Estrazione della canapa dal macero del Guercino: il pittore colloca in un immaginario scenario collinare
l'operazione che ha veduto ripetere cento volte nella pianura di Cento. Da Antonio Saltini,
Storia delle scienze agrarie, vol I, Bologna 1984

La canapa rappresentò, durante l’età della marineria velica, un prodotto strategico per l’industria navale, indispensabile per la realizzazione di corde e di vele. Inserita fin dall’alto Medioevo in un contesto di guerre sul mare e di crescente potenziamento delle proprie flotte, Venezia affrontò presto il problema di assicurare continuità e prezzi convenienti alla forniture di fibra, un obiettivo perseguito dapprima incrementando le importazioni dal Bolognese, dalle Marche, ma anche dalle più lontane terre pontiche e, successivamente, integrando il prodotto estero con la produzione interna. Esaminate le modalità con cui la Serenissima perseguì l’obiettivo di garantire al proprio Arsenale forniture regolari di questa materia prima a costi contenuti, l’Autore ricostruisce le origini e lo sviluppo delle ‘piantagioni nazionali’, analizza, quindi, l’andamento de mercato delle tele di canapa per concludere con alcune considerazioni sulla politica economica veneta con riferimento a due prodotti fondamentali per l’armamento navale[1].


1. La ‘canapicoltura nazionale’

Fin dalla sua fondazione Venezia, avamposto di Bisanzio nell’Adriatico settentrionale [2] e porto di notevole rilevanza per i traffici tra Oriente ed Occidente come pure per quelli tra l’entroterra padano ed il Levante, aveva assistito ad un continuo e progressivo sviluppo della propria flotta militare e mercantile, evoluzione che subì una marcata accelerazione in seguito alla partecipazione alla Quarta Crociata (1202-1204), all’acuirsi della rivalità con Genova, all’ampliarsi della zona d’influenza veneta a tutto il Mediterraneo orientale e, infine, all’avvio, durante il Quattrocento, delle “guerre turche” [3].In tale contesto la città marciana si dotò assai presto di una marina stabile, costruì flotte sempre più numerose e creò, a sostegno dell’armata di mare, il grande arsenale di Castello ed alcune strutture minori nei principali centri dello “Stato da Mar”, simboli e testimonianze delle nuove esigenze [4].

Questa evoluzione produsse, ovviamente, sensibili effetti sul fabbisogno delle materie prime destinate al cantiere di Stato, tra le quali, oltre al legno ed al ferro, emergeva sempre più la canapa, necessaria alla fabbricazione di cavi e, unitamente al lino o al cotone, di vele [5]. L’incremento della domanda pubblica si scontrò tuttavia con un’offerta assai rigida e caratterizzata dalla concentrazione geografica delle maggiori produzioni, limitate, almeno fino al XV secolo, alle terre emiliane ed a quelle pontiche, e dalla diffusa presenza di piccole piantagioni, generalmente poste ai margini dell’azienda agricola, per lo più atte a generare raccolti di scarsa qualità e quindi incapaci di soddisfare le esigenze degli arsenali [6].

Venezia reagì alla crescente tensione tra domanda ed offerta riservando la disponibilità delle fibre presenti sul territorio nazionale alla propria cantieristica ― facendone un genere di monopolio [7] ― e consolidando i flussi di importazione provenienti in primo luogo dai mercati emiliani e da quelli della città di Tana [8], emporio delle fibre russe ed ucraine, e, per aliquote minori, dalle Marche e dal Piemonte [9].

I rapporti commerciali così stabilitisi vennero, tuttavia, sottoposti a crescenti tensioni durante l’ultimo Trecento: il tasso di crescita della domanda, sospinta dal fiorire dei traffici e dall’ampliarsi delle flotte in tutto il mondo occidentale, accelerò ulteriormente, mentre l’offerta, bloccati gli accessi al Mar Nero dall’irruzione turca nel Mediterraneo orientale, venne progressivamente privata degli apporti pontici [10]. Quando, nel 1461, cadde Trebisonda, la canapa russa non era più lavorata da tempo nei laboratori dell’Arsenale.

Contestualmente all’evoluzione politica ora tracciata crebbe il potere contrattuale dei produttori bolognesi, ormai beneficiari di un vero e proprio monopolio che, se duraturo, avrebbe potuto regalare all’Emilia un notevole peso economico e, forse, anche politico nell’Italia Nord-orientale. La partita, tuttavia, non era ancora chiusa e, con la conquista veneziana di ampli spazi nell’entroterra veneto durante il primo Quattrocento [11], vennero modificati, oltre ai confini italiani, anche le possibilità di scelta della Serenissima che, venne a disporre di territori sufficientemente vasti da poter ospitare ampie colture di canapa [12].

Questa ipotesi, nonostante le difficoltà ed i costi che la sua realizzazione avrebbe comportato e dei quali in molti, a Venezia, erano coscienti, divenne, tuttavia, sempre più attraente quanto più ci si inoltrava nel Quattrocento e la situazione politica e militare vedeva la Serenissima coinvolta in una pericolosa spirale di conflitti. In tale contesto anche gli antichi rapporti commerciali con Ferrara e Bologna apparivano troppo esposti alle alterne sorti delle alleanze per lasciare agli Emiliani il controllo di una materia prima tanto importante.

Valutando un insieme di elementi che univano, acuendone gli effetti, pericoli sulla terra e sul mare, tensioni nei traffici e la perdita di importanti rotte mediterranee, la classe dirigente veneta iniziò a considerare i Bolognesi non solo monopolisti di una merce essenziale, ma anche detentori di un’arma di ricatto al tempo steso politico ed economico, la cui potenza doveva essere, se non eliminata, almeno effettivamente smorzata. Maturò così, sotto la duplice pressione dell’avanzata turca e della lotta per il dominio dell’Italia Settentrionale, la decisione di sfruttare le terre padane per modificare a proprio vantaggio una situazione altrimenti bloccata in un’insidiosa dipendenza commerciale.

L’urgenza imposta dagli eventi, la volontà di ottenere in breve tempo raccolti abbondanti, nonché la necessità di controllare prezzi e qualità, indusse il Senato a programmare un intervento diretto dello Stato e di imporre ai conduttori di inserire la canapa nelle tradizionali rotazioni cerealicole? [13] Una volta sancito il ruolo fondamentale dello Stato nella creazione e gestione delle colture venete, vennero identificate le terre più adatte all’esperimento, definiti con precisione le estensioni coinvolte, acquisite le competenze tecniche necessarie ad una coltivazione ancora poco conosciuta, create nuove infrastrutture. Si predispose infine un’organizzazione di direzione, indirizzo e controllo capace di assicurare l’effettiva applicazione delle procedure di lavorazione ed il reale conseguimento degli obiettivi [14].

In primo luogo fu allora stabilito che la “canapicoltura nazionale” si sarebbe sviluppata tra Montagnana, Este e Cologna, approfittando dell’ottima struttura pedologica e della buona disponibilità idrica della regione [15]. Le piantagioni, poi, si sarebbero avvalse dell’intero “Palù di Prova”, un’area di proprietà della comunità di Montagnana, di recente bonificata, suddivisa in numerosi lotti ed affittata ai coloni locali [16], alla quale sarebbero poi stati aggiunti altri terreni della provincia ottenuti imponendo a tutti i conduttori di quelle terre di coltivare a canapa un campo per ogni paio di buoi posseduti. “Item volemo ed ordenemo”, recita la “parte” istitutiva delle piantagioni venete approvata il 25 ottobre 1455, “per dare principio al semenare di detti canevi che i cittadini di Montagnana e suoi borghi [...] per nostra decisione debbano seminare per cadaun paio di buoi campi doi di canapa”  [17]. Il risultato fu di disporre di circa 800 “campi” vincolati [18].

Per quanto attiene a questi primi provvedimenti, rileviamo innanzitutto che la scelta del “parametro” per l’attribuzione dell’obbligo di coltivazione, probabile frutto di un compromesso tra i volumi di fibra ricercati, le caratteristiche di una coltura bisognosa di arature profonde e di ampie concimazioni e l’effettiva disponibilità di animali da tiro, non poteva, tuttavia, essere considerato ottimale da un punto di vista meramente agrario. La preparazione dei campi di canapa prevedeva, infatti, che, nelle terre profonde del “Palù” e, in generale, del circondario di Montagnana, venissero impiegati aratri pesanti, del tipo di quelli utilizzati nel Bolognese [19]. Il loro impiego, tuttavia, obbligava ad aggiogare non due, bensì sei, sette e, nei terreni argillosi, anche otto paia di buoi in linea, circostanza che li rendeva oltremodo costosi e di difficile impiego [20]. Il Veneto, cronicamente gravato da pascoli insufficienti, non arrivò mai, almeno sotto la dominazione veneziana, a fruire di tanta forza di traino, un limite che produsse effetti negativi sia sulla lavorazione della terra, sia sulla disponibilità di concimi.

