Inviato speciale: reportages dall’agricoltura del mondo

 

 

 

Indice

Nella steppa senza confine il collettivismo non vuole morire. 1

L'orologio della storia. 1

Le dimensioni dell'agricolosso. 2

Un confronto che è sentenza. 3

"E' colpa del ministro". 4

Rape e patate nell'eredità di Lenin e Stalin. 5

Eltsin cancella la storia per decreto. 5

Gli aspiranti agricoltori: 61 milioni 6

Aziende familiari, s.p.a., cooperative. 7

Cereali, carne, latte, e letame. 8

Patate, rape e cavoli 9

L'ingegnosità italiana nel magma del postcomunismo. 9

Giapponesi, americani, tedeschi, ebrei 10

Muore il collettivismo, rinasce il baratto. 11

Ossami, corna, viscere. 12

"Abbiamo le carte: giochiamole!". 13

Nella geografia del postcomunismo c'è un paese sommerso di denaro: sono marchi 14

L'esperimento e la dimostrazione. 14

Impero agrario, nazioni industriali 15

Un paese, due tradizioni 15

Nella Germania postcomunista ottimi tecnici, agricoltori incapaci 16

Zootecnia all'asta. 17

Le poste della scommessa. 17

I primi coldiretti 18

Israele: prodigi irrigui nel paese delle contraddizioni 19

Il boom demografico. 19

Acqua e economia. 20

Il bilancio delle risorse. 21

La bilancia commerciale. 22

Vendere progetti 23

Innovazione tecnologica dal Negev a Tiberiade. 24

Quattro direttrici 24

In pieno campo. 25

Le colture in serra. 26

La stalla modello. 27

Gocciolatoi e computer. 28

I filtri 28

 

 

 

Nella steppa senza confine il collettivismo non vuole morire

 

Mentre a Mosca Governo e Parlamento dispongono la nascita di un'agricoltura fondata sull'azienda privata, nel granaio della Federazione, la fertile steppa tra il Caspio e il Mar Nero, l'orologio è fermo ai tempi del collettivismo. I dirigenti e i duemila operai del colcos Sarajeva sono convinti che l'organismo entro il quale operano sia paradigma di funzionalità agraria.

 

 

"Troika, veloce troika, troika costruita dal mugik con la scure, dove ti porta la folle corsa nella steppa? Russia,  Russia amata, che corri rapida come la troika, quale è la tua meta, quale è il tuo destino?"

 

L'orologio della storia

Mentre Anatoli Pakhmov, il funzionario dell'Agropromsoyuz che mi accompagna alla scoperta dell'agricoltura dell'ultimo lembo della Federazione Russa tra il Caspio e la Georgia, traduce in russo la metafora di Nicolaj Gogol che ho declamato in italiano, osservo, meravigliato, i miei interlocutori. Di fronte a me Victor Ivanovich  Marcov, ingegnere  meccanico, presidente del colcos Sarajeva, 24.000 ettari, 2.000 soci-dipendenti, attorno a lui tre dei membri del comitato direttivo, i volti arrossati dalla discussione che ci accalora, ormai, da due ore, e dalla vodka che in Russia è complemento necessario di ogni discussione. Il nostro confronto sul futuro della Russia dopo il crollo del comunismo ha già sfiorato, ripetutamente, il limite oltre il quale secondo il metro italiano una discussione diventa  alterco. Ma ad ogni cenno di smorzare il tono, Anatoli, una lunga esperienza all'ambasciata dell'Avana, ha sorriso divertito: sull'orlo dell'alterco, infatti, Victor Ivanovich ha sempre riempito, con autorità presidenziale, i bicchieri, e dopo il bicchiere di vodka il dibattito ha ripreso, sistematicamente, in tono più sommesso di almeno due ottave. Per risalire, poi, di nuovo, fino al brindisi successivo.

Il confronto è arrivato, così, alla domanda solenne del  mio interlocutore: "Antonio, cosa pensi del  futuro della Russia, di questa Russia spezzata e senza più certezze?", la domanda cui non ho saputo rispondere che con la metafora dello scrittore che incarna l'amore di ogni russo per la sua terra. Anatoli ha tradotto la mia versione di Gogol. I miei interlocutori mi fissano in attesa della spiegazione. Un altro sommo scrittore russo, proseguo, Dostoeskij, ha immaginato, ricostruendo il dibattimento di un processo, che il procuratore e l'avvocato difensore combattessero  un vibrante duello oratorio proponendo due interpretazioni opposte della metafora di Gogol. Senza nessuna certezza sulla lettera, ma ricordando il  significato delle  due arringhe, sviluppo la mia risposta:

"La troika della nostra patria, signori -proclama il procuratore-, è una troika impazzita, davanti al cui impeto i popoli d'Europa si ritirano sgomenti. Ma non si ritireranno  per sempre: per fermare la folle corsa che li minaccia, un giorno si uniranno, e schiacceranno la Russia." "La Russia non è una troika impazzita, è un cocchio  maestoso -ribatte il difensore di Dimitri Karamazov-, che procede nel suo cammino verso mete luminose di civiltà: tutti i popoli  d'Europa ne osservano il procedere, l'accolgono tra loro, tributano alla nostra patria l'onore che spetta ad un membro di diritto del consesso delle nazioni civili."

