amico" Lobianco. Chi a Lobianco è stato vicino nei mesi del tormento proclama che il "padrino di tutti i padrini d'Italia" avrebbe osservato compiaciuto, forse, l'opera del discepolo astigiano, il quale avrebbe operato, però, per conto proprio e dei propri amici. Prima ancora di definire l'inventario delle attività e delle passività i tre adottano, infatti, una strategia che conduce ad un risultato unico: la liquidazione del patrimonio della Federconsorzi.

            La prima opzione assunta, pochi giorni dopo la nomina, è, infatti, di procedere alla liquidazione volontaria, la scelta di una società che abbia annientato, con la cattiva gestione, il proprio patrimonio, non disponga dei mezzi per proseguire l'attività e offra volontariamente ai creditori il frutto della vendita dei propri beni. La adottano,  si deve ribadire, prima di avere avuto il tempo di studiare il bilancio, ma hanno fretta, o qualcuno impone loro la fretta. Dopo aver messo a dura prova le linee telefoniche nazionali con l'invio, tra il 14 e il 17 giugno, di 938 fax a tutti i creditori per importi superiori a 30 milioni, che invitano a rispondere, con l'identico mezzo, entro sette giorni, non avendo ricevuto che 337 risposte, di cui solo 180 positive, i commissari constatano, probabilmente senza rimpianto, che l'ipotesi è stata bocciata dalla maggioranza dei creditori: il rigetto dispiega davanti alla triade la strada radiosa per dirigere la liquidazione verso il concordato, che il ministro li autorizza a richiedere il 3 luglio, che richiedono al Tribunale di Roma il giorno dopo. Nonostante siano giorni in cui la spiaggia di Ostia è più gradevole delle accaldate aule tribunalizie, con solerzia esemplare la Sezione fallimentare del Tribunale "ammette" l'organismo alla deriva al concordato il 22 luglio. Se v'era un disegno per imporre, eludendo i proclami pubblici di Goria, la vendita del patrimonio, quel piano avrebbe piegato gli avversari in meno di tre settimane!

            E' negli stessi roventi giorni d'estate che Lobianco comincia a denunciare alla stampa la congiura di cui sarebbe vittima la Federconsorzi, onorando degli epiteti più crudi, primo tra gli altri quello di "sciacalli" i cronisti che, di fronte al crack, formulano dubbi sulla buona conduzione della Federconsorzi da parte degli amministratori della Coldiretti e della Confagricoltura. A una risposta particolarmente imbarazzata è costretto, peraltro, dal cronista di "Famiglia cristiana" che, stupito degli appunti verso Goria, gli chiede se non sia stato proprio lui a sostenerne con tanta determinazione, all'ultima crisi di governo, la candidatura alla poltrona di via Venti Settembre.

 

La scelta: il concordato e la vendita

            A chi ripercorra, dopo sei anni, l'intricata vicenda finanziaria e giudiziaria, tra i cento rovelli che ostacolano il cammino uno impone alla ricostruzione degli eventi difficoltà speciali: l'assenza, all'apertura del procedimento di liquidazione, di ogni tentativo di convocare i soci della Federconsorzi, i presidenti dei consorzi agrari, perché assumano le propria responsabilità di fronte al collasso. Conoscitori sottili di cose giuridiche hanno notato che, fosse stata convocata, l'assemblea avrebbe potuto impugnare il decreto, che presentava deficienze giuridiche, e riaprire il gioco. Scartate le ipotesi diverse, che non soddisfano, a spiegazione della circostanza può rilevarsi, forse, la palese, seppure paradossale, convergenza di interessi che univa, nel mese rovente delle decisioni cruciali, chi avrebbe voluto salvare la nave che aveva condotto nella tempesta e chi ne voleva il saccheggio. Arcangelo Lobianco non avrebbe mai accettato di discutere del collasso con i presidenti dei consorzi, che avrebbero potuto rinfacciargli di averne invocato la responsabilità solo allora: il ruolo che aveva svolto gli impediva, cioè, di rivolgersi agli unici alleati che avrebbero potuto schierarsi al suo fianco. Era solo, e disarmato, di fronte agli "amici" di partito. Ne' avevano interesse alla convocazione i tre commissari, che per liquidare l'organismo dovevano dimostrare che la situazione debitoria escludeva ogni possibilità che l'assemblea rivestisse ancora un'autorità qualsiasi.

            Altrettanto misteriosa appare, a chi non la supponga deliberata, l'inerzia del ministro di fronte alla scelta dei commissari  della strada da seguire per il soddisfacimento dei creditori, quella del concordato, in palese contrasto con la prassi che vuole che ai consorzi in difficoltà gravi si provveda mediante la liquidazione coatta amministrativa, tra le procedure concorsuali quella sancita per la tutela degli interessi pubblicistici degli organismi economici operanti, tra la sfera pubblica e quella privata, nel mondo multiforme del parastato. Nonostante le reiterate conferenze stampa, durante le quali rivendica i propositi risanatori, le audizioni alle Camere, durante le quali formula nuovi, evanescenti piani di salvataggio, dopo la firma del decreto Giovanni Goria appare del tutto passivo di fronte agli eventi, incapace di dirigere l'opera dei commissari che egli stesso ha insediato. La prova che il ministro aveva apposto la firma su un testo vergato da altre mani, che si era illuso di contribuire alle tre nomine, ma che i tre rispondevano a qualcuno più in alto del ministro dell'agricoltura? O la conferma che il burattinaio della liquidazione era il ministro stesso?

 

I presidenti, convocati o coartati?

            Mentre procede la schermaglia procedurale vengono pubblicate le prime cifre del collasso: la somma dei debiti varca i 5.000 miliardi, dovuti ad una schiera di 17.000 creditori. La voragine dei debiti sarebbe stata il frutto di un indebitamento quasi repentino: i mutui a favore dell'ente non sommavano 1.702 miliardi nel 1986, avevano raggiunto i 3.508 in soli cinque anni. Sono le cifre che i responsabili della procedura di liquidazione trasmetteranno alla stampa attonita: negli studi degli avvocati e dei commercialisti che sciolgono la lucrosa matassa lo squilibrio patrimoniale apparirà presto meno grave di quanto postulato pubblicamente, e si combatterà una guerra sorda per attribuire  all'attivo una consistenza inferiore al monte dei debiti, la condizione mancando la quale i liquidatori sarebbero stati costretti a convocare i soci, quei presidenti che nessuno voleva riunire, perché  decidessero cosa fare del residuo attivo del patrimonio: la prosecuzione dell'attività sociale o la sua interruzione, con la devoluzione del valore recuperato secondo le norme dello statuto.

            I presidenti dei consorzi agrari non vengono convocati per decidere dell'attivo, debbono essere riuniti, invece, per una norma vincolante del diritto fallimentare, per chiedere l'ammissione al concordato. Sono riuniti dai commissari il 9 luglio, quindi, di nuovo, il 25, dopo l'invalidazione della prima assemblea e una nuova convocazione tramite la Gazzetta ufficiale. Nella seconda riunione approvano, davanti al notaio Castellini, la richiesta all'unanimità. E' un'unanimità che corrisponde alla tradizione, secondo la quale tutte le decisioni degli organi della Federconsorzi venivano dettate, per essere unanimi, ai membri dell'Assemblea, o del Consiglio, in riunioni precedenti, che si tenevano presso le confederazioni professionali tra le quali i rappresentanti si dividevano. Il suo riproporsi nella circostanza impone la domanda se, nel clima di confusione prodotto dal crack, i presidenti dei due sindacati fossero ancora in grado di imporre ordini, e disponessero che nessun ostacolo fosse opposto ai commissari, per fare calare l'oblio sulle responsabilità proprie, quantomeno morali, o se il diktat dei commissari sia stato accettato, spontaneamente, dai presidenti convocati, una circostanza che non indurrebbe a riconoscere una levatura particolare ai rappresentanti del modo agricolo cui era affidata la gestione del grande organismo.

            Le due assemblee sarebbero state convocate con tale urgenza, peraltro, che più di uno dei partecipanti, avrebbe rilevato qualche cultore delle forme del giure,  non avrebbe disposto del mandato a deliberare sui temi all'ordine del giorno suggellato dal consiglio del consorzio che rappresentava, una condizione prevista dalla legge, una  circostanza che non disturberà lo scrupolo dei commissari, tesi a predisporre, anche nelle forme più sommarie, le condizioni per avviare la procedura che avevano deciso di applicare: il concordato e la vendita del patrimonio.

            Con un altro voto unanime i partecipanti alla seconda assemblea rigettano ogni ipotesi di azione di responsabilità verso gli amministratori; un voto comprensibile per quanti, che non erano pochi, fino all'esautoramento del Consiglio di amministrazione ne erano membri. Al di là dell'interesse personale di parte dei votanti, anche il plebiscito contro l'azione di responsabilità pone la domanda se non vi fossero, al vertice delle organizzazioni professionali, registi già impegnati a esperire ogni sforzo perché la liquidazione si chiudesse anche con un disastro per l'agricoltura, purché  non fosse chiamato a rispondere della propria inettitudine chi del disastro aveva predisposto le condizioni.

 

Virtuosismi di bilancio

            Ha inizio con la data dell'assemblea dei soci che delibera la richiesta di concordato il capitolo più oscuro della vicenda fallimentare, il capitolo che si concluderà, il 29 gennaio 1992, con l'assemblea dei creditori, alla quale il commissario giudiziale, Nicola Picardi, illustrerà una relazione tanto convincente da indurre la maggioranza ad approvare la richiesta che, omologata dal Tribunale, aprirà la strada al piano di cessione alla società costituita dai creditori maggiori  per l'acquisto del patrimonio. Si sviluppa durante quel capitolo la cruda guerra per coartare il valore di immobili e crediti al di sotto della somma dei debiti, la condizione,  si è rilevato, per evitare la convocazione di  un'assemblea straordinaria della Federconsorzi, l'ipotesi che tutti i protagonisti, commissari e magistrati, paiono decisi ad esorcizzare.

            L'esame retrospettivo delle scelte dei protagonisti sembra dimostrarne, infatti, la determinazione a sottostimare il patrimonio loro affidato, quella volontà che postuleranno, imputando i liquidatori di omissione di atti d'ufficio e di appropriazione indebita, i giudici di Perugia. Frutto di cento anni di accorta accumulazione, partecipazioni industriali, sedi, stabilimenti, magazzini e cespiti finanziari della Federconsorzi opporranno una resistenza tenace all'impegno a coartarne il valore, tanto che a realizzarne la sottostima sono necessarie due operazioni successive, che vedono protagonisti attori diversi. La prima consiste nella compilazione, affidata dalla Sezione fallimentare del Tribunale di Roma ad una schiera di quaranta periti, dell'inventario del patrimonio della Federconsorzi, dei cespiti immobiliari e dei valori mobiliari, la seconda corrisponde alla redazione del bilancio del 1991, un impegno cui assolveranno i commissari decurtando ulteriormente il valore dei cespiti definito dal collegio peritale.

            La sezione fallimentare, composta da Ivo Greco, presidente, e da due giudici a latere, nomina i periti e ne demanda il coordinamento al dottor Enrico De Sanctis, un'autorità in materia di stime immobiliari, che sommando i valori proposti dai collaboratori per magazzini, aree edificabili, aziende agricole, palazzi storici, trattori, bovini e quadri d'autore fissa dapprima l'entità dell'attivo in 6.000 miliardi, che riduce, nel primo inventario formale, a 4.800,  quindi a 3.938. La contrazione viene ottenuta anche mediante la riduzione del valore dei crediti residui verso il Ministero dell'agricoltura per le gestioni di ammasso, 430 miliardi, iscritti nell'inventario per 314, dopo essere stati annullati nella prima stima, ignorando che si tratta di crediti approvati mediante la complessa procedura prevista dalle leggi che disciplinavano gli ammassi, e registrati dalla Corte dei conti, che ne ha fatto, in pratica, crediti garantiti dallo Stato.

Perché tanto impegno a contrarre il valore dell'attivo? Offrirebbe un elemento prezioso per rispondere alla domanda, capitale per stabilire la verità sul crack, sapere dal dottor De Sanctis le ragioni delle successive contrazioni: l'operazione sarebbe stata imposta dalla constatazione di errori tanto clamorosi nelle prime stime? O qualcuno avrebbe suggerito, amichevolmente, di contenere i valori? Pare che il dottor De Sanctis abbia concesso, ad amici, confidenze interessanti, seppure ermetiche. Sarebbe utile, probabilmente, che le ripetesse davanti ad un cancelliere di tribunale.

            La seconda fase dell'operazione di contrazione dei cespiti attivi, la redazione del bilancio della gestione 1991, il centesimo della parabola della Federconsorzi, è opera di un protagonista precipuo,  Paolo Bambara, il capocontabile che ha affiancato Pellizzoni, dopo l'eclissi di Pellizzoni elevato dai commissari al ruolo di direttore generale dell'ente in liquidazione. Bambara dimostrerà di avere operato a favore del disegno di smembramento quando, approvato dal Tribunale il piano di Pellegrino Capaldo, e costituita, per la sua esecuzione, la S. G. R., Società gestione e realizzo, sarà assunto da Capaldo come direttore generale, un ruolo nel cui espletamento firmerà atti ufficiali nella stessa data in cui firmerà carte diverse come direttore della Federconsorzi: una commistione tale da non entusiasmare i cultori del diritto amministrativo. Si dichiarerà, per la comprensibile emozione, direttore della S. G. R. anche nel corso dell'interrogatorio che lo porterà in carcere, al magistrato che lo ascolterà, come direttore generale della Federconsorzi, su una vicenda secondaria della liquidazione, la restituzione di 40 miliardi, all'indomani del decreto di Goria, ad una banca amica. Insieme al capo contabile viene ingaggiato da Capaldo, nei mesi cruciali della redazione del bilancio, un altro funzionario che ha in mano una chiave essenziale, Domenico Frosina, il responsabile del patrimonio immobiliare della Federconsorzi, che, assunto  dalla S. G. R , continuerà a rivolgere a magazzini e scali ferroviari le stesse premure erogate fino alla data del concordato, premure che interromperà il repentino licenziamento, un evento che stupirà quanti riterranno l'ingegner Frosina avere prestato alla S. G. R. servizi preziosi.

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La balena e gli squali

            Attorno ad un cetaceo in agonia, insegna la letteratura marinaresca, si raccolgono gli squali, attratti da acque lontane da un istinto infallibile. Approvata la richiesta del concordato, in attesa del suo accoglimento da parte del Tribunale, la stampa economica riferisce dell'inoltro al giudice delegato, lo stimato dottor Greco, delle proposte di rilevare il patrimonio della Federconsorzi avanzate da una schiera di finanzieri, affaristi, mediatori. Recapita, nei mesi successivi, un progetto di acquisizione il finanziere Florio Fiorini, ne stilerà un altro, che prevederà il pagamento di 2.500 miliardi, Gianmario Roveraro, presidente della società Akros, un banchiere, si dice, vicino all'Opus Dei. Proporrà, all'alba dell'anno successivo, un complicato progetto di acquisto, da parte dei grandi creditori, della società di famiglia del conte Auletta Armenise, la Bonifiche Siele, e della sua conversione nella nuova holding delle attività della Federconsorzi, il finanziere Giuseppe Gennari, per il quale parrà offrirsi, quale mediatore, uno dei tre commissari, il futuro ministro Gambino.

            Protraggono, contemporaneamente, il clima confuso stabilito dagli evanescenti propositi risanatori di Goria i piani di ricostituire un organismo che possa assolvere ai compiti di coordinamento dei consorzi agrari propri della Federconsorzi. Preoccupati dei propri emolumenti mensili, alcuni intraprendenti funzionari dell'organismo in liquidazione riescono a convincere il ministro a convertire nell'organismo di cui ha auspicato la costituzione la Fedexport, l'antica, gloriosa società federconsortile per l'esportazione di ortofrutticoli, inattiva dopo avere accumulato miliardi di debiti, con solerzia ribattezzata Agrisviluppo. Il ministro decreta che il capitale del sodalizio venga diviso tra i grandi produttori di trattori, antiparassitari e concimi e i consorzi agrari, ai quali riserva la maggioranza del 51 per cento, e ai quali il 7 giugno il commissario Cigliana invia una circolare per invitarli ad aderire. In una riunione confusa i presidenti dei consorzi decidono di non partecipare singolarmente, ma attraverso una società che li rappresenti collettivamente. Il 9 luglio, così, i consorzi di Ravenna, Benevento, Udine, Brescia e Caserta trasformano una società preesistente attribuendole la denominazione di Soconagri, Società consorzi agrari. Alla ricerca di alleati al nuovo organismo viene invitato a partecipare la Confagricoltori, l'organizzazione professionale la cui esclusione dal governo della Federconsorzi ha acceso verso Lobianco l'ansia di vendetta di Giuseppe Avolio.

 

Velleità di rifondazione

            L'Agrisviluppo vive un'intensa stagione di velleità dall'assunzione del ruolo di presidente di uno degli uomini più autorevoli della cooperazione nazionale,  Carlo Ronchi, direttore generale del Conservitalia, il maggiore complesso agroindustriale pertinente al mondo della cooperazione. Il tentativo di Rochi di fare decollare l'organismo immaginato da Goria si protrarrà, vanamente, per un anno, fino a quando, reputando di non essere stato sostenuto dal mondo agricolo, Ronchi abbandonerà l'impresa, destinando la società alla dissoluzione. Il Soconoagri vive, per parte propria,  la lunga ricerca di un presidente che possa mostrare credenziali politiche, e di un direttore di riconosciuta capacità: dopo il reiterato rifiuto di Alfredo Diana, e l'opposizione di più di un socio verso Filippo Galli, calorosamente sostenuto da altri, assumerà la presidenza Giandomenico Serra, presidente di notevole carisma della Confagricoltura negli anni settanta, che all'impresa non dedicherà, tuttavia, né  impegno né passione.

            Dissoltasi ogni velleità di unire i consorzi agrari, nella compagine di Agrisviluppo, ai loro fornitori, la Soconagri nutrirà ancora qualche velleità, che si dissolverà dopo il fallimento dell'ambizioso progetto di acquistare le azioni della Siapa, la società produttrice di antiparassitari della Federconsorzi, venduta dai liquidatori, un'operazione che Giandomenico Serra, dopo gli affanni della presidenza della Confagricoltura dedito alla propria bella azienda e alle gioie del tiro al piccione, affronterà con tale superiore noncuranza da destinarla al più clamoroso fallimento. Dopo lo scacco  l'organismo, larva societaria, non si impegnerà più, nell'agone politico e in quello giudiziario, per recuperare i relitti del patrimonio della Federconsorzi, un impegno cui osta, peraltro, la determinazione, al vertice delle organizzazioni agricole, di chiudere, qualsiasi ne fosse il prezzo, un capitolo della storia dell'agricoltura nazionale che non ne onora i vertici.

            Curiosamente, mentre ancora si tenta di ricomporre i resti di quanto è stato distrutto nella compagine del Soconagri, un'incontenibile furia organizzativa spinge gli autori del disastro ad affidare all'ultimo consulente della schiera raccolta nella stagione felice dei piani di Capaldo, il dottor Forchielli, la stesura di un progetto ancora più ambizioso, che viene battezzato con il nome beneaugurale di Fiordaliso, la ragione con cui avrebbe dovuto costituirsi una società di assistenza tecnica, economica e commerciale al mondo agricolo. Agrisviluppo si affloscierà, Soconagri non decollerà mai, il Fiordaliso appassirà: sarà, forse, lo spegnersi dell'ultimo fiore a dimostrare al mondo agricolo nazionale, privato dell'apparato consortile creato, l'anno 1892, da un manipolo di pionieri, ebrei e massoni, che chi non è in grado di gestire l'eredità dei padri è improbabile sappia dimostrare fantasia e coraggio necessari a creare istituzioni nuove, per varare le quali occorrono uomini dagli attributi precipui, quali non paiono essere comuni, purtroppo, nel mondo agropolitico italiano, da qualche decennio.