Per quanto attiene, invece, alla decisione di destinare l’intero “Palù” di Montagnana alla canapicoltura, occorre, per valutarne i presupposti e le conseguenze, identificare la natura giuridica dei diritti gravanti sul territorio, nonché quella dei legittimi titolari. In effetti, se le terre fossero state un bene comunale, e dunque formalmente di proprietà dell’erario veneziano, ma lasciate, di fatto, in usufrutto gratuito alla comunità di villaggio affinché, in ottemperanza ad antiche consuetudini, venisse destinato a pascolo o a bosco, l’applicazione della norma, pur rappresentando un valido atto di disposizione di una proprietà statale da parte dell’amministrazione marciana, avrebbe eliminato d’un sol tratto secolari tradizioni e, spogliando i contadini di vantaggi economici di non poco conto, ne avrebbe suscitato la naturale opposizione. Qualora, invece, i terreni fossero stati beni comuni, ossia di proprietà della comunità di villaggio e da questa come tali gestiti, l’atto si sarebbe certamente configurato come un’ingiusta intromissione del potere centrale nella sfera giuridica locale, ma non avrebbe, d’altro canto, in alcun modo intaccato diritti consuetudinari della popolazione agraria, di fatto inesistenti sull’oggetto della pretesa pubblica [21]. Nel caso specifico, la comunità di Montagnana, ossia l’insieme dei nobili della città, vantava probabilmente su questi terreni un effettivo titolo di proprietà, che sfruttava economicamente affittando il “Palù” ai villici della campagna circostante. Tale interpretazione è suggerita, tra l’altro, dallo stesso provvedimento che interrompe i contratti stipulati tra la comunità ed i conduttori e sostituisce tali accordi con patti decennali, voluto dalla Repubblica per garantire la permanenza del fittavolo ed incentivare così le opere d’investimento e di miglioramento fondiario connesse con l’introduzione della canapicoltura, che, se si fosse trattato di beni comunali, sarebbe risultato superfluo in quanto quelle terre non avrebbero potuto essere legalmente affittate. In tale ipotesi, infatti, la stessa città di Montagnana avrebbe dovuto, per obbligo legale, lasciare i terreni al libero utilizzo come pascolo o bosco e, quindi, non sarebbe stata autorizzata a suddividerli in lotti e, tanto meno, a cederli in affitto.

Calando l’applicazione della norma del 1455 nel contesto ora descritto, si comprende che essa determinò conseguenze profondamente diverse sul comune padovano, che, privato del pieno esercizio del diritto proprietario, del controllo produttivo sulle terre, nonché della possibilità di “ritoccare” con la frequenza voluta i termini contrattuali, dovette limitarsi alla semplice riscossione dei canoni d’affitto; sulla Repubblica, la quale, invece, acquisì, con un semplice atto legislativo, la facoltà di decidere la destinazione d’uso di un bene altrui; e sui fittavoli. Questi ultimi furono, almeno apparentemente, gli unici reali beneficiari, assieme all’Arsenale, del provvedimento, poiché approfittarono della sicurezza della vendita dell’intero raccolto, della relativa stabilità del prezzo, nonché di scadenze contrattuali decisamente più favorevoli di quelle precedenti, riducendo l’incertezza derivante dai rapporti produttivi già in atto e migliorando, quindi, la loro generale posizione economica. Tale interpretazione potrebbe spiegare l’iniziale reazione positiva dei conduttori alla nuova coltura ed i buoni risultati che tale attività conseguì, per oltre un secolo, fino a quando, come vedremo, fattori esogeni attinenti, soprattutto, alla crescita delle quotazioni cerealicole rispetto al prezzo pubblico della canapa, resero questa coltura sempre meno conveniente.

Se l’introduzione della canapicoltura nei terreni del Palù avrebbe prodotto conseguenze globalmente positive per la popolazione agraria, questa considerazione non può essere estesa nei medesimi termini al suo sviluppo nelle terre private, in quanto ad esse mancò il fondamentale requisito della continuità dei patti agrari sul lungo periodo. In effetti le misure volte ad allungare le scadenze dei patti agrari si applicarono solo ai territori di proprietà pubblica, creando in tal modo un’evidente asimmetria con le aree private e gravando un’ampia quota delle colture padovane di un limite foriero di pesanti conseguenze sull’attuazione delle opere strutturali, sulla loro manutenzione e, in definitiva, sullo sviluppo del progetto [22].

Definiti gli ambiti e l’entità delle coltivazioni, il Senato volle applicare alla canapicoltura padovana le migliori tecniche e competenze allora disponibili e dotarla di infrastrutture capaci di assicurare la massima qualità del prodotto. A tal scopo fu assunto Michele da Budrio, un agronomo emiliano esperto nella materia, a cui venne affidata la direzione “tecnica” del progetto [23]. Egli, conoscendo le procedure che abbracciavano l’intero ciclo produttivo, dalla semina, alla macerazione [24], le diffuse presso proprietari e fittavoli e ne controllò l’attuazione; diede indicazioni per la costruzione di “maceratoi alla bolognese” [25], dotati di stili in rovere e circondati da una zona a prato su cui distendere i fasci [26]; fece scavare canali per l’alimentazione delle vasche e strutturò i canapai entro una rete di fossi per impedire il ristagno delle acque in eccesso; predispose, infine, dei depositi di fibre presso le maggiori proprietà ed una grande “tana” a Montagnana, dove concentrare la canapa prima del trasporto a Venezia attraverso le vie dell’Adige o del Frassine [27].

Conseguito, tramite tali provvedimenti, il duplice obiettivo di creare i presupposti di una produzione rispondente, per qualità e quantità, alle esigenze della Casa e di garantirne la stabilità nel tempo, il Pregadi stabilì i termini e le regole per la cessione della materia prima al cantiere pubblico: lo Stato avrebbe goduto di un diritto di prelazione sulle fibre prodotte e lo avrebbe esercitato, nei limiti di quanto necessario all’Arsenale, applicando alla merce un valore determinato dallo stesso Senato e reso noto dal Patrono inviato a Montagnana per procedere materialmente alle compere. Nel secondo Cinquecento, a causa della crescenti tensioni sul mercato, dell’evidente insufficienza dell’offerta ed al fine di garantire, in tale contesto, le prioritarie esigenze del cantiere di Castello, la norma venne modificata trasformando la precedente facoltà pubblica in un obbligo di cessione dell’intero raccolto indipendentemente dal fabbisogno della Casa [28].

Le conseguenze del provvedimento, senza dubbio importante in quanto formalizzò il monopolio dello Stato sulla canapa “nazionale”, risultano, tuttavia, di difficile interpretazione. Da un lato, infatti, saremmo indotti a valutare negativamente una legge tanto restrittiva della libertà di scambio ed a considerarla una pesante ipoteca per lo sviluppo delle coltivazioni padovane. Il conduttore, in primo luogo, potendo trarre da quantità e qualità aggiuntive solo il prezzo garantito ed essendo stato privato, quindi, della possibilità di ottenere, a fronte di investimenti in opere e strutture, un maggiore profitto unitario, non avrebbe avuto alcun incentivo ad aumentare la produzione, ma, nel tentativo di allargare i propri margini, sarebbe stato solamente indotto a ridurre quanto più possibile il costo medio di produzione. Il divieto di cessione privata avrebbe, poi, rappresentato un limite insuperabile per la creazione e lo sviluppo di un mercato della canapa parallelo a quello pubblico, elemento che si sarebbe a sua volto risolto in uno sprone all’incremento delle transazioni illegali ed il mercato nero sarebbe risultato l’unico sbocco sia per chi avesse desiderato trarre dall’attività maggiori profitti, sia per chi avesse avuto bisogno di materia prima in quantità eccedenti a quelle disponibili sul mercato ufficiale dopo la provvista pubblica. La garanzia della vendita e del guadagno, infine, avrebbe spinto i fittavoli a produrre nelle qualità e quantità minime richieste, destinando risorse ed energie ad altre produzioni e conseguendo, così, un duplice guadagno.

Il meccanismo, tuttavia, avrebbe anche potuto funzionare in senso opposto.

La certezza dell’acquisto dell’intero raccolto da parte dello Stato ad un prezzo prefissato, infatti, avrebbe anche indotto i contadini a dedicarsi maggiormente ad una coltura forse meno remunerativa di altre, ma sulla quale non gravava alcun rischio, se non il mancato raggiungimento della qualità minima voluta dalla Serenissima; i conduttori, poi, avrebbero incrementato le estensioni e le rese per aggiudicarsi, se non maggiori profitti unitari, almeno un reddito più alto; gli agricoltori, infine, avrebbero sviluppato la canapicoltura anche al fine di sottrarsi a transazioni nelle quali raramente costituivano la parte più forte e dove, oltre alle oscillazioni congiunturali, anche le reciproche relazioni contrattuali contribuivano alla formazione del prezzo.

Dalle considerazioni esposte si può dedurre che la reazione della campagna padovana all’introduzione della canapa derivò soprattutto dal rapporto di volta in volta raggiunto tra i compensi ed i costi di produzione, dalle eventuali maggiori opportunità di guadagno rinvenibili in coltivazioni alternative e quindi, in definitiva, dall’entità del prezzo garantito dallo Stato.

Quest’ultimo veniva determinato, almeno a partire dal XVI secolo e fino al secondo Settecento, attraverso una procedura che mirava a contemperare le necessità dei conduttori – coprire i costi sostenuti e remunerare il lavoro – con i differenti obiettivi economici e produttivi perseguiti dalla Repubblica. La prassi prevedeva, in primo luogo, di ricostruire, sulla base delle regole formalizzate da Michele da Budrio e delle dichiarazioni rese dagli stessi conduttori, le quantità impiegate per ciascun fattore produttivo – ivi compreso il lavoro –; di valorizzarle, poi, con i rispettivi prezzi di mercato; e di giungere, in tal modo, a identificare il presunto onere di coltivazione [29].

Individuato in tal modo il livello al di sotto del quale i corrispettivi non avrebbero potuto scendere senza provocare una perdita secca, si procedeva ad applicarvi eventuali maggiorazioni, destinate ad incentivare il miglioramento produttivo, lo sviluppo dei raccolti e l’incremento della qualità [30], la cui sussistenza ed entità riflettevano al tempo stesso la pluralità degli obiettivi perseguiti dalla Repubblica e lo scopo ritenuto di volta in volta prioritario. Tramite la sua determinazione, infatti, il Senato mirava in primo luogo a ricompensare i conduttori per il lavoro effettuato, evitando, almeno, che subissero un pregiudizio economico da tale attività; ad indurli, poi, ad un comportamento più attivo, volto a migliorare rendimenti e qualità; a provvedere, inoltre, l’Arsenale di merce pregiata ad un costo sostenibile; e, non da ultimo, ad ostacolare la crescita del valore delle fibre emiliane immettendo nel mercato un “bene calmiere”.

