Inviato speciale: reportages dall’agricoltura del mondo

 

 

 

Indice

Nella steppa senza confine il collettivismo non vuole morire. 1

L'orologio della storia. 1

Le dimensioni dell'agricolosso. 2

Un confronto che è sentenza. 3

"E' colpa del ministro". 4

Rape e patate nell'eredità di Lenin e Stalin. 5

Eltsin cancella la storia per decreto. 5

Gli aspiranti agricoltori: 61 milioni 6

Aziende familiari, s.p.a., cooperative. 7

Cereali, carne, latte, e letame. 8

Patate, rape e cavoli 9

L'ingegnosità italiana nel magma del postcomunismo. 9

Giapponesi, americani, tedeschi, ebrei 10

Muore il collettivismo, rinasce il baratto. 11

Ossami, corna, viscere. 12

"Abbiamo le carte: giochiamole!". 13

Nella geografia del postcomunismo c'è un paese sommerso di denaro: sono marchi 14

L'esperimento e la dimostrazione. 14

Impero agrario, nazioni industriali 15

Un paese, due tradizioni 15

Nella Germania postcomunista ottimi tecnici, agricoltori incapaci 16

Zootecnia all'asta. 17

Le poste della scommessa. 17

I primi coldiretti 18

Israele: prodigi irrigui nel paese delle contraddizioni 19

Il boom demografico. 19

Acqua e economia. 20

Il bilancio delle risorse. 21

La bilancia commerciale. 22

Vendere progetti 23

Innovazione tecnologica dal Negev a Tiberiade. 24

Quattro direttrici 24

In pieno campo. 25

Le colture in serra. 26

La stalla modello. 27

Gocciolatoi e computer. 28

I filtri 28

 

 

 

Nella steppa senza confine il collettivismo non vuole morire

 

Mentre a Mosca Governo e Parlamento dispongono la nascita di un'agricoltura fondata sull'azienda privata, nel granaio della Federazione, la fertile steppa tra il Caspio e il Mar Nero, l'orologio è fermo ai tempi del collettivismo. I dirigenti e i duemila operai del colcos Sarajeva sono convinti che l'organismo entro il quale operano sia paradigma di funzionalità agraria.

 

 

"Troika, veloce troika, troika costruita dal mugik con la scure, dove ti porta la folle corsa nella steppa? Russia,  Russia amata, che corri rapida come la troika, quale è la tua meta, quale è il tuo destino?"

 

L'orologio della storia

Mentre Anatoli Pakhmov, il funzionario dell'Agropromsoyuz che mi accompagna alla scoperta dell'agricoltura dell'ultimo lembo della Federazione Russa tra il Caspio e la Georgia, traduce in russo la metafora di Nicolaj Gogol che ho declamato in italiano, osservo, meravigliato, i miei interlocutori. Di fronte a me Victor Ivanovich  Marcov, ingegnere  meccanico, presidente del colcos Sarajeva, 24.000 ettari, 2.000 soci-dipendenti, attorno a lui tre dei membri del comitato direttivo, i volti arrossati dalla discussione che ci accalora, ormai, da due ore, e dalla vodka che in Russia è complemento necessario di ogni discussione. Il nostro confronto sul futuro della Russia dopo il crollo del comunismo ha già sfiorato, ripetutamente, il limite oltre il quale secondo il metro italiano una discussione diventa  alterco. Ma ad ogni cenno di smorzare il tono, Anatoli, una lunga esperienza all'ambasciata dell'Avana, ha sorriso divertito: sull'orlo dell'alterco, infatti, Victor Ivanovich ha sempre riempito, con autorità presidenziale, i bicchieri, e dopo il bicchiere di vodka il dibattito ha ripreso, sistematicamente, in tono più sommesso di almeno due ottave. Per risalire, poi, di nuovo, fino al brindisi successivo.

Il confronto è arrivato, così, alla domanda solenne del  mio interlocutore: "Antonio, cosa pensi del  futuro della Russia, di questa Russia spezzata e senza più certezze?", la domanda cui non ho saputo rispondere che con la metafora dello scrittore che incarna l'amore di ogni russo per la sua terra. Anatoli ha tradotto la mia versione di Gogol. I miei interlocutori mi fissano in attesa della spiegazione. Un altro sommo scrittore russo, proseguo, Dostoeskij, ha immaginato, ricostruendo il dibattimento di un processo, che il procuratore e l'avvocato difensore combattessero  un vibrante duello oratorio proponendo due interpretazioni opposte della metafora di Gogol. Senza nessuna certezza sulla lettera, ma ricordando il  significato delle  due arringhe, sviluppo la mia risposta:

"La troika della nostra patria, signori -proclama il procuratore-, è una troika impazzita, davanti al cui impeto i popoli d'Europa si ritirano sgomenti. Ma non si ritireranno  per sempre: per fermare la folle corsa che li minaccia, un giorno si uniranno, e schiacceranno la Russia." "La Russia non è una troika impazzita, è un cocchio  maestoso -ribatte il difensore di Dimitri Karamazov-, che procede nel suo cammino verso mete luminose di civiltà: tutti i popoli  d'Europa ne osservano il procedere, l'accolgono tra loro, tributano alla nostra patria l'onore che spetta ad un membro di diritto del consesso delle nazioni civili."

Mentre  Anatoli traduce osservo, ancora, incredulo, i miei interlocutori. Attenti e  sorpresi, i loro volti mi dicono che settant'anni di comunismo non solo hanno allontanato un grande popolo europeo dal consesso delle nazioni di cui era parte, ma lo hanno staccato dalla sue stesse radici: dubito, infatti, che uno solo abbia mai letto i due  scrittori che, chissà con quali imprecisioni, sto declamando: entrambi troppo visceralmente convinti che l'anima della Russia fosse nella sua fede cristiana per essere accetti ai discepoli di Marx e agli emuli di Lenin.

Anatoli ha tradotto Dostoeskij in russo: spiegando la metafora cerco di rispondere alla domanda che mi è stata posta. "Victor Ivanovich -argomento-, chi visita il vostro paese oggi si pone le medesime domande che i più grandi dei vostri scrittori si ponevano nell'ultimo scorcio dell'800, come se in Russia le lancette  dell'orologio della storia fossero state riportate indietro di cento anni. Allora potevate vantare la più grande letteratura del secolo, grandi chimici e microbiologi, gli studi sull'origine della steppa dei vostri pedologi avevano assicurato alle conoscenze agrarie una disciplina nuova: la scienza del suolo. Avevate diritto a un posto tra i paesi che guidavano il progresso delle nazioni. Dostoeskij lo sperava, e pone la sua speranza in bocca all'avvocato dell'imputato Karamazov. Ma temeva il prevalere di chi voleva imporre con la violenza l'eguaglianza forzata, come prevedeva il procuratore, che vince il processo e umilia il principe del foro venuto da San Pietroburgo. Avete avuto la collettivizzazione coatta, che ha dissolto ogni creatività individuale, e creato il castello che si è sgretolato: adesso nessun altro che voi stessi può decidere dove andrà questo paese, non potete delegare a nessuno la scelta della direzione della vostra troika. Chi guarda, resistendo all'impulso di ritrarsi spaventato, non può che dichiarare che le scelte che vi si impongono sono difficili e onerose. Ma dovete assumerle  e sostenerne il peso, perché, comunque, dalle vostre scelte dipende il futuro di questo grande paese.

 

Le dimensioni dell'agricolosso

Ma se non possono confutare  Gogol e Dostoeskij, i miei interlocutori non riescono neppure ad accettare la profezia del secondo, seppure debbano ammettere che l'incertezza del primo sulla meta verso cui corre la patria sia la loro stessa incertezza, e riconoscano che l'angoscia di Dostoeskij sull'eventualità che quella meta sia, ancora, una tragedia, è la loro stessa angoscia.

Su 24.000 ettari il colcos Sarajeva, a Konstantinovska, in provincia di Stavropol, la provincia dove il segretario del Partito Comunista portava, vent'anni fa, il nome di Mikail Serghievich Gorbaciov, produce 4.000 tonnellate di grano, alleva 8.000 bovini, di cui 2.700 vacche da latte dell'antica razza rossa della Steppa, 40.000 montoni Merino, 3.000 suini e 500 cavalli della leggendaria razza con cui la cavalleria cosacca sfidò gli squadroni turchi e i dragoni di Napoleone. Un cospicuo impegno di miglioramento fondiario ha sagomato la pianura ondulata in grandi appezzamenti di 400 ettari, circondati da folti frangivento per ridurre l'erosione, ha realizzato le condotte che portano  l'acqua ad una superficie ogni anno maggiore: con il clima semiarido della Steppa, meno di 500 millimetri di pioggia annua, condizione indispensabile per sfruttare la straordinaria fertilità naturale di questa terra.

Le rese di tutte le produzioni costituiscono,  secondo i dirigenti, che le confrontano, non irragionevolmente, con quelle degli altri colcos della regione, una serie di primati: 35 quintali per ettaro per il grano, 212 per l'insilato di mais, che tocca i  400 negli appezzamenti irrigui, 3.350 litri per lattazione, che varcano la soglia dei 5.000 nelle stalle condotte dai responsabili più capaci e solerti. Oltre ad accrescere le rese, come tutti gli organismi agrari d'avanguardia, il colcos Sarajeva è impegnato da anni nell'allestimento di laboratori per la trasformazione dei propri prodotti, una strategia  obbligata per accrescere il valore delle derrate, evitando la strozzatura che nell'ex-Unione Sovietica separa dal mercato ogni produzione agraria, quegli organismi di ammasso nei cui depositi deperiscono e si deteriorano gli avari raccolti della generosa terra russa. Negli opifici dell'organismo si conservano, così, angurie e pomodori sotto sale, secondo l'antica tradizione contadina, si sala il pesce degli stagni, si conciano le pelli dei montoni.

 

Un confronto che è sentenza

Se, però, la produttività dei soci-dipendenti della Sarajeva realizza una serie di primati nella cornice dell'agricoltura collettivistica, quei primati si convertono in vere catastrofi se misurati con gli standard occidentali: e se la Russia vuole trasformare la sua economia secondo i principi del libero mercato il confronto è inevitabile.

La disfatta è altrettanto irreparabile misurando le produzioni in termini di rese per ettaro, o per capo di bestiame, quanto in termini di  produttività per  addetto.  Ricavare 35  quintali di grano dal  suolo che i manuali  di  agronomia additano  come  la migliore terra da frumento del mondo è curioso paradosso,  anche considerando che  all'eccezionalità del suolo corrisponde una piovosità assai meno propizia. Sulla stessa terra  l'irrigazione dovrebbe permettere di ricavare 1.000 quintali di insilato di mais, non i 400 vantati come primato da Victor Marcov. Che la Steppa sia più generosa di quanto la facciano apparire le produzioni che ne ottengono i suoi figli, lo ha provato l'esperienza diretta di un grande gruppo italiano, la Tecnimont del gruppo Ferruzzi, che negli anni scorsi concordò con le autorità moscovite un ambizioso  progetto di sviluppo agricolo nella regione di Stavropol. La realizzazione del piano, che prevedeva la costruzione di grandi impianti di trasformazione, è sospesa, attualmente, per le incertezze politiche e finanziarie, ma due anni di esperienze condotte dai tecnici italiani hanno dimostrato, mi ha riferito, prima della partenza, Umberto Mangiagalli, direttore del progetto, la possibilità di raddoppiare le rese di tutte le colture. Le condizioni: l'adozione di procedure agronomiche più aggiornate, l'impiego di mezzi tecnici più efficienti.

Altrettanto inaccettabili i rendimenti che si registrano nelle stalle: 33 quintali di latte per mucca equivalgono alla condanna economica di un allevamento. La Rossa della Steppa non è capace di fare di meglio? Bisogna  sostituirla? No, mi informa Victor Ivanovich: i registri di stalla testimoniano di animali che hanno superato gli 80 quintali. Ma partendo dai figli delle campionesse, con la fecondazione artificiale in  meno di dieci anni si dovrebbe poter aumentare la media di 10-20 quintali. Quale ostacolo ha impedito di farlo?

In termini di produttività del lavoro lo iato con l'Occidente è ancora più incolmabile: 250 agricoltori americani coltiverebbero agevolmente i 24.000 ettari della Sarajeva; 60 allevatori olandesi accudirebbero senza preoccupazione alle 2.700 mucche, nei tempi morti curando i 3.000 maiali; 20 italiani governerebbero i 5.000 bovini all'ingrasso; 40 neozelandesi i 40.000 Merino; 10 butteri maremmani i 500 cavalli. Aggiungiamo 50 addetti agli ortaggi, una produzione secondaria, e agli stagni. Il totale resta al di sotto dei 450 addetti. Aggiungiamo, ancora, gli operai dell'officina, che provvede alla manutenzione di quasi 200 trattori e mietitrebbie, quelli del piccolo caseificio,  del macello e della conceria, i contabili e i tecnici, che,  insieme, secondo gli standard occidentali, non dovrebbero superare le  150 persone. Il totale salirebbe a 600 addetti: poco più di un quarto dei soci-dipendenti della Sarajeva.