 

Da Terra e vita n° 8, 28 febb. 1998

 

 

 

 

 

E il giudice ordinò: svendete

 

Dopo l'approvazione, da parte dei creditori, del concordato, la procedura fallimentare pare languire, fino all'approvazione del piano di vendita in blocco di Capaldo. Secondo i giudici di Perugia, nel lungo silenzio i commissari e il giudice delegato avrebbero operato per escludere ogni concorrente del progetto del banchiere romano

           

            Il 29 gennaio 1992, otto mesi dalla promulgazione del fatidico decreto, si svolge l'assemblea dei creditori, che, sulla base della relazione che ha suggellato il 21 precedente,  il commissario giudiziario Picardi convince ad accogliere l'istanza di concordato inoltrata dai tre commissari ministeriali. Riesce nell'intento offrendo di distribuire 3.939 miliardi, il 73,9 per cento delle cifre dovute dalla Federconsorzi. Si oppone, invano, un manipolo di diciannove costruttori di macchine, che l'Unacoma, l'associazione degli industriali agromeccanici, ha riunito, previamente, a Bologna, raccogliendoli in consorzio per la migliore difesa degli interessi comuni. Primo degli aderenti, la società Benfra di Modena, una delle più importanti costruttrici nazionali di pale meccaniche, che avendo nella Federconsorzi il cliente fondamentale, è stata travolta dal crack e costretta alla liquidazione. Tra gli aderenti anche Nobili, Gaspardo, Orma, Sigma 4, Kuhn Italia. Sperando di sbarrare la strada al concordato il consorzio dei costruttori meccanici ha intentato, il 2 gennaio, un'azione per danni contro gli amministratori della Federconsorzi, che accusa di avere redatto bilanci falsi, occultando perdite e dilatando l'attivo, così da ingannare i creditori sulla solvibilità dell'organismo. Subissati dal voto favorevole della maggioranza, nella procedura il gruppo dei costruttori, da cui si dissocia la Fiat, che aderirà al progetto della Banca di Roma, manterrà una posizione di intransigenza, proclamando di attendere il risultato positivo dell'azione intentata verso gli amministratori.

           

Nel gioco dei bilanci

            Sottoposta a regime commissariale ma tuttora in possesso di autonomia giuridica, la Federconsorzi è tenuta, all'alba del 1992, a redigere il bilancio di gestione del 1991, l'incombenza cui assolvono i tre commissari assistiti dal neodirettore ed ex contabile, Paolo Bambara: il deposito in Tribunale del documento segna la transizione tre la stagione commissariale e quella liquidatoria dell'holding agricola. Navigatori non novizi, mentre operano il più drastico contenimento dell'attivo, secondo quanto imputerà loro il Tribunale di Perugia, i tre commissari si premurano di adempiere ai compiti istituzionali manifestando, il 7 febbraio, di avere individuato irregolarità contabili, e chiedendo la nomina di una commissione di specialisti che analizzi i bilanci degli ultimi anni.  L'istanza contraddice quanto ha asserito, nella propria relazione, il commissario giudiziale, che nel documento ha asserito che l'esame della contabilità della Federconsorzi imponeva di riconoscervi quella "regolarità sostanziale" che la rende coerente alle prescrizioni della legge. Il 5 maggio il tribunale istituisce la commissione richiesta dai commissari nominandone i membri nella dottoressa Martellini, in Mario Sica e Lucio Ghia, l'ultimo dei quali non accetta l'incarico e viene sostituito dal commissario giudiziale Picardi, l'11 maggio, con Francesco Carbonetti, che entra come semplice perito sulla scena in cui si imporrà, poi, da protagonista, come presidente della società acquirente del patrimonio. La cronaca registrerà con curiosità l'entità della parcella che l'avvocato Ghia chiederà per la presentazione della domanda di concordato,  24,2 miliardi, che verranno crudamente ricondotti dai giudici a poche miserabili centinaia di milioni.

            Trascorre una settimana dalla nomina e il 17 maggio, a celebrare l'anniversario del decreto che ha affondato il natante alla deriva, Giovanni Goria, che saltuariamente invia proprie noticine a "Terra e vita", che le pubblica in una rubrica denominata Fax verde, verga la più zuccherosa apologia del proprio operato spiegando che la Federconsorzi, ormai in avaria, poteva essere gestita solo dai creditori, alle cui capacità era volto ad affidarla il provvedimento: la forma furbesca per addomesticare il passato secondo le circostanze successive, volute o subite resta mistero.

            Il collasso della Federconsorzi continua a produrre conseguenze catastrofiche, intanto, sulla rete dei consorzi agrari, che non più sostenuti finanziariamente dall'organismo centrale denunciano situazioni di insolvenza vieppiù frequenti e vengono affidati a commissari governativi: nei dodici mesi successivi al decreto di Goria ai nove precedentemente sottoposti a liquidazione coatta se ne sono aggiunti ventisette.

            Dieci giorni più tardi, il 27 maggio, segna una data capitale per la conclusione della vicenda il deposito del bilancio presentato dai commissari. Frutto della solerzia di chi ha operato perché  l'attivo fosse valutato con prudenza degna di Mentore, le attività sommano 4.818 miliardi, le passività 6.495. Inserendo il documento nel fascicolo fallimentare il presidente della Sezione fallimentare, Ivo Greco, che si è riservato il ruolo di giudice delegato, vi include anche il piano proposto, per conto di un gruppo di creditori, dall'avvocato Mario Casella per l'attuazione della procedura richiesta e non ancora concessa. Ispiratore del disegno, il presidente della Banca di Roma, Capaldo, di cui prenderà il nome, lo hanno sottoscritto, il 14 maggio, la Banca di Roma, l'Istituto San Paolo,  la Banca popolare di Novara, il Credito italiano, la Banca nazionale del lavoro, la Banca nazionale dell'agricoltura, la Cassa di risparmio delle province lombarde, il Banco di Sicilia e quello di Napoli, la Fiat e l'Enichem, che, che si ritirerà dal sodalizio, peraltro, dopo la seduta del 28 gennaio 1993. Coincidenza singolare, anche in una storia che di coincidenze ne registra più di una, lo stesso giorno dell'approvazione del loro capolavoro contabile i tre commissari vengono sostituiti dal ministro, che affida le loro funzioni a legato nuovo, il dottor Mario Piovano.

 

Le vicissitudini di un'istanza processuale

            La seconda data capitale, nel secondo atto della tragedia della liquidazione della Federconsorzi, è rappresentata dal 23 luglio, quando il collegio presieduto da Greco accoglie, nel lessico del Codice "omologa", l'istanza di concordato preventivo. Tra le due date si consuma uno scambio di documenti che lascia tracce alquanto labili nel fascicolo fallimentare, ma che i giudici di Perugia ricostruiranno facendone caposaldo del proprio teorema accusatorio: la stessa data della presentazione del bilancio, il 27 maggio, i commissari ministeriali consegnano a Greco un'istanza con cui chiedono istruzioni sulle conseguenze da trarre dall'entità dell'attivo, che avrebbe imposto di scegliere una forma di liquidazione diversa da quella per la quale hanno optato. E' domanda retorica, siccome il testo non riconosce che si siano commessi errori, ma rimette a Greco la responsabilità di avallare, a posteriori, la scelta operata dagli stessi all'indomani della nomina. Esonerati dal mandato, dal quale non potranno trarre altro beneficio che presentare le parcelle, i tre si premurano di precostituire un attestato della conformità al giure del proprio operato. Ma Greco non è navigatore meno consumato dei tre nocchieri che ha di fronte: lui di benefici, secondo il teorema di Perugia, ne spera ancora, e non intende comprometterli tutelando chi esce di scena dopo avere vangato con solerzia un terreno tanto fertile, conserva l'istanza evitando di protocollarla.

            Saputo dell'esistenza del documento il successore, Piovano, chiede ragguagli ai predecessori, a nome dei quali Cigliana gli scrive spiegando che l'inoltro era diretto a tutelare giuridicamente i tre commissari. Preoccupato che l'autotutela altrui non lo investa di responsabilità sgradite, Piovano chiede notizie a Greco, che il 10 luglio, quattro giorni prima della prima riunione, in forma collegiale della Sezione fallimentare per esaminare  le condizioni del concordato, gli riconsegna il foglio di carta enunciando un brocardo degno di Bartolo da Sassoferrato: "Istanza riconsegnata, istanza ritirata". Il problema giuridico, spiega al proprio interlocutore, è controverso, e gli suggerisce di consultare, in merito, l'avvocato D'Alessandro, liquidatore, singolarmente, dell'Agrifactoring, la finanziaria costituita da Federconsorzi e Banca nazionale del lavoro presso la quale la prima scontava le cambiali inesigibili dei consorzi agrari. Ne indirizza le premure, così, verso un legale che potrebbe non essere stato ignaro del disegno che i giudici di Perugia imputeranno ai commissari nominati da Goria, a Greco e agli esperti di cui gli stessi si sono circondati. Prima, tuttavia, che il solerte commissario ottenga il parere richiesto, che sarà allegato, tardivamente, agli atti, Greco suggella la sentenza che omologa, il 23 luglio, il concordato, di cui restano da stabilire solo le forme di cessione del patrimonio, l'obiettivo astrattamente conseguibile mediante la vendita dei singoli elementi che lo costituivano, partecipazioni industriali, edifici, magazzini, aziende agricole, o mediante la cessione in blocco ad uno dei candidati che si sono dimostrati, nei mesi precedenti, ansiosi di semplificare l'opera dei liquidatori.

            La sentenza non sarà depositata in cancelleria che il 5 ottobre: il lungo intervallo ha una spiegazione: stilando il documento Ivo Greco deve risolvere un problema giuridico che avrebbe inculcato titubanza a tutti i maestri del giure, da Papiniano al grande Irnerio: dimostrare che gli amministratori dell'organismo fallito hanno assolto con abnegazione ai propri compiti, che il tracollo economico non è dipeso, cioè, dalla loro negligenza, che quindi sono "meritevoli" del concordato, una condizione richiesta dalla legge, che subordina al suo soddisfacimento la concessione del concordato. Ma la procedura del concordato è stata scelta anche perché  avrebbe consentito a chi la avrebbe condotta di gestire liberamente il patrimonio, permettendo, insieme, agli amministratori di uscire di scena in silenzio. Data la gravità del crack la sentenza formula la riserva di un futuro giudizio per chi ne è stato protagonista, una riserva doverosa per i giudici, che gli interessati possono considerare il preludio dell'oblio che ne costituisce la comprensibile aspirazione.

            Con un lampo di ingegnosità giuridica Greco constata, quindi, che il concordato non è stato richiesto dagli amministratori della Federconsorzi, ma dai tre commissari, dopo poco più di un mese dall'assunzione della responsabilità: come giudicarli immeritevoli se non avevano avuto neppure il tempo, all'atto di sottoscrivere l'istanza, di leggere i bilanci? Dovendosi reputare i commissari meritevoli, il concordato può essere concesso nel pieno rispetto della legge. Davanti al piano di vendita si dischiude, così, il viale luminoso del successo, e chi ha stilato la sentenza può persino vantare di avere elaborato un testo innovativo, da iscrivere negli annali della dottrina fallimentaristica.

            Varata la sentenza di omologazione il patrimonio della Federconsorzi non attende che il miglior offerente: nella valutazione dell'offerta, si premurano di proclamare i protagonisti della liquidazione, non sarà premiata, tuttavia, l'offerta più consistente in termini monetari, ma quella che meglio tutelerà le attività commerciali e industriali della Federconsorzi, di cui dovrà consentire il trapasso a chi saprà espletarle, a vantaggio dell'agricoltura italiana, meglio della classe dirigente di cui il crack ha sancito l'incapacità. Mentre il dottor Greco e i collaboratori meditano sulle forme migliori per espletare il difficile mandato, giornali premurosi verso le sorti dell'agricoltura, tra gli altri la voce ufficiale del mondo finanziario, si chiedono, angosciati, perché  si tardi tanto ad approvare il piano steso, con tanta solerzia, dal dottor Capaldo, i benefici della cui attuazione sono compromessi, si sottolinea, da ogni giorno di ritardo. Greco stesso, intervistato dal "Sole", si preoccupa di spiegare che le more non sono frutto di negligenza, ma espressione di scrupolo e meticolosità. E' in omaggio a quella diligenza che sulla congruità del piano di Capaldo il dottor Greco avrebbe richiesto il parere di un'autorità in materia, Francesco Carbonetti, enfant prodige della finanza italiana, che avrebbe approvato incondizionatamente il progetto secondo cui i creditori dovranno costituire una società che rilevi il patrimonio: curiosamente, al sopravvenire di difficoltà per Capaldo di quella società Carbonetti diverrà presidente, inducendo i giudici di Perugia ad un severo appunto sull'eccessiva facilità a cambiare ruolo e parte. Ma il grande fallimento è l'ultima prova di vitalità della commedia dell'arte: nella recita hanno cambiato maschera i funzionari della Federconsorzi assoldati da Capaldo, i commissari dimostratisi pronti a convertirsi in sensali, i giudici impegnati a sottrarre il mestiere ai periti. Come nelle farse cinquecentesche, in cui alla fine tutti ridono tranne il contadino cui sono toccate busse e beffe, dalla sagra fallimentare tutti trarranno qualcosa, avvocati, commercialisti e stimatori, a spese dell'agricoltura che avrà perduto quanto aveva costituito in cento anni di attente immobilizzazioni.

           

Con un'asta istantanea, la Polenghi a Cragnotti

            Se nei mesi successivi al deposito del piano Capaldo si moltiplicano gli appunti di lentezza rivolti al dottor Greco, quegli appunti, si deve sottolineare, sono ingenerosi: mentre studia il documento, la Sezione fallimentare avvia le prime cessioni, per le quali il commissario giudiziale, Picardi, richiede la necessaria autorizzazione nell'ultimo scorcio del '92 . In settembre il collegio presieduto da Greco autorizza l'asta della quota del capitale della Sicpa, la società che possiede un centro frigorifero a Verolanuova, nel Bresciano, e della Sai, la società che possiede il centro di sbarco e stoccaggio per i cereali del porto di Ancona, con le attrezzature portuali di Ravenna uno dei due caposaldi dell'attività di commercio cerealicolo della Federconsorzi.     

A  dimostrare che il concordato di Capaldo avrebbe costituito la forma legale di un gigantesco piano truffaldino, il Tribunale di Perugia eccepirà che le prime vendite avrebbero risposto a due criteri opposti seppure, nel contrasto, complementari. Alcune sarebbero state realizzate a prezzi corrispondenti ai valori di stima, per ricavarne denaro con cui decurtare, secondo la clausola più machiavellica del piano, il prezzo pagato, per il patrimonio, dalla società dei creditori, le seconde sarebbero state effettuate, a  prezzi largamente inferiori ai valori di stima, a favore di operatori collegati, mediante partecipazioni finanziarie, alla Banca di Roma di Capaldo, compartecipi del "disegno criminoso" di cui Capaldo sarebbe stato l'artefice.

            Tra le vendite da iscrivere nella seconda categoria la più significativa sarebbe stata quella delle partecipazioni alimentari della Federconsorzi riunite nel portafoglio della finanziaria Fedital, il cui satellite maggiore era costituito dalla Polenghi Lombardo, originariamente una società per l'esportazione dei prodotti caseari italici, titolare di una gamma di specialità dal marchio prestigioso, la cui cessione si compiva negli ultimi mesi del '92. Dal tempo della presidenza dell'onorevole Andreoni, vicepresidente della Coldiretti e, pare, amministratore disinvolto, la Polenghi era voragine di debiti, che avevano continuato a lievitare durante le presidenze di Luigi Scotti e di Paolo Micolini. Come contraccolpo del crack della holding che la sosteneva, la Polenghi era stata posta sotto amministrazione controllata dal Tribunale di Milano, per evitare la dichiarazione di insolvenza le sue casse avevano urgenza, al momento della decisione di cederla, di denaro liquido.

            Il commissario Piovano affida l'incarico della ricerca del miglior offerente alla Swiss Bank, un gruppo svizzero già titolare di partecipazioni nell'italiana  Cragnotti § Partenrs, che rimette la stima del complesso Polenghi alla K.P.M.G., la quale fissa il prezzo di base impiegando i criteri di analisi di un bilancio di esercizio, eccepirà il pubblico ministero di Perugia, non quelli specifici per la cessione di azienda, che debbono considerare il valore dei marchi e dei segmenti di mercato detenuti, che vengono ignorati dalla perizia. Alla comparsa del primo acquirente, la società di Sergio Cragnotti, antico vassallo di Raul Gardini, forse il più spericolato marchant-adventurer della borsa italiana, il giudice Greco, preoccupato che la società garantisca, dopo la vendita, l'occupazione ed il prestigio dei formaggi italiani, decide di procedere alla ricapitalizzazione auspicata dai creditori prelevando dalle casse della Federconsorzi 20 miliardi e versandoli in quelle della Polenghi. La Swiss Banck comunica, quindi, al Tribunale di avere identificato il miglior offerente nella società Cragnotti § Partners, che offre 46,5 miliardi, in realtà, quindi, 26,5, che ne pagherà, dopo un ulteriore sconto benevolmente concesso dai giudici, 17, meno di un ottavo dei 130 miliardi proposti dai consulenti chiamati, all'alba della liquidazione, al capezzale della Federconsorzi in agonia, la cui stima sarà confermata dai consulenti demandati dal Tribunale di Perugia di riformulare il prezzo.

            Oltre alla singolare circostanza del versamento, da parte del gruppo in liquidazione, di 20 miliardi nelle casse della società posta in vendita giudiziaria, e alle anomalie del procedimento impiegato per stimarne il valore, anche i tempi dell'asta  sono tali da indurre più di un sospetto di un procedimento di favore: dopo aver proceduto ad un primo incanto con termini di tempo irrisori, è la stessa Swiss Bank a informare il giudice che i tempi non hanno consentito la presentazione di proposte alternative a quella della Cragnotti § Partners. Ivo Greco ordina, allora, di procedere ad un secondo incanto, assegnando, per la pubblicazione dell'avviso d'asta e la presentazione delle offerte, una settimana di tempo, tra il giorno di Natale e Capodanno.

            Mentre si conclude il primo grande affare della liquidazione, il commissario giudiziale propone un'altra serie di cessioni il 4 gennaio 1993, sempre tempestivo, Greco le autorizza dopo quattro giorni affidandole all'avvocato Marcello Piga, che procederà all’offerta pubblica, senza prezzo di base, di una parte del pacchetto azionario della Siapa, la società federconsortile produttrice di antiparassitari, di una società immobiliare operante a Trapani, del Reda, il Ramo editoriale degli agricoltori, la gloriosa editrice del "Giornale di agricoltura" e dell'"Italia agricola", due testate prive di valore dopo decenni di servilismo verso il padrone di Palazzo Rospigliosi.

Con tempi altrettanto istantanei per la presentazione delle offerte, vengono poste all'asta, per il 16 febbraio, le officine Carpi, per il 24 successivo la Sis, Società italiana sementi, una delle perle del portafoglio della Federconsorzi. Sono tutti tentativi di asta frettolosi, che non porteranno ad alcuna cessione, che non è avventato supporre vengano predisposti proprio per costituire, risultato vano il tentativo di reperire acquirenti,  la prova delle difficoltà della vendita dei frammenti del patrimonio in liquidazione, quindi della necessità, a vantaggio di tutti i creditori, di procedere alla vendita in blocco, la formula proposta dal piano Capaldo.

            Il rumore sul crack ha suscitato, intanto, l'interesse del procuratore della Repubblica di Roma, Mele, che chiede al collega Greco i bilanci della Federconsorzi degli ultimi anni. Il 16 marzo il dottor Greco consegna i bilanci dal 1985 e la relazione di Martellini, Carbonetti e Sica, che il procuratore raccoglie in un fascicolo rubricato "Federconsorzi, bancarotta", e affida alle cure della sostituto Adelina Canale. Un articolo sulla "Repubblica" si chiede, intanto, se l'intervento della Procura possa ostacolare il varo del piano di acquisto di Pellegrino Capaldo, verso il quale i giornali più vicini a Piazza Affari continuano a dimostrare la più solerte premura.

            Non insensibile, frattanto, alle pressioni del mondo finanziario, il 26 marzo successivo il collegio presieduto da Greco manifesta la propria condiscendenza per la vendita "in blocco", la soluzione prefigurata da Capaldo, per il cui varo si sono pronunciate tante voci premurose delle sorti dell'agricoltura, amplificate da giornalisti disinteressati: l'ordinanza assegna ai promotori un mese per costituire la società che dovrà attuare il piano.  Un mese più tardi, il 26 aprile, un decreto firmato dal medesimo Greco autorizza il commissario governativo alla firma dell'atto di cessione. Il giorno successivo ventisette rappresentanti di venticinque grandi banche, oltre alla Fiat New Holland e all'Api, Anonima Petroli Italiana, costituiscono la società concepita da Capaldo per acquisire il patrimonio della Federconsorzi, il 7 luglio viene depositata presso la Sezione fallimentare la relazione definitiva sulla cessione, che Ivo Greco e colleghi approvano il 20 luglio autorizzando definitivamente il commissario governativo alla stipula dell'atto.

