1.
Dopo il torpore secolare due secoli di lento progresso
1.1. Nell’opera di Muratori il seme
del rinnovamento
1.2. La sosta a Modena di un viaggiatore
famoso
1.3. L'allevamento fonte di prosperità
1.4. Un avvocato pioniere delle rotazioni
inglesi
1.6. Nel crepuscolo dell'Ottocecento,
l’inchiesta Jacini
1.7. Nasce, ma non decolla, la Stazione
agraria
1.8. Progresso tecnico e cooperazione:
l'avventura di un pioniere
1.9. Da Modena il manifesto per l’unione
delle cooperative
1.10. Gli anni della "battaglia
del grano"
1.11. L’alfiere fascista della possidenza
modenese
2.
Tra rivoluzione e reazione, lo scontro cruento.
2.1. Dove mezzadria equivaleva a ricchezza
2.2. Possidenza agraria e sovversione
leninista
2.3. I centoquattordici fondatori
2.4. La coercizione prassi negoziale
2.5.
Dalla corte all’aula di tribunale
2.6. Mezzadria: inizia la proroga
senza fine
3.
Lotta per la terra nell’Italia della ricostruzione
3.1. Due personalità, due protagonisti
dello scontro sociale
3.2. L’attesa della riforma agraria
3.3. Mezzadria, avvenire oscuro
3.4. Una repubblica di coltivatori
diretti
3.5. Un duplice progetto, le braccia
di una tanaglia
3.7. La cultura agraria contro Antonio
Segni
3.8. L’approvazione dello “stralcio”
attenua lo scontro
4.
Il ceto agrario contro la società che cambia
4.1. Il paladino della mezzadria
4.3. Gli anni dell’esodo e della meccanizzazione
4.4. Una forza di contestazione
4.5. Le campagne nello scontro elettorale
4.8. L’esplosione delle produzioni
5.
Tra scontro politico e agone mercantile
5.1. Una classe all'opposizione
5.2. Chi cede, chi guadagna, investe,
rinnova
5.3. Imprenditori agrari e partiti
popolari
5.4. Nel quadro nuovo si rinnovano
i compiti dell'Associazione
5.5. Crescono le produzioni, si contrae
la superficie
5.6. Una nuova prassi sindacale
5.7. La fiammata dei prezzi: grano
come petrolio
5.8. Mezzadria, si affievoliscono
le ragioni dello scontro
5.9. Per il Consorzio, uno scontro
tra alleati
6.
Agricoltura, agrindustria, spazio rurale
6.1. I nuovi traguardi della produttività
6.2. I primati dell’allevamento
6.3. Le arboree, vite e fruttiferi
6.4. Si contrae la superficie agraria
6.5. Una capitale dell’agroindustria
Non si può tracciare la parabola dell'agricoltura modenese nei cinquant'anni dalla fine del secondo conflitto mondiale senza definire il punto di partenza, la fisionomia, cioè, dell'agricoltura della provincia all'alba del confronto bellico, quando essa propone un contesto di considerevole floridezza e produttività. Se, peraltro, quella floridezza ha radici antiche, esse non sono altrettanto remote di quelle della prosperità agraria della Lombardia irrigua e allevatrice.
Nel Settecento il viaggiatore che osservasse le campagne modenesi doveva giustapporre alle prove di intensività i segni palesi dell'arretratezza. Propone indizi eloquenti per tratteggiare il quadro rurale della provincia nella prima metà del Secolo dei lumi un'opera minore, rispetto ai monumenti storiografici, di Lodovico Antonio Muratori, il bibliotecario estense che vanta un posto tra i grandi della cultura europea. Della pubblica felicità, oggetto de' buoni principi, l'ultima opera di Muratori, vede la luce nel 1749. E' un trattato di filosofia politica, tra i cui capitoli il bibliotecario estense ne dedica uno all'amministrazione dell'agricoltura, uno alla gestione dell'annona, uno alla disciplina della caccia, componendo, con la somma dei tre elementi, il primo manuale di politica agraria della letteratura politica.
Muratori non è agronomo: indagatore impareggiabile, tuttavia, dei segni dell'operare dell'uomo nel tempo, negli itinerari che percorre tra le biblioteche di signorie e monasteri scruta campi e boschi alla ricerca delle prove del sapiente, o dell'inetto governo del consorzio civile. La maggior parte delle sue osservazioni non sono direttamente riferibili al territorio modenese, che il grande storiografo menziona, tuttavia, ripetutamente, suggerendo che abbiano origine dalla conoscenza del Ducato più di uno dei rilievi sulla cattiva cura delle risorse agrarie che propone in termini generali. Possono essere correlate, seppure non in termini esclusivi, alle campagne modenesi gli appunti sulla sterilità delle terre di cui l'insufficienza delle opere di canalizzazione non assicura l'emungimento, sulle conseguenze della frammentazione della maglia fondiaria, la denuncia dell'incuria cui sono abbandonati i latifondi degli ordini religiosi o soggetti a fedecommessi nobiliari, insieme una quota cospicua del territorio.
