Nella steppa senza confine il collettivismo non vuole morire
Le dimensioni dell'agricolosso
Rape e patate nell'eredità di Lenin e Stalin
Eltsin cancella la storia per decreto
Gli aspiranti agricoltori: 61 milioni
Aziende familiari, s.p.a., cooperative
Cereali, carne, latte, e letame
L'ingegnosità italiana nel magma del postcomunismo
Giapponesi, americani, tedeschi, ebrei
Muore il collettivismo, rinasce il baratto
"Abbiamo le carte: giochiamole!"
Nella geografia del postcomunismo c'è un paese sommerso di denaro:
sono marchi
L'esperimento e la dimostrazione
Impero agrario, nazioni industriali
Nella Germania postcomunista ottimi tecnici, agricoltori incapaci
Israele: prodigi irrigui nel paese delle contraddizioni
Innovazione tecnologica dal Negev a Tiberiade
Mentre a Mosca Governo
e Parlamento dispongono la nascita di un'agricoltura fondata sull'azienda
privata, nel granaio della Federazione, la fertile steppa tra il Caspio e il
Mar Nero, l'orologio è fermo ai tempi del collettivismo. I dirigenti e i
duemila operai del colcos Sarajeva sono convinti che l'organismo entro il quale
operano sia paradigma di funzionalità agraria.
"Troika,
veloce troika, troika costruita dal mugik con la scure, dove ti porta la folle
corsa nella steppa? Russia, Russia
amata, che corri rapida come la troika, quale è la tua meta, quale è il tuo
destino?"
Mentre
Anatoli Pakhmov, il funzionario dell'Agropromsoyuz che mi accompagna alla
scoperta dell'agricoltura dell'ultimo lembo della Federazione Russa tra il
Caspio e la Georgia, traduce in russo la metafora di Nicolaj Gogol che ho
declamato in italiano, osservo, meravigliato, i miei interlocutori. Di fronte a
me Victor Ivanovich Marcov,
ingegnere meccanico, presidente del
colcos Sarajeva, 24.000 ettari, 2.000 soci-dipendenti, attorno a lui tre dei
membri del comitato direttivo, i volti arrossati dalla discussione che ci
accalora, ormai, da due ore, e dalla vodka che in Russia è complemento
necessario di ogni discussione. Il nostro confronto sul futuro della Russia
dopo il crollo del comunismo ha già sfiorato, ripetutamente, il limite oltre il
quale secondo il metro italiano una discussione diventa alterco. Ma ad ogni cenno di smorzare il
tono, Anatoli, una lunga esperienza all'ambasciata dell'Avana, ha sorriso
divertito: sull'orlo dell'alterco, infatti, Victor Ivanovich ha sempre
riempito, con autorità presidenziale, i bicchieri, e dopo il bicchiere di vodka
il dibattito ha ripreso, sistematicamente, in tono più sommesso di almeno due
ottave. Per risalire, poi, di nuovo, fino al brindisi successivo.
Il
confronto è arrivato, così, alla domanda solenne del mio interlocutore: "Antonio, cosa pensi del futuro della Russia, di questa Russia
spezzata e senza più certezze?", la domanda cui non ho saputo rispondere che
con la metafora dello scrittore che incarna l'amore di ogni russo per la sua
terra. Anatoli ha tradotto la mia versione di Gogol. I miei interlocutori mi
fissano in attesa della spiegazione. Un altro sommo scrittore russo, proseguo,
Dostoeskij, ha immaginato, ricostruendo il dibattimento di un processo, che il
procuratore e l'avvocato difensore combattessero un vibrante duello oratorio proponendo due interpretazioni
opposte della metafora di Gogol. Senza nessuna certezza sulla lettera, ma
ricordando il significato delle due arringhe, sviluppo la mia risposta:
"La
troika della nostra patria, signori -proclama il procuratore-, è una troika
impazzita, davanti al cui impeto i popoli d'Europa si ritirano sgomenti. Ma non
si ritireranno per sempre: per fermare
la folle corsa che li minaccia, un giorno si uniranno, e schiacceranno la
Russia." "La Russia non è una troika impazzita, è un cocchio maestoso -ribatte il difensore di Dimitri
Karamazov-, che procede nel suo cammino verso mete luminose di civiltà: tutti i
popoli d'Europa ne osservano il
procedere, l'accolgono tra loro, tributano alla nostra patria l'onore che
spetta ad un membro di diritto del consesso delle nazioni civili."
Mentre Anatoli traduce osservo, ancora, incredulo,
i miei interlocutori. Attenti e
sorpresi, i loro volti mi dicono che settant'anni di comunismo non solo
hanno allontanato un grande popolo europeo dal consesso delle nazioni di cui
era parte, ma lo hanno staccato dalla sue stesse radici: dubito, infatti, che
uno solo abbia mai letto i due
scrittori che, chissà con quali imprecisioni, sto declamando: entrambi
troppo visceralmente convinti che l'anima della Russia fosse nella sua fede
cristiana per essere accetti ai discepoli di Marx e agli emuli di Lenin.