 

"E' colpa del ministro"

Sono state le mie osservazioni sulla produttività del colcos a accendere il dibattito che i ripetuti brindisi hanno evitato si trasformasse in alterco. "I vostri campi sono ben squadrati, le macchine curate, anche se durerebbero più a lungo in una rimessa anziché sotto la neve, le stalle sono pulite, i cavalli splendidi, i vostri Merino altrettanto floridi di quelli che pascolano sugli altopiani della Nuova Zelanda -ho riconosciuto a Victor Marcovich: ma rispetto alle agricolture con cui dovete misurarvi le vostre produzioni sono basse, e impiegano troppa manodopera. Se il vostro, su questa terra, è un colcos  modello, non è difficile capire perché l'Unione Sovietica sia stata costretta a importare, negli ultimi vent'anni, quantità astronomiche di derrate dai paesi capitalisti, 15-25 milioni di tonnellate di cereali, ogni anno, dagli  Stati Uniti, milioni di tonnellate di  burro, latte in polvere e carne dalla  Comunità Europea."

L'appunto ha infiammato il mio interlocutore, che lo ha respinto con foga: il colcos, si è accalorato, è un apparato funzionale e produttivo, la Sarajeva è una macchina agricola eccellente, i soci-dipendenti sono solerti e capaci, lui, vanta, è arrivato alla presidenza per competenza, battendo, nello scrutinio segreto, il candidato del Partito. "Se non produciamo quanto potremmo -si infervora- è colpa del Governo, che ci fa mancare macchine e concimi, che non ci rifornisce di sementi al momento necessario, che ritira frumento e carne e li paga con ritardi che scardinano tutti i nostri piani. E' colpa di Gorbaciov, che quando era segretario a Stavropol  non ha fatto nulla di buono per l'agricoltura, e che quando è arrivato a Mosca per l'agricoltura ha fatto ancora meno. Che ci diano i mezzi, e sapremo competere con gli agricoltori occidentali!"

"Ma i mezzi produttivi -ho ribattuto-, gli agricoltori occidentali non li attendono dallo Stato, li acquistano, sul mercato, in correlazione alle  proprie esigenze. Se sbagliano, comprando strumenti troppo costosi, o poco efficienti, pagano l'errore col proprio portafoglio. Se l'errore è grave, anziché il portafoglio ricolmo si ritrovano sommersi dalle cambiali, e devono cambiare mestiere. A Constantinoskaja siete più bravi che in altri colcos, ma quanti presidenti e amministratori di colcos sarebbero già stati costretti, in Occidente, a cambiare mestiere?Il Governo ha fornito meno mezzi  produttivi a voi perché ha dovuto continuare a darne anche agli inetti, che li hanno sprecati. Se, invece di Mikail Serghievich Gorbaciov, al ministero dell'agricoltura ci fosse stato, negli anni '70, Karl Marx in persona, non avrebbe potuto fare niente di meglio!"

Le mie critiche all'agricoltura collettiva nel colcos che ne rappresenta la realizzazione più efficiente ci hanno condotto al tema della privatizzazione, la radicale  svolta imposta da Boris Eltsin, la grande incognita del  futuro dell'agricoltura russa. Sulla privatizzazione in tutti i colcos si sono svolti formali referendum: su 2.000 soci-dipendenti, a Serajeva la riforma non ha registrato un solo consenso. Ma la privatizzazione è tema rovente: fautori e avversari concordano nel riconoscere che le forme in cui essa si tradurrà in realtà determineranno la fisionomia  della società russa di domani: è stato quel convincimento a condurre il nostro confronto alle incognite della corsa della troika russa al galoppo verso un destino ignoto. Privatizzazione e creazione di un libero mercato sono, però, temi di tale rilievo che ad essi  dovremo dedicare una tappa specifica di  questo viaggio attraverso il pianeta Russia  in turbinosa trasformazione.

Terra e vita  n°12 1992

 

 

 

 

Russia, troika senza guida che corre all'ignoto

Rape e patate nell'eredità di Lenin e Stalin

 

L'agricoltura collettivista ha dato prove di inefficienza tali da non meritare giudizi d'appello. Ma alla sua sostituzione con un sistema fondato sull'azienda privata l'eredità comunista oppone ostacoli tali da impressionare l'osservatore  più ottimista. Conversando con un funzionario governativo e con un economista agrario è possibile misurare quali sforzi e quali tempi saranno necessari per superarli.

 

In Russia la terra è di nuovo oggetto di proprietà privata, il suo sfruttamento può essere realizzato in forma individuale, in cooperativa o mediante società per azioni. Lo ha stabilito, annullando lo statuto della proprietà preconizzato da Karl Marx e tradotto in realtà economica da Vladimir Ulianov Lenin e dai suoi successori, una raffica di decreti firmati dal presidente della Federazione Russa, Boris Nicolaievich Eltsin, negli ultimi mesi del 1991. Sugellando una rivoluzione altrettanto radicale di quella che, nell'ottobre del 1917, sanciva la nascita del primo stato collettivista,  Eltsin ha fissato scadenze tassative e comminato gravi sanzioni per gli inadempienti.

 

Eltsin cancella la storia per decreto

Dal 1 gennaio 1992 tutti i cittadini sovietici avrebbero potuto vendere liberamente i terreni loro  assegnati in seguito allo smembramento di colcos e sovcos; entro il 1 febbraio successivo gli organi periferici della Federazione  avrebbero dovuto fissare le dimensioni più idonee, nelle condizioni locali, per le aziende private; entro il 1 marzo le assemblee dei colcos avrebbero dovuto deliberare se procedere allo smembramento o alla trasformazione dell'azienda in uno degli organismi  previsti dalla nuova legislazione sulle società, ed entro la fine dell'anno la conversione avrebbe dovuto essere perfezionata tanto sul piano fondiario che su quello economico.

Altrettanto tassative delle disposizioni per privatizzare l'agricoltura le sanzioni comminate agli inadempienti: dirigenti di colcos e sovcos, funzionari governativi e provinciali che ostacolassero la riforma si vedrebbero privati per tre mesi dello stipendio.

Impone l'uso del condizionale, nell'esegesi di testi legislativi di difficilissimo reperimento e di ancor più difficile interpretazione, la più semplice e più astratta considerazione dell'immensità della trasformazione che essi sanciscono: rifare quello che la Rivoluzione ha distrutto, demolire l'apparato che essa ha eretto per il controllo di ogni segmento della vita  economica, è compito che non è pleonastico definire immane. Conferma il risultato della considerazione astratta l'esame della realtà giuridica ed economica dell'agricoltura russa. Come vendere, dal fatidico primo gennaio, un appezzamento di terra in un paese dove non esiste il catasto? Come trasformare in azienda agricola un appezzamento posto a dieci chilometri dal villaggio, senza strade, acqua, energia elettrica, senza alcuna attrezzatura, da provvedere con mutui bancari, in un sistema giuridico che  ha cancellato l'istituto dell'ipoteca, e dove le banche, appena privatizzate, hanno appreso immediatamente, dalle consorelle dei paesi capitalisti, a prestare denaro solo a chi offra adeguate garanzie?

Percepisco l'impossibilità di privatizzare per decreto, tra il primo gennaio e il primo marzo 1992, l'agricoltura russa, nel padiglione fieristico in cui si celebra, nel faraonico e caotico centro espositivo di Mosca, "Agritalia", l'esposizione della tecnologia italiana per la manipolazione e la conservazione delle derrate agricole. Ospite  dello stand della Banca Agricola Mantovana, presente in forma impegnativa per assistere i clienti operanti sul terreno dell'impiantistica agroalimentare, posso misurare i termini del problema col metro dell'istituto di credito. Attraverso l'interprete, chiede di essere ricevuto dal funzionario presente un gruppo di ragazzi tra i venti e i trent'anni. L'amico bancario rifiuterebbe l'incontro, che sa per lui del tutto inutile, ma accoglie il gruppo per cederlo alla mia curiosità.

 

Gli aspiranti agricoltori: 61 milioni

Vengono da Troizk, venti chilometri da Mosca, una delle regioni in cui alla privatizzazione sono stati imposti, data la vicinanza del nuovo inquilino del Kremlino, i tempi più rapidi. Guida il gruppo Vladimir Nicolaievich Ermolaev, biondo, gli occhi turchini, un sorriso insieme ingenuo e penetrante. E'  titolare della proprietà di 25 ettari di un colcos in fase di smembramento, ma non ha mai coltivato la terra. Non ha nessuna macchina e sa che nessuna banca gli darà il denaro per comprarne. Gli chiedo se reputa ottimali le dimensioni dell'azienda che gli è stata assegnata.  Mi confida di ritenere che la dimensione ideale sarebbe 500 ettari. Per un attimo credo di avere di fronte il futuro concorrente del farmer americano: gli chiedo cosa vorrebbe produrre sulla sua azienda ideale. "Foraggio -mi risponde-, funghi, e tutto quello che chiede il mercato."

Per qualche anno i farmer americani possono dormire sonni tranquilli: prima che la steppa torni a diventare il granaio d'Europa sarà necessario  popolarla di veri imprenditori, e trasformare in imprenditore agricolo Vladimir Nicolaievich è impresa a realizzare la quale non basta la foga di Boris Eltsin. Nello stesso stand dell'istituto mantovano poche ore più tardi il dottor Dimitri Melnikov, uno degli specialisti di economia agraria dell'Accademia delle Scienze, mi spiegherà che presso gli uffici periferici del Ministero dell'agricoltura risultano registrate le domande di 61 milioni di giovani, in assoluta prevalenza di estrazione urbana, che chiedono di diventare agricoltori. Mentre i dipendenti delle aziende statali, anche i più giovani, rifiutano la privatizzazione, che minaccia il triplice vantaggio dello stipendio sicuro, della casa a spese del colcos e dell'orto di cui vendere i prodotti, ortaggi, frutta e pollame, una folla di operai dell'industria, di impiegati senza più lavoro, di camerieri e commessi vuole  la terra dello  Stato per fare l'agricoltore: un mestiere di cui non ha, però, alcuna esperienza.

Ma privatizzare l'agricoltura, mi spiegherà, con dovizia di dati e rilievi analitici, Melnikov, è impresa che deve  superare, prima ancora delle difficoltà giuridiche ed economiche,  ostacoli sociali e psicologici ciclopici.

 

Aziende familiari, s.p.a., cooperative

Ricavare, dalle leggi del Parlamento e dai decreti presidenziali, il quadro organico delle coordinate per la ricostruzione del sistema agrario russo è, ho annotato, impresa di assai problematica realizzazione. Le difficoltà che ostacolano la creazione, sulle spoglie del collettivismo, di un sistema giuridico liberale, si sommano algebricamente, infatti, a quelle che incontra la rifondazione di un ordinamento politico basato sulla divisione dei poteri, il caposaldo di tutti i sistemi democratici. L'assenza di ogni tradizione rende il confronto tra Governo e Parlamento oltremodo arduo.  Boris Eltsin manifesta l'appariscente propensione a ricalcare l'onnipotenza dei segretari generali del Partito Comunista, despoti incondizionati: se l'urgenza delle scelte da assumere lo giustifica, la sua prepotenza non appare la prassi più idonea a stabilire una dialettica funzionale tra gli organi diversi dello Stato.

Diritto di proprietà e statuto delle società di capitali e di persone sono temi di palese competenza parlamentare: le raffiche di decreti contrastano la paralisi istituzionale, ma accentuano la Babele giuridica.

Mi propone l'esegesi  più organica del coacervo di leggi e decreti che hanno posto le basi del nuovo statuto della proprietà fondiaria Alexej Anissimov, direttore del Dipartimento dell'agricoltura della regione di Stavropol, la vastità della Pianura Padana, la popolazione di Milano, per l'enormità degli spazi una  di quelle  in cui  privatizzare colcos e sovcos  sarà impresa più ardua. Ma Anissimov è il prototipo del migliore funzionario russo: mi riceve, la radio accesa, la scrivania tanto ingombra di carte da creare, tra noi, un'autentica barriera, e mi spiega, con la chiarezza delle cose incontrovertibili, disposizioni di cui mi chiedo come potrà mai indirizzare l'attuazione.

Secondo la nuova normativa il destino di colcos e sovcos, due forme  aziendali  tra le quali i teorici dell'agricoltura collettiva additavano significative differenze, di cui oggi in Russia si parla come della medesima cosa, può prendere tre strade. La prima lo smembramento completo, e la trasformazione in aziende familiari, che le nuove leggi definiscono col termine americano di "farm": un affronto che far fremere, è legittimo supporre, nel cimitero londinese di Highgate, le ossa di Karl Marx. I proprietari delle aziende nate dallo smembramento potranno associarsi, se lo riterranno opportuno, in cooperative, dei cui scopi e della cui gestione saranno arbitri incondizionati. Chi non intenda coltivare il suo appezzamento può venderlo o affittarlo: salvo alcune formalità non ancora definite, l'acquirente potrà essere anche uno straniero.