In realtà l’opposizione tra incompatibili necessità, divenuta presto evidente, si risolse, di fatto, quasi automaticamente a causa delle crescenti ristrettezze finanziarie della Repubblica, che indirizzarono sempre più le sue scelte verso obiettivi di bilancio con la conseguenza che, per lungo tempo, venne privilegiato il risparmio, producendo effetti deleteri sullo sviluppo delle coltivazioni padovane. La canapicoltura, remunerata ad un livello appena superiore al mero costo, decadde infatti velocemente quando il forte incremento dei prezzi del grano, manifestatosi in Italia a partire dagli ultimi anni del Cinquecento, ne rese la coltivazione non solo poco redditizia, ma anche sempre meno conveniente se rapportata a quella cerealicola ed i conduttori, scoraggiati da margini di guadagno eccessivamente contenuti, tentarono in massa di disertare le piantagioni di fibra per dedicarsi ad attività più remunerative.

Per garantire il buon funzionamento del sistema, infine, venne istituita una struttura organizzativa di indirizzo e controllo, forte di una ventina di persone, ramificata nel territorio padovano e direttamente collegata ai vertici dell’Arsenale. La direzione generale delle piantagioni, infatti, fu affidata ai Patroni e Provveditori, sulla base di una scelta non casuale, ma rispondente alla logica di sottoporre il controllo della produzione della materia prima al suo utilizzatore finale e, quindi, a chi meglio di tutti avrebbe dovuto conoscerne i requisiti qualitativi e le quantità necessarie a soddisfare il proprio fabbisogno. Tale decisione, d’altro canto, sanciva la diretta dipendenza tecnica, economica e amministrativa delle colture di Montagnana dal Cantiere di Castello e, limitando la proprietà ad un aspetto meramente formale, ne faceva un’appendice produttiva dell’Arsenale.

Simbolo e strumento di tale controllo fu il Provveditore ai canevi, il quale, già membro del supremo organo della Casa e nominato dal Senato, era inviato ogni anno a Montagnana. Lì, a diretto contatto con la realtà delle piantagioni, indirizzava il lavoro agrario [31]; reprimeva le inosservanze ed erogava le sanzioni; selezionava le fibre da inviare a Venezia; e, non da ultimo, fungeva da collegamento e tramite tra il “territorio” e la capitale, trasmettendo ai colleghi Patroni e Provveditori ed al Senato le istanze e le osservazioni di proprietari e conduttori e suggerendo interventi per migliorare le rese e ridurre i costi [32].

Per lo svolgimento delle sue mansioni e, in particolare per l’esecuzione degli acquisti, egli era coadiuvato da un pesador e da uno stimador, due “tecnici” nominati tra i dipendenti della “tana” [33], mandati a Montagnana per verificare la qualità, il valore ed il peso della merce, ed affiancati, nell’esecuzione di tale compito, da uno stimador ed un pesador eletti dal “Consiglio di Montagnana” e, naturalmente, pagati dalla cittadinanza, i quali, in rappresentanza della parte venditrice, sorvegliavano le procedure adottate e verificavano la correttezza delle misure ottenute, segno evidente d’una volontà pubblica di applicare procedure quanto più possibile trasparenti [34]. In caso di risultati discordanti, i rappresentanti dello Stato così come quelli dei privati potevano appellarsi al Patrono dell’Arsenale residente in quel momento a Montagnana, il quale istruiva un “processo d’inquisizione” e terminava sulla materia con decisione inappellabile [35].

Il Provveditore era poi coadiuvato da un cancelliere personale, addetto alla redazione dei documenti ed alla tenuta dei conti riguardanti il pubblico ufficio; da un proto della “tana”, sempre impiegato nell’esecuzione di compiti relativi alla selezione e valutazione della merce; da un fante, addetto alle più diverse mansioni che il servizio richiedeva, sorta di factotum al servizio del Provveditore [36]; nonché, infine, da un dogaliero e da un saltaro.

Al dogaliero era affidato il controllo delle acque, materia importante sia per la coltivazione, sia per la macerazione [37], mentre il saltaro [38], guardia forestale in primo luogo responsabile del controllo del territorio boschivo, era impiegato, nell’ambito della canapicoltura “nazionale”, per sorvegliare i maceratoi situati entro la zona di competenza al fine di garantirne l’integrità ed impedire che alcuni, per comodo personale o, addirittura, per danneggiare la “pubblica raccolta”, con atti che ben potevano considerarsi specchio dell’ostilità della popolazione verso tale coltivazione, ne tagliassero gli argini, vi transitassero con carri o vi lasciassero pascolare gli animali. Egli doveva inoltre osservare le semine, assicurarsi che le sementi utilizzate fossero di buona qualità, che i campi risultassero ben lavorati e, durante il mese d’agosto, aveva il dovere di ripercorrere le terre assieme al custode, al pesador ed allo stimador per valutare la qualità e la quantità di canapa ottenibile dall’ormai prossimo raccolto [39].

L’ultimo e, in realtà, il più importante collaboratore del Provveditore, era il soprastante, cioè il responsabile della conduzione “tecnico-agricola” delle coltivazioni e, soprattutto nella fase iniziale della “canapa nazionale”, l’incaricato della “formazione” di fittavoli e proprietari. L’origine dell’incarico è, probabilmente, da ricondurre ai caratteri di novità che, nei primi decenni del Quattrocento, questa coltivazione presentava per gli agricoltori veneti, nonché all’ovvio – e correlato – timore dei “magistrati” veneziani di non riuscire, senza un valido ausilio esterno, ad avviarla secondo giusti principi. Sulla base di tali premesse, quindi, il Senato affiancò, fin dall’inizio, ad una “direzione amministrativa”, una figura dalle sicure competenze [40], affinché predisponesse le procedure di lavoro, definisse le caratteristiche di mezzi ed infrastrutture e, non da ultimo, trasmettesse l’arte della canapicoltura agli agricoltori locali.

Da quanto esposto emerge dunque un’organizzazione completa dal punto di vista tecnico, amministrativo ed esecutivo, articolata e ramificata nel territorio e, al tempo stesso, estremamente centralizzata e direttamente collegata all’Arsenale di Venezia.

La posizione dei Patroni e Provveditori, in particolare, risulta di centrale importanza. Questi magistrati, infatti, gestivano tutte le variabili rilevanti per la produzione della canapa nazionale, dal prezzo d’acquisto agli aspetti tecnici della coltivazione, dalla creazione e manutenzione delle infrastrutture alla repressione delle inosservanze, dalla selezione delle fibre da inviare a Venezia all’organizzazione del trasporto. I conduttori ed i proprietari, invece, non partecipavano ad alcuna decisione rilevante, ma dovevano limitarsi ad eseguire quanto stabilito a Venezia, nei modi, nei tempi e con le procedure loro imposte. Privati di qualsiasi facoltà riconducibile ad un diritto reale, i proprietari concedevano una quota dei loro fondi allo Stato che li impiegava per la produzione del bene strategico per il suo esclusivo utilizzo; gli agricoltori, poi, risultavano semplici lavoratori di colture integrate all’interno del ciclo produttivo della Casa.


2. Obiettivi e risultati

Una volta assunta la decisione di creare la produzione interna e costituito, nell’arco di breve tempo e con pochi atti legislativi, il quadro giuridico ed organizzativo entro cui si sarebbe sviluppato il progetto, le coltivazioni “nazionali” furono avviate con estrema rapidità e, appena un anno dopo la “parte” istitutiva dell’obbligo di coltivazione, si ottennero i primi raccolti. Tutto ciò è sorprendente se si considera la complessità di lavorazioni che richiedevano non solo capacità e conoscenze “tecniche” appropriate, ma anche mezzi e costose infrastrutture: animali da tiro, aratri pesanti, maceratoi, corsi d’acqua ben regolati, disponibilità di concimi ed una manodopera numerosa ed efficiente. L’esperimento, comunque, decollò e, nell’arco di cinquant’anni, le campagne padovane furono in grado, se non di scalzare la fibra emiliana, almeno di rifornire adeguatamente l’Arsenale e di limitare le pretese degli esportatori bolognesi [41].

Questa positiva evoluzione non fu però definitiva e, meno di un secolo dopo la sua nascita, la produzione di Montagnana iniziò a manifestare i primi sintomi di crisi e a declinare sia in termini qualitativi, sia quantitativi [42].

La situazione si aggravò ulteriormente negli anni successivi alla battaglia di Lepanto. Dopo il trionfo ed un breve periodo di lotta incerta, a Venezia non rimaneva che una guerra strategicamente persa, un immane sforzo finanziario e, come unica consolazione, la possibilità di pensare che, se il conflitto non aveva permesso di modificare a proprio vantaggio le posizioni a Levante, la pace avrebbe consentito, almeno, di ridimensionare le spese militari. L’attività dell’Arsenale si ridusse così ai soli lavori di manutenzione, i costi di esercizio vennero ulteriormente contenuti e le forniture di materie prime limitate al minimo indispensabile. Gli effetti della nuova politica di risparmio sulle rese delle piantagioni non furono positivi, dato che, nell’arco di pochi anni, gli acquisti crollarono da oltre 1500 miara di libbre a poco più di 500 [43].

Il ridimensionamento della domanda aggravò senza dubbio l’entità di una crisi già in corso ed in breve i raccolti si ridussero a poche migliaia di libbre di fibra all’anno. Con il passare del tempo le esigenze dell’Arsenale furono sempre più soddisfatte dalle importazioni dall’Emilia – in veloce crescita a partire dall’ultimo Cinquecento – e della produzione interna non si parlò che per evidenziare gli effetti della crisi [44], incrementarne il prezzo nel tentativo di rendere la coltivazione più attraente, prevedere ulteriori controlli e più pesanti sanzioni, lamentare i “molti disordini”, le numerose truffe e sotterfugi di controllati e controllori, e, disperando in realtà di poter mutare effettivamente il corso degli eventi, adottare delle “parti” che rafforzassero il monopolio dello Stato sulle fibre presenti entro i propri confini [45].