Anatoli
ha tradotto Dostoeskij in russo: spiegando la metafora cerco di rispondere alla
domanda che mi è stata posta. "Victor Ivanovich -argomento-, chi visita il
vostro paese oggi si pone le medesime domande che i più grandi dei vostri
scrittori si ponevano nell'ultimo scorcio dell'800, come se in Russia le
lancette dell'orologio della storia
fossero state riportate indietro di cento anni. Allora potevate vantare la più
grande letteratura del secolo, grandi chimici e microbiologi, gli studi
sull'origine della steppa dei vostri pedologi avevano assicurato alle
conoscenze agrarie una disciplina nuova: la scienza del suolo. Avevate diritto
a un posto tra i paesi che guidavano il progresso delle nazioni. Dostoeskij lo
sperava, e pone la sua speranza in bocca all'avvocato dell'imputato Karamazov.
Ma temeva il prevalere di chi voleva imporre con la violenza l'eguaglianza forzata,
come prevedeva il procuratore, che vince il processo e umilia il principe del
foro venuto da San Pietroburgo. Avete avuto la collettivizzazione coatta, che
ha dissolto ogni creatività individuale, e creato il castello che si è
sgretolato: adesso nessun altro che voi stessi può decidere dove andrà questo
paese, non potete delegare a nessuno la scelta della direzione della vostra
troika. Chi guarda, resistendo all'impulso di ritrarsi spaventato, non può che
dichiarare che le scelte che vi si impongono sono difficili e onerose. Ma
dovete assumerle e sostenerne il peso,
perché, comunque, dalle vostre scelte dipende il futuro di questo grande paese.
Ma
se non possono confutare Gogol e
Dostoeskij, i miei interlocutori non riescono neppure ad accettare la profezia
del secondo, seppure debbano ammettere che l'incertezza del primo sulla meta
verso cui corre la patria sia la loro stessa incertezza, e riconoscano che
l'angoscia di Dostoeskij sull'eventualità che quella meta sia, ancora, una
tragedia, è la loro stessa angoscia.
Su
24.000 ettari il colcos Sarajeva, a Konstantinovska, in provincia di Stavropol,
la provincia dove il segretario del Partito Comunista portava, vent'anni fa, il
nome di Mikail Serghievich Gorbaciov, produce 4.000 tonnellate di grano, alleva
8.000 bovini, di cui 2.700 vacche da latte dell'antica razza rossa della
Steppa, 40.000 montoni Merino, 3.000 suini e 500 cavalli della leggendaria
razza con cui la cavalleria cosacca sfidò gli squadroni turchi e i dragoni di
Napoleone. Un cospicuo impegno di miglioramento fondiario ha sagomato la
pianura ondulata in grandi appezzamenti di 400 ettari, circondati da folti
frangivento per ridurre l'erosione, ha realizzato le condotte che portano l'acqua ad una superficie ogni anno
maggiore: con il clima semiarido della Steppa, meno di 500 millimetri di
pioggia annua, condizione indispensabile per sfruttare la straordinaria
fertilità naturale di questa terra.
Le
rese di tutte le produzioni costituiscono,
secondo i dirigenti, che le confrontano, non irragionevolmente, con
quelle degli altri colcos della regione, una serie di primati: 35 quintali per
ettaro per il grano, 212 per l'insilato di mais, che tocca i 400 negli appezzamenti irrigui, 3.350 litri
per lattazione, che varcano la soglia dei 5.000 nelle stalle condotte dai
responsabili più capaci e solerti. Oltre ad accrescere le rese, come tutti gli
organismi agrari d'avanguardia, il colcos Sarajeva è impegnato da anni
nell'allestimento di laboratori per la trasformazione dei propri prodotti, una
strategia obbligata per accrescere il
valore delle derrate, evitando la strozzatura che nell'ex-Unione Sovietica
separa dal mercato ogni produzione agraria, quegli organismi di ammasso nei cui
depositi deperiscono e si deteriorano gli avari raccolti della generosa terra
russa. Negli opifici dell'organismo si conservano, così, angurie e pomodori
sotto sale, secondo l'antica tradizione contadina, si sala il pesce degli
stagni, si conciano le pelli dei montoni.
Se, però, la
produttività dei soci-dipendenti della Sarajeva realizza una serie di primati
nella cornice dell'agricoltura collettivistica, quei primati si convertono in
vere catastrofi se misurati con gli standard occidentali: e se la Russia vuole
trasformare la sua economia secondo i principi del libero mercato il confronto
è inevitabile.
La
disfatta è altrettanto irreparabile misurando le produzioni in termini di rese
per ettaro, o per capo di bestiame, quanto in termini di produttività per addetto. Ricavare 35 quintali di grano dal suolo che i manuali di
agronomia additano come la migliore terra da frumento del mondo è
curioso paradosso, anche considerando
che all'eccezionalità del suolo
corrisponde una piovosità assai meno propizia. Sulla stessa terra l'irrigazione dovrebbe permettere di
ricavare 1.000 quintali di insilato di mais, non i 400 vantati come primato da
Victor Marcov. Che la Steppa sia più generosa di quanto la facciano apparire le
produzioni che ne ottengono i suoi figli, lo ha provato l'esperienza diretta di
un grande gruppo italiano, la Tecnimont del gruppo Ferruzzi, che negli anni
scorsi concordò con le autorità moscovite un ambizioso progetto di sviluppo agricolo nella regione
di Stavropol. La realizzazione del piano, che prevedeva la costruzione di
grandi impianti di trasformazione, è sospesa, attualmente, per le incertezze
politiche e finanziarie, ma due anni di esperienze condotte dai tecnici
italiani hanno dimostrato, mi ha riferito, prima della partenza, Umberto Mangiagalli,
direttore del progetto, la possibilità di raddoppiare le rese di tutte le
colture. Le condizioni: l'adozione di procedure agronomiche più aggiornate,
l'impiego di mezzi tecnici più efficienti.