La seconda eventualità è la trasformazione  in società per azioni: grandi  stalle  e impianti sono valutati e il valore complessivo ripartito in quote azionarie. La terra è divisa in parcella e assegnata agli ex-dipendenti, che la conferiscono in società, conservando,  però, il diritto di riassumerne la disponibilità. Chi non voglia aderire alla società può pretendere la liquidazione della sua quota di impianti, e il possesso della sua parcella. La società potrà essere "chiusa" o "aperta": nel primo caso il socio che la lasci è tenuto a cedere la sua quota a un altro socio, nel secondo è libero di vendere a chicchessia. Anche nella prima ipotesi, tuttavia, se nessun socio eserciti  il suo  diritto,  il dimissionario  potrà vendere a qualunque acquirente.

Terza soluzione: la società cooperativa Fermo il diritto  alla proprietà di una quota degli impianti e di una parcella di terra, gli aderenti conferiscono entrambi a un organismo comune, di cui saranno, però, insieme, titolari, in assoluta autonomia. E' probabilmente, la strada più agevole per la conversione delle grandi aziende statali delle regioni della steppa. Il completo smembramento di un colcos di 15-20.000 ettari, che comprenda colture cerealicole, allevamenti bovini e ovini, caseifici e impianti di macellazione, richiederebbe investimenti astronomici in case rurali, stalle, viabilità, elettrificazione e attrezzature. E' assai più agevole la sua trasformazione in tre-quattro cooperative. Le antiche "brigate", i settori produttivi dell'azienda statale, diventeranno, ciascuna, un organismo economico autonomo, di cui i soci saranno proprietari e responsabili. Agli ex-dipendenti decisi a tentare l'avventura privata potranno essere assegnate le terre meno lontane dal villaggio.

Tre strade, tre gradi diversi di difficoltà, che i kolkhosiani che ho incontrato a Constantinovska rifiutano, però, di intraprendere, forti della significativa maggioranza del  cento per cento. E il colcos Sarajeva non è, dispiace per Eltsin e il drappello  progressista che lo attornia, l'eccezione: è, piuttosto, la regola.

 

Cereali, carne, latte, e letame

Le analisi dell'Accademia delle Scienze sulle  implicazioni sociali della privatizzazione hanno verificato una singolare coincidenza storica, mi spiega, nel corso della lunga conversazione moscovita, Dimitri Melnikov: nel villaggio russo dell'età degli zar i contadini potevano essere divisi nel 20 per cento di kulaki, piccoli proprietari più ricchi e dinamici, nel 60 per cento di contadini di condizione media, nel 20 di contadini indigenti. I sondaggi sulla propensione alla privatizzazione tra i dipendenti delle aziende statali hanno dimostrato che il 20 per cento è favorevole, il 60  indifferente, il 20 contrario. Tra gli oppositori si contano, sottolinea, tutti i dirigenti, un gruppo capace di opporre alla riforma  un'inerzia che ne accrescerà a dismisura i costi economici e sociali.

La macchina dell'agricoltura sovietica era apparato  pletorico e inefficiente, ma le  sue dimensioni, mi spiega chi segue la trasformazione per fornire al Governo il quadro   delle realizzazioni e degli insuccessi, assicuravano, tra cento diseconomie, l'approvvigionamento del paese. Introducendo elementi di responsabilità e di autonomia, la perestroika ha inceppato il meccanismo: in tre anni le disponibilità per  il consumo si sono progressivamente e drasticamente contratte.

L'epicentro della catastrofe agraria collettivista è la zootecnia. La pianificazione sovietica aveva immaginato di controllare meglio la produzione realizzando impianti  imponenti: stalle, porcilaie e ricoveri per ovini capaci di migliaia e migliaia di capi. L'illusione della funzionalità attraverso strutture ciclopiche ha creato una voragine che assorbiva ogni anno 130-150 milioni di tonnellate di cereali, nazionali e d'importazione. Somministrato senza miscelazione e senza integrativi, quel monte di granaglie assicurava produzioni risibili: gli indici di conversione dell'allevamento russo costituiscono, in confronto a quelli occidentali, un'onta tecnologica ed economica. Progettando i letamai per i megaimpianti di colcos e sovcos, i pianificatori dell'agricoltura sovietica prevedevano, per ogni bovino, un volume di deiezioni quattro volte  superiore a quello dei progettisti occidentali: ecco dove finivano, annota, metà ironico, metà amaro, Melnikov, i cereali che acquistavamo, pagando in lingotti d'oro, dagli  Stati Uniti e dall'Argentina.

Da anni gli economisti insistevano perché il Governo approfittasse dei  prezzi  del latte, del burro e  della carne occidentali, e non gettasse più in quella voragine  un  solo quintale di mais americano, ma sottrarre i nostri politici, ride, ancora, amaro, il mio interlocutore, alla tentazione di vantare i più possenti allevamenti del globo era impresa irrealizzabile.

 

Patate, rape e cavoli

Oggi le diseconomie di quel meccanismo ne hanno provocata  la disintegrazione: supponendo che gli sforzi negoziali in corso siano coronati dal successo più luminoso, le quantità di cereali destinabili all'allevamento saranno, quest'anno, inferiori del 14 per cento a quelle dell'anno scorso, quando in molte regioni è cominciata l'ecatombe del bestiame eccedente le disponibilità foraggere. Le stime prevedono una contrazione del 5 per cento dei capi, che si tradurrà in quella del 10 per cento delle produzioni zootecniche. Quest'inverno il popolo russo sta mangiando  rape, patate e cavoli, i prodotti caratteristici degli orti familiari. L'inverno prossimo mangerà, ancora, cavoli, patate e rape. In quello successivo, poi, metterà in pentola patate, rape e cavoli. Nel '96, conclude Melnikov, riteniamo che la nuova agricoltura privatistica potrebbe avere acceso il motore, e che sulle tavole russe potrebbero ricomparire carne, uova e formaggi.

La passione antica per Gogol, Tolstoj e Dostoeskij mi ha inculcato un affetto profondo per la Russia e la sua gente, tra i popoli d'Europa quello che propone la più singolare combinazione di pazienza, intelligenza e profondità di sentimenti. Salutando il mio interlocutore mi auguro, con calore, che la pazienza consenta ai cittadini della nuova Russia di convivere con rape e patate per il tempo necessario alla sua intelligenza per cancellare l'eredità di Lenin e di Stalin, alfieri di un'utopia che si è dimostrata altrettanto vana  sul piano economico che su quello politico, imposta con mezzi che non attribuiscono ai  suoi strateghi il diritto di essere ricordati come rappresentanti dell'umanità profonda del popolo di cui hanno forgiato la storia.

Terra e vita n° 13 1992

 

 

 

 

Russia, troika senza guida che corre all'ignoto

L'ingegnosità italiana nel magma del postcomunismo

 

Il collasso dell'economia collettivista ha innescato un processo singolarmente simile alle corse all'oro che si sono accese in secoli e continenti diversi. Quale, tra le potenze industriali, si imporrà come partner previlegiato nello sfruttamento delle risorse naturali dell'ex-impero sovietico? L'incontro con alcuni osservatori qualificati consente di tratteggiare le posizioni dei concorrenti ai blocchi di partenza, le opportunità e le debolezze dell'industria italiana.

 

Se Š arduo indovinare a  quale assetto  civile ed  economico possa portare la corsa della troika russa dopo lo  sgretolamento del sistema collettivista, ogni  studente  di scuola media, in qualunque paese del mondo, sa quale  scrigno di tesori naturali essa  trasporti nella sua corsa. Sospinti da stimoli più prepotenti dell'interesse per la geografia di un quattordicenne, industriali, finanzieri e  uomini di governo di tutto il mondo stanno combattendo la più serrata battaglia per insediarsi nelle giunture disarticolate dell'economia russa, così da assicurarsi i benefici dello sfruttamento di giacimenti petroliferi e minerari, delle foreste e delle fonti di energia elettrica, e partecipare a saziare la voracità di un mercato il cui rifornimento di tutti  i beni essenziali è, insieme, scadente e insufficiente.

 

Giapponesi, americani, tedeschi, ebrei

La corsa alle miniere d'oro biondo e d'oro nero dell'antico impero sovietico, e quella verso i suoi mercati di consumo, presenta all'osservatore un aspetto paradossale: tutti lottano contro tutti per prendere posizione, decisi, però, a non spendere un solo dollaro, uno jen o un marco. Le alee politiche sono, ancora, incommensurabili: resisterà  Eltsin? Si consoliderà la democrazia? Oppure l'Armata Rossa, umiliata ma ancora integra, imporrà un ritorno al comunismo in versione militare? Se alla domanda non può trovare risposta, nella sfera di cristallo, neppure la più illuminata delle chiromanti, è certo che, se Eltsin trionferà delle difficoltà tra cui si  dibatte, chi gli avrà fornito dollari, cereali e macchinari si troverà in possesso di una  straordinaria cambiale in bianco, e chi sarà stato reticente, o elusivo, vedrà le proprie  proposte accolte dal più cortese niet. Chi, per converso, avrà largheggiato in fondi  e apparecchiature col leader democratico, non potrebbe non  trovare interlocutori assai sospettosi  negli eventuali restauratori del comunismo. In economia, come in politica, le amicizie si  possono spezzare, e le alleanze infrangere: la regola resta, tuttavia, il loro rispetto.

Mi  propone il  quadro più penetrante dello scontro tra i giganti finanziari del mondo per insediare avamposti nelle suture dell'economia russa Marco Viola: trentino, cinquantacinque anni, l'ingegner Viola ha rivestito la responsabilità della realizzazione, in Siberia, di giganteschi stabilimenti chimici, costruiti dalla Montedison secondo la formula "chiavi in mano". L'esperienza siberiana gli ha fatto conoscere  come a pochi, lavorando a 30-40 gradi sotto zero, le risorse di questo paese, quelle naturali, di cui ha valutato  l'entità e le difficoltà di sfruttamento, e quelle umane: dei russi ha misurato la resistenza e l'indolenza, ha sperimentato la cordialità dei lavoratori, l'ottusa presunzione  della tecnocrazia comunista. Utilizza le conoscenze acquisite svolgendo, a Mosca, funzioni di ambasciatore della Montedison nel pianeta economico della nuova Russia.

Tutte le potenze industriali sono impegnate sulla nuova frontiera dell'economia mondiale aperta dal crollo del comunismo, ma non tutte, sottolinea, mostrano lo stesso dinamismo e la stessa determinazione. Al primo posto, per lucidità strategica, i tedeschi, che stanno sfruttando con abilità due vantaggi capitali: la secolare dipendenza del popolo russo dalla tecnologia e dall'intraprendenza tedesca, lo straordinario ponte costituito dall'ex-Repubblica  Democratica. Avvantaggiata dalla tradizione secolare del Drang nach Osten, l'"impulso verso  est", continuazione logica della Ospolitik, la penetrazione  tedesca nell'ex impero sovietico è sorretta da un accordo incrollabile tra Governo, alta finanza e industria: in Russia gli imprenditori tedeschi non operano isolati, cooperano a un disegno economico nazionale.

Più incerta e incoerente la presenza americana: combattuti tra il compiacimento per la disfatta dell'antico nemico, i dubbi sul suo ruolo militare futuro, propositi di favorirne lo sviluppo democratico e il desiderio di fare affari, gli americani paiono operare più casualmente: sono presenti con gruppi di importanza mondiale, non lo sono come titano  economico, compatto e consapevole degli obiettivi da raggiungere e dei mezzi da impiegare. Ricorderò il giudizio di Viola quando, nell'incertezza del posto su un Iliuscin diretto a Francoforte, vedrò un giovanotto americano sventolare la sua foto con Eltsin.

Alla domanda delle ragioni dell'incontro e della posa, mi risponderà di essere un businessman. Dubito che gli imprenditori tedeschi vadano singolarmente all'assalto dello studio presidenziale al Cremlino: delegano l'incombenza, suppongo, al presidente della Bundesbank, dopo la cui visita non è più necessario che venditori di acciaierie e cementifici, acquirenti di nikel e tungsteno, si affollino negli anticamera del nuovo potere russo. Altrettanto contraddittoria la presenza nipponica, combattuta tra l'assoluta necessità di mettere le mani sulla Siberia, la miniera capace di alimentare per tutto il secolo a venire la vitalità di un'industria priva di materie prime, e la cieca determinazione a riacquistare le isole Kurili, altrettanto care al cuore nipponico della Madonnina a quello milanese, o dello stadio di Fuorigrotta per i napoletani. Ma pare che per le fatali, e spopolate  Kurili, Eltsin sia deciso a pretendere un prezzo esorbitante anche per l'amatore più opulento del mondo.

