L´incubo del naufragio nazionale inquieta il sonno degli italiani, che per addormentarsi raddoppiano le ore di televisione convincendosi, per assopirsi, che l´evento non si verificherà, comunque, domani, è rinviato a dopodomani. Repentinamente un manipolo di economisti italici con cattedra nelle più prestigiose università americane infrange la quiete nazionale proclamando che non si può più aspettare, che si debbono gettare in mare comandante e ufficiali della nave Italia, sottrarre loro il timone, felicemente diretto al mare degli iceberg, e mutare radicalmente rotta. Chi non lo farà guadagnerà la condanna di figli e nipoti, che la sua inerzia destina a vivere in un paese a metà tra decadenza romana e torpore ottomano. Quanti italiani ascolteranno l´invito, quanti conteranno ancora che furbizia e fortuna li esonerino, ancora una volta, da ogni scelta?

Che sette economisti e giornalisti firmino un manifesto che propone di ¨fermare il declino¨ del Paese è, in sé, evento che suscita meraviglia: l´atteggiamento comune degli Italiani di fronte all´evidenza del progressivo tramonto degli splendori di un ormai remoto ¨miracolo italiano¨ pare essere la rassegnazione. Aggiunge alla meraviglia la sorpresa sapere che metà dei volonterosi è costituita da italiani che insegnano economia in qualche prestigiosa università americana. Se è noto che la cultura anglosassone guarda con malcelato compiacimento, da anni, all´Italian agony, può apparire stupefacente che siano proprio italiani immersi in quella cultura, che si immagina abbiano chiuso per sempre, per fuggirne il destino di decadenza, con la Patria lontana, a proporsi, e a proporre, di ¨fermarne il declino¨. Dall´osservatorio da cui guardano l´Italia, un osservatorio da cui il decadimento è chiaramente collocabile nella cornice internazionale, reputano, palesemente, che esso non sia fatale, che, anzi, lo si possa arrestare. E firmano il manifesto che riunisca quanti vogliono impegnarsi, con loro, nell´impresa.

Sono state meraviglia, sorpresa, persino, forse, incredulità, a ricolmare la sala teatrale in cui Michele Boldrin, primo tra i firmatari del manifesto, ne ha illustrato i caposaldi a un uditorio medenese riunito dai messaggi trasmessi da p.c. a p.c., o dal più primitivo richiamo da bocca a bocca. La mescolanza di sentimenti che ha condotto il pubblico ad ascoltare il relatore si è repentinamente convertita nella più inquieta attenzione all´esordio dell´allocuzione, che Boldrin ha iniziato proclamando che la prima condizione per salvare il Paese è il licenziamento, in tronco, della classe politica che lo governa: in tronco, siccome, oneste o disoneste che possano essere state le intenzioni individuali, quella classe politica è stata unanime, più propriamente connivente, nelle scelte, o nelle non scelte, che la decadenza hanno determinato. Prova la connivenza la constatazione che mentre tra gli Italiani privi di ruoli politici la percezione del declino è, ormai, generale e radicata, nessuna voce si è mai levata, nelle assemblee romane, nei venti parlamentini regionali, a dichiarare, con inequivocabile chiarezza, che la strada sulla quale è diretta la società nazionale è la strada del degrado civile, economico, culturale.

All´enunciazione del primo articolo del manifesto è seguita, nell´allocuzione di Boldrin, l´illustrazione dei punti capitali di un programma economico per arrestare, prima di tutto, il disastro economico: l´Italia sta impoverendosi, ha spiegato il promotore del manifesto, perché il ceto che la governa rifiuta, con eroica tenacia, di affrontare i nodi autentici del bilancio nazionale. Lo Stato deve liberarsi, ha proclamato, degli organismi economici che impongono, da anni, oneri immensi senza offrire benefici che li giustifichino: Ferrovie, Eni e Alitalia debbono essere privatizzati, i comuni in bancarotta debbono vendere i popri palazzi e risanare i conti. Tutta l´Amministrazione pubblica deve stabilire con l´alta dirigenza rapporti diversi, di diritto privato, che comportino stipendi comparabili a quelli del settore privato, consentano di licenziare gli inetti, non impongano gli oneri di fine rapporto di cui gode un alto burocrate. E, se non si vuole condannare i giovani alla vecchiaia nella miseria, si debbono tagliare le pensioni: chi percepisce un assegno di vecchiaia di numerose migliaia, o di decine di migliaia di euro, si appropria di quanto non è suo, quell´assegno deve essere ricomputato sulla base di quanto chi ne beneficia abbia versato, quanto superi versamenti e interessi non gli è moralmente dovuto. All´asserzione Boldrin univa un computo sommario della differenza che sussisterebbe, in relazione al prodotto nazionale, ricalcolando tutte le pensioni sulla base di quanto ogni pensionato abbia realmente pagato rispetto agli assegni stabiliti da leggi di favore che hanno donato a categorie previlegiate quanto sarebbero stati costretti a pagare, nei decenni successivi, giovani per i quali è già impresa disperata reperire un lavoro, per di più costretti a pagare i doni elargiti da un ras che regalando pensioni astronomiche si assicurava la fedeltà dei propri califfi.

Un imperativo categorico, cacciamo chi sta dirigendo la nave al naufragio, unito all´enunciazione di alcune, drastiche misure per ristabilire nei conti pubblici l´equilibrio senza il quale il naufragio sarà inevitabile. Il governo Monti ha salvato i titoli di Stato, ha riconosciuto Boldrin, ha evitato che per finanziare il proprio debito l´Italia dovesse pagare interessi che l´avrebbero per sempre soffocata. Ma dopo avere salvato i bot il Professore non ha toccato nessuno dei totem che la classe politica venera come inviolabili. Senza abbattere quei totem il salvataggio dei bot non è che il temporaneo rinvio dell´inevitabile ¨resa dei conti¨.

Al manifesto dei Sette Boldrin ha dichiarato di avere registrato un´entità di adesioni superiore alle attese: c´é un´Italia, ha dichiarato, che pretende un futuro di sviluppo e benessere, che si dimostra pronta a unirsi a chi quel futuro voglia restituirle. All´Italia che ha accolto l´invito dei sette compagni Boldrin non ha voluto, onestamente, attribuire dimensioni precise. I Sette hanno lanciato un richiamo coraggioso, qualcuno ha risposto: non è certamente dall´entità dell´uditorio che ha ascoltato l´invito a Modena, né da quelli che già lo hanno ascoltato in dieci, in venti città venete o lombarde, che può misurarsi quale parte dell´Italica gente sia pronta a schierarsi per interrompere la rotta verso la catastrofe. Che, più o meno prossimo, il naufragio sia inevitabile, costituisce, lo dicono mille segni, convincimento diffuso dalle Alpi al Lilibeo, è certo, peraltro, che in mille cuori italici insieme alla certezza del naufragio ferve la tenace speranza che ¨io speriamo che me la cavo¨. Che tutti ce la possiamo cavare non è, in termini probabilistici, possibile, ma se tutti pretendiamo di essere inclusi tra i privilegiati, l´affondamento è, data la rotta, inevitabile.

14 novembre 2012







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