Altrettanto
inaccettabili i rendimenti che si registrano nelle stalle: 33 quintali di latte
per mucca equivalgono alla condanna economica di un allevamento. La Rossa della
Steppa non è capace di fare di meglio? Bisogna
sostituirla? No, mi informa Victor Ivanovich: i registri di stalla
testimoniano di animali che hanno superato gli 80 quintali. Ma partendo dai
figli delle campionesse, con la fecondazione artificiale in meno di dieci anni si dovrebbe poter
aumentare la media di 10-20 quintali. Quale ostacolo ha impedito di farlo?
In
termini di produttività del lavoro lo iato con l'Occidente è ancora più
incolmabile: 250 agricoltori americani coltiverebbero agevolmente i 24.000
ettari della Sarajeva; 60 allevatori olandesi accudirebbero senza
preoccupazione alle 2.700 mucche, nei tempi morti curando i 3.000 maiali; 20
italiani governerebbero i 5.000 bovini all'ingrasso; 40 neozelandesi i 40.000
Merino; 10 butteri maremmani i 500 cavalli. Aggiungiamo 50 addetti agli
ortaggi, una produzione secondaria, e agli stagni. Il totale resta al di sotto
dei 450 addetti. Aggiungiamo, ancora, gli operai dell'officina, che provvede
alla manutenzione di quasi 200 trattori e mietitrebbie, quelli del piccolo
caseificio, del macello e della
conceria, i contabili e i tecnici, che,
insieme, secondo gli standard occidentali, non dovrebbero superare
le 150 persone. Il totale salirebbe a
600 addetti: poco più di un quarto dei soci-dipendenti della Sarajeva.
Sono
state le mie osservazioni sulla produttività del colcos a accendere il
dibattito che i ripetuti brindisi hanno evitato si trasformasse in alterco.
"I vostri campi sono ben squadrati, le macchine curate, anche se
durerebbero più a lungo in una rimessa anziché sotto la neve, le stalle sono
pulite, i cavalli splendidi, i vostri Merino altrettanto floridi di quelli che
pascolano sugli altopiani della Nuova Zelanda -ho riconosciuto a Victor
Marcovich: ma rispetto alle agricolture con cui dovete misurarvi le vostre
produzioni sono basse, e impiegano troppa manodopera. Se il vostro, su questa
terra, è un colcos modello, non è
difficile capire perché l'Unione Sovietica sia stata costretta a importare,
negli ultimi vent'anni, quantità astronomiche di derrate dai paesi capitalisti,
15-25 milioni di tonnellate di cereali, ogni anno, dagli Stati Uniti, milioni di tonnellate di burro, latte in polvere e carne dalla Comunità Europea."
L'appunto
ha infiammato il mio interlocutore, che lo ha respinto con foga: il colcos, si
è accalorato, è un apparato funzionale e produttivo, la Sarajeva è una macchina
agricola eccellente, i soci-dipendenti sono solerti e capaci, lui, vanta, è
arrivato alla presidenza per competenza, battendo, nello scrutinio segreto, il
candidato del Partito. "Se non produciamo quanto potremmo -si infervora- è
colpa del Governo, che ci fa mancare macchine e concimi, che non ci rifornisce
di sementi al momento necessario, che ritira frumento e carne e li paga con
ritardi che scardinano tutti i nostri piani. E' colpa di Gorbaciov, che quando
era segretario a Stavropol non ha fatto
nulla di buono per l'agricoltura, e che quando è arrivato a Mosca per
l'agricoltura ha fatto ancora meno. Che ci diano i mezzi, e sapremo competere
con gli agricoltori occidentali!"
"Ma
i mezzi produttivi -ho ribattuto-, gli agricoltori occidentali non li attendono
dallo Stato, li acquistano, sul mercato, in correlazione alle proprie esigenze. Se sbagliano, comprando
strumenti troppo costosi, o poco efficienti, pagano l'errore col proprio
portafoglio. Se l'errore è grave, anziché il portafoglio ricolmo si ritrovano
sommersi dalle cambiali, e devono cambiare mestiere. A Constantinoskaja siete
più bravi che in altri colcos, ma quanti presidenti e amministratori di colcos
sarebbero già stati costretti, in Occidente, a cambiare mestiere?Il Governo ha
fornito meno mezzi produttivi a voi
perché ha dovuto continuare a darne anche agli inetti, che li hanno sprecati.
Se, invece di Mikail Serghievich Gorbaciov, al ministero dell'agricoltura ci
fosse stato, negli anni '70, Karl Marx in persona, non avrebbe potuto fare
niente di meglio!"