Una posizione straordinariamente favorevole, tra i concorrenti alla svendita dell'impero economico sovietico, si sono assicurati gli ebrei: ebrei, si deve sottolineare, non israeliani, membri, cioè, di una comunità economica che non conosce, oggi come cento, come mille anni fa, nazionalità né frontiere. Sono, in prevalenza, i membri della diaspora russa, coloro che la pressione dell'opinione internazionale ha costretto il potere sovietico, negli ultimi decenni, a lasciare partire, per Israele, per gli Stati Uniti, per l'Inghilterra o l'Australia. Sono partiti ma non hanno sciolto i legami economici con la terra che abbandonavano, e oggi, mi spiega Viola, sono gli arbitri del commercio marittimo che dal Mar Nero unisce il mercato russo a quelli di tutto il mondo. Sono i signori di Odessa come lo furono nell'Ottocento, quando, emarginata la comunità mercantile greca, le famiglie ebree di Ginevra e di Parigi gestirono fruttuosamente il flusso di  cereali che dall'Ucraina si riversava in tutti i porti europei. Favorendo la  prosperità della  comunità ebraica locale, partner naturale del grande traffico.

 

Muore il collettivismo, rinasce il baratto

Nella  grande sfida l'Italia, l'ingegner  Viola conclude la propria disamina, è riuscita a collocarsi, fino ad ora, a ruota dei grandi: in posizione  più favorevole della Francia e dell'Inghilterra. Il nostro Governo si è mosso tempestivamente, aprendo cospicue linee di credito, che, a ragione delle incertezze politiche, non ha, poi, attivato: un capolavoro dell'arte di sedurre amici e nemici, evitando di assumere impegni, di Giulio Andreotti. Senza rischiare, ha rivolto, così, un segnale che è stato bene accolto tanto dalle autorità russe quanto dagli operatori nostrani, sciamati nell'impero in disfacimento cogliendo tutte le opportunità esistenti, scrutando le possibilità all'orizzonte, destinate a tradursi in occasioni concrete se l'economia russa troverà, nella democrazia, una nuova stabilità.

Mentre ristagnano, in attesa di nuove sicurezze, le trattative che grandi gruppi hanno intrapreso, negli anni recenti, per la realizzazione di impianti di dimensioni maggiori, la cui realizzazione dipende da intese finanziarie intergovernative, chi ha qualcosa da vendere, e trova, in Russia, qualcosa da comprare, non perde, oggi, il suo tempo.  Della dignosi dell'ambasciatore della Montedison ho occasione di verificare l'esattezza durante i tre giorni che trascorro presso la stand della Banca Agricola Mantovana, il salotto nel quale conosco il più colorito campionario dell'imprenditoria  italiana impegnata nel business della ricostruzione dell'economia russa.

I grandi accordi, mi confermano incontri e colloqui, sono l'eccezione. Il condirettore generale dell'istituto, Carlo Silvetti, mi invita, gentilmente, ad assistere al suo incontro con Vladimir Grigorievich Cirskov, già titolare del dicastero preposto  allo sfruttamento delle risorse petrolifere, oggi presidente della Neftegastroi Bank, uno degli organismi finanziari che dei ministeri economici hanno ereditato il patrimonio. Tema dell'incontro, la definizione di una convenzione creditizia per l'esportazione di apparecchiature per l'agroindustria, di cui la banca italiana assicurerebbe, eventualmente in consorzio con altri istituti, la copertura. In Russia l'erogazione dei prestiti sarebbe affidata alla Neftegastroi Bank, nel cui capitale la Banca Agricola ha assunto una partecipazione.

I crediti in valuta sono, però, operazioni problematiche, come è problematico lo scambio di apparecchiature contro materie prime "nobili": petrolio, alluminio e nikel sono mezzi di pagamento del tutto equivalenti a dollari e marchi, e reperire  controparti russe in grado di pagare quanto desiderano acquistare con metalli pregiati è  eventualità alquanto rara. Concludono un numero inverosimile di affari, invece, quanti, intuito che tra economia collettivistica e  economia di mercato è necessaria  una  fase intermedia, e che la legge di quella fase intermedia è, inevitabilmente, quella  del  baratto, non perdono tempo alla ricerca di diamanti e cobalto, ma accettano tutto quello che fuori dai confini della Russia, in Italia o altrove, può  trovare un acquirente.

Sono i nuovi fenici, emuli degli antichi navigatori che bordeggiavano le coste mediterranee cedendo sul litorale dove approdassero quanto avevano imbarcato nel porto precedente, per ricondurre la nave a Tiro o a Sidone, dopo un lungo periplo, carica di ricchezza. Dei nuovi mercanti mediterranei è rappresentante emblematico Agostino Dalla Piazza, il commerciante veronese di legname che incontro a Mosca al ritorno dalla Siberia, dove ha ceduto le macchine di una segheria obsoleta, secondo gli standard nostrani, d'avanguardia secondo  quelli russi, in cambio di un treno di tronchi di pino.

 

Ossami, corna, viscere

Ma  l'esponente più autorevole della categoria è Giuliano Baraldi, un intraprendente modenese che percorre, da anni, il paese, per vendere apparecchiature per l'allevamento, la macellazione del bestiame e l'industria conserviera. Colcos e sovcos sono restii, mi spiega, a consegnare le derrate prodotte alle industrie di trasformazione statali, che pagano prezzi risibili: appena ne abbiano l'opportunità realizzano macelli, caseifici e salumifici aziendali. Quasi mai i suoi interlocutori dispongono, però, di valuta: a fare la radiografia delle loro aziende si scopre sempre, comunque, qualcosa che possono cedere a pagamento delle forniture.

Mentre i grandi traders, quelli con le dimensioni di Ferruzzi, sarebbero pronti a vendere impianti imponenti contro semi di girasole, ma non trovano più, in Russia, un ente statale con cui trattarne un milione di quintali, Giuliano Baraldi di piccole partite ne trova tante, e quando ne ha trovato a sufficienza  per riempire la  stiva di una piccola nave, baratta il carico con macchine e apparecchiature agroindustriali. Solo perché sono anch'io modenese mi confida che molte delle noci fresche che, alla fine di giugno, i fruttivendoli vendono, all'ombra  della Ghirlandina, per la preparazione del tradizionale nocino, le importa lui dalla Moldavia.  In cambio di impianti caseari e di macchine per la lavorazione del pomodoro, i colcos delle rive del Mar Nero consentono, così, la perpetuazione di una tradizione che, scomparsi i noci dalle campagne  modenesi, sarebbe  stata, altrimenti, dolorosamente destinata all'estinzione.

Se il flusso di noci "in mallo" dal delta del Danubio ai piedi della Ghirlandina propone un esempio eloquente dell'economia del baratto nata nell'humus dello statalismo in disfacimento, sono ancora più significativi i ragguagli che Baraldi mi fornisce sulla chiave delle sue attività commerciali: la vendita di impianti di macellazione contro la cessione di ossami, corna e visceri. Con i primati automobilistici e gastronomici, Modena vanta il titolo di capitale mondiale della lavorazione dei cascami animali, l'attività di alcune titaniche, seppure maleodoranti, industrie. A quelle industrie  Baraldi fornisce i resti di macellazione degli impianti che vende: il "quinto quarto", mi spiega, impone ai macellatori russi oneri di smaltimento da cui si districano difficilmente. Di valorizzarlo economicamente sono, poi, del tutto incapaci: a più di un colcos che non disponeva di altri mezzi di pagamento lui ha venduto l'impianto in cambio dell'impegno pluriennale a spedire a Modena tutti i rifiuti.

 

"Abbiamo le carte: giochiamole!"

E' un  altro professionista dell'agribaratto, apparecchiature contro prodotti agricoli, a salvare la mia spedizione da Mosca ai piedi del Caucaso: nessuno mi ha informato dell'obbligo di un visto interno, e l'addetta ai controlli d'imbarco mi impedirebbe l'accesso all'aereo se non fosse presente Alberto Zironi, che mi fa estrarre la tessera giornalistica, la mostra alla signora, spiegando, in russo, che sono atteso per un reportage indispensabile, e, noncurante delle proteste, mi conduce, sottobraccio, verso l'aereo: una prodezza che al tempo di Breznev avrebbe portato entrambi negli uffici del K.G.B. La Russia è in disordine, ma nel disordine molto è cambiato in meglio. Il dottor Zironi dirigeva, mi racconta, un consorzio di esportazione ortofrutticola a Ferrara: quando le confederazioni sindacali sentenziarono, con rivendicazioni dissennate, la fine della frutticoltura ferrarese, decise di applicare l'esperienza maturata in una provincia "rossa" nella patria del comunismo.

Opera per conto di produttori di apparecchiature agricole, di macchine per lavorare il legno e d impianti tipografici. Sta seguendo grandi progetti  nella regione di  Krasnodar, una delle più fertili del paese: alla loro realizzazione non manca che la stabilizzazione del quadro politico, e delle relazioni finanziarie con l'Italia e la Cee.  Tra gli altri, l'impianto di un grande  vivaio, la base per rinnovare una frutticoltura gravemente arretrata, e l'organizzazione di un centro per la produzione di fiori: secondo i canoni del baratto, la produzione sarebbe venduta in Olanda e in Italia per ripagare le attrezzature e i mezzi tecnici.

Concludo la serie dei  miei incontri conversando con Luigi Cremonini, il principe degli industriali europei della carne, presente nel padiglione di Agritalia con il più imponente degli stand, straripante, nella Russia che si sfama di cavoli e patate, di ogni ghiottoneria dell'industria alimentare nostrana. E' lui stesso, però, a prevenire, con arguzia, l'obiezione: "Ci presentiamo con prodotti troppo raffinati per questo mercato, ma dobbiamo farci conoscere, e chi vuol farsi conoscere deve mettere in vetrina quello che fa." La sua vetrina, mi spiega, deve richiamare i responsabili dell'agricoltura e della trasformazione agroalimentare di tutte le repubbliche dell'antico impero: nel caleidoscopio dell'ex-unione Sovietica, Agritalia, mi conferma, è una vetrina preziosa.

Sta fornendo alla Russia un quantitativo astronomico di carne dello stoccaggio comunitario, ma, più che per partecipare alle forniture d'emergenza, è a Mosca, mi spiega, per stabilire le basi del lavoro agrocommerciale futuro. I responsabili del paese hanno capito di dovere rifare tutto, la produzione agricola, la conservazione e la commercializzazione: produrre poco e male, per perdere o deteriorare quello che si è prodotto nel percorso verso il consumo, è un'assurdità di cui hanno misurato, amaramente, le conseguenze. "E noi -sottolinea-, disponiamo della tecnologia di conservazione e di commercializzazione, e la possiamo mettere a loro disposizione. Non abbiamo la forza dei tedeschi -sorride arguto-, ma abbiamo un vantaggio prezioso: tra italiani e russi esiste una simpatia naturale. Non è ancora -mi conferma- il momento dei grandi affari, ma per quel momento dobbiamo prepararci con lungimiranza e determinazione. Quando arriverà, non ci mancheranno, in mano, le buone carte: dovremo solo saperle giocare."

Terra e vita n° 14 1992

 

 

 

 

 

Nella geografia del postcomunismo c'è un paese sommerso di denaro: sono marchi

 

Dopo il turbinoso  sgretolarsi dell'impero sovietico, l'Europa orientale vive il difficile travaglio della ricostituzione di nuove economie di mercato, un processo che soggiace a due limiti: l'inerzia delle abitudini economiche e la carenza di capitali. Ignora il secondo uno dei paesi dell'antico blocco: la Germania, la cui agricoltura  conosce una trasformazione non priva di traumi.

 

Adesso che è esperienza conclusa, il Comunismo sta cercando il proprio posto  nella storia. Tra i tanti criteri con cui è possibile tentarne la collocazione mi pare interessante la definizione che lo considera il più grande esperimento politico del cammino umano: all'apice della sua espansione su cinque continenti quasi metà dell'umanità è stata coartata a vivere senza proprietà privata e senza mercato in ossequio alla dottrina di un filosofo ottocentesco convinto che privando l'uomo della libertà economica lo si  sarebbe elevato a una più alta  libertà politica e sociale.

 

L'esperimento e la dimostrazione

Contro le certezze di Marx, la verifica sperimentale ha provato che senza libertà economica non può esservi né  libertà politica ne vitalità sociale. Smantellato, con l'eccezione della Cina, il laboratorio intercontinentale, allo storico esperimento politico è succeduto un altrettanto  arduo cimento economico,  la ricostruzione, nelle società rimodellate dagli epigoni di Lenin, di una convivenza libera, fondata, cioè su istituzioni democratiche che, da Atene al tempo di Solone all'Inghilterra al tempo di Guglielmo d'Orange,  sono nate e  si sono sviluppate  in società di liberi commercianti.