            Incerto, tuttavia, sulla legittimità del contratto, cui non intende apporre la propria firma, confermando la fama di giocoliere consumato, Mario Piovano si dimette, il Ministero lo sostituisce con Stefano D'Ercole, che, libero da remore,  il 4 agosto, davanti al notaio Gennaro Mariconda, con studio in Roma, sottoscrive la cessione, al dottor Pellegrino Capaldo, presidente della Società gestione realizzo, che ne suggella l'acquisizione, del più imponente apparato di stabilimenti, silos portuali, scali ferroviari, enopoli e centrali agrumarie costituito, in cento anni, al servizio dell'agricoltura italiana. Il prezzo pattuito, 2.150 miliardi, dal quale, grazie ad una clausola di particolare favore, la S.G.R. ottiene di dedurre tutte le sopravvenienze che derivassero dalle vendite già effettuate e da crediti che, considerati inesigibili, potessero trasformarsi, felicemente, in denaro contante. Già all'atto della sottoscrizione lo sconto viene computato in 200 miliardi.

 

Terra e vita n° 13, 4 apr. 1998

 

 

 

 

Dal trionfo all'incriminazione

 

All'approvazione del piano di Capaldo i grandi creditori della Federconsorzi uniti al banchiere romano possono vantare di avere battuto i concorrenti assicurandosi  un patrimonio che sanno comprendere beni di valore largamente superiore al prezzo di acquisto. Ma una serie infausta di circostanze trasformerà il successo in imputazione penale.

           

            All'alba del fatidico rogito che ha sancito, il 4 agosto 1993, la cessione del patrimonio della Federconsorzi alla S.G.R. i grandi creditori riuniti nel sodalizio, tredici banche oltre alla Fiat, che ha abbandonato alla loro sorte i produttori di macchine di dimensioni minori, e all'Api, l'unica società rimasta a rappresentare la petrolchimica dopo il ritiro dell'Enichem, possono vantare un successo quasi prodigioso: per 2.150 miliardi, che sanno non pagheranno mai, si sono assicurati un patrimonio che comprende beni che i periti hanno stimato a prezzi che definire prudenziali è eufemismo. Oltre ai beni sottostimati quel patrimonio comprende  cespiti il cui valore è stato drasticamente decurtato, quali i crediti per gli ammassi, che, ad assicurarsi gli uffici di padrini politici di autorità adeguata, potranno tradursi in riscossioni miliardarie.

            Sono tanto convinti di avere realizzato un buon affare che, contravvenendo agli impegni assunti con il Tribunale, al quale il piano assicurava che la S.G.R. si sarebbe premurata di  bandire, con la più ampia pubblicità, l'adesione del numero più ampio di creditori, non ammettono al club fortunato nessun socio nuovo. Costituito ill sodalizio, secondo i verbali, il 28 gennaio 1993 i rappresentanti delle società che condividono l'avventura avrebbero constatato con piacere di avere informato "i creditori maggiori", una locuzione palesemente evasiva. Poi più nulla. L'inerzia costringe il Tribunale, che verso la società non ha mancato di attenzioni, ad imporre la pubblicazione dell'invito all'adesione su qualche giornale: adempiendo alla prescrizione la S.G.R pubblica qualche riga in corpo tipografico microscopico. Oltre a sottrarsi all'obbligo, formalmente assunto, di dare pubblicità alla propria costituzione, il sodalizio ricusa ogni risposta ai creditori che, malgrado la mancanza di pubblicità, avanzano la richiesta di aderire, come prova l'assenza di ogni riscontro alle istanze di società della costellazione della Federconsorzi che, vantando crediti verso la holding di via Curtatone, ritenevano di disporre dei titoli per partecipare alla società dei creditori.

 

Accorte vendite o doni graziosi?

                        I periti che hanno operato sotto la regia di Enrico De Sanctis, primo tra gli stimatori del patrimonio della Federconsorzi, hanno riconosciuto, unanimi, il grande valore di tre palazzi, il primo, la sontuosa residenza dei principi Rospigliosi, di cui il commissario giudiziale scopre essere stato rinnovato l'affitto alla Confederazione nazionale dei coltivatori diretti, per la cifra di 200 milioni annui, contro i quattro miliardi ricavabili ai prezzi di mercato, due giorni prima del crack: una circostanza che suscita più di un sospetto che il contratto sia stato suggellato, apponendo una data falsa,  nei giorni successivi al decreto di Goria,  per precostituire il diritto ad una lunga locazione dove si soggiornava, precedentemente, per soli 90 milioni annui. Il secondo immobile, il non meno augusto palazzo dei marchesi Della Valle, è affittato per 150 milioni, meno di un sesto del valore di mercato, alla Confederazione generale dell'agricoltura. Il terzo palazzo, a pochi minuti dalla sede della Federconsorzi, sulla centrale via Castelfidardo, era occupato dalle sedi di società della costellazione. Tre gioielli immobiliari, di cui la società presieduta da Capaldo si disfa quasi con noncuranza, preoccupandosi assai poco, pare, di porre in competizione gli appetiti immobiliari che potessero dirigersi a due tra i palazzi più prestigiosi di Roma, a un esempio significativo della migliore architettura umbertina.

            Palazzo Della Valle viene ceduto alla Confagricoltura, prima del volgere del 1993, per 20 miliardi, Palazzo Rospigliosi alla Coldiretti per 75, il cui reperimento impone di allungare la trattativa di qualche mese, il terzo palazzo è ceduto, alla modesta cifra di 5 miliardi, ad una branca della Cisl, che pare avere bene operato per mitigare le passioni dei dipendenti licenziati. Per la verità Palazzo Rospigliosi è conteso da un concorrente, la principessa Pallavicini, disposta a spendere 50 miliardi, e attrae un nababbo americano, comproprietario della Mobil Oil, il cui interesse sarebbe scemato apprendendo che la prestigiosa collezione di quadri del Seicento non avrebbe potuto essere trasferita in un museo del Texas perché  tutelata dal vincolo delle Belle Arti. Per non dispiacere a Capaldo, tra le cento banche alla ricerca di una sede romana nessuna avrebbe, peraltro, avanzato offerte, che avrebbero ostacolato la realizzazione del sogno delle organizzazioni dei rurali italici ad essere proprietarie del tetto che le ospitava, non senza decoro, quando la Federconsorzi si preoccupava di soddisfare le relative esigenze logistiche. Rivelando molta fiducia nelle buone disposizioni del venditore, insieme al palazzo principesco la Coldiretti si assicura dalla S.G.R anche l'azienda agricola Del Pino, 180 ettari in una posizione superba sulla Cassia, begli edifici idonei a ricavarne un centro convegni, una riserva preziosa per futuri affari immobiliari. Mentre la Confederazione tratta tanto impegnativi acquisti, la scadenza di rito delle cariche elettive ne riunisce a congresso i delegati di tutta Italia: dichiarandosi impossibilitato ad assolvere a tanto oneroso mandato, e commovendo la platea riferendo ansie familiari, Arcangelo Lobianco rinuncia alla rielezione, designando, quale successore, Paolo Micolini, il quale unisce i suoi applausi al coro che saluta l'erede di Bonomi, che, non avesse abbandonato spontaneamente, lo stesso Micolini sarebbe stato pronto a scalzare, argomenteranno i maligni, sulla base dei meno lirici temi del crack di cui Lobianco aveva predisposto più di una condizione.

 

Per il bene dell'agricoltura

            I solerti giornalisti che hanno raccolto, nelle more dell'approvazione, i voti dei protagonisti, hanno attestato che il piano Capaldo era diretto a conservare, seppure in nuove mani, la destinazione del patrimonio federconsortile alle finalità per cui era stato accumulato, il servizio dell'agricoltura italiana. Pare corrispondere alle finalità declamate la prima vendita compiuta dalla S.G.R. di una società dell'antica holding, la Massalombarda, un'industria per la produzione di marmellate e succhi di frutta titolare di marchi di grande prestigio, primo tra tutti quello dei famosi nettari Yoga. Competono per l'acquisto il Consorzio Conserve Italia, una grande organizzazione cooperativistica, il cui direttore generale, Carlo Ronchi, ha l'accortezza di farsi assistere, nell'impresa, dalle banche tra cui è ripartito il capitale della S.G.R., e la multinazionale Delmonte. La vendita è stata affidata al Mediocredito di Milano, che il rappresentante in Italia della Delmonte accusa pubblicamente, nei giorni precedenti l'esame delle proposte, di parzialità. A prova, infatti, della propria imparzialità, i membri del giurì finanziario aggiudicano la società al consorzio cooperativo, che unendo il nuovo stabilimento alla compagine già raccolta, negli anni precedenti, col più abile gioco di scacchi, completa lo schieramento del maggiore contesto europeo di trasformazione degli ortofrutticoli.

            Se si è conclusa a favore di un organismo economico del mondo agricolo la vendita della fabbrica di marmellate ha un esito del tutto diverso quella della fabbrica consortile di antiparassitari, la Siapa, titolare di un moderno stabilimento a Molinella, a pochi chilometri da Bologna. Anche nella circostanza partecipa all'asta un'organizzazione che innalza stendardi agricoli, la Soconagri, al battesimo del fuoco negli intenti di succedere alla Federconsorzi, contro cui scende in campo la società Caffaro, di proprietà di una finanziaria della costellazione Fiat, che presenta una proposta che comporta la drastica riduzione delle maestranze della fabbrica, una circostanza che avvantaggia la Soconagri, la quale prevede di conservare la piena operatività dello stabilimento.

            A differenza del Conservitalia, retto da un direttorio senza incrinature, il nuovo sodalizio dei consorzi agrari rivela, nella circostanza, tutta la labilità di un vertice raccolto più dalla disperazione che da un'univoca unione di volontà. La Confagricoltori, debuttante nella sfera federconsortile, ma per tradizione estranea ad avventure economiche, rifiuta di partecipare all'acquisto. Nell'incertezza della banca cui rivolgersi è il presidente, Serra, a pretendere che ci si serva della Banca di Roma, verso le cui pretese osservatori maliziosi diranno Serra essersi piegato con patrizia noncuranza. Riparato al vuoto creatosi con la defezione, alla vigilia della scadenza di rito il vertice della società è informato dalla Banca di Roma che  mancherebbe parte della cifra che la società aveva l’onere di depositare come condizione per partecipare all’asta. Furioso, il neopresidente della Coldiretti, Micolini, insulta i funzionari di banca responsabili dell'operazione e grida di assumere lui, personalmente, l'onere di reperire il denaro mancante. La banca accetta un rinvio, per informare la società acquirente, alla vigilia della nuova scadenza, che mancherebbe ancora un numero cospicuo di miliardi, che non vi sarebbe più il tempo di raccogliere: la S.G.R., società di cui la Fiat è tra gli azionisti maggiori, non pare essere stata insensibile alle istanze della Caffaro, che della Fiat è, anch'essa, creatura amata. Per favorire la quale sarebbe stato sufficiente inviare messaggi eloquenti ai consorzi agrari che si apprestavano a contribuire allo sforzo comune, informandoli che la società che ha ereditato gli antichi crediti nei loro confronti non avrebbe gradito l'impegno per l'acquisizione della società agrochimica.

            Dopo avere giocato come uno scolaretto il predecessore, Pellegrino Capaldo, di cui i biografi esaltano, unanimi, il fascino di irresistibile sirena, si sarebbe preso gioco anche di Micolini, che anche nei mesi successivi continuerà, peraltro, a difendere la lealtà dell'"amico" banchiere. Intrepido uomo d'azione, Micolini non si tormenterà nel dubbio del tradimento, impiegando il tempo prezioso della presidenza a intessere amicizie nuove con il mondo finanziario, in primo luogo con Sergio Cragnotti, che, quando lascerà la poltrona di presidente della Coldiretti, gli offrirà quella di presidente della società casearia di cui il senatore friulano ha tentato, invano, il risanamento come proconsole di Lobianco. Riassunta l'antica presidenza potrà dichiarare la soddisfazione di vedere uno degli organismi più blasonati dell'agroindustria nazionale rifiorire come avrebbe sperato, invano,  nell'alveo antico della Federconsorzi.

 

Il mostro giuridico

            Il Bel Paese ha chiuso intanto, i primi cinque decenni di democrazia popolare, accomiatandosi senza rimpianti dai due partiti che ne hanno ripartito gli oneri e gli onori, la Democrazia cristiana, che tenterà invano di sopravvivere al tramonto, e il Partito comunista, che dopo una lunga seduta dall'estetista si ripresenta sul palcoscenico pronto a nuovi cimenti. Sitibonda di novità televisive, l'italica gente applaude, intanto, l'astro che alla televisione è debitore del proprio successo, Sivio Berlusconi, che, dopo elezioni trionfali si insedia a Palazzo Chigi con pretese di permanenza che gli eventi dimostreranno effimere come gli show che del patron televisivo hanno fatto un nababbo. Assumendo il governo della Nazione unendo i suoi destini ai nostalgici del cavalier Mussolini affida le sorti dell'agricoltura ad una signora di bella presenza, professoressa pugliese di greco e amante della letteratura rustica, Adriana Poli Bortone, che, certa che il cuore del mondo agricolo pulsi a destra,  e convinta che le due confederazioni maggiori degli agricoltori abbiano offerto prove intollerabili di  premura per gli appetiti elettorali del centro, usa del ruolo di controllore della Federconsorzi che le attribuisce la legge istitutiva per dimostrare quanti errori, omissioni ed abusi abbiano segnato la gestione dell'organismo da parte di Coldiretti e Confagricoltura.

Adempie al proposito istituendo una commissione ministeriale di indagine, che demanda di verificare sia i presupposti del crack sia la gestione del fallimento da parte di magistrati, liquidatori e speculatori. Sigla il decreto di istituzione, il 12 ottobre 1994, nominando i componenti nei professori Giorgio Berti, Sergio Scotti Camuzzi e Gian Francesco Zanda, docenti di discipline giuridiche e contabili, nel capogabinetto di Ministero, Francesco Pappalardo, in un funzionario del medesimo, il dottor Gregorio Nuccio, e in un dirigente della Federconsorzi, Cesare Manfroni. Affida la presidenza al dottor Agostino Elefante, presidente di sezione del Tribunale amministrativo del Lazio.

            Il duplice obiettivo dell'indagine impone di analizzare le cause del dissesto e di verificare la correttezza della scelta di Goria, che dalla mancanza di liquidità ha desunto la necessità di sostituire gli amministratori con i commissari i quali, senza misurarsi con ipotesi alternative, hanno optato per la liquidazione del patrimonio. L'analisi conduce il gruppo di esperti al convincimento che, nonostante la disastrosa gestione dell'età dell'onorevole Lobianco, del dottor Gioia  e del ragionier Scotti, le perdite, seppure imponenti, non avevano compromesso in modo irreparabile l'equilibrio tra attivo e passivo, li porta a verificare, cioè, nell'adozione della procedura del concordato preventivo, un incomprensibile abuso giuridico, cui si è sommata, autentica abnormità, la cessione del patrimonio, per cifra irrisoria rispetto al valore più probabile, ad un gruppo esclusivo di creditori che è risultato, così, indebitamente privilegiato. E' uno dei commissari, il professor Scotti Camuzzi, a stilare una sintetica relazione in cui dimostra, con argomenti inequivocabili, che la cessione del patrimonio che ha concluso la liquidazione deve essere giudicata, sul terreno del diritto, un autentico mostro.

            In termini economici, argomenta l'autorevole docente, il prezzo pagato dalla S.G.R. per il patrimonio acquisito corrisponde press'a poco alla metà dei valori prudentemente stimati dalle successive commissioni di esperti. Sul piano giuridico, peraltro, la vendita dell'intero patrimonio sarebbe stata autorizzata dalla Sezione presieduta da Greco dopo il passaggio in giudicato della sentenza di omologa del concordato, quando il Tribunale avrebbe perduto, secondo la dottrina, ogni potere di disposizione nei confronti del patrimonio liquidato, conservando solo compiti di controllo dell'adempimento del dispositivo della sentenza. La vendita avrebbe realizzato, per di più, la cessione di quel patrimonio a una società nata a fine di speculazione, e costituita da parte esigua dei creditori, beneficiari esclusivi di eventuali plusvalenze in violazione del principio della par condicio creditorum,  il caposaldo dell'intera disciplina fallimentare. Seppure fosse stato disposto che anche i creditori diversi dai costitutori potessero aderire alla S.G.R., quell'adesione, eccepisce Scotti Camuzzi, non si è verificata, e nulla importa che essa non si sia realizzata perché i creditori estranei al progetto non intendessero affrontare oneri incerti e rischi speculativi, o perché  i soci originari non li abbiano ammessi: dopo l'omologa del concordato la negoziazione che la decisione apriva tra i soci costituiva comunque un'abnormità giuridica.

 

Il giudice spedisce un fascicolo

            L'"atto quadro" suggellato dalla S.G.R. deve essere impugnato, conclude l'autorevole giurista, ed è tenuto a chiederne la revoca il commissario governativo della Federconsorzi, per la propria funzione tutore degli interessi di un organismo nei cui confronti il Ministero conserva, fino alla soppressione per legge, i poteri istituzionali di indirizzo e di controllo, cui si unisce il ruolo di tutore degli interessi dei creditori, tra i quali è stata realizzata un'inaccettabile differenza di trattamento. Il 29 giugno 1995 il professor Scotti Camuzzi suggella la propria relazione e la indirizza al ministro cui deve rispondere dell'assolvimento della missione.

            Nel ruolo di commissario governativo della Federconsorzi a Stefano D'Ercole è subentrato, intanto, Francesco Lettera, proveniente dall'Avvocatura dello Stato, che dedica tutta l'attenzione ai dubbi che la fine del colosso agrocommerciale ha suscitato nei membri della commissione ministeriale. Prima, peraltro, che Lettera possa decidere se farsi promotore di una denuncia, alla procura della Repubblica di Roma il sostituto Settembrino Nebbioso conclude gli accertamenti preliminari iniziati dalla collega Canale all'alba del '93 convincendosi che la somma delle irregolarità contro le regole dell'economia e del diritto che appaiono nella vicenda impongano l'instaurazione di due processi distinti, il primo per le responsabilità che hanno condotto la Federconsorzi alla situazione di bancarotta, il secondo per quelle dell'utilizzo strumentale della bancarotta a fini di appropriazione del patrimonio dell'ente naufragato. Siccome alla seconda serie di illeciti è evidente la partecipazione dei giudici fallimentari, il Tribunale di Roma deve spogliarsi del fascicolo relativo inviandolo a Perugia, il cui Tribunale è sede naturale di giudizio per reati dei giudici romani. Il procuratore, Coiro, approva le valutazioni del collaboratore, un fascicolo con i risultati delle prime indagini e con la relazione di Scotti Camuzzi viene inviato, a cura della cancelleria romana, a quella di Perugia, dove il procuratore della Repubblica affida il fascicolo al  procuratore aggiunto Dario Razzi. Dagli ultimi mesi del 1995 i crack Federconsorzi è oggetto di due procedimenti penali.

            Quarantenne, la fama di un sacerdote del diritto, Razzi apre il gioco in forma clamorosa chiedendo, il 19 marzo 1996, al giudice per le indagini preliminari, Sergio Materia, il sequestro dei cespiti di maggiore valore già trasferiti dalla Federconsorzi alla S.G.R. e non ancora venduti, il pacchetto delle azioni della Banca nazionale dell'agricoltura, i credito verso il Ministero dell'Agricoltura, le azioni della società immobiliare titolare della sede della Federconsorzi a piazza Indipendenza e delle due società analoghe cui la Federconsorzi ha intestato la parte più cospicua di sedi, silos e magazzini pervenutile, in quarant'anni, da tutti i consorzi costretti a cedere immobili in cambio della remissione di debiti che fossero incapaci di onorare. Il dottor Materia dispone le misure richiestegli il 24 aprile.