Le
mie critiche all'agricoltura collettiva nel colcos che ne rappresenta la
realizzazione più efficiente ci hanno condotto al tema della privatizzazione,
la radicale svolta imposta da Boris
Eltsin, la grande incognita del futuro
dell'agricoltura russa. Sulla privatizzazione in tutti i colcos si sono svolti
formali referendum: su 2.000 soci-dipendenti, a Serajeva la riforma non ha
registrato un solo consenso. Ma la privatizzazione è tema rovente: fautori e
avversari concordano nel riconoscere che le forme in cui essa si tradurrà in
realtà determineranno la fisionomia
della società russa di domani: è stato quel convincimento a condurre il
nostro confronto alle incognite della corsa della troika russa al galoppo verso
un destino ignoto. Privatizzazione e creazione di un libero mercato sono, però,
temi di tale rilievo che ad essi
dovremo dedicare una tappa specifica di
questo viaggio attraverso il pianeta Russia in turbinosa trasformazione.
Terra e vita n°12 1992
Russia, troika senza
guida che corre all'ignoto
L'agricoltura
collettivista ha dato prove di inefficienza tali da non meritare giudizi
d'appello. Ma alla sua sostituzione con un sistema fondato sull'azienda privata
l'eredità comunista oppone ostacoli tali da impressionare l'osservatore più ottimista. Conversando con un
funzionario governativo e con un economista agrario è possibile misurare quali
sforzi e quali tempi saranno necessari per superarli.
In
Russia la terra è di nuovo oggetto di proprietà privata, il suo sfruttamento
può essere realizzato in forma individuale, in cooperativa o mediante società
per azioni. Lo ha stabilito, annullando lo statuto della proprietà preconizzato
da Karl Marx e tradotto in realtà economica da Vladimir Ulianov Lenin e dai
suoi successori, una raffica di decreti firmati dal presidente della
Federazione Russa, Boris Nicolaievich Eltsin, negli ultimi mesi del 1991.
Sugellando una rivoluzione altrettanto radicale di quella che, nell'ottobre del
1917, sanciva la nascita del primo stato collettivista, Eltsin ha fissato scadenze tassative e
comminato gravi sanzioni per gli inadempienti.
Dal
1 gennaio 1992 tutti i cittadini sovietici avrebbero potuto vendere liberamente
i terreni loro assegnati in seguito
allo smembramento di colcos e sovcos; entro il 1 febbraio successivo gli organi
periferici della Federazione avrebbero
dovuto fissare le dimensioni più idonee, nelle condizioni locali, per le aziende
private; entro il 1 marzo le assemblee dei colcos avrebbero dovuto deliberare
se procedere allo smembramento o alla trasformazione dell'azienda in uno degli
organismi previsti dalla nuova
legislazione sulle società, ed entro la fine dell'anno la conversione avrebbe
dovuto essere perfezionata tanto sul piano fondiario che su quello economico.
Altrettanto
tassative delle disposizioni per privatizzare l'agricoltura le sanzioni
comminate agli inadempienti: dirigenti di colcos e sovcos, funzionari
governativi e provinciali che ostacolassero la riforma si vedrebbero privati
per tre mesi dello stipendio.
Impone
l'uso del condizionale, nell'esegesi di testi legislativi di difficilissimo
reperimento e di ancor più difficile interpretazione, la più semplice e più
astratta considerazione dell'immensità della trasformazione che essi
sanciscono: rifare quello che la Rivoluzione ha distrutto, demolire l'apparato
che essa ha eretto per il controllo di ogni segmento della vita economica, è compito che non è pleonastico
definire immane. Conferma il risultato della considerazione astratta l'esame
della realtà giuridica ed economica dell'agricoltura russa. Come vendere, dal
fatidico primo gennaio, un appezzamento di terra in un paese dove non esiste il
catasto? Come trasformare in azienda agricola un appezzamento posto a dieci
chilometri dal villaggio, senza strade, acqua, energia elettrica, senza alcuna
attrezzatura, da provvedere con mutui bancari, in un sistema giuridico che ha cancellato l'istituto dell'ipoteca, e dove
le banche, appena privatizzate, hanno appreso immediatamente, dalle consorelle
dei paesi capitalisti, a prestare denaro solo a chi offra adeguate garanzie?
Percepisco
l'impossibilità di privatizzare per decreto, tra il primo gennaio e il primo
marzo 1992, l'agricoltura russa, nel padiglione fieristico in cui si celebra,
nel faraonico e caotico centro espositivo di Mosca, "Agritalia",
l'esposizione della tecnologia italiana per la manipolazione e la conservazione
delle derrate agricole. Ospite dello
stand della Banca Agricola Mantovana, presente in forma impegnativa per
assistere i clienti operanti sul terreno dell'impiantistica agroalimentare,
posso misurare i termini del problema col metro dell'istituto di credito.
Attraverso l'interprete, chiede di essere ricevuto dal funzionario presente un
gruppo di ragazzi tra i venti e i trent'anni. L'amico bancario rifiuterebbe
l'incontro, che sa per lui del tutto inutile, ma accoglie il gruppo per cederlo
alla mia curiosità.