Rianimare la vita democratica in società utilizzate come animali da laboratorio per verificare gli assiomi dell'accigliato filosofo Treviri, coartando qualunque reazione come conato "controrivoluzionario", è impresa tutt'altro che agevole. Come gli individui che la compongono, una società ha convincimenti, abitudini, capacità, che, come gli individui, modifica solo lentamente, tra resistenze e impazienze: ristabilire un ordine civile fondato sull'intraprendenza personale dove essa è stata sradicata, con determinazione,  lungo una serie successiva di generazioni, è impegno dalle cento difficoltà, che è arduo pensare possa compiersi prima che una nuova generazione  abbia sostituito chi è stato per anni condizionato dai dogmi dell'eguaglianza forzata,  prestando la propria attività in un'azienda collettiva, fabbrica o fattoria.

Nelle società soggiogate ai dogmi del "Capitale" il ripristino della democrazia segue percorsi diversi: a determinare le caratteristiche di ognuno sono le condizioni economiche e politiche precedenti la conquista del potere da parte del partito comunista, la durata di quel potere, le peculiarità della sua eredità economica. Data la molteplicità delle combinazioni delle tre variabili, è possibile disporre, idealmente, i paesi che sono stati comunisti entro una gamma che comprenda ad un'estremità quelli di cui il comunismo si è impadronito prima che si trasformassero in società industriali, e dove ha protratto più a lungo il proprio dominio, dall'altra quelli dove più solide erano le radici liberistiche, e dove la dominazione socialista è stata più breve.

 

Impero agrario, nazioni industriali

Nel planisfero del postcomunismo non è difficile identificare i caratteri del primo tipo di nazioni nella Russia, ai tempi di Lenin impero agricolo popolato di  contadini appena liberati dal servaggio della gleba, di cui conservavano la soggezione psicologica, privi, perciò, di ogni consapevolezza di cittadini liberi. Può identificarsi il prototipo del secondo nella Cecoslovacchia, prima della dominazione comunista attiva nazione industriale, dai tempi degli Asburgo adusa alla più ampia libertà di opinione. Possono associarsi alla Cecoslovacchia le regioni tedesche a grande tradizione industriale incluse nella Repubblica Democratica fondata da Jossip Stalin: se l'artificiale stato comunista comprendeva, tuttavia, con la Turingia, terra di grandi tradizioni industriali, religiose e  culturali, il cuore della Germania, esso si estendeva a quell'Est tedesco in cui la servitù della gleba aveva dominato, in sintonia con la Russia, oltre i limiti comuni nell'Occidente, che non aveva partecipato che marginalmente alla Riforma, all'Illuminismo, al grande moto culturale, scientifico e manifatturiero che, nell'Ottocento, ebbe in Germania uno dei poli più dinamici.

 

Un paese, due tradizioni

Due tradizioni, due itinerari diversi, nel medesimo paese, nel procedere futuro del postcomunismo? La domanda, nel grande cantiere di ricostruzione sociale che si dilata dall'Elba al Pacifico, non è priva di rilievo: essa assume un interesse ancora maggiore ove la si combini con la constatazione del dato che fa delle regioni tedesche oltre l'antica cortina di ferro un caso unico ed emblematico nel panorama del postcomunismo. La ragione dell'unicità: a differenza degli altri paesi dell'impero sovietico, le regioni tedesche sono state assorbite, meglio sarebbe dire fagocitate, da un altro stato, per caso non privo di conseguenze la terza potenza industriale del mondo.

Se, così, le due remore con cui la ricostruzione politica e sociale deve misurarsi, nelle nazioni della compagine, sono la necessità di rifare un ordinamento giuridico e la carenza di mezzi finanziari, nell'antica Germania comunista un atto del Parlamento ha determinato l'applicazione della legislazione di una grande nazione  industriale, la disponibilità di capitali è stata assicurata, senza limiti, da una delle più straordinarie macchine finanziarie del globo, usata dai governanti di Bonn con determinazione, anche al prezzo dei malumori sindacali per le ripercussioni sulla borsa del contribuente. Quella disponibilità è circostanza eccezionale, che fa della Germania il più straordinario caso di studio: quando, tra vent'anni, gli storici dovranno compilare il bilancio dell'età del postcomunismo, il confronto tra il paese in cui la ricostruzione ha potuto contare su una disponibilità illimitata di capitali e quelli in cui ogni progetto economico e ogni disegno civile hanno dovuto misurarsi, lo provano i pellegrinaggi di Eltsin a Washington, con la più desolante mancanza di mezzi, assicurerà uno dei metri più proficui per valutare il cammino compiuto dalla vasta, e multiforme, gamma di nazioni.

Queste annotazioni storiche e politiche mi paiono la cornice più utile per disporre secondo un disegno ordinato gli appunti di un breve percorso attraverso l'agricoltura delle regioni riunite recentemente alla Repubblica Federale, un'agricoltura di cui, se le stesse annotazioni non sono infondate, sarà interessante, negli anni prossimi, seguire l'evoluzione comparandola a quella delle altre agricolture  che   stanno uscendo dal torpore collettivista. Al risveglio dal lungo letargo non è scontato, che corrisponda, radiosa, l'alba dell'efficienza produttiva e della prosperità: tra i due eventi sussistono ostacoli numerosi e difficili, primi tra tutti i condizionamenti psicologici consuetudinari che del collettivismo sono il lascito inevitabile. Immaginare che, collocato in una cornice "occidentale" il suddito sovietico   si trasformi in cittadino di una società postindustriale, può essere suggestione  ingannevole per chi, vivendo nelle società dell'Occidente, reputi "naturali" le attitudini collettive che constata diffuse attorno a sé. Ripetendo a ritroso l'esperimento fallito, sarà la storia a dirci quanti anni siano necessari a diffondere quelle attitudini  dove ne è stato sradicato, con tanta protervia, il seme remoto.

 

 

 

 

 

Nella Germania postcomunista ottimi tecnici, agricoltori incapaci

 

Il regime comunista ha lasciato in eredità alla Germania unita stuoli di buoni tecnici agrari, che, temendo di sviluppare le capacità di giudizio, ha formato come periti abilissimi in una sfera circoscritta, incapaci di gestire l'insieme dei fattori di produzione. Cos tra gli ex coltivatori di stato pochi tentano l'avventura aziendale.

 

Percorrere, all'inizio dell'estate,  le piane ondulate della Turingia, è solcare distese sconfinate di grano, orzo e colza: il comunismo ha sradicato i segni antichi della proprietà, siepi e steccati, e tra un paese e l'altro si dilata un'unica distesa, divisa in campi di decine e decine di ettari. L'omogeneità dei seminati è eccellente: siccome le carte pedologiche insegnano che la natura dei terreni è oltremodo variabile, il risultato denota una considerevole maestria nella semina, nella concimazione e nei trattamenti antiparassitari. Karl Herbert Heble, agronomo di una società di consulenza berlinese, impegnato nella stima delle aziende statali in attesa di essere  offerte all'asta, mi spiega che il regime socialista ha preparato stuoli di tecnici agrari in possesso di una specializzazione accuratissima ma monolaterale, che permette  loro di controllare le variabili di un campo di grano di cento ettari, che non consente loro di valutare criticamente l'insieme dei problemi, finanziari, organizzativi,  mercantili, di un'impresa agraria. Il socialismo sognava l'uomo superspecializzato, che sapesse avvicinarlo ai mai raggiunti obiettivi economici, si preoccupava che la  sua formazione scongiurasse il pericolo che potesse pensare, al di là del suo campo  specifico, in termini generali, quindi economici e politici.

 

Zootecnia all'asta

Percorro le campagne della Turingia accompagnando un amico, agricoltore facoltoso, interessato alle opportunità di investimenti fondiari nell'insieme della Comunità, con il quale ispeziono due antiche aziende collettive nelle campagne circostanti Erfurt, antica, fiorente città borghese, grigia e cadente dopo cinque decenni di socialismo. Se le campagne dell'ex Repubblica democratica sono lussureggianti, coltivate da tecnici che sarà difficile trasformare in agricoltori, i centri aziendali sono stati chiusi, apparati giganteschi ricolmi dei rottami, quelle  apparecchiature costruite al di sotto di tutti gli standard occidentali, oggi obsolete e rugginose.

Le formidabili disponibilità finanziarie con cui è stata intrapresa la  ricostruzione economica dei land orientali ha consentito di affrontare  i nodi dell'apparato zootecnico comunista con criteri draconiani. Impianti imponenti e inefficienti proponevano problemi di ristrutturazione insolubili: data l'arretratezza tecnologica alla loro gestione era necessaria una quantità di manodopera inaccettabile, producevano derrate di cui la Comunità è eccedentaria e, per le dimensioni combinate all'inefficienza, erano inquinanti. Così sono stati chiusi, la manodopera è stata inclusa tra i beneficiari dei sussidi sociali che fanno del paese  che fu la punta di diamante dell'industria socialista una nazione in cassa integrazione. Treuhandanstalt, l'ente governativo creato  per cedere al miglior offerente i segmenti dell'economia comunista, li esibisce all'incanto, uno a uno, senza fretta: i banchieri che, nel consiglio di amministrazione, circondano frau Presidenten, Birgit  Breuel, erede per linea femminile dei capitani-speculatori di Amburgo, sanno che vendere impianti giganteschi e obsoleti è impresa ardua. Offrendoli uno alla  volta si potrà trovare, forse, l'affarista che intravveda una conversione ardita; gettandone troppi sul mercato si consentirebbe allo stesso affarista di scegliere il meglio e di giocare al ribasso: dopo la prima vendita, l'operazione assumerebbe i caratteri della valanga.

 

Le poste della scommessa

Con l'amico alla ricerca della grande occasione fondiaria partecipo al sopraluogo tra capannoni cadenti e ammassi di ferraglia. Nel gruppo di visitatori, non più di una dozzina, parecchi giovani, qualche persona matura. Per i giovani  tedeschi l'acquisto può essere favorito da sovvenzioni, e chi abbia alle spalle una solida famiglia di agricoltori, troppo stretta sull'azienda avita, potrebbe tentare l'avventura, ma le facce sono perplesse.

Le aziende zootecniche collettive erano praticamente prive  di terra, siccome la dottrina  comunista della specializzazione imponeva che a produrre i foraggi fossero le  cooperative di coltivazione. I complessi offerti all'asta comprendono, così, qualche centinaio di ettari del tutto distaccati dal centro di allevamento: per tentare il rilancio più che le doti dell'agricoltore occorrono quelle dell'industriale dell'allevamento, quel genere di operatore che, in Emilia Romagna, in Brabante o in Bretagna ha inventato l'"allevamento senza terra".

Convertire un rugginoso allevamento senza  coltivazione in industria zootecnica di matrice emiliana o brabantina offre, in termini  astratti, opportunità vantaggiose al coraggioso che affronti l'impresa. Lo smantellamento dell'apparato zootecnico socialista ha creato un vuoto considerevole nell'approvvigionamento di regioni dalle ricche potenzialità agricole, mi spiega, al Ministero dell'agricoltura di Bonn, il Gerhard Roller, funzionario della direzione che controlla i mercati. Siccome quel vuoto dovrà essere ricolmato, lo sbocco della futura produzione appare sicuro. Chi, sapendo gestire un grande allevamento, tentasse la sorte, avrebbe molte probabilità di successo. Le condizioni: competenza, coraggio, e qualche milione di marchi.

 

I primi coldiretti

Mentre l'ente governativo affidato da Koehl all'energica signora Breuel offre all'incanto, uno o due alla volta, i centri zootecnici, altrettanto lentamente procede la privatizzazione delle distese di grano e di segala. A differenza della Russia, dove per secoli l'unico catasto è stato il computo delle "anime" di ogni villaggio, le regioni dell'Est  tedesco avevano un catasto, sulla base del quale è possibile, ristabilendo i confini dei campi sconfinati, restituire la terra ai discendenti dei proprietari. Privi di attrezzature, la maggior parte dei nuovi titolari cede la terra in affitto alla cooperativa ricostituita secondo il codice federale, solo qualcuno tenta l'avventura capitalistica, ne richiede il possesso e comincia a produrre per vendere.

Conosco uno dei primi imprenditori agricoli del Maclemburg al ritorno dal pellegrinaggio che, con l'amico Rolf  Busch, per cinque anni rappresentate dell'agricoltura tedesca a Roma, compio all'azienda di Albrecht Thaer, restituita all'Occidente, di cui l'agronomo tedesco fu il grande maestro per oltre cinque decenni. A fermarci è qualche sacco di patate sul ciglio della strada e un cartello, "Ab Hof verkauf", prodotti aziendali in vendita. Nonostante i cinquant'anni di separazione, per un tedesco le patate del Maclemburgo sono ancora attrattiva irresistibile, e il mio amico ferma la macchina. Il venditore spiega che sono le sue prime patate di coltivatore indipendente, ottenute sulla terra di proprietà della moglie,  scorporata dalla  cooperativa dove egli stesso prestava servizio come coltivatore di stato. Attorno alla casa un parco di vecchie macchine rugginose: l'attrezzatura excomunista con cui ha preso vita una piccola azienda capitalista.