Il dotto modenese menziona specificamente l'Appennino modenese quando depreca, invece, la sterilità delle pendici di cui il regime comune consente la rapina, ridotte a ripe incapaci di fornire all'economia umana quei foraggi e quel legname che potrebbero assicurare se sottoposte ad un uso razionale, o lo scempio delle colture nelle bandite di caccia, dove i contadini sono costretti ad assistere impotenti allo sciamare di cervi e cinghiali, alle cui devastazioni si sommano, in occasione delle battute di caccia, quelle provocate dalle mute di cani e dalle torme di cavallerizzi.
Pronunciato all'alba di un'età in cui la società ricerca le regole di una nuova razionalità economica, il proclama di Muratori non cade nel silenzio, produce, anzi, frutti fecondi: Carlo Poni ha dimostrato la proficuità dell'influsso che la Pubblica felicità ha esercitato sulla politica agraria del Ducato nella seconda metà del Settecento, evidenziando come assolva alle istanze enunciate dal grande storiografo l'azione diretta a ridurre l'estensione delle manomorte e il provvedimento che dell'azione antifeudale segna il coronamento, il catasto del 1788, il cui artefice, Ludovico Ricci, adotta con coerenza il criterio moderno che suggerisce di tassare la terra secondo le potenzialità naturali, non secondo la produttività attuale, così da premiare chi ottenga dai propri campi più di quanto essi siano naturalmente vocati a produrre, e punire, con una decurtazione più che proporzionale dei redditi, chi sfrutti la terra al di sotto delle sue potenzialità intrinseche.
Quarant'anni dopo la stampa del trattato di Muratori reperiamo, commiste, le prove di intensificazione e quelle di torpore delle campagne modenesi nel diario di viaggio più famoso della storia della letteratura agraria, il memoriale che verga, durante i due itinerari tra la Francia, l'Italia e la Spagna, Arthur Young, i Viaggi durante gli anni 1787, 1787, § 1889; intrapresi in modo particolare al fine di accertare la coltivazione, ricchezza, risorse e prosperità nazionale del Regno di Francia. "I cattivi agricoltori del Modenese -leggiamo nel terzo capitolo della parte dedicata, nel secondo viaggio, all'Italia- praticano il maggese, e la loro rotazione è -1, maggese, arato la prima volta in Maggio o Giugno, in Agosto la seconda, la terza in Ottobre, per la semina, 2, grano. Ma le migliori aziende sostituiscono fagioli, fagioli francesi, vecce, spelta o mais, particolarmente l'ultimo, al maggese. Su terreni molto fertili, e letamati, hanno l'esecrabile abitudine di operare tre raccolti di grano di seguito, a volte traseminando il trifoglio nel grano, che è riarato in Giugno per il nuovo grano..." "La campagna tra Modena e Reggio mostra caratteristiche progressivamente migliori -scrive il viaggiatore inglese, qualche pagina oltre, tra le annotazioni dell'itinerario che lo riconduce verso la Francia- e deve essere riconosciuta tra le meglio coltivate della Lombardia. I terreni sono divisi in campi baulati, come le Fiandre, larghi circa 25 yard, ripartiti in piccole porche: un filare d'alberi è piantato sulla linea mediana di alcuni, in altri lungo i fossi: ci sono anche capezzagne erbose bene ordinate; e siccome le siepi sono ugualmente bene ordinate, e i pascoli hanno una bella apparenza, il paese ha l'aspetto di essere ben coltivato.
La comparsa di queste grandi porche nelle due regioni meglio coltivate d'Europa, la Lombardia e le Fiandre, giustamente suggerisce un'idea eccellente di questa pratica." Insieme ai segni caratteristici di un'agricoltura sufficientemente prospera, quelli dell'arretratezza che la trattengono lontano dai livelli di produttività che le consentirebbero le condizioni naturali: la conseguenza dell'incompletezza della politica ducale, che è stata orientata secondo coordinate ragionevoli, che non ha eliso tutte le sopravvivenze feudali che si oppongono alla modernizzazione del contesto agrario. Sulle più tenaci di quelle sopravvivenze si abbatte la tempesta della dominazione francese, che nel nome dei principi dell'89 elimina definitivamente le vestigia della manomorta, fidecommessi e maggioraschi, contro le quali Ludovico Antonio Muratori aveva diretto la propria critica.