Constatata l’inefficacia dei provvedimenti di incentivo e di repressione, il Senato decise di agire sul fronte “amministrativo”. Dapprima estese il monopolio di Stato a tutta la canapa presente sul territorio, anche a quella di scarsa qualità in precedenza lasciata alle libere transazioni, e successivamente, nel 1648, sostituì agli acquisti all’estero tramite appalti l’obbligo di cessione all’Arsenale, ad un prezzo fissato, del 10 % di tutta canapa importata [46].

Questa ultima misura, in particolare, determinò effetti molto positivi e comportò una profonda trasformazione del mercato della fibra veneta. Il cantiere di Stato, innanzitutto, ottenne sensibili benefici di costo e vide semplificate le proprie procedure d’acquisto. Non si dovette più, infatti, bandire appalti, verificare le proposte dei mercanti, sostenere trattative e concludere contratti, ma fu sufficiente applicare un prezzo, stabilito dal Pregadi per periodi assai lunghi, ad una quota delle quantità importate. Gli esportatori, d’altro canto, persero la possibilità di pretendere migliori condizioni tramite negoziazioni private e di praticare all’Arsenale i valori di mercato. La forza contrattuale degli operatori più importanti, in particolare, risultò fortemente ridimensionata, in quanto la norma, applicandosi indistintamente a tutti coloro che vendevano nella Repubblica, ne uguagliò la rilevanza agli occhi dell’acquirente pubblico [47]. Gli effetti negativi di un’offerta che, soprattutto dopo il protratto declino delle rese interne, era caratterizzata da una crescente concentrazione settoriale, vennero così drasticamente ridimensionati ed il cantiere di Stato, grazie ad un provvedimento legale ed approfittando del proprio peso economico – la Casa era senza dubbio il maggior acquirente di fibra dell’Adriatico –, riuscì a mutare una posizione di potenziale debolezza in una condizione di effettiva preminenza.

Gli eventi, comunque, stavano gradualmente modificandosi a favore della Serenissima.

Dal secondo Seicento, infatti, la fibra padovana iniziò una sorprendente, quanto inaspettata, rinascita [48]. Nel 1670 il Provveditore a Montagnana scrisse che “ora tutto è ben disposto e con le continue e frequenti semine de canevi le piantagioni si sono incamminate all’abbondanza” [49]. La relazione segnò un momento di svolta ed identificò un cambiamento assai profondo e duraturo. All’inizio del Settecento il Podestà di Padova confermava la continua crescita dei raccolti e, alla fine del XVIII secolo a Montagnana i campi erano diventati 1432, a Cologna Veneta 1168 ed a questi si erano aggiunti 300 “campi” a Noventa Vicentina, 207 a Poiana Maggiore e 60 ad Asigliano, per un totale di 3167 “campi” a fronte degli originari 840 [50]. Lo sviluppo della canapicoltura non si limitò, inoltre, alla crescita quantitativa, ma implicò anche un sensibile miglioramento della qualità, come dimostra il progressivo ampliarsi dell’ambito d’impiego del prodotto nazionale anche a lavorazioni prima riservate alle fibre emiliane di migliore qualità, lo sviluppo di telerie private, prima tra tutte quella carnica del Linussio [51], nonché l’affacciarsi della canapa veneta sui mercati internazionali. Alla caduta della Repubblica, poi, i risultati raggiunti permisero alla fibra padovana di compensare il diminuito consumo dell’Arsenale acquisendo commesse presso i grandi cantieri atlantici, un’evoluzione che risultò particolarmente vigorosa durante la seconda dominazione austriaca grazie alla politica di rilancio dello scalo marciano culminata con la concessione del porto franco. Bastimenti carichi di canapa lasciarono allora la laguna per l’Olanda, Brema, Amburgo o addirittura l’Inghilterra, dove la materia prima, trasformata in gòmene e manovre, serviva nelle più grandi flotte d’Occidente [52]. Constatati i limiti di tale commercio ed intuite le possibilità di allargare i benefici dell’agricoltura tramite lo sviluppo di industrie collegate, alcuni intraprendenti veneziani fondarono, nel 1888, il Canapificio Veneto, un importante opificio di lavorazione della canapa sito nel territorio di Cornuda [53], mentre a Vicenza sorse, per iniziativa di Giuseppe Roi, il Canapificio Vicentino. La fibra era ormai radicata non solo nel panorama agricolo veneto, ma, con la fabbricazione di corde e di tessuti, anche in quello industriale. L’evoluzione, di importanza non secondaria, permise di completare la filiera produttiva con le fasi a più alto valore aggiunto, e di inserire la canapicoltura tra le attività di effettiva rilevanza economica [54] avviando un processo simile a quello da tempo sperimentato nella vicina Emilia [55].


3. Le cause della decadenza

I fatti e l’evoluzione ora descritta, se confermano la ripresa della canapicoltura veneta a partire dal Settecento e la crescente rilevanza assunta da questa materia nell’economia della regione, non spiegano, tuttavia, le cause e le origini di una decadenza lunga 150 anni. Cosa accadde, ci chiediamo allora, durante i primi decenni del XVI secolo per generare una crisi tanto profonda e duratura? Perché, in altri termini, Venezia non riuscì a risollevare più velocemente le sorti delle proprie piantagioni e dovette attendere così a lungo per vedere risultati realmente positivi?

L’intero sistema, come in parte è già emerso in queste pagine, benché concepito e realizzato secondo principi e con una razionalità eccellenti anche secondo parametri attuali, racchiudeva alcune fondamentali contraddizioni interne, di ordine al tempo stesso economico, attinenti ai costi di produzione, ai prezzi delle derrate alternative ed ai compensi offerti ai conduttori, e sociale, ossia relative all’andamento demografico ed ai contratti agrari tradizionalmente praticati nel padovano. Queste, come vedremo, emersero gradualmente sotto la spinta di tensioni esterne e, una volta dispiegata la loro forza, pervasero la realtà padovana mettendo in serio pericolo l’intera costruzione.

Per quanto attiene, in primo luogo, al fattore economico notiamo che le stesse regole di cessione della materia prima all’Arsenale rappresentarono un elemento portante del progetto e, soprattutto nel contesto economico del secondo Cinquecento e primo Seicento, un aspetto assai debole della canapicoltura veneta.

L’esercizio del diritto di prelazione avrebbe potuto, in primo luogo, limitare l’incentivo a migliorare la produttività, contenere fortemente lo sviluppo di transazioni private e, in ultima analisi, sostenere, attraverso i più alti guadagni e le maggiori quantità acquisibili nel mercato nero, i commerci illegali. Gli effetti negativi dell’ammasso obbligatorio delle fibre a Venezia avrebbero allora agito sia dal lato dell’offerta, sia da quello della domanda: i produttori non avrebbero avuto alcun incentivo ad investire denaro e lavoro per ottenere maggiori qualità e quantità, delle quali avrebbe approfittato esclusivamente l’Arsenale e che, nel caso di minore fabbisogno del cantiere pubblico, avrebbero anche potuto rimanere invendute; i cordaioli e gli squeraroli, ossia i potenziali clienti privati, sarebbero risultati anch’essi penalizzati da regole di fornitura che imponevano loro di recarsi a Venezia, attendere la soddisfazione del fabbisogno della fabbrica di Castello e sperare che questo potesse corrispondere alle loro richieste [56]. L’assenza di un mercato privato di fibre in territorio veneto, inoltre, avrebbe ridotto lo sviluppo di attività di trasformazione al di fuori della Tana, della corporazione dei filacanevi veneziani, molti dei quali risultavano comunque inseriti entro il personale della Casa, o di piccole realtà artigiane, riducendo sensibilmente, al contrario di quanto avveniva in Emilia, le possibilità di inserimento della coltura nel contesto economico padovano [57]. Il “mercato nero”, infine, sarebbe apparso, in un simile contesto l’unico economicamente vantaggioso per i produttori, e la sola effettiva fonte di rifornimento per gli acquirenti privati.

A completare un quadro assai difficile per i produttori si inserì, infine, una politica di prezzi volta a garantire allo Stato costi di fornitura quanto più contenuti possibile. Il perseguimento di tale obiettivo, che indusse a fissare il prezzo ad un livello di poco superiore al costo di produzione, non solo limitò qualsiasi forma di reale guadagno, ma pose anche la canapicoltura in una posizione di debolezza nei confronti di attività alternative. La convenienza a coltivare fibra, infatti, dipendeva essenzialmente dal rapporto tra il reddito netto che essa assicurava e quello ottenibile da altre colture, prima tra tutte quella dei cereali [58]. Se tralasciamo i diversi costi di produzione e concentriamo l’analisi sulla sola evoluzione dei prezzi delle derrate alternativre, appare sussistere fino all’Età Contemporanea, un’evidente correlazione inversa tra le oscillazioni del valore dei cereali ed i risultati dei raccolti di Montagnana: la canapicoltura nazionale, infatti, fiorì finché le quotazioni del grano rimasero basse e, viceversa, decadde quando i cereali divennero costosi [59]. Tale fenomeno rappresentò, del resto, la logica conseguenza dell’inserimento della canapa nelle rotazioni tradizionali tipiche del Padovano [60], che diminuì la quota assegnata al grano e contese a questo spazio, forza lavoro e concimi [61]. In un simile contesto, gli agricoltori acconsentirono a seminare fibra fin tanto che il reddito ottenuto fu compatibile con i costi di produzione a loro carico e, comunque, comparabile a quello assicurato da altre colture, ma accettarono con crescente riluttanza l’applicazione delle regole, quando la differenza tra il guadagno della vendita dei cereali ed i profitti garantiti dallo Stato risultò decisamente sfavorevole a questi ultimi. Tale evoluzione divenne particolarmente sensibile dal secondo Cinquecento, in concomitanza con i forti incrementi dei valori delle derrate alimentari derivanti dall’interazione dell’andamento demografico e della cosiddetta “rivoluzione dei prezzi” [62]. Inserita in un quadro “macro-economico” a lei avverso e sottoposta ad una politica penalizzante, la produzione di canapa decadde allora velocemente, assestandosi a livelli minimi e venne mantenuta in vita soltanto dalla struttura direttiva e di controllo predisposta dalla Serenissima. Impedita la scelta che, in assenza di costrizioni, avrebbe presumibilmente indotto all’abbandono della coltura industriale ed all’espansione delle semine di frumento, i conduttori limitarono il danno eludendo gli obblighi loro assegnati e sviluppando innumerevoli sotterfugi per sfuggire al controllo delle magistrature venete [63]. Le piantagioni si trasformarono così in terreno di scontro tra le opposte esigenze dello Stato e dei contadini, con parziale successo di questi ultimi, i quali riuscirono a sostituire il grano alla canapa nello stesso Palù di Montagnana [64].