Mentre  Anatoli traduce osservo, ancora, incredulo, i miei interlocutori. Attenti e  sorpresi, i loro volti mi dicono che settant'anni di comunismo non solo hanno allontanato un grande popolo europeo dal consesso delle nazioni di cui era parte, ma lo hanno staccato dalla sue stesse radici: dubito, infatti, che uno solo abbia mai letto i due  scrittori che, chissà con quali imprecisioni, sto declamando: entrambi troppo visceralmente convinti che l'anima della Russia fosse nella sua fede cristiana per essere accetti ai discepoli di Marx e agli emuli di Lenin.

Anatoli ha tradotto Dostoeskij in russo: spiegando la metafora cerco di rispondere alla domanda che mi è stata posta. "Victor Ivanovich -argomento-, chi visita il vostro paese oggi si pone le medesime domande che i più grandi dei vostri scrittori si ponevano nell'ultimo scorcio dell'800, come se in Russia le lancette  dell'orologio della storia fossero state riportate indietro di cento anni. Allora potevate vantare la più grande letteratura del secolo, grandi chimici e microbiologi, gli studi sull'origine della steppa dei vostri pedologi avevano assicurato alle conoscenze agrarie una disciplina nuova: la scienza del suolo. Avevate diritto a un posto tra i paesi che guidavano il progresso delle nazioni. Dostoeskij lo sperava, e pone la sua speranza in bocca all'avvocato dell'imputato Karamazov. Ma temeva il prevalere di chi voleva imporre con la violenza l'eguaglianza forzata, come prevedeva il procuratore, che vince il processo e umilia il principe del foro venuto da San Pietroburgo. Avete avuto la collettivizzazione coatta, che ha dissolto ogni creatività individuale, e creato il castello che si è sgretolato: adesso nessun altro che voi stessi può decidere dove andrà questo paese, non potete delegare a nessuno la scelta della direzione della vostra troika. Chi guarda, resistendo all'impulso di ritrarsi spaventato, non può che dichiarare che le scelte che vi si impongono sono difficili e onerose. Ma dovete assumerle  e sostenerne il peso, perché, comunque, dalle vostre scelte dipende il futuro di questo grande paese.

 

Le dimensioni dell'agricolosso

Ma se non possono confutare  Gogol e Dostoeskij, i miei interlocutori non riescono neppure ad accettare la profezia del secondo, seppure debbano ammettere che l'incertezza del primo sulla meta verso cui corre la patria sia la loro stessa incertezza, e riconoscano che l'angoscia di Dostoeskij sull'eventualità che quella meta sia, ancora, una tragedia, è la loro stessa angoscia.

Su 24.000 ettari il colcos Sarajeva, a Konstantinovska, in provincia di Stavropol, la provincia dove il segretario del Partito Comunista portava, vent'anni fa, il nome di Mikail Serghievich Gorbaciov, produce 4.000 tonnellate di grano, alleva 8.000 bovini, di cui 2.700 vacche da latte dell'antica razza rossa della Steppa, 40.000 montoni Merino, 3.000 suini e 500 cavalli della leggendaria razza con cui la cavalleria cosacca sfidò gli squadroni turchi e i dragoni di Napoleone. Un cospicuo impegno di miglioramento fondiario ha sagomato la pianura ondulata in grandi appezzamenti di 400 ettari, circondati da folti frangivento per ridurre l'erosione, ha realizzato le condotte che portano  l'acqua ad una superficie ogni anno maggiore: con il clima semiarido della Steppa, meno di 500 millimetri di pioggia annua, condizione indispensabile per sfruttare la straordinaria fertilità naturale di questa terra.

Le rese di tutte le produzioni costituiscono,  secondo i dirigenti, che le confrontano, non irragionevolmente, con quelle degli altri colcos della regione, una serie di primati: 35 quintali per ettaro per il grano, 212 per l'insilato di mais, che tocca i  400 negli appezzamenti irrigui, 3.350 litri per lattazione, che varcano la soglia dei 5.000 nelle stalle condotte dai responsabili più capaci e solerti. Oltre ad accrescere le rese, come tutti gli organismi agrari d'avanguardia, il colcos Sarajeva è impegnato da anni nell'allestimento di laboratori per la trasformazione dei propri prodotti, una strategia  obbligata per accrescere il valore delle derrate, evitando la strozzatura che nell'ex-Unione Sovietica separa dal mercato ogni produzione agraria, quegli organismi di ammasso nei cui depositi deperiscono e si deteriorano gli avari raccolti della generosa terra russa. Negli opifici dell'organismo si conservano, così, angurie e pomodori sotto sale, secondo l'antica tradizione contadina, si sala il pesce degli stagni, si conciano le pelli dei montoni.

 

Un confronto che è sentenza

Se, però, la produttività dei soci-dipendenti della Sarajeva realizza una serie di primati nella cornice dell'agricoltura collettivistica, quei primati si convertono in vere catastrofi se misurati con gli standard occidentali: e se la Russia vuole trasformare la sua economia secondo i principi del libero mercato il confronto è inevitabile.