Vengono
da Troizk, venti chilometri da Mosca, una delle regioni in cui alla
privatizzazione sono stati imposti, data la vicinanza del nuovo inquilino del
Kremlino, i tempi più rapidi. Guida il gruppo Vladimir Nicolaievich Ermolaev,
biondo, gli occhi turchini, un sorriso insieme ingenuo e penetrante. E' titolare della proprietà di 25 ettari di un
colcos in fase di smembramento, ma non ha mai coltivato la terra. Non ha
nessuna macchina e sa che nessuna banca gli darà il denaro per comprarne. Gli
chiedo se reputa ottimali le dimensioni dell'azienda che gli è stata
assegnata. Mi confida di ritenere che
la dimensione ideale sarebbe 500 ettari. Per un attimo credo di avere di fronte
il futuro concorrente del farmer americano: gli chiedo cosa vorrebbe
produrre sulla sua azienda ideale. "Foraggio -mi risponde-, funghi, e
tutto quello che chiede il mercato."
Per
qualche anno i farmer americani possono dormire sonni tranquilli: prima che la
steppa torni a diventare il granaio d'Europa sarà necessario popolarla di veri imprenditori, e
trasformare in imprenditore agricolo Vladimir Nicolaievich è impresa a
realizzare la quale non basta la foga di Boris Eltsin. Nello stesso stand
dell'istituto mantovano poche ore più tardi il dottor Dimitri Melnikov, uno
degli specialisti di economia agraria dell'Accademia delle Scienze, mi
spiegherà che presso gli uffici periferici del Ministero dell'agricoltura
risultano registrate le domande di 61 milioni di giovani, in assoluta
prevalenza di estrazione urbana, che chiedono di diventare agricoltori. Mentre
i dipendenti delle aziende statali, anche i più giovani, rifiutano la
privatizzazione, che minaccia il triplice vantaggio dello stipendio sicuro,
della casa a spese del colcos e dell'orto di cui vendere i prodotti, ortaggi,
frutta e pollame, una folla di operai dell'industria, di impiegati senza più
lavoro, di camerieri e commessi vuole
la terra dello Stato per fare
l'agricoltore: un mestiere di cui non ha, però, alcuna esperienza.
Ma
privatizzare l'agricoltura, mi spiegherà, con dovizia di dati e rilievi
analitici, Melnikov, è impresa che deve
superare, prima ancora delle difficoltà giuridiche ed economiche, ostacoli sociali e psicologici ciclopici.
Ricavare,
dalle leggi del Parlamento e dai decreti presidenziali, il quadro organico
delle coordinate per la ricostruzione del sistema agrario russo è, ho annotato,
impresa di assai problematica realizzazione. Le difficoltà che ostacolano la
creazione, sulle spoglie del collettivismo, di un sistema giuridico liberale,
si sommano algebricamente, infatti, a quelle che incontra la rifondazione di un
ordinamento politico basato sulla divisione dei poteri, il caposaldo di tutti i
sistemi democratici. L'assenza di ogni tradizione rende il confronto tra
Governo e Parlamento oltremodo arduo.
Boris Eltsin manifesta l'appariscente propensione a ricalcare
l'onnipotenza dei segretari generali del Partito Comunista, despoti
incondizionati: se l'urgenza delle scelte da assumere lo giustifica, la sua
prepotenza non appare la prassi più idonea a stabilire una dialettica
funzionale tra gli organi diversi dello Stato.
Diritto
di proprietà e statuto delle società di capitali e di persone sono temi di
palese competenza parlamentare: le raffiche di decreti contrastano la paralisi
istituzionale, ma accentuano la Babele giuridica.
Mi
propone l'esegesi più organica del
coacervo di leggi e decreti che hanno posto le basi del nuovo statuto della
proprietà fondiaria Alexej Anissimov, direttore del Dipartimento
dell'agricoltura della regione di Stavropol, la vastità della Pianura Padana,
la popolazione di Milano, per l'enormità degli spazi una di quelle
in cui privatizzare colcos e
sovcos sarà impresa più ardua. Ma
Anissimov è il prototipo del migliore funzionario russo: mi riceve, la radio
accesa, la scrivania tanto ingombra di carte da creare, tra noi, un'autentica
barriera, e mi spiega, con la chiarezza delle cose incontrovertibili,
disposizioni di cui mi chiedo come potrà mai indirizzare l'attuazione.
Secondo
la nuova normativa il destino di colcos e sovcos, due forme aziendali
tra le quali i teorici dell'agricoltura collettiva additavano
significative differenze, di cui oggi in Russia si parla come della medesima
cosa, può prendere tre strade. La prima lo smembramento completo, e la
trasformazione in aziende familiari, che le nuove leggi definiscono col termine
americano di "farm": un affronto che far fremere, è legittimo
supporre, nel cimitero londinese di Highgate, le ossa di Karl Marx. I
proprietari delle aziende nate dallo smembramento potranno associarsi, se lo
riterranno opportuno, in cooperative, dei cui scopi e della cui gestione
saranno arbitri incondizionati. Chi non intenda coltivare il suo appezzamento
può venderlo o affittarlo: salvo alcune formalità non ancora definite,
l'acquirente potrà essere anche uno straniero.