C’è da chiedersi, d’altro canto, se la preferenza per le colture alimentari non fosse, in realtà, condivisa dalla stessa classe padronale che, in misura senza dubbio diversa a seconda dei contratti agrari e dei tipi di conduzione adottati, tendeva ovviamente ad imporre il prodotto economicamente più vantaggioso. Nel contesto padovano, tuttavia, dove, esclusi rari casi di mezzadria e di conduzione diretta, predominava l’affitto, e dove non sembra che i canoni fossero stati adeguati al minor rendimento della canapa rispetto al grano, i maggiori oneri di produzione ed il più ridotto guadagno ricaddero principalmente sul conduttore, mentre i proprietari, salvo alcuni investimenti strutturali di pertinenza del singolo fondo, non subirono danno alcuno. La proprietà, al contrario, avrebbe anche potuto trarre vantaggio dal relativo impoverimento dei conduttori e, quindi, dalla loro maggiore disponibilità ad accettare peggiori condizioni contrattuali [65].

La negativa reazione della popolazione agraria padovana allo sviluppo della canapicoltura, oltre che dagli elementi ora esaminati, venne alimentata anche da fattori quali l’andamento demografico e la struttura dei contratti agrari.

La popolazione veneta, in primo luogo, subì in misura molto pesante le conseguenze della peste del 1573 e, ancor più, di quella del 1630, durante la quale il territorio padovano perse circa il 32 % degli abitanti. Il forte e repentino calo della mano d’opera disponibile estremizzò, soprattutto per i piccoli proprietari, le difficoltà legate ad una coltivazione ad alta intensità ed a forte concentrazione temporale del lavoro che, anche in condizioni ottimali, occupava interamente la famiglia colonica [66]. Una contrazione delle “braccia” disponibili imponeva allora ai conduttori di affrontare una scelta difficile tra assumere personale salariato, e con esso il rischio di non potere onorare i compensi per il lavoro prestato, soprattutto in una situazione di bassi prezzi di vendita come quella delle coltivazioni padovane, e di relativa scarsità dell’offerta di lavoro, come accadde, appunto, dopo le grandi pestilenze, o effettuare le lavorazioni distraendo membri della famiglia colonica da altre occupazioni, ossia dalle più redditizie colture cerealicole, e sommare al minor guadagno derivante dalla vendita della fibra quello risultante dall’inferiore resa dei campi condotti a grano. Il compromesso poteva consistere nel dedicare il minor tempo possibile alla canapa per volgersi ad attività più redditizie. A Montagnana si seguì generalmente quest’ultima via. Pochi conduttori, infatti, possedevano strutture di dimensioni sufficienti per permettere l’impiego di personale avventizio; la conduzione diretta di grandi tenute da parte dei proprietari era ancora un’eccezione; il reddito permaneva per la maggior parte degli agricoltori a livelli tanto bassi da non permettere ulteriori diminuzioni [67].

I risultati delle piantagioni padovane, infine, vennero influenzati dalla struttura dei contratti agrari, generalmente affitti di breve periodo. Scadenze troppo ravvicinate, in effetti, inducevano il fittavolo ad evitare ogni investimento in risorse e a limitare per quanto possibile il lavoro in migliorie e manutenzioni, che sarebbero state produttive a partire da una stagione in cui egli non avrebbe più goduto del fondo. Questa situazione fu subito compresa dalle magistrature veneziane le quali ordinarono che i terreni comunali destinati alla canapicoltura fossero affittati con contratti di durata non inferiore a dieci anni [68]. La stessa misura, tuttavia, non venne adottata per i fondi privati, dove, invece, sarebbe stata particolarmente necessaria, in quanto la maggioranza dei campi era concessa in locazione a cinque anni, molti a tre ed alcuni addirittura ad una o due stagioni [69]. La quota prevalente dei fondi coinvolti nel progetto venne così esclusa da una norma fondamentale e rimase invece ancorata ad una condizione decisamente contraria alle esigenze della coltura.

La centralità degli elementi ora esaminati nello spiegare la crisi delle piantagioni venete, appare confermata dai fattori che ne determinarono la rinascita. Quando, infatti, il rapporto tra il prezzo del grano e quello della canapa si modificò a favore di questa ultima, i vuoti demografici causati dalle epidemie furono colmati e, soprattutto a partire dal Settecento, si affermarono definitivamente le grandi tenute a conduzione diretta, le piantagioni venete, poggiando sulle infrastrutture, le competenze e l’organizzazione da lungo tempo predisposte, tornarono a produrre buoni frutti. Inserita in un quadro di generale sviluppo, ammodernamento e razionalizzazione dell’agricoltura, la ripresa della “canapicoltura nazionale” venne sostenuta anche da alcune riforme amministrative. Nel 1670 il diritto di prelazione venne limitato a 100.000 libbre annue e, un secolo più tardi, fu di fatto abolito il prezzo “amministrato”, con l’introduzione di una procedura basata sull’analisi dei valori di mercato registrati nell’anno precedente [70]. I due provvedimenti risultarono di fondamentale importanza per il rilancio e la crescita delle produzioni padovane, in quanto crearono un reale mercato privato delle fibre, incentivarono l’aumento della produzione e della qualità e, non da ultimo, assicurarono ai conduttori una normale adeguata remunerazione anche per le quantità di competenza pubblica.


4. Un peculiare modello di politica agraria

La “canapicoltura nazionale” rappresentò dunque una risposta ad una situazione di dipendenza dall’estero di un bene strategico in condizione di potenziale monopolio del venditore e, al tempo stesso, il tentativo di sostituire ad importazioni di un bene di alto valore una produzione interna acquisibile a costi decisamente inferiori. Per realizzare il progetto la Repubblica tentò di riunire condizioni ottimali, scegliendo le migliori terre disponibili, sostenendo ingenti investimenti, creando infrastrutture di alta qualità, acquisendo dall’estero competenze non disponibili nello Stato Veneto e istituendo un’articolata struttura di direzione, indirizzo e controllo. Il sistema che ne risultò, eccellente nei suoi presupposti teorici, non considerò tuttavia i possibili effetti di alcune potenziali contraddizioni interne, derivanti dalla stessa pluralità di fini perseguiti dalla Serenissima.

Mantenute in equilibrio per molti anni dall’accortezza della gestione, dalla buona dotazione iniziale di infrastrutture, dalla coerenza tra il reddito ottenibile dalla fibra e quello conseguibile da altre colture nonché, infine, dalla favorevole congiuntura, le piantagioni padovane decaddero in breve tempo quando tali condizioni mutarono e, soprattutto, quando il crescente prezzo del grano ampliò sempre più a sfavore della canapa la differenza di redditività delle due colture. La canapicoltura “nazionale” portò allora, per oltre un secolo, risultati deludenti, e solo la presenza di frequenti controlli ne impedì la scomparsa. Ciò permise, comunque, di mantenere una produzione interna fino a quando le condizioni mutarono e, inserita in un contesto più propizio, la coltura seppe rispondere alle sollecitazioni ancora provenienti dall’Arsenale. L’organizzazione, le infrastrutture e le competenze che, per tanti anni, lo Stato aveva profuso sul territorio, dettero allora i frutti migliori, e si assistette così allo sviluppo di un settore forte e maturo in grado di conquistare fama e mercati. Nonostante gli errori iniziali e la lunga decadenza, possiamo ritenere che Montagnana rappresenti un paradigma di gestione di una materia prima strategica e la testimonianza di come la capacità progettuale e la costanza nella realizzazione possa permettere ad un Paese di trasformare una risorsa scarsa in una reale opportunità economica.

Tale schema, del resto, evidente nel settore delle fibre grezze, trovò parziale applicazione anche in quello delle tele di canapa, dette canevazze, impiegate per la fabbricazione di una pluralità di prodotti necessari alla marina, quali tende da galera, vestiti da rematore e, soprattutto, vele per le imbarcazioni di maggiore tonnellaggio.


5. Le tele di canapa

Le canevazze rappresentavano una categoria alquanto eterogenea di prodotti, diversificati gli uni dagli altri sia dal punto di vista delle caratteristiche merceologiche, sia da quello dell’utilizzo. Tali differenze derivavano dalla qualità della fibra e dal numero di fili d’ordito per filo di trama, un parametro che identificava le tipologie di pezze ed al quale corrispondevano prodotti finali destinati ad una pluralità di impieghi, dalla realizzazione di teloni per galere, a quella di divise, alla fabbricazione di vele [71]. La quota più rilevante dei tessuti, comunque, era indirizzata a quest’ultimo uso, dapprima come semplice inserto su tele di fustagno, poi, dal secondo Cinquecento, per realizzarne di sola canapa, un’evoluzione che segnò un passaggio fondamentale nella storia della marina e del mercato della fibra [72].