Con lo spossessamento della Chiesa e delle comunità rurali le misure dei governi successivamente insediati da Napoleone promuovono l'accumularsi di ingenti fortune nelle mani dei parvenus che fanno della bandiera francese il proprio vessillo. Determinano, a Modena, il trasferimento di un'imponente ricchezza fondiaria nelle mani della comunità israelita che tanta parte ha avuto nella gestione delle finanze ducali. Contratto il numero degli acquirenti cattolici dall'interdetto pontificio, i finanzieri ebrei colgono l'occasione di convertire parte cospicua delle fortune mobiliari accumulate con la gestione delle imposte in proprietà terriere, effettuando un acquisto tanto più vantaggioso quanto è più esigua la concorrenza agli incanti. Salvioli ha stimato che la superficie acquistata da ebrei durante la dominazione francese abbia toccato i 12.000 ettari, un'estensione che si dilaterà ulteriormente con l'eversione della manomorta dei governi unitari, accentuando un fenomeno peculiare della storia dell'economia modenese, la presenza, nel tessuto fondiario, di grandi proprietà ebraiche che saranno gestite con criteri diversi da quelli della possidenza cittadina, criteri più spiccatamente imprenditoriali e mercantili, matrice di alcune circostanze significative per lo sviluppo del contesto agrario della Provincia.
Le testimonianze dell'alba dell'Ottocento ci propongono dell'agricoltura modenese un'immagine che se non induce, ancora, a proclamarne la modernità, impone di considerare le campagne che si distendono tra la Secchia e il Panaro meglio coltivate di altre terre padane, in specie di quelle, contermini del Bolognese. E' Filippo Re, il conte reggiano che raccoglie, nel clima spregiudicato del Regno d'Italia napoleonico, riconoscimenti e appannaggi, a sottolineare, come rileva, ancora, Poni, che gli ordinamenti che si praticano a sinistra del Panaro risultano alquanto più razionali di quelli che si osservano alla sua destra. La prima ragione della differenza, la maggiore estensione, nel Modenese, delle superfici destinate ai foraggi, in prevalenza prati fuori vicenda. Per la conservazione e lo sfruttamento di quei prati i proprietari modenesi impartiscono ai contadini le disposizioni più severe, siccome il bestiame allevato sul fondo, che è bestiame "da frutto" è per metà di loro spettanza, e da quel bestiame esigono di ricavare le produzioni, latte e carne, che solo animali ben nutriti sono in grado di assicurare.
Sulle rive del Reno, invece, la stalla del podere mezzadrile ospita soltanto animali da lavoro, buoi e vacche, che sono per intero del contadino: le bestie non sono oggetto, quindi, dell'interesse dei proprietari, che spesso ne assicurano il mantenimento fornendo al colono fieni e strami di prati vallivi remoti all'azienda, siccome nelle terre di fertilità maggiore la superficie del podere bolognese è dedicata interamente al grano, al granoturco e alla canapa, insieme elementi di una successione gravemente depauperante, che rivela nell'assenza di ogni coltura miglioratrice l'intrinseca irrazionalità agronomica. Un'agricoltura produttiva per lo spazio che dedica all'allevamento, eppure ancora primitiva per la natura della foraggicoltura che pratica, siccome la divisione della superficie poderale in prati stabili e seminativi impedisce ai secondi di beneficiare, alternativamente, dello sviluppo delle essenze foraggere, cosicchè il ripristino della fertilità sulle terre destinate ai cereali è rimesso alla letamazione e al maggese, con un'evidente sacrificio della produzione, ed il proporzionale aggravio dei costi: tenere a riposo, ogni anno, un terzo o un quarto della superficie poderale, significa rinunciare, su quella superficie, ad ogni produzione, ed aggiungere alla passività del mancato reddito il costo di effettuazione delle arature, da due a cinque, da eseguire sul maggese perché non si ricopra di erbe infestanti. Tra seminativi e prati stabili si dispiega, ce ne ha fornito la testimonianaza Young, l'ordito delle piantate di olmi che sorreggono le viti, e qualche fila di gelsi, una coltura diffusa seppure con intensità minore che in province padane diverse. Lo scenario della pianura, e quello della collina, modenesi, sono tipici scenari dell'agricoltura promiscua.
Oltre alle opere di Filippo Re, all'alba dell'Ottocento ci forniscono alcuni elementi significativi sulla fisionomia ed i fermenti evolutivi del quadro agrario modenese gli scritti dell'avvocato Luigi Savani, autore di una memoria, che la Società agraria premia nel 1808, prova dell'interesse dei nuovi ceti proprietari per l'intensificazione dello sfruttamento della terra, eliminando quella pratica del riposo che sterilizza la produttività un anno ogni tre o quattro. Ricalcando le orme degli agronomi inglesi e tedeschi, per ovviare all'inconveniente Savani propone di inserire le foraggere nella rotazione affidando alle medesime il ripristino della fertilità consumata dai cereali. La cornice in cui l'avvocato modenese propone di introdurre la coltura delle foraggere in rotazione è quella tradizionale del podere mezzadrile. Schiere di storici hanno decretato, con sentenze inappellabili, l'irrazionalità del patto mezzadrile, nel quale hanno additato, fino dalle origini, lo strumento del dominio borghese sui ceti contadini.