Per tornare a Bonn ci attende un lungo tragitto sull'autostrada sovraffollata di famiglie dirette ai lidi spagnoli e italiani, e non possiamo fermarci per chiedere i dettagli del presente e i progetti futuri del  Wiedereinrichter, la parola intraducibile che designa i neoagricoltori  dell'Est. Nessuna conversazione sarebbe più eloquente, tuttavia, del sorriso di quell'uomo mentre riscuote il prezzo delle sue patate, un sorriso che dice che quel denaro non vale solo i venti marchi riscossi, ma vale la conferma che si può vivere del proprio lavoro, quella possibilità che, con i suoi cento rischi, fa di un uomo il padrone del suo impegno, il beneficiario  della sua fatica e del suo ingegno.

 

 

 

 

 

 

Israele: prodigi irrigui nel paese delle contraddizioni

 

Un viaggio attraverso l'agricoltura di Israele suggerisce tutti i temi, e propone molte soluzioni, per affrontare il problema che coinvolgerà l'agricoltura della maggior parte dei paesi del globo: la crescente preziosità dell'acqua. Le peculiarità irripetibili del paese, la trasferibilità delle sue tecnologie.

 

Un viaggio attraverso Israele a tre lustri da una visita precedente propone suggestioni prive di equivalente rinnovando la conoscenza di ogni nazione diversa del globo. Il paese ha attraversato esperienze belliche traumatiche: l'occupazione del Libano, il coinvolgimento indiretto nella guerra del Golfo, vive lo scontro brutale dell'Intifada. A quelle esperienze ha corrisposto una crisi economica che ha alimentato  un'inflazione comparabile a quelle del Sudamerica: attraverso le vicende più drammatiche ha radicalmente mutato il proprio  volto, e lo ha mutato sui binari di uno sviluppo  sociale ed economico che si è tentati di definire prodigioso.

 

Il boom demografico

La popolazione è aumentata della metà del valore originario, da tre milioni e mezzo salendo a cinque: lo spirito pionieristico che pervade la società israeliana sostiene un livello di natalità superiore a quello dei paesi di eguale sviluppo economico, ma il significativo incremento naturale è stato soverchiato dall'onda prepotente dell'immigrazione. L'immigrazione in Israele è immigrazione da tutti i punti cardinali: il flusso preminente è, notoriamente, quello dalla Russia, ma vi si sommano i rivoli minori di quella dai paesi arabi, dall'Etiopia e persino dall'India. Il risultato è il comporsi al nucleo dei primi coloni, in prevalenza originari del Centroeuropa, al primo posto della Polonia, di fisionomie antropologiche radicalmente diverse: accanto alle caratteristiche tipicamente slave e germaniche, capelli biondi e occhi azzurri, incontrate quelle inconfondibili del Corno d'Africa, figure che vi ricordano genti d'Algeria e Marocco, altre che dimostrano le ascendenze nel Bengala.

La mescolanza pone a chi ami riflettere sulle vicende storiche interrogativi  seducenti e insolubili: nonostante la stretta comunanza conservata nei secoli, gli ebrei non sono più, chiaramente, un ceppo antropologico omogeneo, sono un amalgama unito dal vincolo di una religione che per molti non è più, lo riconosce qualunque  interlocutore, autentico credo nella rivelazione divina ai profeti. Genti diverse unite da un vincolo religioso che non è per tutti religione nel senso rigoroso del vocabolo: è uno dei paradossi di questo paese che nessuna analisi razionale Š, probabilmente, capace di risolvere.

Il secondo problema che spinge il visitatore a rovelli senza risposta è il contrasto tra la chiara percezione di un paese genuinamente democratico e la sua palese indifferenza per l'opinione democratica del mondo che imputa ad Israele la durezza dell'oppressione della popolazione  araba. Storicamente le  masse diseredate  ammassate nei campi profughi sono il risultato dell'espulsione dalla casa e dalla terra conquistate da un popolo alla ricerca di una patria dopo tragedie secolari. Quella  patria è stata acquisita espellendone un altro popolo. Tutti gli interlocutori israeliani vi ripetono che il problema palestinese è insolubile  perché la massa umana dei campi profughi, e la popolazione dei residui villaggi arabi, sono divise in fazioni contrapposte da  discordie laceranti, che mancano di guide responsabili con cui trattare. Nessuno riconoscerà che pretendere interlocutori in possesso di autorevolezza democratica in una massa sradicata dalla sua terra e privata delle condizioni essenziali della vita politica è aspettativa irreale, che è arduo non qualificare pretestuosa. In tema di oppressioni e sradicamenti la storia del popolo ebraico dovrebbe offrire ammaestramenti significativi.

 

Acqua e economia

Rilievi demografici e percezioni politiche sono premesse essenziali per spiegare lo sviluppo economico del paese, e, nel quadro dello sviluppo economico, il mutamento del   ruolo dell'agricoltura. Insediare, in tre lustri, un milione e mezzo di abitanti, fornendo loro casa, servizi sociali e opportunità di lavoro, è impresa titanica:è tanto più sorprendente se realizzata da un paese in permanente mobilitazione militare. Il servizio militare obbligatorio dura tre anni, per ragazzi e ragazze. Inevitabilmente, corrisponde agli anni chiave della ricerca di un'occupazione. Fino a cinquantun'anni gli uomini sono tenuti a un mese annuale di servizio, per dirigenti d'azienda, tecnici e maestranze qualificate un impedimento palese al regolare svolgimento della propria attività. In nessun altro paese al mondo si vedono tanti soldati, il mitra in spalla, spostarsi tra la casa e le caserme, tanti carri armati e cannoni muoversi sulle autostrade. L'armamento israeliano è, notoriamente, tra i più efficienti al mondo, quindi tra i più costosi. Nonostante l'impedimento all'attività professionale imposto dagli obblighi di leva, e l'imponenza del  bilancio militare, il paese ha realizzato una mole di  investimenti che ne ha radicalmente mutato il volto economico.

I critici possono eccepire, non senza fondamento, che Israele ha goduto di un costante supporto del bilancio degli Stati Uniti: seppure cospicuo, tre miliardi di dollari annui, quel supporto sarebbe stato del tutto insufficiente, nelle condizioni politiche del paese, a sospingerne il progresso economico. Nazioni diverse hanno goduto di introiti valutari altrettanto significativi senza conseguire mete neppure comparabili. La chiave del progresso israeliano deve essere  riconosciuta nella determinazione e nell'intelligenza dell'impegno collettivo, animato dallo  spirito pionieristico che si perpetua dalle origini. L'arma del nostro progresso, asserisce, con orgoglio, Yehoshua  Glieitman, responsabile dei problemi scientifici del Ministero del commercio, è il nostro patrimonio umano: un'affermazione cui l'osservatore più severo non può non prestare il proprio assenso.

Gli insediamenti urbani, originariamente stabiliti nel cuore delle valli, quindi sui terreni più fertili, si sono dilatati, per accogliere la nuova popolazione, divorando i terreni circostanti: lo sviluppo di Tel Aviv, l'epicentro dell'economia, ha sostituito grattaceli, villette e capannoni industriali agli agrumeti che per decenni hanno ricolmato i nostri mercati di pompelmi siglati Jaffa. Eppure sovrapponendo l'immagine che offre oggi Israele a quella conservata da tre lustri gli spazi agricoli paiono essersi  dilatati. La coltivazione è stata  estesa ai terreni più poveri, per secoli destinati al pascolo di capre  e pecore: la chiave della dilatazione è stata l'estensione dell'irrigazione, che si è compiuta nonostante le  disponibilità d'acqua per l'agricoltura si  siano contratte. E' il prodigio dell'economia israeliana.

 

Il bilancio delle risorse

La piovosità del paese è bassa, l'unica grande riserva è il lago di Tiberiade, il cui livello è regolato da una diga, dalla quale ha origine una condotta che attraversa longitudinalmente la nazione diramandosi nelle aree  diverse. Cuore del sistema idraulico nazionale, il lago fornisce la quota più cospicua dei 1.600 milioni di metri cubi d'acqua di cui dispone il paese. Al sistema arterioso che si dirama dal grande serbatoio attingono con intensità crescente, tuttavia, insediamenti urbani e attività industriali: la crescita della  popolazione significa, dato il parallelo innalzamento del benessere, crescita più che proporzionale dei consumi d'acqua. L'industria non può esistere senz'acqua, che richiede in misure diverse secondo prodotti e processi produttivi, ma che ne costituisce condizione di vita. E oggi Israele è un paese industriale.

Dall'alba della nazione l'acqua disposizione dell'agricoltura è cresciuta significativamente: erano  destinati ai campi 332 milioni di metri cubi nel 1950, 1.340 nel 1970, ma la cifra è scesa a 1.162 nel 1992.  Contemporaneamente  il progresso tecnologico aumentava il rendimento di ogni goccia: a prezzi costanti il prodotto lordo realizzato con un metro cubo equivaleva a 50 centesimi di dollaro nel 1950, a 2 dollari nel 1990. Sul prevalere, in futuro, della contrazione delle disponibilità o del progresso tecnologico le opinioni sono, peraltro, discordi anche tra i vostri interlocutori.

Non c'è né terra né acqua per immaginare lo sviluppo ulteriore dell'agricoltura, sentenzia Efraim Haran, responsabile delle relazioni con la  Cee al Ministero degli esteri, il futuro dell'economia israeliana è nell'industria e nei servizi. Possiamo evolvere ulteriormente le produzioni agricole, mirando a fasce sempre più esigenti di consumi, e accrescendo gli introiti, ribatte Dan Rymon, responsabile della commercializzazione dei ritrovati tecnologici dell'Istituto Volcani, il più prestigioso centro di sperimentazione agraria del paese. Israele può continuare a raccogliere del mondo i figli della diaspora fino a raggiungere una popolazione di 15 milioni, proclama Gal Gdaliah, presidente dell'onnipotente commissione  bilancio della Knesset, barbuto e ieratico esponente dei partiti tradizionalisti. E' difficile immaginare quanti metri quadrati di buona terra e quanti metri cubi d'acqua 15 milioni di abitanti lascerebbero all'agricoltura.

Qualunque possa essere l'evoluzione futura, il cui prendere corpo dipende da fattori demografici e politici di aleatoria misurazione, l'ininterrotto sviluppo agricolo nel parallelo contrarsi delle risorse idriche è stato il prodigio dell'economia israeliana, il  prodigio che rende lo studio della tecnologia idraulica e delle metodologie irrigue del paese tema di riflessione obbligato per chiunque si interroghi sul futuro dell'agricoltura mondiale. A tutte le latitudini, in specie  nei paesi meno sviluppati, dove la crescita demografica è più intensa, gli  anni '80  hanno segnato il compimento dei grandi progetti irrigui la cui progettazione ha avuto inizio negli anni '50. Su tutti i grandi fiumi del mondo, dove le condizioni naturali  consentivano di realizzare grandi sbarramenti, gli invasi sono, ormai, realtà. Sbarramenti nuovi dovrebbero essere progettati in posizioni meno favorevoli, a costi astronomici.

E l'acqua degli invasi costruiti, in tutto il mondo, a fini irrigui, è contesa all'agricoltura, con intensità crescente, da città e da industrie. In  Asia, in Africa, nell'America meridionale e persino nell'Ovest  degli  Stati Uniti il futuro dell'agricoltura è legato alla possibilità di ottenere produzioni maggiori usando quantità di acqua decrescenti, quindi applicando tecniche di governo delle risorse  idriche e metodologie irrigue più evolute.  Grazie ai risultati conseguiti, Israele vanta  il titolo di laboratorio mondiale dell'impiego dell'acqua, il problema chiave dell'agricoltura del futuro. A ragione delle coazioni ambientali lo ha affrontato con significativo anticipo, la levatura dei suoi ricercatori ha condotto a soluzioni efficaci ed economiche, le soluzioni la cui estensione costituirà, negli anni futuri, impegno obbligato di un numero crescente di paesi.

E' la ragione dell'interesse della visita del piccolo paese mediorientale per ogni cultore delle scienze dell'agricoltura, la matrice  della determinazione dei responsabili israeliani a diffondere la conoscenza delle proprie realizzazioni, per tradurle in offerta di servizi di progettazione, nella vendita di apparecchiature irrigue.

 

La bilancia commerciale

La ragionevole attesa dei responsabili economici di incrementare le vendite di servizi di progettazione e di materiale irriguo è intrinsecamente legata alla necessità del paese di accrescere le esportazioni per avvicinare al pareggio una bilancia commerciale ampiamente deficitaria. L'interscambio con la Cee, un partner capitale, registra, ad esempio, 9,5 miliardi di dollari di importazioni contro soli 4,5 di esportazioni. Al di là degli  oneri delle importazioni militari, sulle quali gli interlocutori evadono cortesemente ogni domanda, Israele sostiene il proprio sviluppo importando sia macchine per l'industria in crescita che la messe dei beni di consumo che un piccolo paese di cinque milioni di abitanti non è in grado di produrre: al primo posto tutti i generi di veicoli.