La disfatta è altrettanto irreparabile misurando le produzioni in termini di rese per ettaro, o per capo di bestiame, quanto in termini di  produttività per  addetto.  Ricavare 35  quintali di grano dal  suolo che i manuali  di  agronomia additano  come  la migliore terra da frumento del mondo è curioso paradosso,  anche considerando che  all'eccezionalità del suolo corrisponde una piovosità assai meno propizia. Sulla stessa terra  l'irrigazione dovrebbe permettere di ricavare 1.000 quintali di insilato di mais, non i 400 vantati come primato da Victor Marcov. Che la Steppa sia più generosa di quanto la facciano apparire le produzioni che ne ottengono i suoi figli, lo ha provato l'esperienza diretta di un grande gruppo italiano, la Tecnimont del gruppo Ferruzzi, che negli anni scorsi concordò con le autorità moscovite un ambizioso  progetto di sviluppo agricolo nella regione di Stavropol. La realizzazione del piano, che prevedeva la costruzione di grandi impianti di trasformazione, è sospesa, attualmente, per le incertezze politiche e finanziarie, ma due anni di esperienze condotte dai tecnici italiani hanno dimostrato, mi ha riferito, prima della partenza, Umberto Mangiagalli, direttore del progetto, la possibilità di raddoppiare le rese di tutte le colture. Le condizioni: l'adozione di procedure agronomiche più aggiornate, l'impiego di mezzi tecnici più efficienti.

Altrettanto inaccettabili i rendimenti che si registrano nelle stalle: 33 quintali di latte per mucca equivalgono alla condanna economica di un allevamento. La Rossa della Steppa non è capace di fare di meglio? Bisogna  sostituirla? No, mi informa Victor Ivanovich: i registri di stalla testimoniano di animali che hanno superato gli 80 quintali. Ma partendo dai figli delle campionesse, con la fecondazione artificiale in  meno di dieci anni si dovrebbe poter aumentare la media di 10-20 quintali. Quale ostacolo ha impedito di farlo?

In termini di produttività del lavoro lo iato con l'Occidente è ancora più incolmabile: 250 agricoltori americani coltiverebbero agevolmente i 24.000 ettari della Sarajeva; 60 allevatori olandesi accudirebbero senza preoccupazione alle 2.700 mucche, nei tempi morti curando i 3.000 maiali; 20 italiani governerebbero i 5.000 bovini all'ingrasso; 40 neozelandesi i 40.000 Merino; 10 butteri maremmani i 500 cavalli. Aggiungiamo 50 addetti agli ortaggi, una produzione secondaria, e agli stagni. Il totale resta al di sotto dei 450 addetti. Aggiungiamo, ancora, gli operai dell'officina, che provvede alla manutenzione di quasi 200 trattori e mietitrebbie, quelli del piccolo caseificio,  del macello e della conceria, i contabili e i tecnici, che,  insieme, secondo gli standard occidentali, non dovrebbero superare le  150 persone. Il totale salirebbe a 600 addetti: poco più di un quarto dei soci-dipendenti della Sarajeva.

 

"E' colpa del ministro"

Sono state le mie osservazioni sulla produttività del colcos a accendere il dibattito che i ripetuti brindisi hanno evitato si trasformasse in alterco. "I vostri campi sono ben squadrati, le macchine curate, anche se durerebbero più a lungo in una rimessa anziché sotto la neve, le stalle sono pulite, i cavalli splendidi, i vostri Merino altrettanto floridi di quelli che pascolano sugli altopiani della Nuova Zelanda -ho riconosciuto a Victor Marcovich: ma rispetto alle agricolture con cui dovete misurarvi le vostre produzioni sono basse, e impiegano troppa manodopera. Se il vostro, su questa terra, è un colcos  modello, non è difficile capire perché l'Unione Sovietica sia stata costretta a importare, negli ultimi vent'anni, quantità astronomiche di derrate dai paesi capitalisti, 15-25 milioni di tonnellate di cereali, ogni anno, dagli  Stati Uniti, milioni di tonnellate di  burro, latte in polvere e carne dalla  Comunità Europea."

L'appunto ha infiammato il mio interlocutore, che lo ha respinto con foga: il colcos, si è accalorato, è un apparato funzionale e produttivo, la Sarajeva è una macchina agricola eccellente, i soci-dipendenti sono solerti e capaci, lui, vanta, è arrivato alla presidenza per competenza, battendo, nello scrutinio segreto, il candidato del Partito. "Se non produciamo quanto potremmo -si infervora- è colpa del Governo, che ci fa mancare macchine e concimi, che non ci rifornisce di sementi al momento necessario, che ritira frumento e carne e li paga con ritardi che scardinano tutti i nostri piani. E' colpa di Gorbaciov, che quando era segretario a Stavropol  non ha fatto nulla di buono per l'agricoltura, e che quando è arrivato a Mosca per l'agricoltura ha fatto ancora meno. Che ci diano i mezzi, e sapremo competere con gli agricoltori occidentali!"