Se senso della storia deve essere, tuttavia, senso del relativo, nella mezzadria modenese dell'alba dell'Ottocento sarebbe miope disconoscere, accanto agli elementi di arretratezza, quelli di modernità. E' Savani stesso a sottolinearne i segni di torpore ricordando la resistenza dei mezzadri all'introduzione delle foraggere in successione, un atteggiamento che ha la propria ragione, spiega, nell'incertezza della permanenza futura sul podere, che rende aleatorio il godimento dei frutti, che saranno quasi decennali, dell'impianto di un medicaio, che il primo anno richiede molte cure senza fornire pressochè alcun frutto. Assicurata al mezzadro la permanenza per l'intero ciclo della coltura, si dissolve la ragione della resistenza. Superato il conflitto, temporaneo, e adottata la rotazione con foraggi, con la propria duplice specializzazione, allevamento e viticoltura, l'azienda mezzadrile modenese assume i caratteri di organismo agrario di singolare efficienza, capace di una produttività complessiva tra le più elevate dell'intero scenario italiano.
Offre, peraltro, anche un altro argomento ai critici postumi della mezzadria ottocentesca Savani, che, in uno scritto del 1837, quando dobbiamo presumere che l'innovazione che ha proposto sia, ormai largamente diffusa, connette la diffusione del contratto all'intrinseca povertà che attribuisce ai suoli modenesi: "Pochi sono nel Modenese quei proprietari che si lavorino le proprie terre, meno poi quelli che le facciano lavorare a proprie spese, poichè in esso rare sono le terre veramente ubertose e tali (se ne eccettuano i prati padronali) che oltre il rimborso delle spese necessarie per la coltivazione diano un frutto che equivalga, e meno poi, che superi quello che si ritrae da una buona locazione mezzadrile, o colonia parziaria, la quale è il contratto più usitato per la lavorazione delle medesime nel prefato territorio. La mezzadria è un contratto col quale il proprietario...di un predio rustico dà a coltivare il terreno ad una famiglia di agricoltori per la quale stipula il capo della medesima, e si obbliga ad eseguire, o fare eseguire tutti i lavori necessarj per ottenere un buon raccolto; scavare, e tenere espurgati tutti gli scoli e fossi...rimettere gli alberi dove si sono seccati, vangare appiedi degli alberi ogni anno, propagginar le viti... zappare due volte l'anno appiè delle medesime, tener chiuso di siepi il cortile...educare il bestiame, contrattarlo, darne conto al padrone, raccogliere i frutti, trebbiare il frumento...e condurre la sua parte a casa del padrone..."
Se nel comprensorio di Modena i suoli non sono, generalmente, dotati di singolare feracità, a settentrione della città, dove si dilatano le alluvioni della Secchia e del Panaro, le terre ubertose prevalgono su quelle più avare, e un podere mezzadrile, nel contesto dell'economia ottocentesca, è azienda di precipua funzionalità, assicurando l'opera di una famiglia numerosa al servizio di una stalla che inghiottisce una quantità prodigiosa di foraggi, sfalciati sui campi anzichè rimessi al pascolo, siccome la medica, che si è imposta come cardine della foraggicoltura modenese, non tollera il brucamento. La grande massa di foraggio si converte in un'equivalente massa di letame, che sostiene un'intensiva coltura del grano, cui si associa, nelle piantate, una ricca produzione di uva da vino.
In tempi in cui una popolazione rurale esuberante contende le scarse occasioni di lavoro, il vincolo che sottopone la famiglia alla soggezione del podere non è, ad un esame distaccato, vincolo irrazionale, quale esso diverrà nello scenario mutato dell'economia industriale.
Se la saggistica che continua gli studi di Muratori ci offre, fino ai primi decenni dell'Ottocento, una messe di notizie preziose sull'agricoltura della provincia emiliana, si rivela sterile di frutti la ricerca di elementi originali di conoscenza nel volume dedicato all'Emilia dell'Inchiesta decisa dal Parlamento nel 1877 e affidata a Stefano Jacini. Grande opera collettiva, l'onerosa mole di volumi che prende corpo dai lavori della Giunta è edificio di incerta omogeneità, nel quale a saggi magistrali, ammirevole, tra tutti, il volume sul Veneto curato da Emilio Morpurgo, si uniscono tomi di levatura assai più modesta. Deve annoverarsi tra i più grigi quello sull'Emilia, il cui estensore pretenderebbe di ricavare dalle risposte fornite dai segretari comunali al questionario della Giunta il disegno organico che sarebbe, invece, compito suo elaborare. Siccome quelle risposte mancano, inevitabilmente, di organicità, si avvale, dove può disporne, delle monografie preliminari commissionate ad agronomi locali, ma dove, come a Modena, non è stata compilata alcuna monografia, manifesta il proprio disappunto sottolineando le incongruenze delle risposte comunali, un impegno dal quale non può derivare la coerenza del disegno fornito alla Nazione dell'agricoltura delle province emiliane. Per Modena e le province limitrofe l'occasione dell'Inchiesta resta opportunità perduta.