Nel contesto degli scambi, le esportazioni agricole costituiscono un caposaldo tradizionale, ma la dilatazione delle relazioni economiche ne ha ridotto il valore relativo, e l'aumento dei consumi interni innesca la contrazione del suo valore assoluto. L'eventualità è stata contrastata con la trasformazione dell'assortimento merceologico, che dagli agrumi si è progressivamente spostato alle primizie orticole e ai fiori: quantitativi  ponderalmente minori hanno consentito l'aumento degli introiti. Nonostante quell'aumento il peso dell'agricoltura sul complesso delle esportazioni israeliane non supera, ormai, il 10 per cento. Insieme  alla contrazione relativa delle esportazioni, la più accorta strategia agricola non ha potuto impedire neppure la dilatazione delle importazioni agricole: un paese che conosce una crescita demografica senza eguali nelle condizioni ambientali della Palestina non può, palesemente, soddisfare con la produzione interna i bisogni crescenti di cereali.

Come l'ortofrutticoltura, l'allevamento, tanto quello da latte quanto l'avicoltura e la piscicoltura, hanno compiuto prodigi, ma quei prodigi dipendono dalle importazioni di cereali o di prodotti sostitutivi. Un allevamento da latte iscritto, per il livello di produttività, tra i primi dieci del paese, quello del kibbutz Afikim, raccoglie sui propri campi solo il 40 per cento degli alimenti che impiega.

Esportazioni di fiori e ortaggi e importazioni di derrate  di base si controbilanciano: 633 milioni di dollari di esportazioni pareggiano 620 milioni di importazioni, ma l'equilibrio rivela una bilancia agricola estremamente sensibile ad ogni  fremito della congiuntura internazionale. Vendere primizie destinate ai mercati più esigenti e importare grano è impresa agevole in tempi di tranquillità internazionale, può esserlo meno in tempi di turbolenza, quando l'equilibrio si tradurrebbe in dipendenza strategica, di cui un paese dove le preoccupazioni militari alimentano l'ansia collettiva non può ignorare  l'eventualità: quell'eventualità è la ragione degli sforzi per trasformare il deserto del Negev, quantomeno la sua fascia predesertica, in grande area cerealicola, uno sforzo che propone all'osservatore di cose agricole uno degli  elementi di interesse maggiore del paese.

 

Vendere progetti

Le  difficoltà della  bilancia commerciale in generale, le incognite di quella agricola in particolare, motivano  l'impulso all'esportazione di tecnologia idraulica e irrigua. Israele  ha esportato nel 1991 apparecchiature agricole, irrigue e  preparati agrochimici per 900 milioni di dollari, il doppio del valore  del 1989. L'espansione è prevedibile continuerà. Più ancora, però, che apparecchiature e preparati chimici, i responsabili del commercio nazionale sono protesi a promuovere la vendita di servizi agricoli. A tutte le latitudini dell'economia l'esportazione di servizi è destinata ad assurgere a elemento degli scambi di significato più rilevante dell'esportazione di beni, agricoli o industriali. Vendere un progetto non implica costi per l'acquisto di materie prime come vendere un'automobile, e l'esperienza israeliana consente di proporre progetti di sicura efficienza nelle aree che sperimentano più drammaticamente la preziosità crescente dell'acqua. Tecnici israeliani operano in una pluralità di paesi. Non è l'ultimo, tuttavia, dei paradossi di Israele, verificare che molti dei paesi che potrebbero avvalersi più proficuamente del know how maturato tra il lago di Tiberiade e il deserto del Negev non vi fanno ricorso per l'irriducibilità del confronto politico con la nazione ebraica.

Può essere significativo, a proposito, l'esame dei rapporti col maggiore dei confinanti, l'Egitto, un paese la cui crescita demografica impone un aumento delle disponibilità alimentari costante e imponente, la cui superficie coltivata è una fascia ristretta, ma che dispone di superfici sconfinate di deserto, e dell'acqua di uno dei maggiori fiumi del mondo con cui operarne la metamorfosi. La pace imposta, agli irriducibili nemici, dalla diplomazia americana a Camp David, ha dischiuso la strada alla collaborazione anche nella sfera agricola, e tecnici di Israele lavorano in Egitto  per la migliore utilizzazione delle riserve d'acqua dell'imponente serbatoio di Assuan. Se tra i due paesi allo stato di guerra è subentrata la pace, la situazione complessiva del Medio Oriente ne fa una pace nella diffidenza: la diffidenza non impedisce la collaborazione, ma ne impedisce l'intensità che le circostanze economiche renderebbero vantaggiosa ad entrambe le parti.

Non può  sottrarsi alla riflessione sul rilievo della tecnologia irrigua israeliana nella geografia agropolitico mondiale chi, a breve distanza da una visita in Israele, percorra, in Egitto, i duecento chilometri di deserto che separano il Cairo da Alessandria, osservando l'immensa superficie in cui è in corso l'impianto di una nuova agricoltura fondata sull'irrigazione a goccia, la più caratteristica delle metodologie israeliane. Nonostante la proverbiale passione per la terra del  fellah egiziano, i risultati dell'impegno sono, palesemente, modesti. Gli impianti arborei che si dispiegano ai lati dell'autostrada, palmeti, oliveti, frutteti, si stanno sviluppando al ritmo che i proverbi arabi proclamano caratteristico della palma, che per le piante diverse potrebbero essere abbreviati con vantaggi evidenti: lo sforzo agricolo di un paese dalle disponibilità finanziarie esangui dovrebbe produrre i propri frutti nei tempi più brevi.

Osservando quegli arboreti è impossibile evitare il confronto con la tecnologia israeliana, fondata sulla  rapidità dei risultati, diretta al più sollecito   recupero   economico dell'investimento. E mentre il mezzo che vi trasporta solca il deserto, dai problemi agricoli siete condotti a riflettere sui temi insolubili della discordia e della concordia tra i popoli, e sulle conseguenze economiche e civili delle due circostanze opposte. Sono riflessioni che portano lontano dai dati agronomici e agrocommerciali, dalla fisiologia della traspirazione alla tecnologia delle condotte di irrigazione. Sono considerazioni inevitabili dopo la visita di Israele, il paese dei paradossi politici ed economici. Produrre le derrate necessarie all'umanità imporrà, nei prossimi decenni, un imponente impegno di collaborazione. Per realizzare quella collaborazione le nazioni del globo dovranno misurarsi con molte delle paradossali contrapposizioni che le dividono.

 

 

 

Innovazione tecnologica dal Negev a Tiberiade

 

Un itinerario dall'estremo meridionale a quello settentrionale del paese conferma la metamorfosi in corso nell'agricoltura israeliana, diretta alla radicale specializzazione delle produzioni e alla crescente integrazione con l'industria.

 

Notizie e rilievi che si ricavano, tra Gerusalemme e Tel Aviv, incontrando i responsabili dell'agricoltura e della sperimentazione agraria israeliana, hanno il riscontro più eloquente nell'itinerario che, in un soggiorno promosso da Agriscambi, una guida competente ed amabile mi conduce a effettuare, con alcuni giornalisti italiani, dall'estremo meridionale a quello settentrionale del paese: comprese le deviazioni un percorso inferiore a quello tra Milano e Roma. Assa Yarkoni ha prestato servizio nell'esercito conseguendo il grado di colonnello, è stato responsabile dell'ufficio militare dell'ambasciata di Roma, a contatto, non è difficile immaginare, con i più delicati, e roventi, temi dei rapporti tra un paese, quale il nostro, dagli stretti rapporti con il mondo arabo, e le preoccupazioni del suo paese per l'amicizia di chiunque con i propri nemici. Ritiratosi dall'esercito dirige Camtec, una società di consulenza agricola che ha creato una dinamica filiale italiana, Agrecotec. L'accattivante facondia di chi ha alle spalle un'esperienza diplomatica, una competenza agricola maturata misurando le possibilità di esportare tecnologie efficienti ma costose, Yarkoni illustra con lucidità sistemi computerizzati di irrigazione e metodi di controllo delle prestazioni delle lattifere, accetta con liberalità il confronto sui temi politici che non possono  non imporsi a chi visita il paese che vive la tragedia dell'Intifada.

 

Quattro direttrici

Tracciando il panorama dell'agricoltura di Israele ho sottolineato la preminenza di quattro problemi, che corrispondono a quattro direttrici di sviluppo perseguite dai responsabili governativi e da quelli periferici, tecnici pubblici e, soprattutto, responsabili di organismi imprenditoriali. Il primo consiste nella crescente scarsità d'acqua e di suolo, il secondo nella dilatazione dei consumi alimentari interni, il terzo nella trasformazione dell'economia, nel cui contesto l'agricoltura sta riducendo  drasticamente il  proprio peso, il quarto nello squilibrio della bilancia commerciale.

Ai quattro problemi ho rilevato corrispondere  altrettante opzioni di sviluppo  agrario: l'adozione di tecnologie che esaltino la produttività per unità di suolo e d'acqua; la trasformazione della gamma dei prodotti esportati, cercando di soddisfare la domanda di generi di valore relativo più elevato, così da ripagare l'importazione di derrate di base con primizie frutticole, ortaggi e fiori; l'integrazione dell'agricoltura all'industria; lo sforzo per compensare la perdita di valore delle esportazioni agricole con  esportazioni di tecnologia agraria: mentre le prime sono praticamente stazionarie, le seconde hanno realizzato il raddoppio in due anni, superando il valore delle esportazioni agricole.

Sono le quattro chiavi di lettura della  visita a colture in pieno campo e in serra, a uffici e officine di aziende produttrici di apparecchiature irrigue dell'itinerario effettuato sotto la guida di Yarkoni. Le sue tappe essenziali si compiono, è significativo sottolineare, in kibbutzim, le comunità di vita  e lavoro al cui interno si realizza il più perfetto modello di comunismo. Creando i primi insediamenti ebraici in Palestina i pionieri, animati da radicali ideali socialisti, realizzarono col kibbutz la concretizzazione, insieme, delle aspirazioni sionistiche e di quelle sociali. Oggi Israele è una società capitalistica nella quale il kibbutz rappresenta fenomeno minoritario: nei 270 esistenti vive meno del 3 per cento della popolazione del paese. Sul piano  agricolo essi conservano, tuttavia, un peso preminente: dispongono di una quota della terra superiore alla quota di popolazione e, soprattutto, proseguono lo sforzo di innovazione che ne  costituisce la tradizione, e che appare favorito dalla collaborazione di competenze diverse unite dalla vita comune.

Caso unico al mondo tra le esperienze di collettivizzazione dell'agricoltura, esaltando le attitudini scientifiche e tecnologiche della gente israeliana, il kibbutz, originariamente insediamento agricolo, si è trasformato in centro agroindustriale: oltre a praticare un'agricoltura che segue criteri di razionalità industriale, integra la   produzione agricola con attività manifatturiere, connesse o non connesse all'agricoltura.

Se è nei kibbutzim che Yarkoni mi mostra le realizzazioni  più significative nella sfera delle grandi colture, e dell'integrazione dell'agricoltura con l'industria, è in alcuni moshavim che mi conduce a verificare le espressioni della più evoluta serricoltura israeliana. A differenza del kibbutz, il moshav è una cooperativa promossa dallo Stato per insediare un gruppo di coloni, a ciascuno delle quali l'organismo assegna, in uso esclusivo, seppure non in proprietà, una superficie di terra e una disponibilità di acqua, assolvendo ad alcuni servizi comuni, a favore di operatori la cui fisionomia è quella dell'imprenditore individuale. Nella gestione di un'attività serricola gli elementi personali sono preminenti su quelli dell'organizzazione collettiva: la ragione della ripartizione delle produzioni, in termini generali, tra le due  forme di correlazione tra uomini e terra.

 

In pieno campo

Un'autentica scoperta costituisce, per l'agronomo interessato alle realizzazioni della disciplina  alle latitudini diverse  del planisfero, la visita ai 10.000 ettari del consorzio Moshavei Hanegev, un organismo costituito, da un cospicuo gruppo di organismi agricoli per sfruttare la superficie suscettibile di impiego agricolo del deserto del Negev. E' la fascia più prossima al mare, dove le precipitazioni raggiungono valori medi tra i 300 ed i 200 millimetri annui. Le medie nascondono andamenti oltremodo discontinui: al momento della mia visita, alla metà di marzo, frumenti splendidi stanno emettendo le spighe. Palesemente non hanno sofferto la minima carenza idrica. Yarkoni mi spiega che l'inverno è stato piovoso: la produzione dipende, ora, dalla piovosità di aprile. Penso agli splendidi frumenti del Tavoliere in primavera, quando una produzione potenziale superiore a 50 quintali per ettaro attende l'alea della "stretta" di maggio, che potrà decurtarla di oltre la metà Negli anni di autentica siccità, spiega la mia guida, in quei campi non si manda  nemmeno la mietitrebbia: il costo non ripagherebbe la spesa.