"Ma i mezzi produttivi -ho ribattuto-, gli agricoltori occidentali non li attendono dallo Stato, li acquistano, sul mercato, in correlazione alle  proprie esigenze. Se sbagliano, comprando strumenti troppo costosi, o poco efficienti, pagano l'errore col proprio portafoglio. Se l'errore è grave, anziché il portafoglio ricolmo si ritrovano sommersi dalle cambiali, e devono cambiare mestiere. A Constantinoskaja siete più bravi che in altri colcos, ma quanti presidenti e amministratori di colcos sarebbero già stati costretti, in Occidente, a cambiare mestiere?Il Governo ha fornito meno mezzi  produttivi a voi perché ha dovuto continuare a darne anche agli inetti, che li hanno sprecati. Se, invece di Mikail Serghievich Gorbaciov, al ministero dell'agricoltura ci fosse stato, negli anni '70, Karl Marx in persona, non avrebbe potuto fare niente di meglio!"

Le mie critiche all'agricoltura collettiva nel colcos che ne rappresenta la realizzazione più efficiente ci hanno condotto al tema della privatizzazione, la radicale  svolta imposta da Boris Eltsin, la grande incognita del  futuro dell'agricoltura russa. Sulla privatizzazione in tutti i colcos si sono svolti formali referendum: su 2.000 soci-dipendenti, a Serajeva la riforma non ha registrato un solo consenso. Ma la privatizzazione è tema rovente: fautori e avversari concordano nel riconoscere che le forme in cui essa si tradurrà in realtà determineranno la fisionomia  della società russa di domani: è stato quel convincimento a condurre il nostro confronto alle incognite della corsa della troika russa al galoppo verso un destino ignoto. Privatizzazione e creazione di un libero mercato sono, però, temi di tale rilievo che ad essi  dovremo dedicare una tappa specifica di  questo viaggio attraverso il pianeta Russia  in turbinosa trasformazione.

Terra e vita  n°12 1992

 

 

 

 

Russia, troika senza guida che corre all'ignoto

Rape e patate nell'eredità di Lenin e Stalin

 

L'agricoltura collettivista ha dato prove di inefficienza tali da non meritare giudizi d'appello. Ma alla sua sostituzione con un sistema fondato sull'azienda privata l'eredità comunista oppone ostacoli tali da impressionare l'osservatore  più ottimista. Conversando con un funzionario governativo e con un economista agrario è possibile misurare quali sforzi e quali tempi saranno necessari per superarli.

 

In Russia la terra è di nuovo oggetto di proprietà privata, il suo sfruttamento può essere realizzato in forma individuale, in cooperativa o mediante società per azioni. Lo ha stabilito, annullando lo statuto della proprietà preconizzato da Karl Marx e tradotto in realtà economica da Vladimir Ulianov Lenin e dai suoi successori, una raffica di decreti firmati dal presidente della Federazione Russa, Boris Nicolaievich Eltsin, negli ultimi mesi del 1991. Sugellando una rivoluzione altrettanto radicale di quella che, nell'ottobre del 1917, sanciva la nascita del primo stato collettivista,  Eltsin ha fissato scadenze tassative e comminato gravi sanzioni per gli inadempienti.

 

Eltsin cancella la storia per decreto

Dal 1 gennaio 1992 tutti i cittadini sovietici avrebbero potuto vendere liberamente i terreni loro  assegnati in seguito allo smembramento di colcos e sovcos; entro il 1 febbraio successivo gli organi periferici della Federazione  avrebbero dovuto fissare le dimensioni più idonee, nelle condizioni locali, per le aziende private; entro il 1 marzo le assemblee dei colcos avrebbero dovuto deliberare se procedere allo smembramento o alla trasformazione dell'azienda in uno degli organismi  previsti dalla nuova legislazione sulle società, ed entro la fine dell'anno la conversione avrebbe dovuto essere perfezionata tanto sul piano fondiario che su quello economico.

Altrettanto tassative delle disposizioni per privatizzare l'agricoltura le sanzioni comminate agli inadempienti: dirigenti di colcos e sovcos, funzionari governativi e provinciali che ostacolassero la riforma si vedrebbero privati per tre mesi dello stipendio.

Impone l'uso del condizionale, nell'esegesi di testi legislativi di difficilissimo reperimento e di ancor più difficile interpretazione, la più semplice e più astratta considerazione dell'immensità della trasformazione che essi sanciscono: rifare quello che la Rivoluzione ha distrutto, demolire l'apparato che essa ha eretto per il controllo di ogni segmento della vita  economica, è compito che non è pleonastico definire immane. Conferma il risultato della considerazione astratta l'esame della realtà giuridica ed economica dell'agricoltura russa. Come vendere, dal fatidico primo gennaio, un appezzamento di terra in un paese dove non esiste il catasto? Come trasformare in azienda agricola un appezzamento posto a dieci chilometri dal villaggio, senza strade, acqua, energia elettrica, senza alcuna attrezzatura, da provvedere con mutui bancari, in un sistema giuridico che  ha cancellato l'istituto dell'ipoteca, e dove le banche, appena privatizzate, hanno appreso immediatamente, dalle consorelle dei paesi capitalisti, a prestare denaro solo a chi offra adeguate garanzie?