            Alle prime avvisaglie dell'istruttoria Pellegrino Capaldo, che con l'acquisizione, da parte della Banca di Roma, della Banca nazionale dell'agricoltura, si è imposto tra gli arbitri del mondo bancario italiano, abbandona la prestigiosa presidenza e, insieme, può supporsi con altrettanto rimpianto, quella della S.G.R.: qualche avvocato, si sussurrerà, lo avrebbe avvertito che, siccome l'acquisizione del patrimonio Federconsorzi avrebbe potuto essere considerata operazione coordinata alla "scalata" alla B.N.A.,  la triplice posizione di presidente avrebbe reso irresistibile, per i giudici di Perugia, la tentazione di mandargli un brigadiere con le manette di rito. Rinunciando a godere i frutti di tante notti insonni, Pellegrino Capaldo si ritira. Commosso dall'abbandono della grande sirena, il mondo agricolo gli avrebbe inviato, per l'autorevole mano di Paolo Micolini, un messaggio di patetico commiato.

            I sequestri del dottor Materia aprono nella forma più drammatica  un'istruttoria che parrà languire, nei mesi successivi, che per l'oggetto potrebbe preludere ad uno dei processi più clamorosi della storia del Paese, il processo sul più gigantesco scandalo fallimentare dall'alba dell'Unità al crepuscolo della "prima" Repubblica. Tutto potrebbe risolversi, peraltro, in  ridicolo petardo, con la chiusura dell'istruttoria:  la soluzione per cui paiono operare forze prepotenti, il successo  del cui impegno dimostrerebbe che il Governo che ha segnato l'avvento al potere dell'antico Partito comunista è, realtà, il tutore benevolo alla cui ombra un consorzio di grandi banche,  la prima industria meccanica e un'azienda petrolifera possono appropriarsi dell'apparato a servizio dell'agricoltura, il primo patrimonio immobiliare del Paese, nel disprezzo della normativa fallimentare, con la connivenza della Magistratura, l'inerzia del Ministero competente, la correità della grande stampa, l'ottusa, torpida indifferenza dell'opinione pubblica.

 

Terra e vita n° 15, 18 apr. 1998

 

 

 

Appunti per la storia di un’onta nazionale

 

 

 

 

 

 

 

Federcosorzi e gestioni annonarie: una commedia italiana

Un decreto legge del governo Amato ha esperito l’ennesimo tentativodi chiudere le gestioni condotte da Federconsorzi e consorzi agrari per conto dello Stato dal 1945. Un saggio di malgoverno che si è protratto durante l’intera vita della Repubblica

 

 

Un decreto del governo Amato ha esperito l'ennesimo  tentativo di chiudere  le gestioni  condotte  da Federconsorzi  e  consorzi agrari per conto dello  Stato dal 1945.  Un saggio di  malgoverno che si è protratto durante l'intera vita della Repubblica.

L'Italia, terra  di  glorie imperiture,  vanta, nei propri annali, un "Re di maggio".  Cancellando, col recente  referendum, il Ministero  dell'Agricoltura,  il Belpaese ha iscritto sugli stessi annali un "Ministro d'aprile": insediato, a metà marzo,  a ragione delle disavventure giudiziarie del  predecessore, a  metà aprile,  Alfredo  Diana  è  stato  declassato  a  gerente  di  un ministero da smobilitare. Nonostante la brevità del mandato si  è impegnato, dopo l'inerzia di più di un predecessore, a chiudere il sipario della vicenda finanziaria più intricata e  paradossale che sia stata recitata, sulla scena nazionale, dall'agonia  della Repubblica Sociale  all'alba  della  Seconda  Repubblica  sognata dagli italiani,  una  vicenda che  ha  segnato  fasti  e  nefasti dell'agricoltura  italiana:  la  liquidazione  delle   "gestioni" effettuate, per  conto dello  Stato,  dalla Federconsorzi  e  dai consorzi agrari.

 

Prezzo politico, prezzo economico

Se il suo  decreto fosse ratificato  dal Parlamento,  Alfredo Diana  avrebbe  fatto   di  una   fugace  comparsa   ministeriale l'occasione per  iscrivere il  proprio nome,  a caratteri  d'oro, nella lapide che, in via Venti  Settembre, ricorda gli  inquilini del palazzo umbertino: se il Ministero sarà convertito, come pare coerente,  in  Museo  dell'agricoltura  estinta,  l'ultimo   nome chiuderebbe onorevolmente  una  serie  che  non  sempre  ha  bene meritato. Le "gestioni" della  Federconsorzi hanno  determinato, infatti, fortune e  sfortune di ministri  e di interi  gabinetti, hanno  acceso  dibattiti  parlamentari  altrettanto  violenti  di quello recente sulle  benemerenze giudiziarie  di Bettino  Craxi, hanno  offerto  la   nota  del  diapason   a  storiche   campagne elettorali. Seppure, tuttavia, abbiano  esercitato un peso  tanto significativo  sulle  vicende   nazionali,  le  "gestioni"   sono argomento  tanto   intricato  che   non  arriva   alla   dozzina, probabilmente, il  numero  dei  vecchi  funzionari  ministeriali, uomini di studio e operatori dell'informazione che ne padroneggia le cento  implicazioni.  Senza  presumere  l'inclusione  tra  gli eletti, ma avendone interpellato alcuni prima che  intervenissero gli effetti  offuscanti dell'età,  mi  pare utile  riassumere,  a precisare i  meriti di  cui potrà fregiarsi Alfredo  Diana,  gli elementi e le tappe essenziali della vicenda.

L'intera storia ha  un antefatto: il Fascismo individuò  nella Federconsorzi una funzionale macchina agrocommerciale gestita  da inflessibili liberali, fu tanto attratto dalla macchina quanto fu infastidito dai suoi  artefici. Secondo il  suo stile  peculiare, estromise il  costruttore e  si appropriò dell'apparato, di  cui fece il  cardine di  una gestione  annonaria coerente  ai  propri principi corporativi  e statalistici.  Quando lo  spirito che  lo animava lo  spinse alla  guerra, la  Federconsorzi era  pronta  a offrire  l'organismo  di  conservazione  e  distribuzione   delle derrate strategiche necessario a un paese in lotta.

I destini di  guerra non corrisposero  ai fati  di Roma.  Gli Alleati sbarcano nel Mezzogiorno,  l'Italia è divisa:  a sud e  a nord due  regimi annonari  analoghi fanno  capo ai  due  tronconi della Federconsorzi.  Il sistema  è uguale,  ma  da un  lato  del fronte i responsabili ne debbono  rispondere al Comando  alleato, dall'altro al governo-marionetta imposto dai tedeschi. Nel  marzo del 1945 il  Governo italiano,  un governo  ancora sotto  tutela, dispone la sostituzione del regime di "prezzo politico" del grano con quello del "prezzo economico": il grano, che gli  agricoltori debbono consegnare, al raccolto, agli organismi di ammasso, viene ceduto ai molini ad un prezzo che dovrebbe essere stabilito,  con atti amministrativi, in modo  da coprire le  spese. Il prezzo  di cessione deve essere uguale per tutti i molini, qualunque ne  sia l'ubicazione: gli organismi di ammasso, i consorzi agrari, pagano a tutti gli agricoltori il medesimo prezzo, consegnano ai  molini e ripartiscono sul prezzo unitario la  sommatoria delle spese  di trasporto. E' il regime della vendita "franco molino", uno  degli elementi che  produrrà  le più  inimmaginabili  complicazioni  di contabilizzazione e approvazione dei rendiconti di gestione.

 

Gli aiuti alimentari

Ma il frumento  prodotto dagli agricoltori italiani, privi  di macchine  e  sementi, su terreni che  ignorano, da anni, le concimazioni essenziali,  è  insufficiente a  sfamare il paese: sopperiscono, generosamente, i vincitori, che, a Bagnoli, a Forlì e a Jesi hanno accumulato le scorte necessarie a sostenere, se  i tedeschi non avessero ceduto, un altro anno di guerra. Piegato il nemico, l'imponente  apparato  di salmerie  viene  smobilitato  e donato ai vinti  affamati. Migliaia di  camion scaricano  farina, latte in  polvere,  pesce secco  e  scatolame nei  magazzini  dei consorzi agrari: spesso  senza formalità di  consegna, tra  cento prove di  fantasia  dei profittatori,  in  un paese  in  completo disordine, la rete dei consorzi assolve con funzionalità  persino inattesa ai propri compiti.

Quando i magazzini  delle armate  americane sono,  finalmente esauriti, per sopperire alle carenze della produzione interna  si impone una strada nuova: l'importazione. L'acquisto all'estero di cereali e di  semi oleosi  viene affidato,  anch'esso, alla  rete consortile, che nel mese di giugno del 1946 acquista in America i primi vapori di frumento.

Paradossalmente, l'organismo cui è rimessa l'alimentazione del Paese è un organismo destinato, alternativamente,   alla soppressione o a una riforma radicale: nel nuovo ordinamento repubblicano è convincimento di tutte le  forze politiche che  la Federconsorzi non  potrà conservare  la fisionomia  che le  hanno impresso le successive riforme fasciste. Nello  scontro che si  è aperto tra i  partiti che hanno  contribuito alla Liberazione  il varo  di  un   nuovo  statuto  è,   però,  impresa   impossibile: l'organismo continua ad  assolvere ai propri  compiti secondo  il proprio ordinamento, e in base alle disposizioni di legge che gli attribuiscono, successivamente, i diversi compiti annonari.

Nel settembre del 1947 il Governo può sostituire al regime  di "ammasso obbligatorio" quello dell'"ammasso per contingente".  E' un traguardo di  cui lo stesso  De Gasperi  sottolinea il  grande rilievo:  dall'economia  di  guerra  l'Italia  sta  avviandosi  a riassumere l'assetto  di  un paese  in  pace.  Seguono  le  prime elezioni politiche e la  vittoria democristiana: poche  settimane dopo la storica conquista   del Parlamento   il   ministro dell'agricoltura, Antonio Segni, firma  il decreto che  definisce il nuovo statuto della Federconsorzi,  uno statuto concepito  per assicurare la permanenza del grande organismo nello  schieramento del partito di maggioranza.

Se  all'interno  dell'organizzazione  il  decreto   apporta modifiche irrisorie all'apparato disegnato dai ministri fascisti,  nei  rapporti  istituzionali  la  portata  del  provvedimento   è ingente: la Federconsorzi  e i  consorzi satelliti  non sono  più organi dell'apparato statale-corporativo, ma cooperative private,  quantunque  disciplinate  da   un  regime   speciale.  La prima conseguenza: l'insieme delle attività annonarie che espletano non costituisce più  attività di  enti  parastatali, ma  attività  di organismi privati, che operano per conto dello Stato, e che  allo Stato debbono rendere conto delle operazioni compiute.

 

I rendiconti

Al  momento dell'inquadramento nell'ordinamento  repubblicano, nella primavera del 1948, Federconsorzi e consorzi agrari debbono rendere conto allo Stato, con cui non sussiste più subordinazione organica, di  sei  classi di  operazioni  condotte nei  tre  anni precedenti: l'ammasso del grano in forma "generale obbligatoria", quella "per contingente", la distribuzione  dello stesso grano  a "prezzo politico", quella a "prezzo economico", il ricevimento  e la distribuzione delle derrate fornite dagli Alleati a titolo  di aiuto, l'importazione e la conservazione dei cereali esteri.

La    trasformazione   della    natura    istituzionale dell'organizzazione impone che i  conti siano presentati  secondo formalità  diverse  da  quelle  che  avrebbe  imposto  la  natura  parastatale, formalità che dovrebbero essere definite.  L'aspetto paradossale della vicenda  dei rendiconti, l'elemento  che ne  fa commedia all'italiana della cattiva amministrazione, è l'assoluta incertezza che ha regnato, negli anni successivi, sulle  modalità di presentazione  dei computi.  Quello  che ogni  osservatore  di media  sensatezza  stanta  a  credere,  ma  che  è  costretto   a riconoscere da  tutti i  documenti, è  che dopo  mezzo secolo  le gestioni federconsortili potessero  animare un  braccio di  ferro tanto aspro  tra gli  organi diversi  dello Stato  che  avrebbero dovuto definirle  e  liquidarle,  cui  l'incertezza  delle  norme consentiva di eccepire la mancanza di autenticità della firma  di un generale defunto, o pretendere un estratto conto bancario  che i rapporti commerciali intercorsi non avevano mai richiesto.

Dal 1945 consorzi agrari e Federconsorzi avrebbero  continuato a condurre le operazioni di ammasso, e la Federconsorzi quelle di importazione, fino  al 1962,  l'anno  del varo  della  disciplina comunitaria  sui  cereali; nei  due  anni  successivi  avrebbero protratto la prima attività a titolo provvisorio, la Federconsorzi  avrebbe  svolto,  quindi,  per  alcune   campagne, l'ammasso dell'olio d'oliva. Di ogni campagna deve presentare  un rendiconto  al  Ministero   dell'Agricoltura  ciascun   consorzio agrario, responsabile del ritiro del grano  dai conferenti e  del suo   magazzinaggio,   uno    la   Federconsorzi, responsabile dell'attività di coordinamento. La Federconsorzi deve  presentare rendiconti specifici,  poi,  per le  importazioni.  Tra  i  cento scogli tra  cui  naufragherà  la  rendicontazione,  quello  delle importazioni si rivelerà il più esiziale.

Il decreto del '48 che affida le importazioni all'organismo è, infatti, equivoco: la  Federconsorzi ha sempre  sostenuto che  le spettasse presentare  i documenti  giustificativi sulla  base  di ogni contratto realizzato, qualsiasi fosse il numero di vapori  o di treni impiegati per trasportare il grano acquistato. La  Corte dei Conti ha sostenuto, invece, che l'ente dovesse presentare  un documento  per  ogni  vapore  o  treno:  la  richiesta  ha   reso impossibile alla Federconsorzi di dimostrare a  quale cambio e  a quale tasso di interesse si fosse  procurata la valuta  impiegata per  la  singola  spedizione,  ha  imposto  un'opera  immane   di ricompilazione  dei   rendiconti,   ha  ritardato   per   decenni l'approvazione. La  disputa ha  imposto  alle casse  dello  Stato centinaia di  miliardi  di  spese  contabili:  una  perdita  che, dall'ottica  amministrativa  passando  a  quella  politica,  deve essere  posta  tra  i  costi  della  battaglia  senza   quartiere combattuta  attorno  agli  spalti  della  Federconsorzi,   quella battaglia il cui  risultato sarà la distruzione  di un  apparato essenziale  per  il  governo  dell'agricoltura  italiana.  Ma  la commedia amministrativa  non è stata  che  la  rappresentazione speculare della tragedia politica.

Il finanziamento

Le  due differenti  attività, ammasso  e  importazione,  si avvalgono di  procedure  diverse di  provvista  finanziaria.  Per l'ammasso il  Ministero del  Tesoro promuove  la stipula  di  una convenzione tra  Federconsorzi,  Banca  d'Italia  e  Associazione Bancaria Italiana,  in base  alla  quale le  banche  partecipanti forniscono ai consorzi i fondi necessari  a pagare i  conferenti, ricevendone cambiali garantite  da privilegio  sul prodotto,  che possono  riscontate  alla  Banca  d'Italia  all'1  per  cento  di interesse,  e   rinnovare  quadrimestralmente.   Ogni   consorzio gestisce  autonomamente  il  grano  ammassato,  la  Federconsorzi preleva sui conti  rispettivi la quota  di sua  spettanza per  le spese  generali.  Per  le  importazioni  essa  provvede,  invece, direttamente, sotto  la  vigilanza del  Tesoro,  a  negoziare  la valuta necessaria all'assolvimento di ciascun contratto. In adempimento dei criteri ispiratori del sistema fondato  sul "prezzo economico", la  provvista dei  mezzi finanziari  dovrebbe assicurare l'espletamento dei compiti consortili e federconsortili col sostanziale pareggio delle entrate e  delle uscite: le  uscite risultano, invece,  sistematicamente  superiori alle  entrate,  e fino dalla  conclusione  delle prime  campagne  la  Federconsorzi inizia a richiedere al Tesoro  il ripianamento delle  differenze, che il  meccanismo  consente  di  convertire  temporaneamente  in cambiali. I  ritardi  della verifica  contabile,  e  il  connesso lievitare degli interessi, trasformeranno  i saldi passivi  delle gestioni in  un'autentica  voragine:  l'occasione  di  uno  degli scontri più duri che la finanza  statale abbia alimentato,  nella storia della Repubblica, in Parlamento e nell'opinione pubblica.

Le ragioni dell'esorbitanza  delle spese  sulle entrate  sono eminentemente tre: lo spostamento di scorte  dai magazzini di  un consorzio a quelli di altri lontani, il deterioramento di  intere partite, che  vengono  destinate ad  impieghi  mangimistici,  con l'inevitabile perdita di valore, l'entità delle scorte. Il  terzo elemento, di complessa valutazione, è  stato rilevato da  Ernesto Rossi, l'acuto pubblicista che degli ammassi assume il ruolo  di pubblico fustigatore,  sottolineando che  anche dopo  l'incremento dei raccolti,  dopo  il  1950,  le  importazioni  continuano  con intensità tale da creare  esuberi di disponibilità: la Federconsorzi, eccepisce Rossi, da un  lato lucra le  provvigioni che le spettano come importatore, dall'altro assicura ai consorzi di affittare i magazzini per un arco di mesi più ampio di  quello che  sarebbe   fisiologico   per  un paese prossimo, ormai, all'autosufficienza granaria.

I maggiori costi di cui la Federconsorzi richiede il  rimborso rispetto  all'ideale  pareggio  sono  ingenti:  nella relazione parlamentare  al  bilancio di previsione  del  '53-54,   l'on. Valsecchi riferisce che tra la campagna '47-48 e quella '52-53 si sono verificati maggiori oneri di 142 miliardi per l'ammasso,  di 158 per l'importazione.  Delle spese  sostenute la  Federconsorzi non presenta, peraltro, che conti provvisori: la lacunosità della disciplina  non  consente di elaborare rendiconti  definitivi. Emanate con provvedimenti diversi e contraddittori, le regole  per la presentazione dei rendiconti non vengono perfezionate che  nel 1956: un decennio  di operazioni molteplici  e complesse  avrebbe potuto, a quella data, avere congrua definizione. Non l'avrà.

Fissate le  regole  manca, infatti,  sia  la  volontà  della Federconsorzi di  definire i  conti,  sia quella  dei  successivi governi di  pretenderli. Quando,  nel '64,  la successione  degli ammassi e  delle importazioni  per conto  dello Stato  si  chiude definitivamente, il controllo  e la registrazione  dell'imponente mole di atti amministrativi deve ancora  avere inizio. Ma  quello che precedentemente era arduo sul  piano amministrativo sarà,  da allora, impossibile su quello politico: il fiume di denaro che  è passato per le casse dell'organizzazione   dominata   dalla Democrazia Cristiana è  diventato occasione  di  una  sfida  che l'opposizione socialcomunista non può non utilizzare. Alla  fine delle  gestioni  per  conto  dello  Stato  corrisponde  il   loro assurgere a  epicentro dello  scontro  politico, lo  scontro  sul passato di un ente di  cui la durezza  della contesa infirmerà  i presupposti di vita futura: tra i molti mali che hanno portato al collasso della Federconsorzi i rendiconti presentati tra risse  e ritardi erano il più antico.

 

I mille miliardi

Per una serie di  campagne il Governo riesce a fare  approvare alle Camere provvedimenti  di legge che  autorizzano il Tesoro  a ripianare i costi delle gestioni di ammasso in base ai rendiconti provvisori. Nel 1953  le proposte di  ripianamento incontrano  le prime resistenze: in un dibattito molto acceso il  vicepresidente della Camera,  Chiostergi,  proclama che  stanziare  cifre  tanto ingenti in  base a  consuntivi parziali  costituisce un  "delitto contro il Paese". Lo stesso relatore, Sullo, riconosce l'anomalia dell'erogazione per sanare un bilancio  che dovrebbe chiudere  in pareggio: 1.200 lire al quintale. Misurata sul prezzo del  grano, inferiore alle 7.000 lire, e  sull'entit… ammassata e  importata, la somma è imponente.  Ernesto Rossi inizia  la propria serie  di articoli infuocati.

Forte di una maggioranza ancora solida, nel '57 il Governo  di Centro riesce a far approvare un nuovo provvedimento di copertura provvisoria: le gestioni consortili vengono saldate fino al  '54. E' l'ultima prova di forza vinta, sugli ammassi, dalla Democrazia Cristiana.  Dopo  essersi  trasformate,  nel  '62,  in  capo   di imputazione contro la  Federconsorzi nel corso  dei lavori  della commissione parlamentare sui "limiti della concorrenza", pubblico accusatore Manlio Rossi  Doria, le gestioni  offrono, durante  la campagna per le elezioni politiche del '63, l'occasione del primo saggio di  politica  spettacolo della  storia  repubblicana.  Sui primi schermi  televisivi  in bianco-nero,  Giacarlo  Pajetta  si presenta a  una  tribuna  politica  portando  una  seggiola,  che colloca al suo fianco spiegando che  è destinata a Paolo  Bonomi, che invita  a  dare  ragione  dei  mille  miliardi  erogati  alla Federconsorzi dallo Stato senza che essa  abbia reso conto  della propria attività. Mille  miliardi sono il  risultato del  calcolo approssimativo, ma non errato, di Rossi Doria.