Testimonia che a Modena gli impulsi di progresso che abbiamo registrato tra la metà del Settecento e l'alba del secolo successivo non si sono spenti una circostanza inequivocabile: la nascita della Stazione agraria sperimentale, che la città ottiene, impegnando le proprie risorse, contemporaneamente a Udine, Torino, Milano e Padova, in anticipo su tutti gli altri capoluoghi del Paese. L'idea di creare il primo novero di stazioni agrarie è stata di Marco Minghetti, ministro dell'agricoltura nel 1869. L'incarico ministeriale dell'economista bolognese si è interrotto, però, dopo meno di sette mesi, e a Minghetti succede Castagnola, che sposa l'idea del predecessore e intraprende, nel 1870, la ricerca di città le cui amministrazioni siano disposte a condividere le spese dell'impresa, che il bilancio statale, esangue, non può sostenere per intero. Sottoscrivono l'impegno richiesto dal Ministero le giunte municipali e le delegazioni provinciali di Udine, dove la stazione è costituita l'anno medesimo, e di Modena, dove la costituzione si celebra l'anno successivo. Nello stesso 1871 l'esempio viene seguito da Torino, Lodi e Padova.
A chi si chieda le ragioni che prolungano tanto a lungo, oltre lo spartiacque del Ventesimo Secolo, l'arretratezza dell'agricoltura italiana, le vicende della Stazione agraria di Modena offrono la spiegazione più convincente. Costituita per la sensibilità degli enti locali, che si sono impegnati a sostenere le spese eccedenti lo stanziamento ministeriale, due anni dopo la costituzione l'istituto resta privo di direttore quando il prof.. Ettore Celi, cui è stato affidato l'incarico, viene nominato direttore della Scuola Superiore di Portici. Viene incaricato delle funzioni di reggente il conte Leonardo Salimbeni, ma appena il reggente viene sostituito da un nuovo direttore, il prof. Giuseppe Gibelli, questi è costretto a declinare l'incarico, nel 1876, non riuscendo ad assolvere, insieme, alle incombenze di professore di botanica all'Università. Non essendo possibile la sostituzione, Gibelli accetta di proseguire l'impegno a titolo provvisorio: una condizione che non può reputarsi ideale per il decollo dell'organismo. Per l'istituzione priva, ancora, di un direttore con pienezza di mandato, il Ministero reputa necessaria una riforma, che imporrebbe un contributo maggiore agli enti locali, i quali dichiarano l'impossibilità di prestarlo. La Stazione pare prossima alla soppressione, un evento che sembra ineluttabile quando il Ministero delle Finanze chiede la liberazione dei locali dove l'organismo è provvisoriamente alloggiato. Solo l'intervento del Comizio agrario, che offre qualche stanza nella propria sede, salva l'istituzione, che viene finalmente riordinata, con un nuovo decreto, nel 1879. Quando la Stazione dispone, finalmente, di statuto e di sede, il prof. Gibelli, che ha riassunto con pienezza di titolo le funzioni di direttore, viene trasferito alla direzione dell'Orto botanico di Bologna, e presenta di nuovo le dimissioni. Viene, finalmente, aperto un concorso, ma il bando prevede titoli troppo impegnativi, e il concorso si chiude per tre volte vanamente. Per non interrompere l'attività, quantunque embrionale, viene nominato un altro reggente a titolo provvisorio, il prof. Pirotta, successore di Gibelli all'Orto botanico. Bandito un nuovo concorso, nel 1883 viene proclamato vincitore Otto Penzig: un'istituzione nata con grave ritardo, in un paese privo di ricerca agraria, ha rinviato di tredici anni l'inizio della piena attività per mancanza di sede e di direttore!
Affidata, peraltro, a studiosi di botanica, ha dedicato i pochi sforzi di cui è stata capace alla composizione di un erbario della flora infestante del Modenese, a quella di una collezione dei semi delle medesime specie avventizie e di un'altra di semi delle piante agrarie, realizzazioni meritorie, del tutto incapaci di tradursi in quegli impulsi di progresso agronomico che irradiano le stazioni sperimentali inglesi, francesi, tedesche.
Il laboratorio di analisi ha offerto ai privati referti su campioni di fertilizzanti, sementi e panelli oleosi: un'opportunità inimmaginabile nei centri che, a differenza di Modena, non vantano il privilegio di una delle prime stazioni del Paese!
Abbiamo registrato, riassumendo le vicende dei beni di manomorta del Ducato estense, l'ingente intervento dei capitali ebraici nell'acquisto di terre la cui compravendita era proibita ai possidenti di professione cattolica. Abbiamo aggiunto che una parte cospicua di quei beni sarà ordinata in aziende di singolare funzionalità agronomica. L'esempio più significativo è quello della tenuta della famiglia Friedmann Sacerdoti nel comprensorio di Nonantola, sulle terre che circondavano l'antica abbazia benedettina, dove all'alba del secolo Gino Friedmann intraprende un'avventura agraria emblematica degli impulsi di progresso che pervadono, in quegli anni, l'agricoltura emiliana.