Percepisco l'impossibilità di privatizzare per decreto, tra il primo gennaio e il primo marzo 1992, l'agricoltura russa, nel padiglione fieristico in cui si celebra, nel faraonico e caotico centro espositivo di Mosca, "Agritalia", l'esposizione della tecnologia italiana per la manipolazione e la conservazione delle derrate agricole. Ospite  dello stand della Banca Agricola Mantovana, presente in forma impegnativa per assistere i clienti operanti sul terreno dell'impiantistica agroalimentare, posso misurare i termini del problema col metro dell'istituto di credito. Attraverso l'interprete, chiede di essere ricevuto dal funzionario presente un gruppo di ragazzi tra i venti e i trent'anni. L'amico bancario rifiuterebbe l'incontro, che sa per lui del tutto inutile, ma accoglie il gruppo per cederlo alla mia curiosità.

 

Gli aspiranti agricoltori: 61 milioni

Vengono da Troizk, venti chilometri da Mosca, una delle regioni in cui alla privatizzazione sono stati imposti, data la vicinanza del nuovo inquilino del Kremlino, i tempi più rapidi. Guida il gruppo Vladimir Nicolaievich Ermolaev, biondo, gli occhi turchini, un sorriso insieme ingenuo e penetrante. E'  titolare della proprietà di 25 ettari di un colcos in fase di smembramento, ma non ha mai coltivato la terra. Non ha nessuna macchina e sa che nessuna banca gli darà il denaro per comprarne. Gli chiedo se reputa ottimali le dimensioni dell'azienda che gli è stata assegnata.  Mi confida di ritenere che la dimensione ideale sarebbe 500 ettari. Per un attimo credo di avere di fronte il futuro concorrente del farmer americano: gli chiedo cosa vorrebbe produrre sulla sua azienda ideale. "Foraggio -mi risponde-, funghi, e tutto quello che chiede il mercato."

Per qualche anno i farmer americani possono dormire sonni tranquilli: prima che la steppa torni a diventare il granaio d'Europa sarà necessario  popolarla di veri imprenditori, e trasformare in imprenditore agricolo Vladimir Nicolaievich è impresa a realizzare la quale non basta la foga di Boris Eltsin. Nello stesso stand dell'istituto mantovano poche ore più tardi il dottor Dimitri Melnikov, uno degli specialisti di economia agraria dell'Accademia delle Scienze, mi spiegherà che presso gli uffici periferici del Ministero dell'agricoltura risultano registrate le domande di 61 milioni di giovani, in assoluta prevalenza di estrazione urbana, che chiedono di diventare agricoltori. Mentre i dipendenti delle aziende statali, anche i più giovani, rifiutano la privatizzazione, che minaccia il triplice vantaggio dello stipendio sicuro, della casa a spese del colcos e dell'orto di cui vendere i prodotti, ortaggi, frutta e pollame, una folla di operai dell'industria, di impiegati senza più lavoro, di camerieri e commessi vuole  la terra dello  Stato per fare l'agricoltore: un mestiere di cui non ha, però, alcuna esperienza.

Ma privatizzare l'agricoltura, mi spiegherà, con dovizia di dati e rilievi analitici, Melnikov, è impresa che deve  superare, prima ancora delle difficoltà giuridiche ed economiche,  ostacoli sociali e psicologici ciclopici.

 

Aziende familiari, s.p.a., cooperative

Ricavare, dalle leggi del Parlamento e dai decreti presidenziali, il quadro organico delle coordinate per la ricostruzione del sistema agrario russo è, ho annotato, impresa di assai problematica realizzazione. Le difficoltà che ostacolano la creazione, sulle spoglie del collettivismo, di un sistema giuridico liberale, si sommano algebricamente, infatti, a quelle che incontra la rifondazione di un ordinamento politico basato sulla divisione dei poteri, il caposaldo di tutti i sistemi democratici. L'assenza di ogni tradizione rende il confronto tra Governo e Parlamento oltremodo arduo.  Boris Eltsin manifesta l'appariscente propensione a ricalcare l'onnipotenza dei segretari generali del Partito Comunista, despoti incondizionati: se l'urgenza delle scelte da assumere lo giustifica, la sua prepotenza non appare la prassi più idonea a stabilire una dialettica funzionale tra gli organi diversi dello Stato.

Diritto di proprietà e statuto delle società di capitali e di persone sono temi di palese competenza parlamentare: le raffiche di decreti contrastano la paralisi istituzionale, ma accentuano la Babele giuridica.

Mi propone l'esegesi  più organica del coacervo di leggi e decreti che hanno posto le basi del nuovo statuto della proprietà fondiaria Alexej Anissimov, direttore del Dipartimento dell'agricoltura della regione di Stavropol, la vastità della Pianura Padana, la popolazione di Milano, per l'enormità degli spazi una  di quelle  in cui  privatizzare colcos e sovcos  sarà impresa più ardua. Ma Anissimov è il prototipo del migliore funzionario russo: mi riceve, la radio accesa, la scrivania tanto ingombra di carte da creare, tra noi, un'autentica barriera, e mi spiega, con la chiarezza delle cose incontrovertibili, disposizioni di cui mi chiedo come potrà mai indirizzare l'attuazione.