Alla luce  dei  risultati elettorali  apparirà  tardivamente lungimirante l'ultimo tentativo di due ministri democristiani  di chiudere la vicenda contabile: nel  settembre del '63  Mattarella all'Agricoltura e Medici al Tesoro presentano un disegno di legge che non riceve il necessario sostegno di Bonomi, e che non supera il fuoco di sbarramento dell'opposizione.

Ritenta, invano, di  chiudere la vicenda  Aldo Moro, che  nel 1964 induce  ad  una  inabituale  solerzia  il  proprio  ministro dell'agricoltura, il titubante Ferrari Aggradi, che predispone un disegno di legge  ed una relazione  di accompagnamento,  entrambi destinati alle nebbie della cattiva  coscienza politica. Se Moro non è in  grado di  liquidare  l'antico passivo,  non  erra  nel misurare  i   rischi  che   esso  comporta per  la   roccaforte democristiana nelle campagne. Nel 1977 la Corte dei Conti, che ha opposto abiezioni  e riserve a  tutti  i  rendiconti  presentati precedentemente,  intima   alla  Federconsorzi   di   consegnare l'intera documentazione entro  il termine di  un anno.  Prescrive altresì che  i  conti delle gestioni  alimentari di guerra  siano redatti  in  forma  giudiziale.  Si  impegna  alla  presentazione Giovanni Marcora, che per costringere l'apparato ministeriale  al rapido esame  della  contabilità consortile  si  scontra  con  la dirigenza ministeriale: sarebbe dovuto a problemi di  rendiconti, secondo la leggenda, il repentino involamento dell'enfant prodige del Ministero, il professor Giorgio Stupazzoni, rimpatriato senza preavviso nella natia Bologna.

Dalla cronaca amministrativa  aprendo una parentesi  politica non si può non  riferire che voci  attendibile riferirono che  la solerzia di Marcora sarebbe stata sollecitata, ancora una  volta, da Moro, sommo tutore degli affari democristiani, che il problema dei rendiconti avrebbe rimesso a Sereno Freato, un gentiluomo  di cui  si  sarebbero  occupate,   poi,  le  cronache   giudiziarie, frequentatore abituale, a  nome del proprio  signore, di  Leonida Mizzi, l'autocrate della Federconsorzi.

Uomo di doti proconsolari, Marcora non avrebbe speso invano le proprie energie: avrebbe  firmato e  inviato alla  Corte tutti  i rendiconti dei  consorzi,  avviato le  procedure  di  inoltre  di quelli delle  importazioni,  onerati dal  difficile  ceppo  degli estratti conto bancari. Nell'81 il  Ministero inoltra gli  ultimi documenti: centinaia  di rendiconti  saranno, però respinti.  La cronaca narra di decine di impiegati della Corte che ispezionano, a riprese successive, gli archivi polverosi della  Federconsorzi, di dispute  sull'onere  di spostare  tonnellate  e  tonnellate  di carta, di  contese  per  il  rimborso  degli  straordinari  degli impiegati. La  commedia  è  all'ultimo  atto:  tutti  gli  attori producono il meglio  della propria  arte. L'applauso  che, tra  i protagonisti,  spetta   alla   Corte,  non   può   tacitare   gli interrogativi sull'utilità di tante riserve sulle prime gestioni, quelle realizzate, in un paese privo di governo, distribuendo  in forme improvvisate generi essenziali forniti da comandi militari. Salvo convenire con chi sostiene che  tutti gli interventi  della Corte sulla Federconsorzi sarebbero  stati condotti d'intesa  con chi, in  Parlamento, operava  per  sgretolare le  fondamenta  del bastione agrario democristiano.

Nel 1984 una ricognizione dell'ammontare delle passività delle gestioni identifica  la somma  di 2.030  miliardi: prodigi  degli interessi  composti.  E'  l'anno  in  cui  Goria  tenta  l'ultimo provvedimento di liquidazione. Poi sarà il disastro Federconsorzi. La Federconsorzi, si deve peraltro  rilevare, fino al  compimento dell'agonia  ha rinnovato  le  cambiali,  che  le  banche  hanno accettato,  caricato  di  provvigione e riscontato  alla  Banca d'Italia, che da anni, è noto,  ha accantonato un fondo  speciale corrispondente alla  sommatoria  crescente  degli  oneri   delle gestioni consortili. Quando il vertiginoso giro di carta-ammasso, come lo definì, icasticamente, Ernesto Rossi,  avrà termine,  la Banca d'Italia non  farà che stornare  da una  pasta del proprio bilancio la cifra necessaria a saldare  quanto il Tesoro era impegnato a versarle, e non le verserà: un  finale ameno per  la commedia degli ammassi.  Ma anche le commedie  si concludono,  a volte, con la morte, buffonesca, di uno dei buffoni. Il cadavere che resterà sul palco a conclusione  della recita del  malgoverno avrà sembianze molto simili a quelle dell'agricoltura italiana.

 

Terra e vita n° 23 1993

 

 

 

Federconsorzi: a Perugia si riapre il gioco

         

 

Procedono nel più stretto riserbo, a Perugia, le indagini del pubblico ministero Dario Razzi sulla conclusione del fallimento della Federconsorzi. Per la precisione si deve sottolineare che la vicenda ha aperto due processi distinti: presso il Tribunale di Roma è stato formalizzato, nel corso della liquidazione, un procedimento contro gli ultimi amministratori, i presidenti e direttori che, di fronte alla situazione debitoria che stava portando l'ente al collasso, protrassero una prassi amministrativa che sarebbe stata imprudente per un organismo in perfetta salute: remissione di crediti a consorzi agrari morosi e consulenze miliardarie. I giudici dovranno accertare, in primo luogo, se per nascondere la voragine delle perdite siano stati compiuto falsi in bilancio. La dimostrazione della colpevolezza potrebbe costringere i protagonisti dell'affondamento del Titanic agrario a pagare, come risarcimento, decine di miliardi.

 

Indizi di reato

Il processo di Perugia attiene, invece, gli abusi che il giudice del tribunale fallimentare di Roma, Ivo Greco, e i tre liquidatori nominati, il 17 maggio 1991, dal ministro dell'agricoltura Goria, Giorgio Cigliana, Pompeo Locatelli e Agostino Gambino, avrebbero commesso, d'intesa col successore Stefano D'Ercole, e i finanzieri romani Pellegrino Capaldo e Francesco Carbonetti, coindagati, per impadronirsi del patrimonio dell'ente fallito dividendone le spoglie. E' l'imputazione di un giudice del Tribunale di Roma, il dottor Greco, ad avere determinato la competenza di Perugia conducendo il maggiore scandalo fallimentare della storia repubblicana al tribunale dove sono confluiti, negli ultimi mesi, alcuni dei processi dalle

implicazioni più gravi sulla vita politica nazionale.

Gli atti capitali del procedimento, depositati in cancelleria e disponibili alla consultazione, sono la richiesta di sequestro preventivo inoltrata dal pubblico ministero Razzi all'ufficio del giudice per le indagini preliminari il 14 marzo 1996, il decreto con cui lo stesso giudice, Sergio Materia, disponeva, il 22 marzo, il sequestro dei beni del patrimonio Federconsorzi indicati dal pubblico ministero, la richiesta di sequestro di nuovi elementi patrimoniali del 22 aprile 1996 e il decreto con cui lo stesso dottor Materia disponeva, il 24 aprile, il provvedimento richiestogli. L'inventario degli atti processuali comprende, quindi, il ricorso alla Cassazione degli imputati contro gli atti dei giudici perugini e il provvedimento con cui la Cassazione ha respinto i rilievi dei medesimi convalidando l'operato dei giudici.

Sono pochi documenti di poche pagine: la loro lettura dimostra che i giudici perugini sono intervenuti sulla base di indizi di clamorosa eloquenza, il cui peso è divenuto schiacciante dopo il primo sequestro, che ha condotto alla scoperta di cespiti che erano stati occultati, ignorandoli nell'inventario del patrimonio della Federconsorzi, una prova ulteriore del disegno di celare l'attivo che si attribuisce agli inquisiti.

Fissato, sulla scorta degli atti, lo stato del procedimento, con l'integrazione delle notizie apparse sulla stampa nei mesi del fallimento si può ricostruire la vicenda. La Federconsorzi, cooperativa a statuto speciale, era, a differenza delle cooperative ordinarie, posta sotto la vigilanza del Ministero dell'agricoltura, che ogni anno doveva vistarne il bilancio e trasmetterlo alla Corte dei Conti. Nel 1991, avvertito dal sottosegretario Noci che il documento lasciava intravedere gravi irregolarità, il 17 maggio Giovanni Goria decretava lo scioglimento del consiglio di amministrazione, rinnovato dall'assemblea, con tranquilla incoscienza, il 30 aprile, e affidava l'organismo ai tre commissari.

 

Interrogativi senza risposta

Perché  un ministro democristiano abbia deciso di interrompere la gestione ordinaria dell'ente che ha costituito la roccaforte del partito nelle campagne non si saprà mai: Goria è morto e il presidente del consiglio del tempo, Giulio Andreotti, certamente informato, forse l'ispiratore della scelta, non è, notoriamente, personaggio dalla confidenza facile. I tre commissari avrebbero accertato, inorriditi, una voragine di oltre 4.000 miliardi di passività, a fronte dei quali sussisteva,  tuttavia, un patrimonio prudenzialmente stimato, da periti del Tribunale di Roma, in 4.800 miliardi, che conoscitori dell'insieme dei cespiti della holding agricola reputano fosse alquanto superiore.

L'opera di inventariazione dei commissari durava un anno, la procedura conosceva la svolta decisiva il 27 maggio 1992. Quel giorno il commissario Cigliana consegnava al giudice Greco un'istanza che, se posta agli atti, avrebbe imposto, per la logica della legge fallimentare, la convocazione di un'assemblea straordinaria della Federconsorzi per votare lo scioglimento, un'eventualità esorcizzata da Greco restituendo l'istanza al commissario. Lo stesso giorno veniva approvato il bilancio della Federconsorzi, in base al quale Greco decideva di attuare il concordato preventivo tra Federconsorzi e creditori, una scelta anomala per un ente che dispone dei mezzi per tacitare tutti i creditori, lesiva, insieme, dell'organismo fallito, siccome evita agli amministratori di rispondere di eventuali reati fallimentari, e dei creditori, di cui il concordato prevede la tacitazione solo parziale.

Nella prospettiva del concordato lo stesso Greco acquisiva, il giorno stesso, dall'avvocato Casella, il Piano del presidente della Banca di Roma, Pellegrino Capaldo, che offriva, a nome di alcune banche creditrici riunite nella S. G. R., Società gestione e realizzo, al tribunale di acquisire il patrimonio attivo e passivo della Federconsorzi versando 2.150 miliardi e riservandosi ogni beneficio della cessione delle voci attive.

Siccome nelle casse della Federconsorzi avrebbe continuato ad affluire denaro per i crediti che venivano progressivamente a maturazione, la fortunata S. G. R. non avrebbe mai dovuto versare i 2.150 miliardi che era impegnata a fornire al fallimento, e con l'anticipazione di meno di 500 miliardi avrebbe acquistato un patrimonio il cui attivo può reputarsi fosse superiore a 2.000 miliardi, cui debbono aggiungersi 173 miliardi di cambiali ordinarie e 612 miliardi di cambiali agrarie reperite dall'attuale commissario, l'avvocato Franceso Lettera, durante le ricerche per l'esecuzione del primo sequestro.

Il patrimonio accumulato, in cento anni, dal maggiore organismo economico dell'agricoltura italiana, sommatoria delle erogazioni di decine di governi per assicurare all'agricoltura una struttura capace di distribuire i mezzi tecnici e di commercializzare le produzioni dalle pianure più fertili alle più remote aree montane, all'alba degli anni '80 imponente complesso di attività finanziarie e commerciali, e di cespiti immobiliari, in dieci anni condotto, da incompetenti, o irresponsabili, sull'orlo dell'abisso, sarebbe stato oggetto della più spregiudicata operazione di bancarotta della storia nazionale dagli scandali bancari dell'età di Giolitti. La constatazione impone una domanda retrospettiva ed una prospettica.

 

Il dubbio: un immane ricatto

La prima corrisponde all'incredibile constatazione dell'inerzia delle due organizzazioni professionali che dal 1948 gestivano in condominio la Federconsorzi, Coldiretti e Confagricoltura. Di fronte ad un disegno, che l'inchiesta autorizza a definire criminoso, di alcuni uomini politici e finanzieri d'assalto, entrambe avrebbero rinunciato alla difesa del primo caposaldo dell'apparato agrario nazionale. L'inazione degli amministratori lascia increduli, costringendo a convertire la domanda in una solo formalmente diversa: le irregolarità della gestione tradizionale erano davvero tanto gravi che un finanziere spregiudicato ed i suoi compartecipi hanno potuto ricattare e costringere al silenzio i vertici dell'agricoltura nazionale? O alle due organizzazioni professionali è bastata l'elargizione di due palazzi romani, offerti dalla S. G. R. a valori risibili rispetto alle stime giudiziarie, per cedere il patrimonio più rilevante dell'agricoltura nazionale?

La domanda prospettica, non priva di connessioni alla prima, si può formulare rilevando che, se il processo di Perugia portasse alla condanna del giudice Greco e dei correi, gli atti del procedimento verrebbero invalidati, e i soci della Federconsorzi, quindi i consorzi agrari, potrebbero pretendere la revoca degli atti fallimentari inquinati da dolo, e la riapertura della procedura, recuperando, salvo vendite a acquirenti di buona fede, fabbriche, partecipazioni, immobili, aziende agricole. Per farlo occorre, però, l'assolvimento di una condizione: che gli interessati si costituiscano parte civile. Un collegio di avvocati di parte civile, che rappresentasse in modo agguerrito le forze agricole, contribuirebbe in modo determinante a indirizzare la procedura al recupero, a favore dell'agricoltura, del maltolto.

Si può sperare operino la grande scelta, dopo essere stati tacitate con le briciole, Coldiretti e Confagricoltura? Col coraggio di proclamare che, se al proprio interno vi fossero correi, dovrebbero, anch'essi, pagare? Può assumere la grande decisione qualche forza diversa? Chi lo facesse, restituendo agli agricoltori l'apparato federconsortile, acquisirebbe, nei confronti dell'agricoltura nazionale, benemerenze che, dal tempo dei fondatori della Federconsorzi, i liberali illuminati della fine dell'Ottocento, nessuno ha più avuto i titoli, onestamente, di vantare.

 L’Informatore agrario, nov. 1996


 

 

 

 

 

Verso i primi rinvii a giudizio il processo Fedit a Perugia?

Polenghi Lombardo, una vendita da annullare

 

            Mentre la bobina di carta tipografica da cui ha preso corpo questo giornale corre sui rulli della rotativa alla Procura della Repubblica di Perugia il sostituto Dario Razzi ed i suoi collaboratori attendono i primi "indiziati" di reato convocati per un interrogatorio dall'inizio del procedimento aperto presso il Tribunale del capoluogo umbro per le irregolarità che avrebbero accompagnato la liquidazione della Federconsorzi. Sotto esame atti e documenti della vicenda che si è svolta dal clamoroso gesto con cui Giovanni Goria esautorava gli amministratori, il 17 maggio 1991, la data in cui il Tribunale fallimentare di Roma apriva, il 27 maggio dell'anno successivo, la procedura di concordato preventivo, e quella dell'accoglimento, il 5 ottobre 1992, da parte dello stesso Tribunale, del piano di liquidazione del patrimonio proposto dal banchiere romano Pellegrino Capaldo, Con quel'approvazione il piano si traduceva nella cessione dei beni della Federconsorzi alla Società Gestione e Realizzo, S G R, per la cifra di 2.150 miliardi, che la società romana si impegnava a versare a tacitazione dei creditori, riservandosi l'acquisizione dell'utile, qualunque consistenza potesse avere, che la differenza tra le attività e le passività consentisse di realizzare dalla liquidazione.

Una differenza aritmetica

            Le indagini di Perugia sono state suggerite dall'ingente differenza tra la prima valutazione del patrimonio della Federconsorzi effettuata dai periti del Tribunale di Roma, che ne stimarono il valore in 4.800 miliardi, e la cifra che, per acquisire lo stesso patrimonio, si impegnava a versare la S G R, appunto 2.150 miliardi, lucrando una differenza di tale entità da indurre il sostituto procuratore Dario Razzi a formulare l'ipotesi di un'intesa criminosa tra il giudice responsabile della procedura, il dottor Ivo Greco, e gli amministratori della società beneficiaria della cessione. Il coinvolgimento di un giudice del Tribunale di Roma ha determinato, per lo stesso meccanismo che ha portato a Perugia alcuni dei processi più clamorosi della vita nazionale, la competenza del capoluogo umbro. Il primo segmento dell'inchiesta, probabilmente destinato ad essere stralciato dal contesto complessivo per tradursi in processo specifico, pertiene la vendita, da parte del giudice fallimentare, delle partecipazioni della Federconsorzi raccolte nel portafoglio della Fedital, la finanziaria agraolimentare della grande holding agricola.

            Protagonisti della vicenda, sono stati convocati dal dottor Razzi Ivo Greco, il magistrato romano che ha diretto la liquidazione, Giorgio Cigliana, uno dei professionisti che hanno partecipato alla liquidazione con responsabilità di commissari governativi, Giovanni Orlando e Dario Levi, procuratori della Swiss Bank Corporation, la filiale italiana di una banca d'affari elvetica, che curò la vendita, e Sergio Cragnotti, all'epoca presidente della Cragnotti § Partners, la società tramite la quale l'uomo d'affari italiano acquisì la Polenghi Lombardo, uno dei natanti con cui avrebbe composto la flotta agroindustriale della Cirio. Mentre la carta corre nella rotativa non è dato al cronista sapere se i cinque signori invitati a comparire si stiano presentando al giudice che li ha convocati. Se pure non si presentassero non v'è dubbio che al loro posto sarà presente uno stuolo di legali: l'ordito probatorio tessuto dal dottor Razzi è, a quanto è dato sapere, di appariscente solidità, se i protagonisti della vicenda e i loro avvocati non riusciranno a demolirlo le ipotesi di reato che prendono forma da quell'ordito si tradurrebbero, in tempi probabilmente brevi, in capi di imputazione, che non sarebbero capi di accusa privi di peso.

 

Il consulente diventa presidente

            Il processo che si apre sulla cessione della società Polenghi si fonda sul teorema probatorio che sta prendendo forma dal contesto dell'inchiesta, l'istruttoria dovrà dimostrare, peraltro, che la vendita della società milanese avrebbe corrisposto ai canoni del disegno criminoso attribuito al dottor Greco ed ai presunti correi, pure compiendosi in termini apparentemente contrari a quelli delle vendite delle altre società del patrimonio della Federconsorzi. Mentre gli altri cespiti sarebbero stati ceduti al prezzo più elevato che si potesse realizzare, le partecipazioni Fedital sarebbero state vendute, infatti, ad un prezzo esiguo, secondo il procuratore aggiunto dolosamente ridotto. Deciso di sottoporre la Federconsorzi alla procedura di concordato con i creditori, una procedura di cui a Perugia si postula l'irregolarità siccome il concordato è previsto, dalla legge fallimentare, per le società le cui passività abbiano consistenza superiore alle attività, siano insufficienti, cioè, a tacitare i creditori, mentre il patrimonio della Federconsorzi era largamente superiore alla somma delle passività, Ivo Greco acquisiva il piano di liquidazione di Pellegrino Capaldo e lo sottoponeva a Francesco Carbonetti, consulente finanziario, che attestava che la cessione del patrimonio, secondo lo stesso piano, alla S G R, costituiva, nonostante l'ingente differenza tra i valori di stima e la cifra offerta da Capaldo, la scelta più vantaggiosa per i creditori. Singolarmente, dopo qualche mese Capaldo affidava allo stesso Carbonetti la presidenza della S G R: il consulente che aveva caldeggiato la cessione si convertiva nel rappresentante della società che si apprestava a raccoglierne tutti i benefici. La lettera con cui Carbonetti dava risposta al quesito di Greco sarebbe scomparsa, singolarmente, dal fascicolo fallimentare, nel quale restava, però, la notula della parcella: il troppo accorto consulente non si era accontentato di suggerire la cessione dei cespiti federconsortili alla società di cui era l'architetto, non aveva resistito alla tentazione di assicurarsi, per il suggerimento, una parcella milionaria.