La
seconda eventualità è la trasformazione
in società per azioni: grandi
stalle e impianti sono valutati
e il valore complessivo ripartito in quote azionarie. La terra è divisa in
parcella e assegnata agli ex-dipendenti, che la conferiscono in società,
conservando, però, il diritto di
riassumerne la disponibilità. Chi non voglia aderire alla società può
pretendere la liquidazione della sua quota di impianti, e il possesso della sua
parcella. La società potrà essere "chiusa" o "aperta": nel
primo caso il socio che la lasci è tenuto a cedere la sua quota a un altro
socio, nel secondo è libero di vendere a chicchessia. Anche nella prima
ipotesi, tuttavia, se nessun socio eserciti
il suo diritto, il dimissionario potrà vendere a qualunque acquirente.
Terza
soluzione: la società cooperativa Fermo il diritto alla proprietà di una quota degli impianti e di una parcella di
terra, gli aderenti conferiscono entrambi a un organismo comune, di cui
saranno, però, insieme, titolari, in assoluta autonomia. E' probabilmente, la
strada più agevole per la conversione delle grandi aziende statali delle
regioni della steppa. Il completo smembramento di un colcos di 15-20.000
ettari, che comprenda colture cerealicole, allevamenti bovini e ovini, caseifici
e impianti di macellazione, richiederebbe investimenti astronomici in case
rurali, stalle, viabilità, elettrificazione e attrezzature. E' assai più
agevole la sua trasformazione in tre-quattro cooperative. Le antiche
"brigate", i settori produttivi dell'azienda statale, diventeranno,
ciascuna, un organismo economico autonomo, di cui i soci saranno proprietari e
responsabili. Agli ex-dipendenti decisi a tentare l'avventura privata potranno
essere assegnate le terre meno lontane dal villaggio.
Tre
strade, tre gradi diversi di difficoltà, che i kolkhosiani che ho incontrato a
Constantinovska rifiutano, però, di intraprendere, forti della significativa
maggioranza del cento per cento. E il
colcos Sarajeva non è, dispiace per Eltsin e il drappello progressista che lo attornia, l'eccezione:
è, piuttosto, la regola.
Le
analisi dell'Accademia delle Scienze sulle
implicazioni sociali della privatizzazione hanno verificato una
singolare coincidenza storica, mi spiega, nel corso della lunga conversazione
moscovita, Dimitri Melnikov: nel villaggio russo dell'età degli zar i contadini
potevano essere divisi nel 20 per cento di kulaki, piccoli proprietari più
ricchi e dinamici, nel 60 per cento di contadini di condizione media, nel 20 di
contadini indigenti. I sondaggi sulla propensione alla privatizzazione tra i
dipendenti delle aziende statali hanno dimostrato che il 20 per cento è
favorevole, il 60 indifferente, il 20
contrario. Tra gli oppositori si contano, sottolinea, tutti i dirigenti, un
gruppo capace di opporre alla riforma
un'inerzia che ne accrescerà a dismisura i costi economici e sociali.
La
macchina dell'agricoltura sovietica era apparato pletorico e inefficiente, ma le
sue dimensioni, mi spiega chi segue la trasformazione per fornire al
Governo il quadro delle realizzazioni
e degli insuccessi, assicuravano, tra cento diseconomie, l'approvvigionamento
del paese. Introducendo elementi di responsabilità e di autonomia, la perestroika
ha inceppato il meccanismo: in tre anni le disponibilità per il consumo si sono progressivamente e
drasticamente contratte.
L'epicentro
della catastrofe agraria collettivista è la zootecnia. La pianificazione
sovietica aveva immaginato di controllare meglio la produzione realizzando
impianti imponenti: stalle, porcilaie e
ricoveri per ovini capaci di migliaia e migliaia di capi. L'illusione della
funzionalità attraverso strutture ciclopiche ha creato una voragine che
assorbiva ogni anno 130-150 milioni di tonnellate di cereali, nazionali e d'importazione.
Somministrato senza miscelazione e senza integrativi, quel monte di granaglie
assicurava produzioni risibili: gli indici di conversione dell'allevamento
russo costituiscono, in confronto a quelli occidentali, un'onta tecnologica ed
economica. Progettando i letamai per i megaimpianti di colcos e sovcos, i
pianificatori dell'agricoltura sovietica prevedevano, per ogni bovino, un
volume di deiezioni quattro volte
superiore a quello dei progettisti occidentali: ecco dove finivano,
annota, metà ironico, metà amaro, Melnikov, i cereali che acquistavamo, pagando
in lingotti d'oro, dagli Stati Uniti e
dall'Argentina.
Da
anni gli economisti insistevano perché il Governo approfittasse dei prezzi
del latte, del burro e della
carne occidentali, e non gettasse più in quella voragine un
solo quintale di mais americano, ma sottrarre i nostri politici, ride,
ancora, amaro, il mio interlocutore, alla tentazione di vantare i più possenti
allevamenti del globo era impresa irrealizzabile.