Secondo la nuova normativa il destino di colcos e sovcos, due forme  aziendali  tra le quali i teorici dell'agricoltura collettiva additavano significative differenze, di cui oggi in Russia si parla come della medesima cosa, può prendere tre strade. La prima lo smembramento completo, e la trasformazione in aziende familiari, che le nuove leggi definiscono col termine americano di "farm": un affronto che far fremere, è legittimo supporre, nel cimitero londinese di Highgate, le ossa di Karl Marx. I proprietari delle aziende nate dallo smembramento potranno associarsi, se lo riterranno opportuno, in cooperative, dei cui scopi e della cui gestione saranno arbitri incondizionati. Chi non intenda coltivare il suo appezzamento può venderlo o affittarlo: salvo alcune formalità non ancora definite, l'acquirente potrà essere anche uno straniero.

La seconda eventualità è la trasformazione  in società per azioni: grandi  stalle  e impianti sono valutati e il valore complessivo ripartito in quote azionarie. La terra è divisa in parcella e assegnata agli ex-dipendenti, che la conferiscono in società, conservando,  però, il diritto di riassumerne la disponibilità. Chi non voglia aderire alla società può pretendere la liquidazione della sua quota di impianti, e il possesso della sua parcella. La società potrà essere "chiusa" o "aperta": nel primo caso il socio che la lasci è tenuto a cedere la sua quota a un altro socio, nel secondo è libero di vendere a chicchessia. Anche nella prima ipotesi, tuttavia, se nessun socio eserciti  il suo  diritto,  il dimissionario  potrà vendere a qualunque acquirente.

Terza soluzione: la società cooperativa Fermo il diritto  alla proprietà di una quota degli impianti e di una parcella di terra, gli aderenti conferiscono entrambi a un organismo comune, di cui saranno, però, insieme, titolari, in assoluta autonomia. E' probabilmente, la strada più agevole per la conversione delle grandi aziende statali delle regioni della steppa. Il completo smembramento di un colcos di 15-20.000 ettari, che comprenda colture cerealicole, allevamenti bovini e ovini, caseifici e impianti di macellazione, richiederebbe investimenti astronomici in case rurali, stalle, viabilità, elettrificazione e attrezzature. E' assai più agevole la sua trasformazione in tre-quattro cooperative. Le antiche "brigate", i settori produttivi dell'azienda statale, diventeranno, ciascuna, un organismo economico autonomo, di cui i soci saranno proprietari e responsabili. Agli ex-dipendenti decisi a tentare l'avventura privata potranno essere assegnate le terre meno lontane dal villaggio.

Tre strade, tre gradi diversi di difficoltà, che i kolkhosiani che ho incontrato a Constantinovska rifiutano, però, di intraprendere, forti della significativa maggioranza del  cento per cento. E il colcos Sarajeva non è, dispiace per Eltsin e il drappello  progressista che lo attornia, l'eccezione: è, piuttosto, la regola.

 

Cereali, carne, latte, e letame

Le analisi dell'Accademia delle Scienze sulle  implicazioni sociali della privatizzazione hanno verificato una singolare coincidenza storica, mi spiega, nel corso della lunga conversazione moscovita, Dimitri Melnikov: nel villaggio russo dell'età degli zar i contadini potevano essere divisi nel 20 per cento di kulaki, piccoli proprietari più ricchi e dinamici, nel 60 per cento di contadini di condizione media, nel 20 di contadini indigenti. I sondaggi sulla propensione alla privatizzazione tra i dipendenti delle aziende statali hanno dimostrato che il 20 per cento è favorevole, il 60  indifferente, il 20 contrario. Tra gli oppositori si contano, sottolinea, tutti i dirigenti, un gruppo capace di opporre alla riforma  un'inerzia che ne accrescerà a dismisura i costi economici e sociali.

La macchina dell'agricoltura sovietica era apparato  pletorico e inefficiente, ma le  sue dimensioni, mi spiega chi segue la trasformazione per fornire al Governo il quadro   delle realizzazioni e degli insuccessi, assicuravano, tra cento diseconomie, l'approvvigionamento del paese. Introducendo elementi di responsabilità e di autonomia, la perestroika ha inceppato il meccanismo: in tre anni le disponibilità per  il consumo si sono progressivamente e drasticamente contratte.

L'epicentro della catastrofe agraria collettivista è la zootecnia. La pianificazione sovietica aveva immaginato di controllare meglio la produzione realizzando impianti  imponenti: stalle, porcilaie e ricoveri per ovini capaci di migliaia e migliaia di capi. L'illusione della funzionalità attraverso strutture ciclopiche ha creato una voragine che assorbiva ogni anno 130-150 milioni di tonnellate di cereali, nazionali e d'importazione. Somministrato senza miscelazione e senza integrativi, quel monte di granaglie assicurava produzioni risibili: gli indici di conversione dell'allevamento russo costituiscono, in confronto a quelli occidentali, un'onta tecnologica ed economica. Progettando i letamai per i megaimpianti di colcos e sovcos, i pianificatori dell'agricoltura sovietica prevedevano, per ogni bovino, un volume di deiezioni quattro volte  superiore a quello dei progettisti occidentali: ecco dove finivano, annota, metà ironico, metà amaro, Melnikov, i cereali che acquistavamo, pagando in lingotti d'oro, dagli  Stati Uniti e dall'Argentina.

Da anni gli economisti insistevano perché il Governo approfittasse dei  prezzi  del latte, del burro e  della carne occidentali, e non gettasse più in quella voragine  un  solo quintale di mais americano, ma sottrarre i nostri politici, ride, ancora, amaro, il mio interlocutore, alla tentazione di vantare i più possenti allevamenti del globo era impresa irrealizzabile.