 

Il gruppo fallito rifinanzia per vendere

            La clausola più singolare del piano del dottor Capaldo per acquisire il patrimonio della Federconsorzi consiste nell'accordo per detrarre, dalla cifra da versarsi dalla S G R, i valori acquisiti dalle vendite di elementi patrimoniali effettuate anche precedentemente all'approvazione del piano da parte del Tribunale fallimentare. Fino al momento dell'approvazione del piano quelle vendite, immobili e partecipazioni, ad esempio la società Fata, erano state effettuate a prezzi corrispondenti ai valori stimati dai periti del Tribunale, una conferma aritmetica che la valutazione del patrimonio Federconsorzi in 4.800 miliardi era corretta. Il tribunale fallimentare aveva operato, cioè, secondo la ricostruzione realizzata a Perugia, perché da società e partecipazioni si ricavasse quanto più fosse possibile, a beneficio della S G R, il cui onere sarebbe stato decurtato di quanto realizzato dalle cessioni. La vendita delle partecipazioni agroalimentari fu la prima a smentire le stime: contro un prezzo di stima di 130 miliardi, l'acquirente, la società Cragnotti § Partners, non ne pagava che 46,5.  L'eccezione ha, tuttavia, una spiegazione che la rende coerente al disegno di Capaldo: la società acquirente era legato alla Banca di Roma di Capaldo da significativi vincoli di partecipazione, una circostanza sfuggita, pare, persino agli ispettori della Banca d'Italia.

            Destinate ad essere cedute a un'entità economica prossima, per legami azionari, agli autori del piano di liquidazione, le partecipazioni della Fedital sarebbero state trasferite secondo una procedura tale da svilirne il valore, e da impedire che uno solo degli eventuali concorrenti, che al prezzo di offerta avrebbero potuto essere una folla, potesse partecipare all'asta. Le operazioni di vendita venivano affidate, infatti, alla Swiss Bank, titolare, anch'essa, di partecipazioni nella Cragnotti § Partenrs, che affidava la stima del complesso Polenghi alla K P M G, la quale vi procedeva impiegando i criteri di analisi di un bilancio di esercizio, non quelli specifici per la cessione di azienda, che debbono considerare il valore dei marchi e dei segmenti di mercato detenuti, che venivano ignorati. La Swiss Bank otteneva, quindi, dai curatori del fallimento che la Federconsorzi versasse alle casse della società in vendita la cifra di 20 miliardi a titolo di ricostituzione del patrimonio sociale: il prezzo pagato dalla Cragnotti § Partners, 46,5 miliardi, sarebbe stato, quindi, in realtà, di soli 26,5, meno di un quinto di quello proposto al dottor Greco dai consulenti da egli medesimo nominati, la cui stima sarebbe stata pienamente confermata dai consulenti demandati dal Tribunale di Perugia di riformulare il prezzo.

            Oltre alla singolare circostanza del versamento, da parte del gruppo in liquidazione, di 20 miliardi nelle casse della società posta in vendita giudiziaria, e alle anomalie del procedimento impiegato per stimarne il valore, anche i tempi dell'asta  furono tali da indurre seri sospetti di irregolarità: dopo che, proceduto ad un primo incanto con termini di tempo irrisori, la stessa Swiss Bank doveva informare il giudice che i tempi non avevano consentito la presentazione di proposte diverse da quella della Cragnotti § Partners, Ivo Greco ordinava di procedere ad un secondo incanto, assegnando, per la pubblicazione dell'avviso d'asta e la presentazione delle offerte, una settimana di tempo, tra il giorno di Natale e Capodanno.

Agricoltura parte civile

            Riveste un interesse vitale, per l'agricoltura italiana, prevedere quale potrà essere l'esito del processo di Perugia: dal disegno accusatorio del giudice Razzi prende corpo, infatti, l'ipotesi che gli autori, e beneficiari, del piano di liquidazione della Federconsorzi siano costretti a restituire quanto avrebbero sottratto, dolosamente, al patrimonio del grande organismo agricolo. Si concludesse con la condanna degli acquirenti, il primo segmento dell'inchiesta di Perugia porterebbe alla restituzione delle partecipazioni Fedital, in primo luogo della società Polenghi Lombardo. Delle società vendute a prezzo di mercato, quindi a terzi in grado di dimostrare la buona fede, gli autori del disegno non potrebbero restituire, evidentemente, i pacchetti azionari, dovrebbero restituire il valore equivalente.

            A chi? Non esistendo più la Federconsorzi la domanda si impone ineludibile. La risposta non è, peraltro, di formulazione particolarmente adua: in ogni processo penale quanti si reputino danneggiati dal reato hanno diritto, infatti, a costituirsi parti civili. Provato il reato, condannati i rei, verificata la correlazione tra il delitto e il danno che viene invocato, il giudice statuisce il risarcimento. Non v'è dubbio che dalla liquidazione della Federconsorzi sono stati  ingiustamente danneggiati, ove fosse provato il carattere doloso del piano Capaldo, l'agricoltura nazionale, che non può, ovviamente, costituirsi in giudizio, e tutti i consorzi agrari, soci della Federconsorzi, che con la liquidazione hanno perduto la centrale di collegamento, di finanziamento,  di coordinamento degli acquisti di macchine, fertilizzanti, sementi. Come ogni organismo dotato di personalità giuridica, i consorzi hanno il pieno diritto di costituirsi, al futuro processo, parti civili, delegando i propri avvocati ad unire la propria voce a quella del sostituto procuratore che ha intrapreso l'opera di imporre la restituzione all'agricoltura italiana di oltre 2.500 miliardi sottratti in base ad un disegno che definire surrettizio è pleonastico.

            La costituzione, in processo, dei consorzi agrari quali parti civili presuppone, evidentemente, il consenso delle organizzazioni professionali i cui rappresentanti governavano la Federconsorzi. Qualcuno, maliziosamente, mormora che a Perugia Confagricoltura e Coldiretti non manderanno mai un avvocato: sul passato vorrebbero stendere un velo, qualsiasi ne fosse il prezzo per l'agricoltura italiana e per i propri associati, che con la Federconsorzi hanno visto inghiottire nel nulla impianti di magazzinaggio, officine di riparazione di trattori, la disponibilità del credito di esercizio in natura. Non crediamo alle voci maliziose: crediamo che le due più antiche organizzazioni dell'agricoltura italiana siano guidate da vertici responsabili verso gli associati e verso il Paese, e che, quando Dario Razzi avrà concluso il proprio lavoro con una richiesta di rinvio a giudizio, rilasceranno le proprie procure processuali a un collegio di principi del foro tale da rendere l'eventualità del recupero di quanto è stato sottratto all'agricoltura nazionale  una felice sicurezza.

Riquadri

 

Il buco nero della galassia Fedit

            Nell'inventario delle attività e delle passività della Federconsorzi realizzato a Perugia per verificare le irregolarità della liquidazione effettuata a Roma c'è un buco nero. Si tratta di 800 miliardi di cambiali,   reperite dai responsabili della custodia giudiziaria,  sottoscritte per la parte maggiore dai consorzi agrari, per piccola parte da agricoltori che, invitati al pagamento, hanno onorato la propria firma. Le cambiali a carico di consorzi agrari potrebbero costituire, ipoteticamente, il corrispettivo dell'imponente flusso di denaro fluito, negli anni precedenti il crack, dalle casse della Federconsorzi a quelle dei consorzi in dissesto disseminati dalle Alpi allo Jonio: siccome, peraltro,  quel fiume di denaro veniva riversato contro semplici scritture, gli esperti di bilanci interrogati dai giudici non sanno spiegare quale ragione avrebbe potuto indurre gli amministratori della Federconsorzi a coprire crediti chirografari con cambiali tenute segrete anche dopo la scadenza, quindi prive, ormai, del valore di titoli esecutivi. Un'ipotesi inquietante sulla natura dell'imponente montagna di effetti è che si tratti di titoli emessi, per pura formalità, contro versamenti di denaro che la Federconsorzi effettuasse, in forma del tutto illegale, per assicurare ai consorzi i mezzi con cui finanziare partiti e organizzazioni collaterali: i "fondi neri" della Federconsorzi. Un'ipotesi diversa suppone si trattasse di un immenso portafoglio da usare per pretendere dai consorzi agonizzanti la cessione delle infinite licenze commerciali che la compagine possiede a tutte le latitudini della penisola, un patrimonio con cui sarebbe agevole organizzare, in pochi mesi, la più straordinaria rete di supermercati d'Italia. Era il progetto Aquila di Arcangelo Lobiano, il cui volatile non ha mai spiccato il volo per mancanza dei mezzi finanziari necessari. Una mancanza di cui non soffriva certamente la S G R di Pellegrino Capaldo, perfettamente in grado, con i consorti, primo tra tutti il signor Cragnotti, di fare spiccare il volo a volatili di qualunque dimensione. E il tacchino da 800 miliardi la S G R lo avrebbe trovato, nella sua gabbietta, tra i tanti regali di una liquidazione felice.

 

Un consorzio agrario ucciso dai vitelli

            Una coincidenza singolare ha posto nelle mani dello stesso sostituto procuratore che indaga sul crollo della Federconsorzi  l'indagine sulla fine del Consorzio agrario di Perugia, soffocato da un monte di cambiali per spese di acquisto e di allevamento di vitelli che nessun importatore ha mai trasferito dall'estero, nessun allevatore ha mai ingrassato, nessun macellaio ha mai trasformato in arrosti e cotolette. Eppure per le fasi successive del ciclo di allevamento delle inafferrabili bestiole il Cap di Perugia riconosceva a solerti operatori zootecnici la cifra di 1,6 miliardi nel 1985, di 7,6 miliardi l'anno successivo, di 34,5 miliardi nel 1987, di 60 miliardi nel 1988, di 112, 5 miliardi nel 1989, di 135,9 miliardi nel 1990. Prodiga di attenzioni per l'attività dei consorzi affiliati, anche la Federconsorzi avrebbe contribuito a sostenere i debiti conseguenti alla frenetica circolazione di vitelli-ombra tra i paesi di importazione, le stalle inesistenti in provincia di Perugia, i fantomatici macelli di destinazione. Come il Consorzio della provincia umbra, caduto in liquidazione, la Federconsorzi non potrà trarre particolari benefici dall'eventuale dimostrazione che quei vitelli non sarebbero mai esistiti, e dal recupero, presso gli operosi ristallatori, di tutto il denaro versato in cambio dei loro servizi. Con gli interessi legali.

Terra e vita n° 42, 25 ott. 1997

 

 

 

 

Imputazione: bancarotta fraudolenta

Concluse le indagini dei sostituti Torri, Nebbioso e Catalani, demandati dell'inchiesta sul dissesto della Federconsorzi, è stata fissata per il 5 dicembre, dal Tribunale di Roma, l'udienza preliminare del processo contro i cinquantadue amministratori e sindaci della hoding agrocommerciale

 

C'è un  ex presidente  della Confagricoltura,  Giuseppe Gioia,  e  un  ex  vicepresidente  della  Coldiretti,  Ferdinando Truzzi, presidenti di consorzi agrari con distintivo di  entrambe le confederazioni,  Cosimo Cassano,  Girolamo Balestrieri,  Dante Marchiori, Edoardo Marcucci, Pietro  Coselli, Paolo Pasquali,  un ex presidente  ed  ex direttore  generale  dell'organismo,  Luigi Scotti, il direttore generale  che gli ha  seduto a lato,  Silvio Pellizzoni,  e  il  capocontabile  che  ha  coadiuvato  entrambi, Vincenzo Fortunato. Ci sono due alti funzionari della Coldiretti, che  li  aveva  voluti  nel  Collegio  sindacale  a  tutelare  la regolarità  formale  dei  bilanci,  Franco  Pasquali  e Vincenzo Gesmundo, due alti  dirigenti che hanno  rappresentato, in  tempi diversi, i  funzionari  del  grande  apparato,  Ivo  Zucchini  e Gabriele Maldini, il rappresentante in Consiglio dei direttori di consorzio, Pasquale  Velardi.  Ci sono  funzionari  di  ministeri diversi, tra cui il Tesoro, responsabili, in quanto sindaci,  del rispetto delle leggi  contabili, Carlo Cocco,  Giovanni Polito  e Italo Murgiano, c'è persino una rappresentante del sesso  gentile,  la signora Rita Giacchini, che all'onore  del posto in  Consiglio era giunta come delegata dei sindacati interni.

L'atto con cui il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Stefano  Meschini, accoglie l'istanza del procuratore della Repubblica, Salvatore Vecchione, dell'aggiunto Ettore Torri e dei sostituti Settembrino Nebbioso e Pietro Catalani di rinviare a giudizio chi ha governato, negli anni successivi al 1985, la Federazione Italiana dei Consorzi  Agrari, incolonna  verso  il  banco  degli   imputati  un  drappello   di cinquantadue signori che rappresentano con autorevolezza le sfere dirigenti dell'agricoltura italiana.

 

Dissipare, dissipare

La richiesta di rinvio a giudizio con cui i sostituti incaricati delle indagini hanno assolto al mandato è un documento di venti pagine dense di dati  contabili e fitte di articoli  del Codice di cui si contesta agli imputati la violazione. A chi  si proponga di  riassumerlo suggerisce  la chiave per adempiere all’impegno il ricorrere,  nel testo,  di un  verbo inusuale negli atti giudiziari, più comune nei romanzi che narrano le  imprese mondane, cavalli, roulette e belle donne, dei rampolli di grandi casate che, ricevuto in eredità un patrimonio imponente, sono riusciti, con dedizione degna dell'impresa, a  dissolverlo: il verbo dissipare.

Chi scrive non osa pensare che al crollo della Federconsorzi abbia corrisposto una grande  festa in maschera: è indotto dal ricorrere, nell'atto di rinvio a giudizio, del verbo fatale, a enucleare la vicenda in una dissennata dilapidazione di ricchezza. Chi disponesse di qualche amico nel sacrario di via Curtatone era a conoscenza, alla  fine degli anni '70, dell'imponente messe di cespiti immobiliari e mobiliari che, scomparendo,  Leonida  Mizzi,  direttore generale dallo sbarco alleato alle risse tra cooperative di fede diversa degli anni  di Marcora, aveva lasciato agli eredi. Le stesse fonti testimoniavano che la dovizia di partecipazioni, titoli,  valuta, celati in tutte  le pieghe del bilancio della Federconsorzi non sarebbero stati intaccati, ma prudentemente amministrati, con la capitalizzazione delle cedole maturate, dal successore del ragionier Mizzi,  Enrico Bassi, anch'egli ragioniere, anch'egli piacentino, anch'egli oculato  depositario di  un patrimonio  che reputava affidato alle sue cure perché fosse consegnato, indenne, agli eredi futuri dell'agricoltura italiana.

Le strade  della  dissipazione attribuita dai giudici agli imputati sono fondamentalmente quattro: i generosi  prestiti ai consorzi agrari in coma irreversibile,  le elargizioni alle organizzazioni professionali i cui rappresentanti  sedevano in consiglio di amministrazione, Coldiretti e Confagricoltura, la cattiva gestione degli immobili, lo sperpero del denaro elargito a consulenti finanziari pagati con  munificenza anche se neppure uno suggerisse che la rotta seguita dagli amministratori  stava portando al naufragio il gigante agrocommerciale.

Ai consorzi in agonia il Consiglio di amministrazione della Federconsorzi avrebbe distribuito, 2.349 miliardi. Con meticolosità  ragionieristica il documento elenca, in ordine alfabetico, tredici sodalizi provinciali  e interprovinciali beneficiari della generosità federconsortile, cataloga, quindi, ancora per ordine alfabetico, 476 operazioni di prestito e  una fideiussione a consorzi insolventi.

La successione compone una sorta di litania: all'identificazione del  consorzio,  del numero dei prestiti e della loro entità segue, ossessivamente ricorrente, il versetto responsoriale:.posto in liquidazione coatta amministrativa il successivo." Agli amministratori della Federconsorzi non si imputa, infatti, di avere trasferito  denaro ai consorzi, si imputa di avere operato i trasferimenti a favore di organismi già seriamente  compromessi, senza alcun piano attendibile di riequilibrio e di rilancio, nella certezza, quindi, della perdita del denaro erogato.

 

Falso in bilancio

Seppure costituisca colpa grave sul terreno gestionale, la dissipazione di un grande patrimonio non è reato imputabile ai sensi della legge fallimentare: se gli  amministratori della Federconsorzi avessero  dilapidato il  patrimonio dell'organismo per mera prodigalità  non sarebbe rimasto a coloro che essi rappresentavano, gli  agricoltori italiani, che la consolazione delle lacrime, l'ultimo  rifugio di chi abbia posto i propri affari nelle mani di un rappresentante inetto. La dissipazione di quel patrimonio è stata occultata, però, mediante la redazione di bilanci che dichiaravano esigibili crediti che non avrebbero mai potuto essere onorati, per  l'insolvibilità dei mutuatari, che evidenziavano utili fittizi, che iscrivevano quegli utili, con impudenza, sul "fondo, intervento ed utilizzazione", il fondo del bilancio destinato, appunto, ad eventuali, eccezionali azioni  di soccorso di consorzi in difficoltà.

La falsità  dei bilanci, tale da nascondere la  crisi dell'organismo  ai soci e ai responsabili della vigilanza ministeriale, e da rinviare ogni mutamento  della   prassi gestionale, sostanzia  la fattispecie penale che  ha imposto  ai giudici l'imputazione per bancarotta fraudolenta.  Un'imputazione aggravata dal concorso dei  rei e  dalla continuazione per una successione ininterrotta  di  bilanci: i giudici romani hanno verificato il ricorrere del reato in tutti i bilanci redatti dal 1985 all'anno precedente la liquidazione, il 1990.

Rispetto ai doni elargiti  ai consorzi  in crisi  sono pochi spiccioli i donativi alle organizzazioni professionali  che sulla Federconsorzi vantavano la propria signoria, la Coldiretti, che tra l'85 e il '91 ha  riscosso   31,9  miliardi, la Confagricoltura, che ne ha percepiti 24,6.

 

La gestione immobiliare

Oltre a detenere scrigni di partecipazioni azionarie e di titoli pubblici,  la Federconsorsi dispiegava al sole  quello che voci  autorevoli dichiaravano il più cospicuo patrimonio immobiliare  di tutto il Paese: belle  aziende  a  tutte le latitudini della Pensola, vaste sedi di filiale  al centro di borghi  un tempo  rurali, non più utili ad accatastare fertilizzanti, tutte passibili di essere trasformate, anche per le licenze sussistenti, in supermercati  o sedi bancarie. Cui debbono aggiungersi i palazzi sontuosi nel cuore di Roma. Oltre a manifestarsi sul patrimonio finanziario, la dissipazione imputata dai giudici agli  amministratori avrebbe  coinvolto anche  quello immobiliare. Corrisponde a un capitolo specifico,  tra i capi  di imputazione,  l'accusa  di  avere   ceduto  in affitto Palazzo Rospigliosi alla Confederazione Nazionale dei Coltivatori Diretti al canone  di 200 milioni di lire,  Palazzo della  Valle alla Confederazione Generale  dell'Agricoltura  per 150  milioni,  nel primo caso locando  l'immobile al rendimento annuo dello 0,22 - 0,16 per cento, nel secondo ad un canone corrispondente al 0,33 - 0,25 per cento.

Ultimo, in ordine di rilievo, tra i capi di accusa,  il ricorso a consulenze esterne. Con i professionisti chiamati  al capezzale dell'organismo in agonia gli amministratori, che si riservavano, comunque, di nulla mutare  nel proprio stile gestionale, amavano mostrare signorile generosità. Tra i felici beneficiari di  tanta munificenza,  risulta  baciata da un fato particolarmente felice la Coopers & Lybran Revisore Contabile, che si vedeva riconosciuti 8,7 miliardi di parcelle. La seguono le società ed i consulenti individuali che hanno riscosso assegni per un miliardo, due o tre. Che nella voragine del crack non sono, obiettivamente, nulla. Si deve ribadire, anzi, che proprio questi siano stati i denari meglio impiegati dagli amministratori di via Curtatone. Dissipando, come verificano i magistrati, tanto denaro, dobbiamo reputare non fossero immuni da qualche fugace dubbio di coscienza: a quale prezzo non ricompensare i professionisti, fiscali, finanziari, di marketing, che, durante la navigazione del Titanic verso gli abissi, li hanno rassicurati contro ogni incertezza, garantendo che la prassi che seguivano era la più accorta, la più lungimirante, la più scrupolosa? Impedendo, così, che la festa fosse sospesa prima dell'ultimo istante, l'istante dell'urto con l'iceberg?