Oggi
le diseconomie di quel meccanismo ne hanno provocata la disintegrazione: supponendo che gli sforzi negoziali in corso
siano coronati dal successo più luminoso, le quantità di cereali destinabili
all'allevamento saranno, quest'anno, inferiori del 14 per cento a quelle
dell'anno scorso, quando in molte regioni è cominciata l'ecatombe del bestiame
eccedente le disponibilità foraggere. Le stime prevedono una contrazione del 5
per cento dei capi, che si tradurrà in quella del 10 per cento delle produzioni
zootecniche. Quest'inverno il popolo russo sta mangiando rape, patate e cavoli, i prodotti
caratteristici degli orti familiari. L'inverno prossimo mangerà, ancora,
cavoli, patate e rape. In quello successivo, poi, metterà in pentola patate,
rape e cavoli. Nel '96, conclude Melnikov, riteniamo che la nuova agricoltura
privatistica potrebbe avere acceso il motore, e che sulle tavole russe
potrebbero ricomparire carne, uova e formaggi.
La
passione antica per Gogol, Tolstoj e Dostoeskij mi ha inculcato un affetto
profondo per la Russia e la sua gente, tra i popoli d'Europa quello che propone
la più singolare combinazione di pazienza, intelligenza e profondità di
sentimenti. Salutando il mio interlocutore mi auguro, con calore, che la
pazienza consenta ai cittadini della nuova Russia di convivere con rape e
patate per il tempo necessario alla sua intelligenza per cancellare l'eredità
di Lenin e di Stalin, alfieri di un'utopia che si è dimostrata altrettanto
vana sul piano economico che su quello
politico, imposta con mezzi che non attribuiscono ai suoi strateghi il diritto di essere ricordati come rappresentanti
dell'umanità profonda del popolo di cui hanno forgiato la storia.
Terra e vita n° 13 1992
Russia, troika senza
guida che corre all'ignoto
Il collasso
dell'economia collettivista ha innescato un processo singolarmente simile alle
corse all'oro che si sono accese in secoli e continenti diversi. Quale, tra le
potenze industriali, si imporrà come partner previlegiato nello sfruttamento
delle risorse naturali dell'ex-impero sovietico? L'incontro con alcuni
osservatori qualificati consente di tratteggiare le posizioni dei concorrenti
ai blocchi di partenza, le opportunità e le debolezze dell'industria italiana.
Se
Š arduo indovinare a quale assetto civile ed
economico possa portare la corsa della troika russa dopo lo sgretolamento del sistema collettivista,
ogni studente di scuola media, in qualunque paese del mondo, sa quale scrigno di tesori naturali essa trasporti nella sua corsa. Sospinti da
stimoli più prepotenti dell'interesse per la geografia di un quattordicenne,
industriali, finanzieri e uomini di
governo di tutto il mondo stanno combattendo la più serrata battaglia per
insediarsi nelle giunture disarticolate dell'economia russa, così da
assicurarsi i benefici dello sfruttamento di giacimenti petroliferi e minerari,
delle foreste e delle fonti di energia elettrica, e partecipare a saziare la
voracità di un mercato il cui rifornimento di tutti i beni essenziali è, insieme, scadente e insufficiente.
La
corsa alle miniere d'oro biondo e d'oro nero dell'antico impero sovietico, e
quella verso i suoi mercati di consumo, presenta all'osservatore un aspetto
paradossale: tutti lottano contro tutti per prendere posizione, decisi, però, a
non spendere un solo dollaro, uno jen o un marco. Le alee politiche sono,
ancora, incommensurabili: resisterà
Eltsin? Si consoliderà la democrazia? Oppure l'Armata Rossa, umiliata ma
ancora integra, imporrà un ritorno al comunismo in versione militare? Se alla
domanda non può trovare risposta, nella sfera di cristallo, neppure la più
illuminata delle chiromanti, è certo che, se Eltsin trionferà delle difficoltà
tra cui si dibatte, chi gli avrà
fornito dollari, cereali e macchinari si troverà in possesso di una straordinaria cambiale in bianco, e chi sarà
stato reticente, o elusivo, vedrà le proprie
proposte accolte dal più cortese niet. Chi, per converso, avrà
largheggiato in fondi e apparecchiature
col leader democratico, non potrebbe non
trovare interlocutori assai sospettosi
negli eventuali restauratori del comunismo. In economia, come in
politica, le amicizie si possono
spezzare, e le alleanze infrangere: la regola resta, tuttavia, il loro
rispetto.
Mi propone il
quadro più penetrante dello scontro tra i giganti finanziari del mondo
per insediare avamposti nelle suture dell'economia russa Marco Viola: trentino,
cinquantacinque anni, l'ingegner Viola ha rivestito la responsabilità della
realizzazione, in Siberia, di giganteschi stabilimenti chimici, costruiti dalla
Montedison secondo la formula "chiavi in mano". L'esperienza
siberiana gli ha fatto conoscere come a
pochi, lavorando a 30-40 gradi sotto zero, le risorse di questo paese, quelle
naturali, di cui ha valutato l'entità e
le difficoltà di sfruttamento, e quelle umane: dei russi ha misurato la
resistenza e l'indolenza, ha sperimentato la cordialità dei lavoratori, l'ottusa
presunzione della tecnocrazia comunista.