 

Patate, rape e cavoli

Oggi le diseconomie di quel meccanismo ne hanno provocata  la disintegrazione: supponendo che gli sforzi negoziali in corso siano coronati dal successo più luminoso, le quantità di cereali destinabili all'allevamento saranno, quest'anno, inferiori del 14 per cento a quelle dell'anno scorso, quando in molte regioni è cominciata l'ecatombe del bestiame eccedente le disponibilità foraggere. Le stime prevedono una contrazione del 5 per cento dei capi, che si tradurrà in quella del 10 per cento delle produzioni zootecniche. Quest'inverno il popolo russo sta mangiando  rape, patate e cavoli, i prodotti caratteristici degli orti familiari. L'inverno prossimo mangerà, ancora, cavoli, patate e rape. In quello successivo, poi, metterà in pentola patate, rape e cavoli. Nel '96, conclude Melnikov, riteniamo che la nuova agricoltura privatistica potrebbe avere acceso il motore, e che sulle tavole russe potrebbero ricomparire carne, uova e formaggi.

La passione antica per Gogol, Tolstoj e Dostoeskij mi ha inculcato un affetto profondo per la Russia e la sua gente, tra i popoli d'Europa quello che propone la più singolare combinazione di pazienza, intelligenza e profondità di sentimenti. Salutando il mio interlocutore mi auguro, con calore, che la pazienza consenta ai cittadini della nuova Russia di convivere con rape e patate per il tempo necessario alla sua intelligenza per cancellare l'eredità di Lenin e di Stalin, alfieri di un'utopia che si è dimostrata altrettanto vana  sul piano economico che su quello politico, imposta con mezzi che non attribuiscono ai  suoi strateghi il diritto di essere ricordati come rappresentanti dell'umanità profonda del popolo di cui hanno forgiato la storia.

Terra e vita n° 13 1992

 

 

 

 

Russia, troika senza guida che corre all'ignoto

L'ingegnosità italiana nel magma del postcomunismo

 

Il collasso dell'economia collettivista ha innescato un processo singolarmente simile alle corse all'oro che si sono accese in secoli e continenti diversi. Quale, tra le potenze industriali, si imporrà come partner previlegiato nello sfruttamento delle risorse naturali dell'ex-impero sovietico? L'incontro con alcuni osservatori qualificati consente di tratteggiare le posizioni dei concorrenti ai blocchi di partenza, le opportunità e le debolezze dell'industria italiana.

 

Se Š arduo indovinare a  quale assetto  civile ed  economico possa portare la corsa della troika russa dopo lo  sgretolamento del sistema collettivista, ogni  studente  di scuola media, in qualunque paese del mondo, sa quale  scrigno di tesori naturali essa  trasporti nella sua corsa. Sospinti da stimoli più prepotenti dell'interesse per la geografia di un quattordicenne, industriali, finanzieri e  uomini di governo di tutto il mondo stanno combattendo la più serrata battaglia per insediarsi nelle giunture disarticolate dell'economia russa, così da assicurarsi i benefici dello sfruttamento di giacimenti petroliferi e minerari, delle foreste e delle fonti di energia elettrica, e partecipare a saziare la voracità di un mercato il cui rifornimento di tutti  i beni essenziali è, insieme, scadente e insufficiente.

 

Giapponesi, americani, tedeschi, ebrei

La corsa alle miniere d'oro biondo e d'oro nero dell'antico impero sovietico, e quella verso i suoi mercati di consumo, presenta all'osservatore un aspetto paradossale: tutti lottano contro tutti per prendere posizione, decisi, però, a non spendere un solo dollaro, uno jen o un marco. Le alee politiche sono, ancora, incommensurabili: resisterà  Eltsin? Si consoliderà la democrazia? Oppure l'Armata Rossa, umiliata ma ancora integra, imporrà un ritorno al comunismo in versione militare? Se alla domanda non può trovare risposta, nella sfera di cristallo, neppure la più illuminata delle chiromanti, è certo che, se Eltsin trionferà delle difficoltà tra cui si  dibatte, chi gli avrà fornito dollari, cereali e macchinari si troverà in possesso di una  straordinaria cambiale in bianco, e chi sarà stato reticente, o elusivo, vedrà le proprie  proposte accolte dal più cortese niet. Chi, per converso, avrà largheggiato in fondi  e apparecchiature col leader democratico, non potrebbe non  trovare interlocutori assai sospettosi  negli eventuali restauratori del comunismo. In economia, come in politica, le amicizie si  possono spezzare, e le alleanze infrangere: la regola resta, tuttavia, il loro rispetto.

Mi  propone il  quadro più penetrante dello scontro tra i giganti finanziari del mondo per insediare avamposti nelle suture dell'economia russa Marco Viola: trentino, cinquantacinque anni, l'ingegner Viola ha rivestito la responsabilità della realizzazione, in Siberia, di giganteschi stabilimenti chimici, costruiti dalla Montedison secondo la formula "chiavi in mano". L'esperienza siberiana gli ha fatto conoscere  come a pochi, lavorando a 30-40 gradi sotto zero, le risorse di questo paese, quelle naturali, di cui ha valutato  l'entità e le difficoltà di sfruttamento, e quelle umane: dei russi ha misurato la resistenza e l'indolenza, ha sperimentato la cordialità dei lavoratori, l'ottusa presunzione  della tecnocrazia comunista. Utilizza le conoscenze acquisite svolgendo, a Mosca, funzioni di ambasciatore della Montedison nel pianeta economico della nuova Russia.