In effetti l’adozione di tale tipologia di tessuto più solido, ma anche molto più pesante dei tradizionali fustagni impiegati nelle galere [73], corrispose all’affermarsi del bertone [74], del galeone di tipo oceanico e, soprattutto, del “vascello di linea” [75], imbarcazioni molto pesanti, per dimensioni, struttura e carico di cannoni, mosse esclusivamente dalla forza del vento [76] ed in cui la superficie velica di ciascun albero era suddivisa in più pennoni indipendenti [77]. La scomposizione dell’apparato propulsivo in parti autonome e l’aumentato sforzo necessario per muovere simili bastimenti influenzarono le qualità richieste alle vele, portando in primo piano caratteristiche quali la resistenza, la durata e la solidità; e riducendo, nel contempo, la rilevanza del fattore peso. Per tali ragioni ai più sottili fustagni si preferirono le canevazze che, dati gli ottimi risultati e la corrispondenza tra le caratteristiche della materia prima e quelle ricercate nel prodotto finale, vennero universalmente adottate nei nuovi velieri. Tale processo coinvolse anche la Serenissima e, da quando Venezia decise di sviluppare, accanto all’”armata sottile”, anche cospicue squadre di cannoniere [78], le tele di canapa comparvero in quantità crescente tra gli acquisti dell’Arsenale.

Poiché la Casa non disponeva di telerie interne né, in territorio veneto, erano presenti laboratori capaci di realizzare prodotti adatti alle esigenze della marina, i Patroni e Provveditori si rivolsero inizialmente ad operatori stranieri. Come accadde per la fibra grezza, Venezia si trovò allora a dipendere interamente dai mercati esteri per un bene strategico, ma, a differenza di quanto abbiamo visto per la materia prima, questa volta la direzione dell’Arsenale ebbe l’opportunità di operare su un settore più vasto e, soprattutto, caratterizzato da una maggiore differenziazione di prodotto e da una minore concentrazione settoriale.

La crescente domanda proveniente dagli arsenali europei, in primo luogo, aveva indotto, tra il XVI ed il XVII secolo, un forte sviluppo di manifatture di tele di canapa, che, diffusosi in tutta Europa, trovava poi incontro e collegamento nei maggiori porti del continente [79]. L’alto valore aggiunto del prodotto e le dimensioni relativamente contenute delle pezze, ne consentivano infatti il trasporto anche su grandi distanze, con il risultato di permettere l’emergere di un mercato ampio, sul quale operavano numerosi operatori e dove erano scambiati beni di prezzo e caratteristiche eterogenei.

Le stesse specifiche caratteristiche di ciascuna tipologia di manufatti in relazione ai luoghi di produzione, chiaro indizio del ruolo, in tale settore, delle competenze sviluppate a livello regionale, ne facevano, poi, un prodotto altamente differenziato. Così, nei contratti d’acquisto conclusi tra l’Arsenale ed i mercanti di tele, troviamo sempre precisi riferimenti alla provenienza del prodotto: si compravano infatti canevazze da Bologna, da Venezia, da Torino, dalle Fiandre o da Vercelli, tessute ad uno o a due fili. Alla differenziazione di prodotto corrispondeva spesso un diverso impiego e, in generale, le tipologie meno pregiate e più economiche, come quelle vercellesi ed emiliane, venivano utilizzate per fabbricare pezze di rinforzo delle vele di fustagno, teloni da galere o vestiti da marinaio [80], mentre quelle di maggior pregio, ad esempio, il prodotto fiammingo, torinese o, in generale, “a due fili”, era impiegato esclusivamente nelle superfici motrici dei velieri [81].

Nonostante l’elevata differenziazione interna, infine, il settore non presentava effettivi pericoli di concentrazione dell’offerta, in quanto il numero di operatori era assai elevato – più di 35 unità nel periodo compreso tra la guerra di Cipro e la caduta di Candia – e controllava quote di mercato sempre contenute entro il 10 % del fatturato complessivo. L’Arsenale, in altre parole, si rivolgeva, per ciascuna fornitura, a numerosi mercanti, i quali, spesso provenienti da regioni diverse, avrebbero avuto effettive difficoltà a coordinare le loro pretese per trattare da una posizione di forza [82].

Tali condizioni, tuttavia, mutarono gradualmente nel corso del Seicento e, durante il conflitto di Creta, gli esportatori italiani ― in particolare Bolognesi e Vercellesi ― persero gradualmente terreno a favore degli Olandesi [83]. Questi ultimi, durante il primo quarantennio del XVII secolo, riuscirono così a conquistare, il monopolio delle vendite delle tele d’alta qualità ― le cosiddette vele d’Olona a due fili ― di cui la Repubblica, priva di una produzione interna sufficientemente sviluppata e, forse, perfino ignara delle tecniche di fabbricazione, aveva vitale bisogno per armare le flotte che pattugliavano l’Adriatico e, dal 1648, combattevano contro il Turco. Superata l’emergenza della guerra, tuttavia, le “magistrature” venete dovettero percepire i pericoli della nuova situazione di mercato e temere gli effetti di una domanda in forte ascesa unita ad un’offerta sempre più vicina al monopolio.

Seppure i rapporti con l’Olanda del secondo Seicento fossero meno complessi di quelli vissuti con i Pontifici nel Quattrocento, la situazione presentava caratteri simili a quelli sperimentati tra il XV ed il XVII secolo per i rifornimenti di fibra grezza. Il mercato delle canevazze, infatti, appariva sempre più definito dal concomitante incremento delle esigenze dell’Arsenale, a sua volta conseguenza dello sviluppo della flotta marciana di “vascelli di linea” (tra il 1669 ed il 1796 sarebbero stati varati 116 velieri); dall’aumento della domanda europea di tele di canapa, sospinta da simili richieste provenienti da tutti i grandi cantieri del continente [84]; e da un’offerta tendenzialmente concentrata presso gli opifici olandesi che, approfittando di una struttura produttiva senza pari, rifornivano le nazioni marinare, occupavano crescenti quote di mercato e scalzavano progressivamente i concorrenti minori [85].

Ancora una volta le magistrature marciane, di fronte ad una situazione di potenziale dipendenza politica ed economica, reagirono attraverso una gestione attiva e mirata delle risorse produttive venete. Prefiggendosi al tempo stesso lo scopo di contenere i prezzi del bene estero, di assicurarsi forniture continuative ad un costo sostenibile e anche, probabilmente, di sviluppare una nuova manifattura in un settore molto promettente, decisero di creare delle telerie “nazionali” che potessero affiancare al tessuto estero quello di fabbricazione interna.

Gli opifici veneziani, tuttavia, non erano in grado, per difetto di competenze ed esperienza, di realizzare tele di caratteristiche simili a quelle ricercate dall’Arsenale e fornite dagli operatori olandesi. Era dunque necessario acquisire tali capacità dall’estero e, al contempo, creare le condizioni per l’avvio, entro breve termine, di una fabbrica in grado, per tecnologia e dimensioni, di soddisfare almeno una quota rilevante del fabbisogno del cantiere pubblico. Per risolvere tale problema, il Senato concluse allora un accordo di fabbricazione e vendita con un operatore “fiammingo”, Giovanni Claves, il quale si impegnò a fondare nella città di Venezia, in collaborazione con il tessitore olandese Giovanni Stumm, un laboratorio per la tessitura di canevazze da vela, ed a cedere all’Arsenale almeno 400 pezze all’anno ad un prezzo iniziale di 14 lire a pezza, potendo disporre a suo piacimento di ogni eccedenza. Il produttore, in tal modo, aveva la garanzia di vendite minime ed eliminava così gran parte dell’incertezza inerente alla nuova iniziativa; egli, nel contempo, poteva approfittare di un’eventuale maggiore richiesta, aumentando la produzione in funzione di ulteriori commesse; lo Stato, infine, introduceva una nuova manifatture sul territorio, acquisiva competenze di cui era sprovvisto e, non da ultimo, trasformava una condizione di dipendenza dall’estero in un’opportunità di crescita economica interna. Nacque così, da simili esigenze, ma con modalità assai diverse rispetto a quanto visto per la canapa grezza, la prima produzione veneta di tele da vela “di tipo fiammingo” [86].

L’esperimento funzionò molto bene e le tele realizzate da Claves e Stumm continuarono per molti anni a rifornire le flotte della Serenissima, anche se il fabbisogno della marina marciana raggiunse presto livelli tali da dover rivolgersi a molti altri mercanti e produttori [87].


6. Conclusioni

Il mercato della canapa nella Repubblica Veneta si articolò, in primo luogo, in due settori fondamentali, quello della canapa grezza e, a partire dal secondo Seicento, quello dei tessuti da vela. Accomunati dalla rilevanza strategica dei rispettivi prodotti, entrambi vissero, seppure in momenti e contesti storici molto differenti, un’evoluzione che associò al forte incremento della domanda una marcata concentrazione dell’offerta. Confrontato dunque con un problema di gestione di un bene essenziale in condizioni particolari di mercato, lo Stato intervenne in entrambe le occasioni perseguendo obiettivi al tempo stesso economici, volti a contenere i costi di fornitura ed a sviluppare un nuovo settore produttivo; politici, miranti a garantire l’indipendenza nazionale per prodotti tanto rilevanti; e militari, tesi cioè ad assicurare la continuità dell’armamento di navi da guerra.

I risultati furono certamente più immediati nel comparto delle canevazze, in cui le minori dimensioni del progetto e la maggiore semplicità organizzativa concorsero senza dubbio al buon esito dell’operazione.

Le valutazioni sullo sviluppo dalla “canapicoltura nazionale” devono invece essere più articolate, in quanto il successo di lungo periodo della fibra veneta dovette scontare più di un secolo di raccolti esigui, qualità scadente, costi elevati – gravanti, a causa del meccanismo di prezzo e dei maggiori oneri di produzione, per lo più sulla classe contadina – accompagnati da complesse, quanto poco efficaci, attività di controllo e repressione. Anche in questo caso, tuttavia, l’azione della Repubblica, pur appesantita, per lungo tempo, da errori e da difficoltà congiunturali, raggiunse il fondamentale l’obiettivo di limitare le pretese dei venditori, di creare un’offerta aggiuntiva e di modificare, quindi, una condizione altrimenti bloccata tra una reale dipendenza commerciale e potenziali ricatti politici. Essa pose poi le basi per lo sviluppo di un nuovo settore produttivo e contribuì così alla crescita dell’economia nazionale.