 

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Nel pozzo di San Patrizio anche un albergo

Nel capitolo del documento relativo alla gestione degli immobili, integra  l'accorta  locazione di  palazzi  principeschi l'affitto di un albergo romano, in  via Sforza 10, ceduto a un operatore turistico  baciato dalla buona  sorte  per  un  canone inferiore, ancora una  volta, all'1 per cento del valore dell’immobile. Anche chi si reputasse a conoscenza dell'entità del patrimonio della  grande holding non può non sussultare: per  apprendere che quel patrimonio comprendesse anche alberghi era necessario che al  suo inventario procedesse la Magistratura. A. S.

 

Sulle connessioni mafiose un processo senza fine

Un paragrafo specifico dell'atto di rinvio a giudizio è dedicata al  Consorzio  interprovinciale di  Catania  e  Messina, sulla cui gestione si protrae da oltre dieci anni un procedimento penale istituito per  vagliare la prima  ragione del fallimento, l'affitto di due moderne centrali agrumarie  all'Apas, l'associazioni di  produttori  agrumari presieduta da Salvatore Urso, proconsole della Coldiretti in Sicilia. Per pagare l'affitto l'Apas aveva imposto la clausola  per cui il Consorzio era tenuto  al conferimento ai due centri di mille  vagoni  di aranci, in assenza della cui effettuazione il Cap avrebbe perduto il diritto a riscuotere il canone dovutogli. Al tempo dell'istruttoria a Catania si mormorava altresì della concessione della vendita delle   macchine  usate, in Sicilia affare miliardario, a cugini di  uno dei grandi boss  dell'Isola. Nel corso dell'istruttorio era stroncato da un infarto il direttore, Salvatore Buscemi, inviato a Catania, per  risanare il Cap,  dai vertici romani, che lo abbandonavano, poi, nel pelago  mafioso, lasciandolo solo nell'impresa disperata. A Catania nessuno crede che il processo approderà mai a una condanna.

 

Terra e vita  n° 44, 8 nov. 1997

 

 

 

 

 

 

 

Contro il malcompromesso: promemoria per il Tavolo verde

 

            Questo giornale ha infranto l'inquietante silenzio della stampa sul compromesso che partner discreti stanno negoziando per chiudere gli "incidenti giudiziari" nati dal crollo della Federconsorzi e dalla cessione del suo patrimonio alla società dei creditori maggiori: banche, Fiat ed Api. Alla fondazione il sodalizio non dichiarava solo l'intento di operare il recupero dei crediti dei costitutori, proclamava l'obiettivo di sostituirsi alla Federconsorzi , al centro del sistema dei consorzi, nella distribuzione dei mezzi tecnici necessari all'agricoltura. La dichiarazione, da parte di banchieri e industriali, di tanta solerzia per le campagne, poteva apparire esercitazione retorica ai cronisti ignari della posta in gioco, non può essere dimenticata da chiunque voglia capire cosa potrebbe essere l'agricoltura italiana tra due o tre decenni.

            La Federazione dei consorzi agrari nacque, vale la pena ricordare, quando l'agricoltore smise di produrre i propri input, in specie fertilizzanti e forza lavoro, per acquistarli sul mercato, di cui divenne tributario anche di preparati sconosciuti ai predecessori, gli antiparassitari. Nacque perchè più della metà dei primi fertilizzanti industriali erano venduti  con dichiarazioni mendaci del titolo: il commercio del perfosfato costituiva, nell'Italia di Crispi, una colossale truffa. I pionieri della rinascita agricola costituirono i consorzi agrari per assicurarsi perfosfato e solfato di rame di titolo certo, e federarono i consorzi nella Federconsorzi per gestire, insieme, fabbriche del primo e del secondo, e per negoziare collettivamente quelle macchine che stavano rendendo più efficiente, o che stavano sostituendo, il lavoro animale.

            Dal crepuscolo dell'Ottocento l'agricoltura ha visto la propria dipendenza dal mercato dilatarsi a sfere merceologiche sempre più ampie: approvvigionare l'agricoltura è oggi un affare di molte migliaia di miliardi. E chi conosce, per avere visto le analisi, la corrispondenza alle etichette della composizione dei mangimi, nelle province dove la concorrenza è più sfrenata, e non c'è più il consorzio agrario a svolgere l'antica funzione calmieratrice, sussurra che di organizzare gli acquisti in forma collettiva c'è forse più bisogno oggi che tra le convulsioni della Belle Epoque.

            Mentre, peraltro, le industrie produttrici di macchine, di fertilizzanti e di antiparassitari hanno acquisito dimensioni cento anni addietro impensabili, trasformando i relativi mercati in ferrei oligopolii,  gli agricoltori, microbi economici come cento anni fà, assistono allo smantellamento dell'unico strumento di difesa non solo senza opporre resistenza, ma impegnandosi persino a convincere se medesimi che quanto avviene sia ineluttabile, e, in fondo, irrilevante. Perché così fa piacere a qualche signore cui la negligenza nella gestione dell'antico apparato è costata un'imputazione sgradevole, e, perchè tutti dimentichino, usa la propria autorevolezza per convincere che non è successo nulla.

            Al generale oblio presta un contributo degno di menzione, tragicamente, quel Ministero che, seppure non si intitoli più all'agricoltura, dell'antico Ministero dell'agricoltura ha ereditato la responsabilità di vigilanza sui consorzi e sulla relativa Federazione, imposta dal decreto legge suggellato, nel 1948, da Antonio Segni. Di quella responsabilità, se le testimonianze raccolte da questo giornale sono veritiere, un titolare del dicastero, Giovanni Goria, avrebbe usato per architettare quel disegno di appropriazione che, fatto proprio da banchieri e affaristi, ha suscitato il sospetto della Magistratura di essere disegno criminoso. Se il piano che la Procura di Perugia ritiene criminoso vanta, come architetto, chi sulla Federconsorzi era tenuto alla vigilanza, i successori avrebbero accettato le conseguenze come ineluttabili, salvo quella focosa signora Poli Bortone che con un'inchiesta ministeriale ha consentito ai pochi cronisti attenti alla vicenda di registrare, a futura memoria, la verità.

            E l'ultimo dei successori, ci si deve chiedere, l'avvocato Pinto? Vigila? O ritiene che il crack lo abbia esonerato dagli obblighi che imporrebbe l'antico decreto? O crede che nulla possa un ministro dopo che il grande apparato è stato distrutto dai diretti interessati? O non vuole intromettersi nell'iter del disegno di legge appena presentato al Senato, che prevede i consorzi come asteroidi, senza coordinamento, come vogliono i produttori di trattori e di concimi?

            Se anche, tuttavia, il ministro più solerte possa sentirsi impotente di fronte al disastro prodotto dallo stesso mondo agricolo, e di fronte alle opzioni del grande commercio tradotte in d.d.l., chi si preoccupi del futuro dell'agricoltura può ancora sperare: il Parlamento ha costituito una Commissione di indagine sul crack Federconsorzi, che in meno di un anno potrebbe dimostrare quale strumento l'agricoltura abbia perduto, e per quali responsabilità. Il Tribunale di Roma pare sul punto di annullare la cessione del patrimonio Federconsorzi alla S.G.R.: si potrebbero recuperare immobili e stabilimenti. Ma, con l'ultimo colpo di scena, il liquidatore, l'avvocato Caiafa, ha offerto alla S.G.R. un arbitrato: a negoziarlo sarà lasciato solo l'ultimo commissario, l'egregio avvocato Lettera?

            A Verona il Presidente del Consiglio ha inondato di spumante la prua del Tavolo verde della concertazione agricola, organizzazioni professionali e politica insieme, con determinazione, per l'agricoltura che sarà. E cosa potrebbe mai essere, l'agricoltura di domani, se la concertazione di oggi non si chiedesse da chi compreranno, gli agricoltori, macchine e sementi? E chi garantirà il titolo di concimi e mangimi? E come rispondere, con coerenza, ignorando che la trattativa per chiudere l'affare Federconsorzi è più che mai aperta?

Terra e vita, aprile 1998

 

 

Il giudice pignorerà le proprietà degli amministratori Federconsorzi?

 

            L'ufficiale giudiziario farà visita agli ultimi amministratori della Federconsorzi  per apporre i sigilli a proprietà agrarie e appartamenti, e pignorare i gioielli di famiglia? E' la clamorosa svolta dello scandalo Federconsorzi, un vulcano sotterraneo pronto ad eruttare da cento bocche di fuoco, che potrebbe prendere corpo nell'udienza fissata dal Tribunale civile di Roma il 13 maggio per consentire al magistrato, la dottoressa Muscolo, di decidere dell'istanza di sequestro presentata da quattordici costruttori di macchine titolari di crediti verso la Federconsorzi, parte dei ventisetti che, riunitisi in consorzio per opporsi al concordato proposto dal commissario giudiziale, aprirono, il 2 gennaio 1992, un'azione giudiziaria autonoma per il recupero delle somme loro dovute e il risarcimento dei danni.

            Scelta una strategia in rotta di collisione con quella adottata dalla Sezione fallimentare del Tribunale di Roma, che assecondava le pressioni per una cessione del patrimonio che relegava in secondo piano la responsabilità di amministratori e sindaci, il consorzio dei costruttori si affidava a un collegio di avvocati romani,  Pettinari, Ridolfi e Battista, che promuovevano, insieme all'azione per il recupero dei crediti contro il concordato, un'azione di responsabilità contro gli ultimi trentun amministratori e sindaci, allegando che dal momento in cui, superato il passivo dall'attivo, essi mancarono al dovere di consegnare i libri al Tribunale, avrebbero assunto la responsabilità di una conduzione personale dell'impresa che amministravano, risultandone coinvolti come qualunque imprenditore, che  risponde col proprio patrimonio delle sue scelte gestionali. L'opzione rispondeva a criteri giuridici innovativi, e gli avvocati degli amministratori, che si affidavano ad un collegio riunito dalle due confederazioni professionali in cui si identificavano, Confagricoltura e Coldiretti, ne chiedevano al magistrato il rigetto, ma la dottoressa Muscolo respingeva le eccezioni e accoglieva le istanze dei costruttori, che sanciva con una sentenza interlocutoria, siglata il 21 febbraio 1997, depositava in cancelleria il successivo 5 giugno.

            Vinta la prima battaglia, la battaglia di principio, constatando di avere chiuso nella propria rete fiore di imprenditori, titolari di aziende del valore di decine di miliardi, ma prevedendo le more di un giudizio laborioso, gli avvocati dei costruttori chiedevano il pignoramento: è probabile, infatti, che i più facoltosi tra i convenuti abbiano trasferito i propri beni, dopo le prime avvisaglie, a figli e nipoti, con atti che possono essere invalidati, per revocatoria, solo da sentenza che intervenga prima dello scadere di cinque anni. Gli stessi legali reputano che se il giudice accoglierà la loro istanza, motivata da comprensibili ragioni di urgenza, aziende agricole e palazzi signorili già trasferiti farebbero ritorno alla sfera delle controparti, tanto da garantire i 35 miliardi di crediti vantati dai costruttori, oltre ai danni, per alcune società, quali la Benfra, fallita a ragione dell'insolvenza Federconsorzi,  di entità cospicua.

            Una sentenza innovativa, siccome i criteri che accoglie sono stati applicati da più di un tribunale, ma non sono ancora stati sanciti dalla Corte di Cassazione, potrebbe chiudere drammaticamente una delle vicende generate dal grande crack. Ci si può chiedere se la conclusione potrebbe reputarsi esaustiva. La risposta deve essere negativa: la relazione della Commisione ministeriale  di indagine varata dal ministro Poli Bortone dimostrava chiaramente, nelle conclusioni, il ruolo di puri prestanome degli amministratori della Federconsorzi, denunciando i veri "azionisti di riferimento e di comando", i titolari, cioè, dell'autentico potere di indirizzo della gestione della grande holding, nelle organizzazioni professionali, quindi nella cerchia complessiva dei dirigenti, non tutti compresi nella lista dei candidati al pignoramento. Il concetto di "azionista di riferimento" è anch'esso, si deve rilevare, concetto innovativo, apprestato dalla giurisprudenza più sensibile per imporre di rispondere delle proprie scelte a chi abbia amministrato, furbescamente, attraverso controfigure, un concetto che pare essenziale a definire le responsabilità della più grave vicenda fallimentare della storia italiana: saprà il Tribunale penale, presso il quale è in corso il processo contro un numero maggiore di amministratori della Federconsorzi, superare l'ottica patrimoniale della prima sentenza del Tribunale civile, e definire nella loro interezza, come auspicava la relazione ministeriale, le responsabilità della prassi che ha portato al naufragio il primo apparato industriale e mercantile dell'agricoltura italiana? Saprà, lo stesso Tribunale penale, dare risposta agli interrogativi che la relazione della Commissione ministeriale poneva su un secondo fronte di responsabilità, quello dei ministri dell'agricoltura che, tenuti alla vigilanza sulla Federconsorzi, consentivano che del crack si aprisse la voragine senza nulla eccepire, nulla verificare, nulla obiettare?

Terra e vita, aprile 1998

 

 

Bancarotta Federconsorzi verso il dibattimento

 

            Con la formulazione delle conclusioni del pubblico ministero, Settembrino Nebbioso, che il 30 aprile ha ribadito il convincimento della colpevolezza degli imputati, dal cui novero ha escluso solo chi fosse entrato in Consiglio di amministrazione senza aver partecipato, ancora, ad alcuna delibera, si è avviata alla conclusione la serie delle udienze preliminari del processo per bancarotta intentato dal Tribunale di Roma agli ultimi cinquantadue amministratori, sindaci e direttori generali della Federconsorzi. Il 25 maggio proporranno le proprie controdeduzioni gli avvocati difensori, che probabilmente si prolungheranno in una o due udienze ulteriori, quindi la fase preliminare del procedimento avrà termine e la cancelleria dovrà fissare la data del dibattimento.

            Chi conosce il sovraffollamento delle agende dei giudici romani ritiene che il processo non potrà essere celebrato prima della primavera 1999: nonostante la dilazione di un anno la conclusione delle udienze preliminari fissa un cippo miliare nella storia del grande crack, che gli scettici ritenevano non sarebbe mai sfociata nella celebrazione di un processo, siccome tutto sarebbe stato tacitato, soffocato, ogni inizio di inchiesta insabbiato.

            Appare oltremodo grave, quindi, la posizione degli antichi amministratori, la schiera degli esponenti agrari di maggiore spicco di metà Italia, consiglieri della Federconsorzi  in quanto presidenti dei consorzi agrari di maggiore solidità, che il posto in Consiglio consideravano  un'onorevole, seppure non lucrosa sine cura, occasione di quattro soggiorni romani, ogni anno, di incontri al vertice del mondo agrario, ragione di prestigio, e di invidia, tra gli operatori agricoli di provincia. Seppure possa apparire singolare che agricoltori facoltosi, responsabili non privi di capacità nella cornice provinciale, accettassero di sottoscrivere, a Roma, decisioni che assumeva, senza ascoltare nessuno, il presidente della Coldiretti, e possa essere arduo riconoscere nella vanità molla capace di fare sfidare il rischio di vedere pignorata l'azienda e l'appartamento, a parziale scusante si può rilevare che nel Collegio sindacale della Federconsorzi siedevano rappresentanti del Ministero dell'agricoltura e di quello del Tesoro, che gli incauti amministratori Fedit contavano non avrebbero lasciato passare irregolarità di bilancio di rilevanza penale. Fare parte di un Consiglio prestigioso, che pure votava senza nulla discutere, sperando nella solerzia degli impiegati di due ministeri, che, per parte loro, assolvavano al mandato preoccupati solo dei gettoni di presenza: la tragedia Federconsorzi non manca di qualche nota di commedia, confermate dal rilievo che praticamente nessuno dei membri del consesso avrebbe mai espresso il dissenso alle decisioni imposte, all'indomani di ogni seduta, da Arcangelo Lobianco e da Giuseppe Gioia: unica eccezione Gentili, presidente del Cap di Siena, la cui opposizione sarebbe stata registrata più volte, con lo sdegno degli ammiragli del galeone alla deriva, sul libro dei verbali.

            Mentre a Roma si avvia verso il dibattimento il processo la cui incubazione è durata, parto elefantesco, cinque anni, mentre assai poco è dato sapere delle indagini preliminari in corso a Perugia, dove da una costola dell'inchiesta romana nacque, nel 1995, l'istruttoria diretta a vagliare le modalità di conclusione del crack, risoltosi nel trasferimento dell'intero patrimonio della Federconsorzi  ad una società creata da alcuni dei creditori a proprio esclusivo beneficio, negli ambienti vicini alla Procura romana si riferisce che un fascicolo avrebbe ripercorso, in senso opposto, il tragitto tra Perugia e Roma all'origine del secondo procedimento, aprendo a Roma una terza inchiesta, dalla quale chi dispone di informazione sostiene si debbano attendere sviluppi clamorosi.

            Oggetto delle nuove indagini, l'attività della Federconsorzi, dopo l'accordo con le società di Ferruzzi, nella sfera dei semi oleosi, in particolare nell'acquisto della soia prodotta fino al 1989, quando, sospinta dai premi comunitari, la coltura dilagò nelle campagne del Bel Paese, e, dichiarando una produzione prossima a due milioni di tonnellate, l'Italia sfiorò il soddisfacimento del proprio fabbisogno, e rischiò di trovarsi nell'esubero. Quell'esubero non si sarebbe verificato, sussurravano i maligni, siccome molta di quella soia sarebbe stata puramente virtuale, coltivata su moduli  cartacei all'unico scopo di percepire il premio comunitario. I giudici romani sospettano che, per ammassare soia virtuale, la Federconsorzi avrebbe apprestato altrettanto virtuali silos, che sarebbero stati, per più di una campagna, felicemente ricolmati. O, ed è l'ipotesi più inquietante, che qualcuno, in possesso di potere di ricatto, si servisse delle strutture federconsortili per gestire l'ammasso della soia mai coltivata ma suscettibile di premio, a vantaggio proprio e non della Federconsorzi. Un nuovo terreno di indagine, un elemento ulteriore ad accrescere lo sgomento che assale di fronte alla mescolanza di incapacità, illegalità, corruzione e arroganza che tracima da ogni capitolo del più grande scandalo della storia agraria nazionale.

 

Inviato a Terra e vita il 7 maggio 1998 e respinto

 

 

Si scrive a Perugia la storia dell’agricoltura italiana

 

            Non è necessario avere consumato la vita sui testi che narrano le vicende dell’agricoltura italiana per misurare il rilievo, sul corso di quelle vicende, del collasso della Federconsorzi, un evento che ha fissato uno spartiacque invalicabile tra l’età del confronto per il potere agrario nel quadro della “prima” Repubblica, una Repubblica fondata per rinnovare il regime di un paese in cui era ancora occupata sulla terra la parte più cospicua della forza lavoro, e che dai campi traeva la quota più cospicua del reddito nazionale, e l’età in cui l’agricoltura non costituisce che elemento marginale della vita sociale ed economica. Se la grande metamorfosi è maturata, lentamente, nei decenni compresi tra la metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta, non v’è dubbio che la dissoluzione della Federconsorzi si impone come il cippo miliare che di quella metamorfosi segna il compimento. Lo segna perché la Federconsorzi è stata lo strumento che ha assicurato il potere democristiano nelle campagne, quel potere che ha consentito al partito cattolico di soverchiare il potere “rosso” nei centri industriali conservando quel vantaggio elettorale che gli ha permesso di governare per un cinquantennio, seppure in coalizioni ondivaghe, il Paese.