Tutte le potenze industriali sono impegnate sulla nuova frontiera dell'economia mondiale aperta dal crollo del comunismo, ma non tutte, sottolinea, mostrano lo stesso dinamismo e la stessa determinazione. Al primo posto, per lucidità strategica, i tedeschi, che stanno sfruttando con abilità due vantaggi capitali: la secolare dipendenza del popolo russo dalla tecnologia e dall'intraprendenza tedesca, lo straordinario ponte costituito dall'ex-Repubblica  Democratica. Avvantaggiata dalla tradizione secolare del Drang nach Osten, l'"impulso verso  est", continuazione logica della Ospolitik, la penetrazione  tedesca nell'ex impero sovietico è sorretta da un accordo incrollabile tra Governo, alta finanza e industria: in Russia gli imprenditori tedeschi non operano isolati, cooperano a un disegno economico nazionale.

Più incerta e incoerente la presenza americana: combattuti tra il compiacimento per la disfatta dell'antico nemico, i dubbi sul suo ruolo militare futuro, propositi di favorirne lo sviluppo democratico e il desiderio di fare affari, gli americani paiono operare più casualmente: sono presenti con gruppi di importanza mondiale, non lo sono come titano  economico, compatto e consapevole degli obiettivi da raggiungere e dei mezzi da impiegare. Ricorderò il giudizio di Viola quando, nell'incertezza del posto su un Iliuscin diretto a Francoforte, vedrò un giovanotto americano sventolare la sua foto con Eltsin.

Alla domanda delle ragioni dell'incontro e della posa, mi risponderà di essere un businessman. Dubito che gli imprenditori tedeschi vadano singolarmente all'assalto dello studio presidenziale al Cremlino: delegano l'incombenza, suppongo, al presidente della Bundesbank, dopo la cui visita non è più necessario che venditori di acciaierie e cementifici, acquirenti di nikel e tungsteno, si affollino negli anticamera del nuovo potere russo. Altrettanto contraddittoria la presenza nipponica, combattuta tra l'assoluta necessità di mettere le mani sulla Siberia, la miniera capace di alimentare per tutto il secolo a venire la vitalità di un'industria priva di materie prime, e la cieca determinazione a riacquistare le isole Kurili, altrettanto care al cuore nipponico della Madonnina a quello milanese, o dello stadio di Fuorigrotta per i napoletani. Ma pare che per le fatali, e spopolate  Kurili, Eltsin sia deciso a pretendere un prezzo esorbitante anche per l'amatore più opulento del mondo.

Una posizione straordinariamente favorevole, tra i concorrenti alla svendita dell'impero economico sovietico, si sono assicurati gli ebrei: ebrei, si deve sottolineare, non israeliani, membri, cioè, di una comunità economica che non conosce, oggi come cento, come mille anni fa, nazionalità né frontiere. Sono, in prevalenza, i membri della diaspora russa, coloro che la pressione dell'opinione internazionale ha costretto il potere sovietico, negli ultimi decenni, a lasciare partire, per Israele, per gli Stati Uniti, per l'Inghilterra o l'Australia. Sono partiti ma non hanno sciolto i legami economici con la terra che abbandonavano, e oggi, mi spiega Viola, sono gli arbitri del commercio marittimo che dal Mar Nero unisce il mercato russo a quelli di tutto il mondo. Sono i signori di Odessa come lo furono nell'Ottocento, quando, emarginata la comunità mercantile greca, le famiglie ebree di Ginevra e di Parigi gestirono fruttuosamente il flusso di  cereali che dall'Ucraina si riversava in tutti i porti europei. Favorendo la  prosperità della  comunità ebraica locale, partner naturale del grande traffico.

 

Muore il collettivismo, rinasce il baratto

Nella  grande sfida l'Italia, l'ingegner  Viola conclude la propria disamina, è riuscita a collocarsi, fino ad ora, a ruota dei grandi: in posizione  più favorevole della Francia e dell'Inghilterra. Il nostro Governo si è mosso tempestivamente, aprendo cospicue linee di credito, che, a ragione delle incertezze politiche, non ha, poi, attivato: un capolavoro dell'arte di sedurre amici e nemici, evitando di assumere impegni, di Giulio Andreotti. Senza rischiare, ha rivolto, così, un segnale che è stato bene accolto tanto dalle autorità russe quanto dagli operatori nostrani, sciamati nell'impero in disfacimento cogliendo tutte le opportunità esistenti, scrutando le possibilità all'orizzonte, destinate a tradursi in occasioni concrete se l'economia russa troverà, nella democrazia, una nuova stabilità.

Mentre ristagnano, in attesa di nuove sicurezze, le trattative che grandi gruppi hanno intrapreso, negli anni recenti, per la realizzazione di impianti di dimensioni maggiori, la cui realizzazione dipende da intese finanziarie intergovernative, chi ha qualcosa