Dall’analisi del mercato della canapa nella Repubblica Veneta d’Età Moderna, appare quindi che l’intervento dello Stato, sebbene condotto con i metodi ed i limiti di amministrazioni ancora imperfette, riuscì comunque a mutare una situazione di evidente svantaggio nella dotazione iniziale di risorse e nei rapporti mercantili tra nazioni in un’occasione di progresso ed in una fonte di prosperità.


Note

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  21. G. Ferrari, La legislazione veneziana sui beni comunali, “Nuovo Archivio Veneto”, ns, XXXVI (1918), pp. 6-23; M. Pitteri, I beni comunali nella terraferma veneta: un primo approccio, “Annali Veneti. Società, cultura istituzioni”, 1 (1984), pp. 133-135 e 136-137.
  22. A.S.V., Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 538, 12 ottobre 1592; Id., b. 537, 25 ottobre 1455; A.S.V., Archivio proprio Contarini, b. 26, 25 luglio 1463; Id., 18 giugno 1588; Id., 1 febbraio 1591; Id., 14 ottobre 1591; e Id., 18 ottobre 1594.
  23. IVI, Archivio proprio Contarini, b. 26, 25 ottobre 1455; Id., 19 gennaio 1502; A.S.V., Patroni e Provveditori all’Arsenale, b.538, 25 novembre 1562 e 18 gennaio 1564.
  24. IVI, Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 537, 25 ottobre 1455; Id., Archivio proprio Contarini, b. 26, 25 gennaio 1456, 25 ottobre 1460, 19 febbraio 1592, 18 giugno 1588, 18 ottobre 1594.
  25. IVI, Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 536, 15 ottobre 1785.
  26. C. Pollini, Catechismo agrario, Verona, 1821, p. 189; A. Donà Dalle Rose, La canapa, Roma, 1938, pp. 59, 61 e G. Gamberini, L’economia centese e la sua componente ebraica, in C. Poni, A. Samaritani (a cura di), Cento e la Partecipanza..., cit., pp. 390-393.
  27. A.S.V., Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 538, 12 settembre 1581; Archivio di Statto di Padova (di seguito A.S.P.), Fondo canapi, b. 2266, 19 settembre 1764, 2 ottobre 1764 e b. 2268, 15 settembre 1735.
  28. A.S.V., Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 538, 26 marzo 1594.
  29. IVI, Archivio proprio Contarini, b. 26, 11 agosto 1533 e Id., Senato Mar, f. 181, 23 settembre 1608.
  30. IVI, Patroni e Provveditori all’Arsenale, 18 gennaio 1588.
  31. IVI, Archivio proprio Contarini, b. 26, 25 gennaio 1456.
  32. Inizialmente il Provveditore risiedette a Montagnana per l’intera annata, poi, dal 1621 per un periodo non superiore a quattro mesi. Questo provvedimento, preso nell’ovvio tentativo di contenere le spese, portò tuttavia effetti deleteri su raccolti e qualità in quanto, interpretato come segnale d’allontanamento e di minore interesse del potere centrale nei confronti della coltura padovana, indusse gli agricoltori a trascurare la coltivazione ed a perseguire il proprio interesse senza curarsi del pubblico beneficio. Il risultato, forse di per sé scontato, era tanto più prevedibile che già una volta si era commesso un simile errore. Il 9 marzo 1531 infatti, il Senato, spinto da identiche motivazioni, aveva deciso di sospendere l’invio del “magistrato” e di comunicare semplicemente alla “Comunità di Montagnana” i quantitativi di canapa da consegnare l’anno successivo. Una volta completato il raccolto ed effettuate le prime lavorazioni, i conduttori erano tenuti a consegnare tutto il prodotto direttamente all’Arsenale che, dopo il consueto “controllo all’entrata”, avrebbe acquistato quanto necessario corrispondendo il prezzo stabilito. L’apporto del 1532, tuttavia, fu deludente ed anziché le 600 miara calcolate dalla “magistratura” dell’Arsenale, ne vennero recapitare appena 229. Il Pregadi, reagendo con prontezza al tracollo, tornò sui propri passi ripristinando l’antica usanza, ma forse era già troppo tardi (A.S.V., Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 538, 9 agosto 1532).
  33. A.S.V., Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 539, 11 settembre 1598.
  34. IVI, Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 537, 9 agosto 1531 e 13 settembre 1550; Id., Archivio proprio Contarini, b. 26, 11 agosto 1533.
  35. IVI, Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 537, 9 agosto 1531.
  36. IVI, b. 540, 10 ottobre 1620.
  37. IVI, Archivio proprio Contarini, b. 26, 25 ottobre 1460 e Id., Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 537, 25 ottobre 1455.
  38. Il termine deriva infatti dal latino medievale saltarius, derivazione, a sua volta, dal latino classico saltus, bosco (T. De Mauro, M. Mancini, Dizionario etimologico, Milano, 2000, p. 1835).
  39. A.S.V., Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 538, 1 febbraio 1592
  40. IVI, Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 538, 23 marzo 1594.
  41. IVI, Archivio proprio Contarini, b. 26, 19 gennaio 1502.
  42. IVI, Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 538, 9 agosto 1532 e A.S.V., Archivio proprio Contarini, b. 26, 11 agosto 1533.
  43. IVI, Archivio proprio Contarini, b. 26, 13 settembre 1578.
  44. IVI, Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 538, 1 febbraio 1592; Id., Archivio proprio Contarini, b. 26, 28 gennaio 1593, 1 settembre 1593, 24 ottobre 1594, 24 dicembre 1594, 26 marzo 1595; A.S.V., Compilazione leggi, b. 107, 4 giugno 1632 e 24 febbraio 1651.
  45. IVI, 1 febbraio 1592.
  46. IVI, Senato Mar, Reg. 106, c 84r e Reg. 110, c 49r.
  47. IVI, Reg. 129, c 241r.
  48. A.S.P., Fondo canapi, b. 2266, 25 settembre 1764.
  49. A.S.V., Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 537, 4 giugno 1670.
  50. A.S.P., Fondo Canapi, b. 2266, 28 luglio 1783.
  51. G. Zalin, Dalla bottega alla fabbrica, Verona, 1992, pp. 296-299.
  52. Staatsarchiv Bremen (di seguito S.A.B.), Verhältnisse der Hansestädte mit dem Kaiserreich österreich, 1841-1868, 2-C.11.C.2.b, 1856, 1855 e 1864.
  53. Zalin, Dalla bottega alla fabbrica, cit., pp. 233-235.
  54. D. Gasparini, ‘L’una in dosso e l’altra in fosso’. La canapa in Veneto tra Settecento e Ottocento, in Una fibra versatile …, cit, pp. 117 e ss.; D. Celetti, Produzione, trasformazione e commercio della canapa nelle province venete in età contemporanea, “Archivio Veneto”, V, CLXX (2008), pp. 96-124.
  55. A. Saltini, Nell’area dell’antica canapicoltura emiliana tra Ottocento e Novecento, in Una fibra versatile …, cit, pp. 235 e ss.
  56. D. Celetti, L’industria navale veneta e olandese in Età Moderna. Peculiarità e risultati di due modelli di sviluppo settoriale, “Storia Economica”, 2-3 (2002), pp. 261-270.
  57. U. Marcelli, Saggi economico sociali sulla storia di Bologna dal secolo XVI al XVIII, Bologna, 1962, pp. 55-59; A. Guenzi, La “fabbrica” delle tele fra città e campagna. Gruppi professionali e governo dell’economia a Bologna nel secolo XVIII, Ancona, 1987, pp. 13-15 e 55-64; R. Finzi, L’industria prima dell’industria, in Idem (a cura di), Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. L’Emilia-Romagna Torino, 1997, pp. 39-41 e C. Poni, Il prisma centese, cit., pp. 273-274; Id., Canapa e stratificazione sociale nelle campagne bolognesi (secoli XVII-XIX), in Una fibra versatile …, cit, pp. 17 e ss.
  58. A.S.V., Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 538, 2 marzo 1594 e 2 marzo 1595.
  59. W. Abel, Congiuntura agraria e crisi agrarie. Storia dell’agricoltura e della produzione alimentare nell’Europa centrale dal XIII secolo all’età industriale, Torino, 1976, pp. 79-80, 228-229; I. Mattozzi, Il politico ed il pane a Venezia. Le tariffe dei calmieri: semplici prontuari contabili o strumenti di politica annonaria?, “Studi Veneziani”, 7 (1983), pp. 204-210; G. Zalin, Il pane e la fame, “Nuova Rivista Storica”, 72 (1988), pp. 247-255; S. Ciriacono, Economie urbane e industria rurale, “Rivista Storica Italiana”, 1 (2001), p. 7 e S. Anselmi, Agricoltura e mondo contadino, Bologna, 2001, pp. 44-45.
  60. A. Gloria, Dell’agricoltura nel Padovano, Padova, 1855, pp. 166-171.