Il terreno è profondo, di impasto equilibrato: non avrei mai immaginato di osservare  un suolo simile  in un'area che ragioni climatiche impongono di definire deserto. Quel suolo è la ragione dell'elevata  produttività delle colture irrigue: mais da insilare, patate, piselli, tutte adacquate a goccia. Al momento della visita i piselli  sono nel rigoglio della fioritura, è in corso la semina del mais, irrigato, alla semina, da lunghe ali di spruzzatori a pioggia sorrette da ruote: dopo la germogliazione saranno asportate, e l'adacquamento della coltura sarà affidato a condotte di  plastica dotate di gocciolatoi incorporati. E' in corso il piantamento delle patate: le prime, seminate nelle settimane scorse, hanno raggiunto una quindicina di centimetri di altezza, negli ultimi campi l'interramento è in corso.

L'rrigazione sarà realizzata, anche per le patate, da condotte di plastica con gocciolatoi incorporati. All'acqua viene aggiunto il concime: tensiometri infitti nel suolo e collegati  all'elaboratore che controlla la coltura consentono di adeguare i programmi di erogazione ai bisogni delle piante. L'omogeneità dei campi germogliati è perfetta: negli anni scorsi la produzione media è stata di 5-6 tonnellate per ettaro.

Qualche anno addietro in quest'area si dilatavano i campi  di cotone, coltivato, in  Israele, secondo criteri che ne facevano coltura ad  altissima intensività, una rivoluzione rispetto ai canoni delle grandi aree cotonicole del globo, al primo posto  il Cotton  Belt  statunitense. L'alto prezzo dell'acqua  elevava, tuttavia, i costi produttivi  tanto  da rendere impossibile  al cotone israeliano di sfidare la concorrenza internazionale: un ammaestramento che conferma l'antica legge per cui non sempre gli incrementi produttivi assicurati dalle  tecniche più evolute ripagano i maggiori costi rispetto a colture di intensività minore.

 

Le colture in serra

Nella sfera delle colture in serra l'itinerario disegnato da Yarkoni comprende installazioni emblematiche nei tre comparti delle  piante  ornamentali, dei fiori recisi, delle primizie orticole. Denominatore comune di tutte le aziende visitate, l'integrale controllo delle variabili da cui dipende la vita della pianta con apparecchiature il cui comando è affidato all'elaboratore.

Visito due aziende produttrici, in serra, di piante ornamentali, nel moshav Shahar, qualche decina di chilometri a mezzogiorno di Tel Aviv. Il moshav è stato costituito per accogliere ebrei di provenienza indiana. I serricoltori che ricevono il gruppo italiano, Bezalel Eliahu e Izhak Solomon, i tratti inconfondibili della gente dell'India, sono discendenti di una delle propaggini estreme della Diaspora, gli antenati hanno conservato, di generazione in generazione, il legame con la religione e la  tradizione ebraica, quarant'anni fa hanno ripercorso, verso levante, il lungo cammino affrontato, dai progenitori, verso oriente.

Il primo coltiva piante ornamentali di origine, anch'esse, indiana: le foreste equatoriali del subcontinete sono scrigno inesausto di specie sempreverdi dal fogliame rigoglioso e dalle infiorescenze singolari. Eliahu ha conservato legami con chi, in India, esplora la foresta alla ricerca di specie da immettere sul mercato delle piante  d'appartamento, come ogni mercato di beni voluttuari insaziabile di  novità, seleziona e adatta le nuove specie, in collaborazione con gli organismi sperimentali del paese, per offrire, dopo il brevetto, piante madri ai serricultori che vendono al consumo. Mostra, con orgoglio, le acquisizioni sulle quali ha già speso anni di lavoro, mirando alla persistenza del fogliame e dei fiori, alla compattezza della pianta, alla sua resistenza alle condizioni di un appartamento, e le specie nuove, piante dalle foglie e  dai fiori singolari, di cui spiega quanto si dovrà modificare per adeguarle alle esigenze del mercato.

Solomon conduce un'attività analoga, che integra con la produzione di barbatelle di vite, di cui è il maggiore produttore del paese. La viticoltura di Israele sta conoscendo l'espansione più vigorosa. La vite è originaria dell'area geografica entro cui è inserita la Palestina: la leggenda di Noé insegna che della prima pigiatura dell'uva l'umanità è debitrice alle popolazioni semitiche, il mito greco di Bacco conferma che il vino fu portato in Ellade dall'Oriente. Proibita dal Corano, la viticoltura da vino era scomparsa, al tempo dei primi insediamenti ebrei, dalle rive del Giordano. E'  rinata libera dai condizionamenti della tradizione, quella tradizione che in Francia fa dell'irrigazione di un vigneto un sacrilegio. Si è fondata sull'irrigazione  a goccia. La sua crescita è alimentata dalla predilezione degli ebrei di tutto il mondo per le bottiglie di cui un rabbino certifichi l'ottenimento secondo le prescrizioni talmudiche: le comunità ebraiche sono mercato sconfinato, e notoriamente ricco. Le serre climatizzate di partecipano del business vitienologica in costante dilatazione.

Alle porte di Tel Aviv visitiamo, quindi, nel moshav  Beit Hanan, una della maggiori aziende che producono, nel paese, rose recise: 18 ettari di cui 8 coperti, 70 dipendenti, un milione di dollari di produzione, per la maggior parte esportata. A nome dei proprietari, la famiglia Bickel, il direttore Shmuel Ben Hagay, conduce alla visita delle serre: le strutture sono oltremodo semplici, mirano, palesemente, all'essenzialità, come gli apprestamenti per il controllo dell'umidità relativa e della luce. La semplicità si combina al completo controllo ambientale, affidato all'elaboratore che determina tutti gli interventi commisurandoli al variare dei dati ambientali e fenologici. Yarkoni sottolinea che la ricerca della semplicità, quindi dell'economicità, come complemento della gestione mediante elaboratore, è la peculiarità che distingue la tecnologia serricola di Israele da quelle degli altri paesi all'avanguardia nel settore, al primo posto l'Olanda.

Ai piedi del Monte Carmelo osserviamo, infine, le serre del moshav Habonim. Sono due  ettari di grandi tunnel in cui sono coltivati pomodori a sviluppo apicale continuo, piante che dopo la raccolta dei frutti di ogni palco fogliare vengono liberate del fogliame relativo, continuando la produzione su palchi nuovi. Gli steli, nudi, si allungano per numerosi  metri.La varietà è una delle cultivar studiate in Israele per assicurare, con la durezza della polpa, la lunga servabilità, quindi una  più lunga vita commerciale.

 

La stalla modello

Dopo la visita alle coltivazioni, quella ad una grande stalla, nel kibbutz Afikim, nella valle del Giordano. L'allevamento comprende 700 animali di cui 450 in lattazione. La razza è l'Holstein, del ceppo riselezionato in Israele mirando a rendere compatibile la più alta produttività con la resistenza alle elevate temperature estive. Mentre le  bestie si succedono  nella sala di mungitura a spina di pesce, Shimon Karmi,  responsabile dell'allevamento, ci spiega che l'operazione si svolge tre  volte al giorno, il numero necessario al prelievo  di una  produzione individuale che si attesta sui 110 quintali annui, con punte fino a 180. L'alta produttività è intrinsecamente  connessa  alla brevità degli interparti, accorciata dall'impiego di un rivelatore del moto  collegato all'elaboratore. Applicato ad un piede, il piccolo apparecchio segnala il ritmo di  deambulazione: un animale sovreccitato è un animale in calore, un animale restio al moto è un animale di cui verificare la salute.

Agli eccellenti risultati quantitativi la stalla del kibbutz unisce quelli qualitativi: il latte che produce è di elevato standard organolettico grazie anche all'esame della conducibilità, che viene eseguito automaticamente alla mungitura.

Siccome la conducibilità elettrica del latte è alterata dalla presenza di cellule somatiche, sintomo di mastite, la variazione minore consente  di  intervenire sulla malattia  ad  uno  stadio subliminale evitando che giunga alla fase acuta, quella riscontrabile con gli esami ordinari, quando una perdita si è già verificata.

 

Gocciolatoi e computer

Alternati alle visite di coltivazioni l'itinerario  israeliano comprende  la   visita  di alcune industrie produttrici di apparecchiature per l'irrigazione Sono tutte attività industriali condotte da kibbutzim come complemento delle produzioni agricole. La prima che  visitiamo è la fabbrica di gocciolatoi e ali gocciolanti del kibbutz Hatzerim, comproprietario con altri due del marchio Netafim. Nel kibbutz si realizza la produzione di ali gocciolanti con gocciolatoi incorporati, la soluzione che ha sospinto la diffusione della coltura a goccia in pieno campo. Il vanto della Netafim è il gocciolatoio autocompensante. All'origine degli impianti a goccia le linee distese su superfici in pendenza dovevano essere interrotte da linee trasversali per assicurare l'eguaglianza di pressione necessaria a ottenere l'omogeneità dell'erogazione da ogni gocciolatoio, a qualsiasi quota. Il gocciolatoio autocompensante apprestato dalla Netafim elimina il problema semplificando tanto la progettazione quanto la realizzazione degli impianti. Prime beneficiarie, le colture di pieno campo, per le quali linee parallele possono essere distese da un trattore dotato di bobine di avvolgimento, e riarrotolate dallo stesso mezzo al termine della coltura. La Netafim esporta in tutto il mondo, sottolinano i responsabili: il fatturato complessivo del gruppo è di 60 milioni di dollari.

E' ancora in un kibbutz, Hafziba, che visitiamo la sede della Gal, produttrice di apparecchiature per la gestione computerizzata di sistemi irrigui integrata all'erogazione dei fertilizzanti e al controllo delle  variabili ambientali. Nel mercato dell'informatica, dove alla competizione per vendere software partecipano con  determinazione colossi internazionali, la piccola società israeliana vanta un'esperienza che, nata prima che in ogni paese diverso, ha continuato ad evolversi conservando i propri vantaggi. Quei vantaggi le assicurano la preminenza sul mercato interno e buoni affari all'estero.

Se la scarsità dell'acqua ha obbligato, fino dalle origini, i coloni israeliani a un impiego parsimonioso, quindi all'uso continuo di valvole nei settori da irrigare, in tutti i kibbutz esposti alle incursioni di guerriglieri nemici uscire di notte per aprire o chiudere una valvola costituiva operazione rischiosa: il pericolo ha imposto la necessità dell'automazione, che si è prima tradotta nelle valvole automatiche azionate  da meccanismi idraulici, che metamorfosi successive hanno trasformato negli apparati per la gestione integrale di un intero sistema di colture.

 

I filtri

E' ancora in un kibbutz, Beit Zera, nella valle del Giordano, che visitiamo l'ultima manifattura di apparecchiature per l'irrigazione. Il kibbutz è titolare del marchio Arkal. Zippola Tall, la progettista dell'azienda, ripercorre la storia del filtraggio dell'acqua, impostosi come esigenza sempre più pressante in concomitanza alla riduzione delle portate, quindi alle dimensioni sempre minori degli ugelli. Ricorda gli antenati degli apparecchi attuali nei filtri a rete metallica, cui seguirono quelli a sabbia o graniglia, efficienti ma di difficile pulitura. L'ultima generazione dello  strumento è il filtro autopulente: dischi di plastica dalla superficie scanalata  sono uniti in serie: combaciando, le scanalature delle facce contigue formano una griglia che capta le impurità, che restano  fissate tra i dischi. Quando la quantità è tale da ostacolare il  flusso dell'acqua, un fiotto d'acqua corrente in senso contrario  separa i dischi, rimuove le particelle e le trascina fuori dal cilindro che contiene i dischi. Regolata in base alla pressione, l'operazione può essere affidata a una centralina in campo o a una centrale generale del sistema.

Visitiamo la fabbrica: grandi capannoni dove opera un numero cospicuo di macchine automatiche, i pochi addetti incaricati solo dei controlli. I filtri non sono l'unica  produzione, che comprende una gamma considerevole di oggetti di plastica, dalle seggiole ai contenitori per i nastri magnetici. I capannoni  sono circondati dalle palme. Al di là delle palme le colture, campi e frutteti. Dalla progettista che ci accompagna al trattorista, dal responsabile finanziario di Arkal all'ultimo autista,  ciascuno svolge le mansioni cui lo predispongono le doti individuali, riceve secondo le necessità, misurate con criteri che considerano necessario solo l'essenziale.

La  produzione di apparecchiature irrigue che vantano, al mondo, primati difficilmente contrastabili si salda alla perpetuazione di un modello di vita radicalmente egualitario, il modello del  comunismo  volontario che rappresenta uno degli elementi singolari e irripetibili di questo paese che non cessa di stupire per le proprie conquiste e per le proprie contraddizioni.

 

 

 

Indice. 29