Friedmann è nato a Modena il 20 maggio 1876 da Angelo, avvocato livornese, e da Emilia Sacerdoti, discendente di una delle famiglie israelite che hanno rivestito, prima dell'Unità, un ruolo significativo nelle finanze del Ducato, e che nel corso dell'Ottocento hanno consolidato ampie proprietà terriere. Di quelle terre i Sacerdoti operano, tradizionalmente, la conduzione con criteri che si distinguono, per efficienza, da quelli della schiera dei piccoli e medi possidenti. Con un altro israelita insigne, Enea Cavalieri, Carlo Sacerdoti è stato tra i membri dei primi consigli di amministrazione della Federazione Italiana dei Consorzi Agrari. La vastità dell'azienda di famiglia, 308 ettari suddivisi in 30 poderi, è tra gli elementi che, imponendo a Friedmann di misurarsi con i problemi di una gestione agraria ampia e complessa, farà di lui il pioniere di soluzioni agronomiche, organizzative e commerciali d'avanguardia.
Laureatosi in giurisprudenza intraprende le prime esperienze nell'agone civilistico, al quale lo sottrae la passione per la terra. I fratelli gli affidano la proprietà familiare, per accrescere la cui redditività intraprende un programma di sviluppo agrotecnico che coinvolge le tre produzioni caratteristiche della campagna modenese: al primo posto l'allevamento, con la connessa trasformazione del latte in formaggio grana, ed il parallelo allevamento suinicolo, al secondo quella vitivinicola, al terzo quella cerealicola.
Sul primo terreno Gino Friedmann si preoccupa di migliorare le caratteristiche genealogiche del bestiame e di razionalizzare, con l'acquisto di attrezzature moderne, i procedimenti di lavorazione dei tre caseifici aziendali. Sul secondo misura l'impossibilità di introdurre procedure di vinificazione razionali nelle cantine mezzadrili, e quella, meno palese, di produrre vini di elevate caratteristiche commerciali coammassando le uve dell'azienda, pure tra le più grandi della provincia, in una sola cantina: mirando ad autentiche dimensioni industriali si fa promotore, nel 1913, della Cantina sociale di Nonantola. Nella provincia esistono già alcune cantine sociali, quella di Mirandola, nata nel 1902, quella di Carpi, nata nel 1903, quella di Santa Croce, nata nel 1907. La loro vitalità non è, tuttavia, prorompente: fino dalla costituzione il sodalizio di Nonantola manifesterà un dinamismo privo di paragone tra le compagini enologiche modenesi. E' il primo successo di Gino Friedmann quale alfiere della cooperazione. Sul terreno della cerealicoltura mira all'incremento delle rese mediante l'uso sistematico dei concimi chimici, in specie quelli fosfatici, e l'adozione delle macchine per la motoaratura e per la trebbiatura a vapore.
Usando le proprie singolari doti di persuasione, ed appellandosi all'avallo che alle innovazioni che introduce forniscono i risultati economici, trasforma le pratiche agrarie invalse sulle terre di famiglia trionfando su ogni resistenza dei mezzadri: la successione, sulla maggior parte dei suoi poderi, di generazioni successive delle stesse famiglie, è l'attestato eloquente delle doti di un conservatore illuminato, che sa ripartire con i lavoratori i benefici del progresso di cui è alfiere.
Agli impegni di imprenditore, e di promotore della cantina sociale dell'agro in cui opera, seguendo le orme dello zio, Carlo Sacerdoti, presidente del Comizio agrario di Modena, unisce l'espletamento di funzioni dirigenziali nelle organizzazioni agricole: nominato, nel corso della guerra, commissario agricolo provinciale, alla soppressione della funzione, nel settembre del 1919, si adopera per la costituzione della Federazione provinciale degli agricoltori, di cui ricopre la presidenza fino al 1921. Come rappresentante degli agricoltori modenesi interviene con analisi e proposte contrassegnate da acume e concretezza alle assemblee della Federazione Italiana dei Sindacati degli Agricoltori, l'organismo promosso da agricoltori ferraresi, bolognesi, reggiani e modenesi che nel 1924 Gino Cacciari sospinge alla fusione con la preesistente Confederazione Generale dell'Agricoltura, creando, la compagine destinata a convertirsi, nel 1926, nella Confederazione Fascista degli Agricoltori.
Consolidata l'attività della cantina sociale di cui è presidente, nel 1920 ne trasforma la ragione sociale per estenderne l'attività alla lavorazione del pomodoro, una produzione caratteristica di parte del Modenese, che Friedmann progetta di intraprendere per utilizzare l'apparato della cantina in un periodo, quello della maturazione del pomodoro, di stasi delle attività enologiche. Promuove, contemporaneamente, la costituzione di una cremeria, che dovrà raccogliere e commercializzare il burro che i caseifici sociali dell'agro nonantolano non sono in grado di valorizzare singolarmente. E' la terza concretizzazione fortunata dei convincimenti di un imprenditore sicuro che la coesione degli agricoltori non possa fallire alcuna meta di industrializzazione delle produzioni della terra.