Utilizza le conoscenze acquisite svolgendo, a Mosca, funzioni di ambasciatore
della Montedison nel pianeta economico della nuova Russia.
Tutte
le potenze industriali sono impegnate sulla nuova frontiera dell'economia
mondiale aperta dal crollo del comunismo, ma non tutte, sottolinea, mostrano lo
stesso dinamismo e la stessa determinazione. Al primo posto, per lucidità
strategica, i tedeschi, che stanno sfruttando con abilità due vantaggi
capitali: la secolare dipendenza del popolo russo dalla tecnologia e
dall'intraprendenza tedesca, lo straordinario ponte costituito
dall'ex-Repubblica Democratica.
Avvantaggiata dalla tradizione secolare del Drang nach Osten, l'"impulso
verso est", continuazione logica
della Ospolitik, la penetrazione
tedesca nell'ex impero sovietico è sorretta da un accordo incrollabile
tra Governo, alta finanza e industria: in Russia gli imprenditori tedeschi non
operano isolati, cooperano a un disegno economico nazionale.
Più
incerta e incoerente la presenza americana: combattuti tra il compiacimento per
la disfatta dell'antico nemico, i dubbi sul suo ruolo militare futuro,
propositi di favorirne lo sviluppo democratico e il desiderio di fare affari,
gli americani paiono operare più casualmente: sono presenti con gruppi di importanza
mondiale, non lo sono come titano
economico, compatto e consapevole degli obiettivi da raggiungere e dei
mezzi da impiegare. Ricorderò il giudizio di Viola quando, nell'incertezza del
posto su un Iliuscin diretto a Francoforte, vedrò un giovanotto americano
sventolare la sua foto con Eltsin.
Alla
domanda delle ragioni dell'incontro e della posa, mi risponderà di essere un businessman.
Dubito che gli imprenditori tedeschi vadano singolarmente all'assalto dello
studio presidenziale al Cremlino: delegano l'incombenza, suppongo, al
presidente della Bundesbank, dopo la cui visita non è più necessario che
venditori di acciaierie e cementifici, acquirenti di nikel e tungsteno, si
affollino negli anticamera del nuovo potere russo. Altrettanto contraddittoria
la presenza nipponica, combattuta tra l'assoluta necessità di mettere le mani
sulla Siberia, la miniera capace di alimentare per tutto il secolo a venire la
vitalità di un'industria priva di materie prime, e la cieca determinazione a
riacquistare le isole Kurili, altrettanto care al cuore nipponico della
Madonnina a quello milanese, o dello stadio di Fuorigrotta per i napoletani. Ma
pare che per le fatali, e spopolate
Kurili, Eltsin sia deciso a pretendere un prezzo esorbitante anche per
l'amatore più opulento del mondo.
Una
posizione straordinariamente favorevole, tra i concorrenti alla svendita
dell'impero economico sovietico, si sono assicurati gli ebrei: ebrei, si deve
sottolineare, non israeliani, membri, cioè, di una comunità economica che non
conosce, oggi come cento, come mille anni fa, nazionalità né frontiere. Sono,
in prevalenza, i membri della diaspora russa, coloro che la pressione
dell'opinione internazionale ha costretto il potere sovietico, negli ultimi
decenni, a lasciare partire, per Israele, per gli Stati Uniti, per
l'Inghilterra o l'Australia. Sono partiti ma non hanno sciolto i legami
economici con la terra che abbandonavano, e oggi, mi spiega Viola, sono gli
arbitri del commercio marittimo che dal Mar Nero unisce il mercato russo a quelli
di tutto il mondo. Sono i signori di Odessa come lo furono nell'Ottocento,
quando, emarginata la comunità mercantile greca, le famiglie ebree di Ginevra e
di Parigi gestirono fruttuosamente il flusso di cereali che dall'Ucraina si riversava in tutti i porti europei.
Favorendo la prosperità della comunità ebraica locale, partner naturale
del grande traffico.
Nella grande sfida l'Italia, l'ingegner Viola conclude la propria disamina, è
riuscita a collocarsi, fino ad ora, a ruota dei grandi: in posizione più favorevole della Francia e
dell'Inghilterra. Il nostro Governo si è mosso tempestivamente, aprendo
cospicue linee di credito, che, a ragione delle incertezze politiche, non ha,
poi, attivato: un capolavoro dell'arte di sedurre amici e nemici, evitando di
assumere impegni, di Giulio Andreotti. Senza rischiare, ha rivolto, così, un
segnale che è stato bene accolto tanto dalle autorità russe quanto dagli
operatori nostrani, sciamati nell'impero in disfacimento cogliendo tutte le
opportunità esistenti, scrutando le possibilità all'orizzonte, destinate a
tradursi in occasioni concrete se l'economia russa troverà, nella democrazia,
una nuova stabilità.
Mentre ristagnano, in attesa di nuove sicurezze, le trattative che grandi gruppi hanno intrapreso, negli anni recenti, per la realizzazione di impianti di dimensioni maggiori, la cui realizzazione dipende da intese finanziarie intergovernative, chi ha qualcosa