 

Il patto del silenzio

            Paradossalmente, l’evento capitale della storia agraria della Repubblica si è consumato in un silenzio che non hanno infranto, forse neppure incrinato, gli scarni articoli con cui i grandi quotidiani hanno preso posizione, saltuariamente e controvoglia, a favore di quello dei contendenti che fosse loro più prossimo per interessi economici, né i pochi resoconti imparziali di qualche foglio indisciplinato, cui veniva ricordato, con premura, da voci autorevoli, che l’Olimpo della finanza nazionale aveva statuito che della vicenda nessuno dovesse parlare. E’ in questo silenzio irreale, che non onora un paese che vanta l’autonomia e la dedizione alla verità  della propria stampa, che si celebra a Perugia il processo che pretende di verificare le ragioni autentiche del tracollo, di valutare il ruolo dei protagonisti, di decifrare le intenzioni che li hanno mossi, di comprendere la ragione dell’inerzia degli uomini che, al timone del grande bastimento negli ultimi anni di navigazione, hanno consentito, senza un moto solo di difesa, il più spregiudicato arrembaggio di tutte le ciurme corsare dei mari economici italici.

            Si scriverà forse a Perugia, nel disinteresse non disinteressato della grande stampa, la pagina più inquietante della storia cinquantennale delle campagne italiane: sono impegnati a scriverla pochi magistrati coraggiosi e gli avvocati dei consorzi agrari e dei dipendenti della Federconsorzi che non si sono piegati all’esito del grande arrembaggio, sono decisi a evitare che quella storia possa essere scritta gli avvocati di tutti i potentati bancari d’Italia, quelli dei corsari della finanza che al galeone che affondava sono riusciti a sottrarre, nel corso dell’arrembaggio, magazzini portuali e silos granari, fabbriche di concimi e immobili urbani, decine di sedi di filiali dei consorzi agrari costruite, all’alba del secolo, ai margini di borghi maggiori e minori della geografia italica, ora pronti, ottenuta una licenza, ad essere trasformati in supermercati o in sedi bancarie.

            Il confronto è senza quartiere, l’esito incerto: se il realismo impone di riconoscere la preponderanza delle forze che pretendono che il processo sia chiuso senza nulla chiarire, la vicenda dimenticata, e che chi nell’arrembaggio si è impossessato di un’azienda agricola, o di un’industria agroalimentare ne possa godere tranquillamente, la fiducia nelle ragioni del diritto, e la confidenza nelle risorse morali del Paese, sostiene la speranza  che chi pretende che gli interrogativi abbiano risposta, e la preda sia restituita ai legittimi titolari, gli agricoltori italiani, possa prevalere sulla forza del sopruso.

 

Omertà o correità?

            A rendere più ardua l’opera di chi pretende di conoscere la verità sul più oscuro fallimento della storia repubblicana è, si deve sottolineare, l’atteggiamento delle forze che della Federconsorzi hanno goduto, dal 1948, dell’indiscussa signoria, due organizzazioni professionali nelle quali tanto un’indagine ministeriale quanto un’indagine parlamentare hanno identificato le beneficiarie, negli anni dell’agonia del dinosauro agroeconomico, di regalie senza discrezione né limiti, contanti, affitti di favore e servizi, che a difesa, incredibilmente, del transatlantico di cui impugnavano il timone non hanno esperito, nella confusione del grande assalto, alcun tentativo di difesa, accontentandosi che chi dal ponte di comando li stava scacciando cedesse loro una scialuppa, le sontuose sedi romane i cui prezzi di cessione hanno suscitato il sorriso di tutti gli esperti immobiliari, la degna conclusione di contratti di affitto di cui per decenni è stato l’inquilino a fissare, a proprio insindacabile arbitrio, l’entità, costituendo la concessione obbligo dell’organismo economico sul quale l’inquilino vantava la propria signoria feudale.

            Ad alimentare l’incredulità di chi dell’inerzia cerchi di individuare le radici è una ragione duplice: quell’inerzia si è manifestata, infatti, tanto all’atto dell’arrembaggio quanto dopo il suo compimento: durate l’assalto quando chi l’organismo governava disponeva di cento strumenti per opporsi alla rapina, poi, all’affondamento del galeone, quando le molteplici vicende processuali che il saccheggio ha generato hanno offerto a chi la rapina aveva subito mezzi molteplici per ristabilire il proprio diritto. I giudici di Perugia contestano ai finanzieri imputati del saccheggio di avere suggerito ai periti di contenere, nelle stime giudiziarie, il valore del patrimonio della Federconsorzi così che la sezione fallimentare del Tribunale di Roma fosse costretta a prendere atto del fallimento, e a procedere alla cessione dei beni, che un manipolo di creditori fortunati, banche e grandi industrie, offriva, con premura, di acquisire assumendo l’onere di liquidare i creditori minori.

Perché i responsabili delle organizzazioni che detenevano il potere sulla Federconsorzi non si sono opposti all’inganno estimatorio? Non conoscevano il valore dei beni che amministravano? Supporlo è inverosimile: maestri preclari di economia proclamavano, da decenni, che il patrimonio immobiliare della Federconsorzi costituisse, senza possibilità di confronti, il più cospicuo insieme di palazzi, terreni, stabilimenti d’Italia. Chi esamina la vicenda con animo libero da preconcetti non può non concepire il dubbio di un immane ricatto. Ma quale arma avrebbero detenuto, i corsari protagonisti all’arrembaggio, per ricattare il ceto che governava la Federconsorzi?

Il fato dell’ente si decise, riferisce la cronaca, la mattina del 17 maggio 1991, in una concitata riunione tra Lobianco, Andreotti, Cirino Pomicino, Forlani, Cristofori e Goria. Dopo un confronto alquanto crudo, gli “amici” di partito avrebbero imposto a Lobianco tre commissari che il presidente della Coldiretti non avrebbe mai accettato. Perché, consapevole della voragine debitoria scavata dai suoi legati, ma non meno conscio dell’entità del patrimonio, Lobianco non reagì?

Suggerì l’ipotesi per una risposta, nell’aprile del 1998, l’apertura di un fascicolo, alla Procura di Roma, destinato a raccogliere le eventuali prove di una colossale truffa, cui la Federconsorzi si sarebbe prestata, ai danni dell’Unione Europea, per soia che avrebbe goduto dei premi comunitari senza essere mai stata coltivata. Un’arma di indiscutibile efficacia: fu l’arma del ricatto? Quel fascicolo non ha fornito risposte: alla domanda dovranno rispondere gli storici futuri dell’agricoltura italiana, se troveranno ancora, e se ne deve dubitare, carte sulle quali svolgere le proprie indagini.

Una risposta assai più semplice può proporsi alla seconda delle domande che abbiamo proposto: perché gli antichi responsabili della Federconsorzi non abbiano contribuito di fare emergere la verità nei processi aperti dalla Magistratura a ragione della pletora di elementi equivoci della vicenda: gli antichi amministratori della Federconsorzi non collaborano, in quei processi, alla ricerca della verità perché negli stessi processi sono imputati del reato di bancarotta fraudolenta: salvati i palazzi romani sono i primi a desiderare che la vicenda si chiuda per sempre. Per spiegare inerzia e reticenze basti pensare che la prima delle organizzazioni agricole italiche è retta da una diarchia che rischia, per la mole delle irregolarità avallate sedendo nel collegio sindacale, lunghi anni di detenzione. Si potrà obiettare che le organizzazioni professionali non sono governate dai funzionari di grado maggiore, ma da presidenti intemerati, che non hanno a cuore che le sorti dell’agricoltura italiana, quali il signor Paolo Bedoni, un genuino rurale della schietta campagna veronese: perché il principio possa valere non è sufficiente, purtroppo, chiamarsi Paolo, bisogna anche chiamarsi Bonomi.

Pubblicato su Umbria Reporter 1 dic. 2001

 con le iniziali A. C.  (Antonio Cesare)

Tra silenzio e noia si conclude a Perugia il processo sullo scandalo Federconsorzi

 

Un’arringa opaca, fioca, incolore. Incredibilmente evasiva per chi avesse seguito, anche indirettamente, le indagini che la Procura della Repubblica di Perugia conduceva, da oltre quattro anni, su quello che pareva doversi classificare il maggiore scandalo fallimentare della storia d’Italia, il crack Federconsorzi, l’oscura vicenda che ha sottratto all’agricoltura italiana magazzini, silos, officine e aziende dimostrative del valore, pare, di oltre seimila miliardi.

Le indagini parevano preludere ad una requisitoria destinata a scrivere una pagina di storia patria, e non di quelle di rilievo minore. Invece il pubblico ministero si è perduto tra sottili quanto ineffabili sottigliezze giurisprudenziali, proponendole con la stanchezza di chi ha sorbito, anziché il caffè mattutino, tre tazze di camomilla: forse per prevenire scatti che potessero risultare offensivi per gli imputati. Gli imputati: pareva, nell’aula dove dovevano essere giudicati, che si fosse convenuto, pudicamente, di evitare di ricordarne persino i nomi. Il mondo dell’alta finanza e quello dell’alta politica hanno giudicato irriverente, è noto, che personaggi di tanto rilievo, giudici, presidenti di banche e grandi consulenti, potessero essere incriminati, giudicherebbe impudente fossero condannati, ma pareva, quattro anni addietro, quando a Perugia si raccoglievano le prime prove, che avessero perpetrato la più clamorosa appropriazione di beni altrui dalla fondazione della Repubblica, e che di quell’appropriazione sarebbero stati chiamati a rispondere.

Invece, effetto della camomilla? il pubblico ministero era fioco, lunghe pause per ritrovare il filo del discorso, fino a quando, visibilmente provato da tre quarti d’ora d’arringa, ha chiesto al presidente di potersi sedere. Ma nessuno ha mai ottenuto, seduto nella poltroncina, la condanna di un imputato qualsiasi: un famoso scrittore surrealista suggeriva di immaginare l’effetto delle famose Filippiche se il grande Demostene, il più famoso avvocato della storia, le avesse pronunciate seduto sul water.

Ma ad ascoltare Demostene c’era tutta la Grecia, nell’aula perugina, ad ascoltare l’arringa contro chi ha dissolto il maggiore apparato di servizi a favore dell’agricoltura italiana, non c’era praticamente nessuno: assente la stampa, che pare avere condiviso, compatta e ossequiente, il giudizio del mondo finanziario sull’irriverenza del procedimento, assente il mondo agricolo, che, accontentati gli antichi signori della Federconsorzi con un paio di felici operazioni immobiliari, di quanto si facesse del patrimonio Federconsorzi non si è più interessato.

Dopo il pubblico ministero prenderanno la parola gli avvocati delle parti civili, fondamentalmente i dipendenti della Federconsorzi, licenziati dopo il fallimento quindi danneggiati. I cui legali pare, curiosamente, condividessero, nei mesi scorsi, l’opzione di quanti erano schierati con gli imputati, che del processo di Perugia nessuno dovesse parlare, per trattare riservatamente. Ma se, nel silenzio, i protagonisti dell’avventura saranno assolti, è difficile immaginare che possano attendere un risarcimento i dipendenti licenziati.

Perché, data la levità delle pene richieste dal pubblico ministero, non è infondato supporre che l’assoluzione costituisca l’eventualità più probabile. Gli imputati sono difesi da insigni luminari del giure, che nei giorni prossimi si produrranno in pirotecnie mirabolanti. E nel silenzio imposto dal mondo finanziario sulla vicenda, il collegio giudicante non riceverà alcuno stimolo alla severità da parte dell’opinione pubblica.

Il processo di Perugia nacque, ricordiamolo, negli anni di Tangentopoli: a Perugia si doveva celebrare la Tangentopoli dell’agricoltura, ma i procuratori impegnati in Tangentopoli erano le avanguardie di un grande movimento di opinione, e di un ceto politico che voleva sostituirsi a quello da troppi anni imperante. L’opinione pubblica ha dimostrato di non volersi interessare di scandali agrari, i giornali si sono guardati dal turbare vicende economico-giudiziarie che qualcuno avrà forse suggerito essere meglio ignorare, il mondo agricolo si è ritirato. Nel disinteresse generale, i grandi luminari del diritto non avranno bisogno, probabilmente, di sfoderare le proprie risorse migliori.

04.09.2003

Antonio Saltini

 

 

Il giornale dell’Umbria, 21 settembre 2002

Il corriere dell’Umbria, 26 settembre 2002

 

 

 

 

 

 

 

Le reazioni della stampa alla sentenza di Perugia sullo scandalo Federconsorzi

Il coraggio di scrivere la storia

Dopo lunghi anni di indagini il Tribunale di Perugia ha condannato, con una sentenza coraggiosa, chi ha trasformato il fallimento della Federconsorzi nella più colossale appropriazione dei beni di un ente male amministrato della storia d’Italia, ha scritto a caratteri indelebili una delle pagine più vergognose della storia del Paese. Sapranno mostrare altrettanto coraggio i giudici romani chiamati a concludere il processo che dovrebbe rispondere agli interrogativi correlati sull’inquietante vicenda?

 

            “Professore, perché tanto accanimento dei giudici contro di lei?” Questa domanda al condannato ha costituito la risposta della stampa legata ai potentati finanziari alla sentenza con cui il Tribunale penale di Perugia ha condannato alla detenzione Pellegrino Capaldo, presidente di banche e società finanziarie, e Ivo Greco presidente della Sezione fallimentare del Tribunale di Roma, cui aveva imputato di avere manipolato la procedura fallimentare aperta sulla Federconsorzi, la holding cooperativa che forniva all’agricoltura italiana i servizi di centinaia di depositi di cereali, di officine di trattori, di punti di distribuzione di antiparassitari, fertilizzanti e carburanti. Gli imputati erano accusati di avere occultato il valore del patrimonio e di avere operato perché di quel patrimonio potesse appropriarsi, a danno degli agricoltori italiani, dei soci, dei dipendenti e degli altri creditori, un gruppo di grandi banche.

            Pochi dei giornali che hanno intervistato, all’indomani della sentenza, il professor
Capaldo, lamentando l’iniquità dei giudici, avevano fornito ai lettori, nel corso delle lunghe indagini, qualche riga sul processo che sottoponeva a giudizio quello che appariva il maggiore scandalo fallimentare della storia della Patria: al confronto lo scandalo celeberrimo della Banca Romana, l’antico antecedente dell’istituto presieduto da Capaldo, trascolora, per la diversità dei valori, in piccolo imbroglio del sottobosco politico di una nazione contadina. Poche righe che del rilievo della vicenda erano incapaci di permettere la percezione: comprensibile l’indignazione dei lettori, che apprendevano della condanna a conclusione di un processo che il quotidiano di fiducia aveva praticamente ignorato, mancando di accendere il timore dell’esecrabile eventualità che  i giudici di Perugia potessero meditare la condanna di persone tanto influenti, stimate, inattaccabili quali il professor Capaldo ed il dottor Greco.

            Che a Perugia si potesse giungere ad una condanna era eventualità esclusa da tutti gli osservatori: troppo influenti gli imputati, troppo ingenti gli interessi economici di cui Capaldo è l’alfiere, troppo eloquente il silenzio della stampa durante i lunghi anni di indagini, oltre al dubbio aleggiante dell’assonanza tra i vertici del potere finanziario e quelli dell’autorità giudiziaria. Chi dubitava della possibilità di una condanna credeva di reperire una conferma dei propri timori nell’arringa del pubblico ministero, il dottor Dario Razzi, che, protagonista di un’inchiesta di straordinario coraggio, di assoluto rigore, di ammirevole lucidità, pareva essere stato impressionato  dal minaccioso silenzio della stampa, dal trasparente sostegno degli imputati da parte del potere politico e finanziario, e non offriva, il giorno fatidico delle conclusioni, una prova particolarmente brillante di eloquenza, a causa, è stato spiegato, di un malessere autunnale.

            Se il pubblico ministero non godeva, il giorno dell’arringa, delle proprie condizioni migliori, la messe di prove accumulate dal dottor Razzi durante le indagini preliminari, confermate dagli interrogatori durante il dibattimento, imbrigliava i difensori degli imputati, un Gotha di principi del foro, in pastoie da cui non parevano in grado di districarsi, assicurava agli avvocati di parte civile, il drappello dei giovani legali che tutelavano gli enti ed i privati danneggiati dal fallimento, gli strumenti di un attacco che sommergeva gli imputati nelle prove di colpevolezza. Razzi stesso, superata la giornata infausta, si profondeva, nella replica finale, in un saggio di efficacia oratoria che suscitava l’ammirazione di tutti i presenti. Il tribunale condannava a pene maggiori di quelle richiesta dal pubblico ministero.

            Per la lucidità e il coraggio di un magistrato inquirente e di una giuria penale il Paese può capire, ora, una pagina capitale della storia delle proprie istituzioni agricole, le modalità con le quali è stato distrutto il maggiore patrimonio a servizio dell’agricoltura nazionale, un insieme di silos portuali, di stabilimenti per trasformare il latte in formaggi, la frutta in succhi e confetture, di fabbriche di concimi, un organismo che, creato dagli spiriti più lungimiranti dell’agricoltura italiana nel corrusco crepuscolo dell’Ottocento, è stato potenziato, in un secolo di attività, dall’opera di migliaia di amministratori, dai contributi di decine di governi, il supporto della Nazione a un’agricoltura che essa voleva moderna, funzionale, dinamica. Quel patrimonio, che i cultori di economia agraria di qualche esperienza sapevano valere dieci, forse dodicimila miliardi, è stato stimato, dai periti scelti dal dottor Greco, meno delle cinque migliaia di miliardi del passivo dell’organismo.

Perché meno dell’entità del passivo? Fosse stato stimato superiore di una lira sola alle passività, i curatori del fallimento sarebbero stati costretti a convocare l’assemblea dei soci, i presidenti dei consorzi agrari provinciali, e in quell’assemblea una voce, anche una voce sola, avrebbe potuto levarsi e denunciare l’enormità del delitto che si stava compiendo. Attribuire  al patrimonio della Federconsorzi un valore inferiore alla somma dei debiti non consentiva solo, peraltro, di imbavagliare i soci, apriva la strada a quello che Perugia ha dimostrato avere costituito il disegno criminoso dei condannati: convincere la maggioranza dei creditori ad accettare il trasferimento di quel patrimonio ad un novero ristretto di banche, che assumeva l’onere di liquidare i creditori diversi secondo la percentuale minore che questi accettassero a risarcimento di quanto loro dovuto, riservandosi il lucro della differenza tra il valore concordato e quello obiettivo. Che chi aveva immaginato il piano, e affidato le stime a periti di fiducia, sapeva essere ampiamente superiore non solo alla percentuale concordata con i creditori, ma all’entità complessiva dei crediti prima della loro decurtazione.

Chiarito, da una sentenza che fornisce, a supporto della condanna, un novero di prove che fonda la più solida sicurezza penale, morale e storica, che il patrimonio era superiore al passivo, si impongono due domande inquietanti: La prima: se tutti gli esperti di economia agraria conoscevano il valore del patrimonio della Federconsorzi, è possibile che potessero ignorarlo coloro che direttamente, dal consiglio di amministrazione, o indirettamente, dal vertice di due organizzazioni professionali, governavano l’organismo? Supporlo non è possibile. Ma perché, allora, ed è la seconda domanda, a difesa della Federconsorzi, i responsabili non hanno usato uno solo dei mezzi che il diritto fallimentare offriva loro, dalla convocazione dell’assemblea all’impugnazione degli atti procedurali?

L’impossibilità di una risposta apre tre quesiti complementari. Erano dunque tanto gravi le colpe degli amministratori nell’accumulo di cinque migliaia di miliardi di debiti, da impedire loro qualunque difesa? Quell’impossibilità ha offerto l’occasione a qualcuno, nel mondo oscuro in cui si consumava, sotto lo scettro di Andreotti, il tramonto della Democrazia Cristiana, di ricattarli, e di lasciare il grande galeone cooperativo indifeso di fronte all’assalto di tutte le filibuste finanziarie? O v’erano, forse, a aprire la strada al ricatto, anche ragioni diverse dalla cattiva amministrazione?

Sono domande cui non si potevano attendere risposte dal processo di Perugia, che la sentenza di Perugia impone con cogenza. E’ tuttora aperto, a Roma, un secondo processo, contro gli amministratori della Federconsorzi negli anni del naufragio, il processo che dovrebbe stabilire le responsabilità degli uomini cui gli agricoltori italiani avevano rimesso la guida del grande apparato cooperativo che quegli uomini hanno condotto al disastro. Da quel processo potrebbe venire la risposta che consentirebbe di definire l’insieme della vicenda che ha chiuso un ciclo secolare della storia dell’agricoltura nazionale. Ma avranno i giudici di Roma, contro le pressioni dell’alta finanza, contro il silenzio della grande stampa, il coraggio che hanno saputo dimostrare, a Perugia, un pubblico ministero e un collegio giudicante?

Il giornale dell’Umbria, 21 dicembre 2002