Fermo nella propria certezza, propugna la cooperazione anche per la trasformazione della barbabietola da zucchero, una manipolazione che richiede impianti di impegno finanziario ingente. Cerca invano, però, di unire le volontà necessarie a promuovere la raccolta dei capitali necessari. Considera l'insuccesso uno scacco dell'agricoltura nazionale, che non ha saputo percorrere una strada che in Olanda, ripeterà, si è dimostrata praticabile e fruttuosa. Dei principi di cui ha dimostrato la validità per la propria azienda, per le famiglie dei mezzadri che vi lavorano e per l'economia nonantolana, si fa promotore nell'intera provincia: nel 1920 il suo entusiasmo suscita la creazione della Cantina sociale di Formigine, alla quale seguono, nel 1923, quelle di Modena, di Sorbara, di Limidi e di Settecani. Convinto che la collaborazione possa assicurare cospicue economie ai singoli sodalizi, nel 1922 promuove la costituzione della Federazione nazionale delle cantine sociali, di cui assume la presidenza.
E' un impegno assolutamente originale: disordine dei mercati vinicoli e bassa qualità media dei vini hanno moltiplicato, durante tutta la seconda metà dell'Ottocento, gli auspici di riorganizzazione della produzione enologica. Il decollo delle prime iniziative cooperativistiche è stato, tuttavia, lento e incerto, tale da non indurre nessuno dei primi organismi, impegnato in una difficile lotta per la sopravvivenza, a promuovere la realizzazione di rapporti funzionali con gli organismi similari. Friedmann si impegna nel difficile cimento, convinto dei vantaggi che l'organizzazione di sodalizi che uniscano serietà sociale, funzionalità tecnica e dinamismo mercantile porterebbe ai redditi degli agricoltori, all'economia agricola nel suo complesso, al consumo e all'esportazione. Forte dell'evidenza delle realizzazioni operate, ribadisce i propri convincimenti in una molteplicità di scritti, che pubblica sui maggiori periodici agrari nazionali. Mentre conduce l'azienda e coordina le cantine modenesi, accetta di partecipare alle elezioni amministrative del borgo al centro delle sue terre, vince e diventa sindaco di Nonantola. Si dimette quando la Federazione fascista gli fa sapere che non sono graditi sindaci privi di tessera del Partito.
Nel 1929 completa il disegno di integrazione degli organismi enologici con la creazione, a Modena, della Società per la lavorazione delle vinacce, che assicurerà ai viticoltori delle cantine federate l'utile retraibile da sottoprodotti la cui trasformazione richiede impianti di dimensioni esorbitanti la capacità di una cantina sociale. Nell'anno della costituzione del complesso industriale, la Federazione che ha fondato riunisce 80 delle 100 cantine esistenti nel Paese, ma è l'ultimo successo dell'avvocato modenese nel quadro dell'Italia fascista: all'acuirsi della discriminazione razziale l'attività pubblica di un imprenditore israelita già costretto ad abbandonare le funzioni amministrative, è costretta a smorzarsi fino ad estinguersi. Dopo aver offerto la villa nonantolana per l'accoglienza, semiclandestina, di giovani ebrei sfuggiti all'occupazione tedesca dei Balcani, con una carta di identità falsificata, nel seminario di Nonantola, da un futuro eroe del salvataggio degli ebrei, don Arrigo Beccari, si rifugia in Svizzera. Rientrerà alla fine della guerra e rioccuperà, ottuagenario di vitalità indomita, la propria posizione al centro della vita associativa degli agricoltori modenesi.
Negli anni roventi della lotta mezzadrile sarà ancora alfiere di cooperazione, interverrà a convegni, scriverà articoli appassionati per estendere la cooperazione a nuovi settori di trasformazione dei prodotti agricoli. Presterà un contributo non privo di rilievo a scrivere la storia agraria di anni non meno roventi di quelli in cui, nel primo dopoguerra, ha saputo fare trionfare, nonostante l'asprezza del conflitto di classe, gli ideali di collaborazione sociale cui ha improntato tutta l'azione economica e associativa. Ma in un agone agrario in cui tutte le forze sono ordinate in schiere contrapposte, raccolte attorno a bandiere di natura politica, la proposta di razionalità tecnica ed economica del vecchio avvocato ebreo non conquisterà l'attenzione che ha saputo suscitare in tempi non dissimili eppure già remoti. La sua Federazione di cantine si estingue, lentamente, nella morsa tra la compagine comunista e quella cattolica, dove i sodalizi nati dall'opera di Friedmann finiranno per confluire.