  61. A.S.V., Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 538, 10 ottobre 1590.
  62. IVI, Archivio proprio Contarini, b. 26, 24 marzo 1594.
  63. IVI, Archivio proprio Contarini, b. 26, 4 giugno 1580, 12 settembre 1581, 19 febbraio 1582, 18 giugno 1588,13 ottobre 1592, 15 dicembre 1592, 24 ottobre 1594 e 20 dicembre 1494.
  64. IVI, Patroni e Provveditori all’Arsenale, 23 marzo 1594, 26 marzo 1594 e 4 giugno 1594.
  65. Ivi, 2 marzo 1594. Per un confronto con il caso emiliano si rimanda a R. Finzi, Monsignore al suo fattore. La “istruzione di agricoltura” di Innocenzo Malvasia (1609), Bologna, 1979, pp. 114-142.
  66. R. Finzi, S. Comani, Métayer, bêche et climat: la plaine de Bologne, 1718-1774, “Revue d’Histoire Moderne et Contemporaine”, 31 (1984), p. 473.
  67. A. Gloria, Dell’agricoltura..., cit., p. CCLXXI.
  68. A.S.V., Archivio proprio Contarini, 25 ottobre 1455.
  69. A. Gloria, Dell’agricoltura..., cit., p. CCLXVI.
  70. A.S.V., Patroni e Provveditori all’Arsenale, b. 537 4 giugno 1670 e A.S.P., Fondo canapi, b. 2266, 16 settembre 1764
  71. A.S.V., Senato Mar, Reg. 71, c 17v; Reg. 72, c 89v; Reg. 74, c 68r; Reg. 79, c 167r, c 167v; Reg. 84, c 259v; Reg. 85, c 300v; Reg. 86, c 297r; Reg. 87, c 92v; Reg. 89, c 141v; Reg. 91, c 266v; Reg. 106, c 18r; Reg. 108, c 42v, c 392r, c 451r, c 501r, c 523v; Reg. 110, c 413v; Reg. 112, c 88r, c 369v; Reg. 113, c 18v e c 230r, c 309r; Reg. 117, c 200r; Reg. 118, c 156r; Reg. 119, c 347v; Reg. 121, c 13v, c 205v, c 206r; Reg. 122, c 326v; Reg. 124, c 60r., c 120v e c 121r; Reg. 127, c 120v, c 273v; Reg. 128, c 28r, c 35r; Reg. 129, c 249v, c 351r; Reg. 131, c 173r, c 221r, c 254v.
  72. 83 IVI, Senato Mar, Reg. 71, c 17v; Reg. 72, c 89v; Reg. 74, c 76r; Reg. 86, c 297r; Reg. 89, c 141v; Reg. 91, c 266v; Reg. 95, c 150r, c 312r; Reg. 96, c 70r; Reg. 99, c 137v; Reg. 97, c 18v; Reg. 104, c 158r; Reg. 109, c 331; Reg. 110, c 1v; Reg. 124, c 60r; Reg. 124, c 120, c 121r; Reg. 128, c 35r; Reg. 129, c 351r; Reg. 131, c 6v, c 173r; Reg. 135, c 286v.
  73. D. Celetti, Il mercato delle tele da vela nella Venezia di età moderna. Presupposti e risultati di una politica mercantilista, “Studi Storici Luigi Simeoni”, LV (2005), pp. 156-202.
  74. Id., L’industria navale veneta ed olandese..., cit., p. 272.
  75. Il termine indica imbarcazioni veliche da guerra provviste di un numero di cannoni compreso tra 60 e 110 pezzi disposti sulle fiancate ed in due o tre ponti. Queste navi prendono il nome dalla tattica di combattimento che prevedeva lo schieramento “in linea”, ossia con le fiancate opposte al nemico, al fine di raggiungere la massima potenza di fuoco.
  76. H. Kellenbenz, Technology in the Age of Demand. 1500-1750, in C. M. Cipolla (a cura di), The Fontana Economic History of Europe, Glasgow, 1974, pp. 224-232; F. Mauro, L’espansione europea: 1600-1870, Milano, 1977, pp. 99-118.
  77. G. Tonello, Lezioni intorno alla marina, sua storia ed arte propria, I, Venezia, 1829, p. 55; A. Jal, Glossaire nautique, répertoire polyglotte de terme de marine anciens et modernes, I, Paris, 1848, pp. 740-741; J. Friel, The Carrack: the Advent of the Full Rigged Ship, in R. Gardiner (a cura di), Cogs, Caravels and Galleons. The Sailing Ship 1000-1650, London, 1994, pp. 80-90.
  78. E. Concina, L’arsenale della Repubblica di Venezia, Milano, 1984, pp. 187-198 e D. Celetti, L’industria navale veneta ed olandese..., cit., pp. 270-272.
  79. In Francia, ad esempio, lo sviluppo della cantieristica verificatosi durante il regno di Luigi XIV, indusse Colbert a promuovere la creazione di manifatture interne di tele dette “d’Olona”, al fine di diminuire il peso delle importazioni, di contenere il prezzo della materia prima e di assicurare regolari rifornimenti agli arsenali. Per lo sviluppo delle prime telerie francesi abbiamo fatto riferimento a Archives Nationales de Paris (di seguito A.N.), Marine, série D4, vol. 24, c 149r-c 161v, ed anche Anonimo, L’art de bâtir les vaisseaux et d’en perfectionner la construction, Amsterdam, 1719, pp. 144-145; M. Thomas, Mémoire sur la fabrication des toiles à voiles en France depuis le XVIIe siècle, Rouen, 1835 pp. 7-8; S. Créateur, Le vent et le chanvre. Les toiles a voiles des navires de guerre français au XVIIIe siècle, “Neptunia”, 171 (1988) pp. 30-37; M. Acerra, Rochefort et la construction navale française. 1661-1815, Paris, 1993, pp. 184-191 e J. Peter, Le port et l’arsenal de Brest sous Louis XIV, Paris, 1998, pp. 226-237.
  80. A.S.V., Senato Mar, Reg. 108, c 42v, c 451r, c 501v, c 523v; Reg. 110, c 413v; Reg. 112, c 5v; Reg. 127, c 1r; Reg. 129, c 248v e A.S.V., Provveditori da Terra e da Mar, f. 1238, 22 ottobre 1604. Per quanto attiene alle “tende” da galere, notiamo che tale prodotto era confezionato anche usando grosse stoffe di lana chiamate grisi e rasse. Si veda a tal proposito A.S.V., Senato Mar, f. 182, 10 febbraio 1609; f. 612, 31 agosto 1676; Reg. 74, c 76r; Reg. 108, c 451r; Reg. 109, c 331r; Reg. 114, c 105r; Reg. 127, c 1r; Reg. 127, c 120v; Reg. 135, c 329r. La qualità delle tele di canapa fornite per i vestiti dei marinai, infine, era, nonostante un prezzo di medio livello, “pessima”, fatto che provocava “grande patimento alle ciurme” (A.S.V., Provveditori da Terra e da Mar, f. 1238, 22 ottobre 1604). La pratica di utilizzare rozze tele di canapa per vestire i condannati al remo resterà in uso, oltre che per tutto il XVIII secolo, come dimostrano gli atti in A.S.V., Senato Mar, f. 180, 22 giugno 1608; f. 638, 16 maggio 1681; f. 705, 7 marzo 1693; f. 706, 2 aprile 1693 e f. 722, 11 giugno 1695; Id., Provveditori da Terra e da Mar, f. 1400, 16 marzo 1707; Id., Senato Mar, f. 814, 1 agosto 1711 e f. 844, 5 marzo 1716.
  81. A.S.V., Senato Mar, Reg. 86, c 297r; Reg. 89, c 141v; Reg. 91, c 266v; Reg. 96, c 70r; Reg. 124, c 60r, c 120v, c 121r; Reg. 128, c 35r; Reg. 129, c 351r; Reg. 131, c 173r.
  82. IVI, Reg. 71, c 17v; Reg. 72, c 89v; Reg. 74, c 68r; Reg. 79, c 167v, c 167r; Reg. 104, c 158r; Reg. 106, c 18r; Reg. 108, c 42r, c 392r, c 451r, c 501v, c 523v; Reg. 109, c 331r; Reg. 110, c 413v; Reg. 112, c 5v; Reg. 113, c 309r; Reg. 117, c 200r; Reg. 118, c 156r; Reg. 119, c 347v; Reg. 121, c 210r, c 205v, c 206r; Reg. 127, c 120v; c 273v; Reg. 128, c 27v; Reg. 135, c 286v.
  83. La maggior parte delle canevazze dette “fiamminghe” erano in realtà prodotte in Olanda. Sulle importazioni di tale prodotto abbiamo fatto riferimento a A.S.V., Senato Mar, Reg. 84, c 259v; Reg. 85, c 300v; Reg. 86, c 297r; Reg. 87, c 92v; Reg. 89, c 141v; Reg. 91, c 266v ; Reg. 96, c 70r; Reg. 112, c 369v; Reg. 113, c 18v, c 230r; Reg. 121, c 13v; Reg. 122, c 326v; Reg. 124, c 60r, c 120v, c 121r; Reg. 128, c 35r; Reg. 129, c 351r; Reg. 131, c 173r.
  84. M. F. Maitrejean, La flotte sous Colbert et l’ordonnance maritime de 1681, Bordeaux, 1868, p. 22; J. Meyer, Louis XIV et les puissances maritimes, in “XVIIe siècle”, 124 (1979), pp. 159-162; e, per il settore delle galere, M. J. Meirat, La nationalisation des galères, “Neptunia”, 96 (1969), pp. 2-3. Per lo sviluppo delle costruzioni navali inglesi, si rimanda a R. Davis, The Rise of the British Shipping Industry in the Seventeenth and Eighteenth Centuries, London, 19722, pp. 44-57; O. Warner, The British Navy. A Concise History, London 1975, pp. 18-48 e O. Warner, Fighting Sail. Three Hundred Years of Warfare at Sea, London, 1979, pp. 41-54.
  85. D. Celetti, L’industria navale veneta ed olandese..., cit., pp. 270-276.
  86. A.S.V., Senato Mar, f. 639, 2 e 11 ottobre 1681.
  87. IVI, f. 648, “Nota dai partiti fatti dal 1680 al 1683 ed approvati dal Senato”.

David Celetti
Da C. Poni, S. Fronzoni ( a cura di), La canapa in Italia dal Medioevo al Novecento, Clueb, Bologna 2005



>>> Sulla storia della canapa, di Antonio Saltini, Canapa, tra l'Ottocento e il Novecento, tra cedimenti e riprese, fino al tracollo

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