Durante il Ventennio la Provincia partecipa alla "battaglia del grano" sotto la guida di Alfonso Draghetti, ultimo dei direttori della Stazione agraria, uno degli agronomi più prestigiosi del tempo. Se gli autentici artefici della tecnologia colturale che sostiene i successi granari del Regime sono Nazareno Strampelli e Dante Gibertini, direttori, rispettivamente, della stazione agraria di Terni e di quella di Forlì, il direttore di quella di Modena è tra gli agronomi che comprendono per primi la chiave della combinazione tra le creature genetiche di Strampelli e la metodologia di concimazione enucleata a Forlì, tanto che è proprio Draghetti a celebrare, il 10 aprile 1938, nella solenne cornice dell'Accademia dei Georgofili, il contributo prestato ai successi granari fascisti dal vittorioso binomio. A propagare nelle campagne modenesi la combinazione felice, i campi sperimentali apprestati nel podere della Stazione a Bomporto offrono un contributo essenziale.
Ricordare il piano sperimentale realizzato da Draghetti a Bomporto significa ricordare, peraltro, un progetto che si distacca dalla strategia agronomica del Regime per la coerenza del disegno ai canoni della rivoluzione agraria europea. In più di una provincia i successi della "battaglia del grano" sono conseguiti, infatti, sacrificando al progresso della cerealicoltura ogni impegno per l'evoluzione dell'allevamento, per tare antiche il segmento più debole del sistema agrario nazionale: fedele alla tradizione modenese, che associa intimamente la cerealicoltura all'allevamento, Draghetti realizza un modello di azienda in cui gli incrementi della produzione granaria sono il frutto della floridezza dell'allevamento, che dalla stalla dirige un flusso ingente di latte al caseificio, assicurando, insieme, ai campi destinati al grano una massa imponente di letame. Enucleando, sulla base dell'esperienza di Bomporto, la propria dottrina agronomica in un organico trattato, la Fisiologia dell'azienda agraria, Draghetti realizza una costruzione teorica che rappresenta la più lucida traduzione italiana della teoria della fertilità di Henry Gilbert e John Lawes, i dioscuri della stazione inglese di Rothamsted che hanno suggellato il compimento della rivoluzione agraria moderna.
Se sul piano tecnico gli agricoltori modenesi hanno in Alfonso Draghetti la propria guida, su quello politico durante il Ventennio riconoscono il proprio alfiere in Salesio Schiavi, successore di Friedmann a capo dell'organizzazione provinciale dei possidenti agrari. Carpigiano, laureato in legge, Schiavi è un conservatore persuaso che la divisione in classi della società corrisponda alle istanze di un superiore ordine etico, il convincimento che lega al Fascismo più di un possidente cattolico, come è meticolosamente praticante l'avvocato carpigiano. E' convinto, soprattutto, che nelle campagne la mezzadria adempia alle esigenze più alte di collaborazione tra ceto borghese e ceto contadino, costituendo quasi il modello dei rapporti economici che il Fascismo si propone di realizzare con l'ordinamento corporativo. Esordisce nell'arengo pubblico pronunciando una calorosa orazione funebre alle esequie di una "camicia nera" uccisa in uno scontro con militanti socialisti. I proprietari modenesi riconoscono presto in lui la propria guida sindacale, eleggendolo alla presidenza della Federazione provinciale nel 1927, e confermandolo, successivamente, fino al 1945, identificando altresì in Schiavi il rappresentante ideale dei loro interessi nel Parlamento fascista, dove siede nel corso della XXVIII legislatura del Regno.
Se il Ventennio è, per l'agricoltura, l'età della "battaglia del grano", fornisce il quadro più dettagliato dell'agricoltura modenese negli anni del cimento frumentario il corposo volume in cui il Consiglio provinciale dell'economia fissa i risultati di colture e allevamenti tra il 1927 e il 1928. Non sono precisamente anni di successi granari: nel secondo dei due anni la provincia non raccoglie, infatti, che 835.240 quintali di frumento, mille più dell'anno precedente, 834.325, una produzione inferiore a quella del '26, 845.240. Tra le altre produzioni quella delle bietole, nel '28 358.450 q.li, il doppio che nel '26, non costituisce entità tale da contraddistinguere una grande provincia saccarifera, quale Modena aspira ad essere. E' significativa, invece, la produzione di uva, nel '28 1.930.310 q.li, da cui vengono ricavati 1.293.652 q.li di vino, un'entità che appare imponente, ove si rifletta che è ottenuta per intero dalla coltura promiscua, e che rappresenta, per di più, il risultato della ricostruzione delle "piantate" dopo le devastazioni della fillossera. Tra le produzioni diverse, ingente quella di castagne, 56.450 quintali, la prova che, nell'Italia protesa al trionfo granario, sull'Appennino la castagna è ancora, come nei secoli bui del Medioevo, la base dell'alimentazione di intere vallate.
Se non registra anni felici per la coltura del grano, la terna 1926-28 non è propizia nemmeno per l'allevamento bovino, che conosce, in provincia, una perdita di 14.000 capi, da 191.818 a 177.786, una contrazione che riporta il patrimonio modenese assai vicino al livello cui è stato coartato dalle requisizioni di guerra, 169.164. Nel '18 le regole