La guerra del fiaschetto

Baruffe, tregue e rivalse per le denominazioni del Chianti

 

 

Questo libro era stato commissionato da uno degli organismi di tutela dei vini toscani, che al compimento lo rifiutò siccome  narrava quanto nessuno avrebbe dovuto sapere e siccome era scritto in italiano, e non in vernacolo toscano. Riferiva, ad esempio, la verità vergognosa che i grandi domini del Chianti, una volta proprietà di conti e duchi fiorentini, sono ora pertinenza di pellicciai e dentisti milanesi, di cantanti e mercante d’arte romani, e quella, irripetibile, che qualche signore del Chianti dall’antico blasone era stato gerarca fascista. Era inaccettabile poi, che l’autore avesse scritto in lingua diversa da quella dei cronisti delle pagine di gazzetta di Pontassieve o Poggibonsi. L’autore fu costretto, così, a cedere il testo, che veniva pubblicato emendato ed espurgato, dopo che un cronista fiorentino aveva assolto all’onere di sciacquare in Arno l’inaccettabile lingua dell’autore, che, libero da ogni impegno, è lieto di proporre agli amici la sua versione originale. Le vicissitudini del testo spiegano qualche piccola incompletezza, che l’autore si preoccuperà di eliminare se l’interesse dei lettori lo sollecitasse a dedicare al lavoro nuova attenzione

 

 

Indice

   

 

1

I         Dal patto di Radda nasce la nuova Lega. 1

II         Nel nome del vino la guerra per una legge. 4

III        L'anno delle cento sfide. 8

IV       Dispute di confine. 12

V         Geologia, storia, enologia: le armi della guerra di confine. 15

VI         Nel crepuscolo del Regime il vino senza legge. 20

VII        Negli anni  della Ricostruzione la nuova sfida dei cavalieri  del Gallo. 24

VIII      La guerra dei convegni 28

IX       Nell'Italia che muta volto si sgretola l'edificio della mezzadria. 33

X        Al termine di cento prove la legge agognata all'orizzonte. 39

XI       Dopo la guerra per la legge la guerriglia del disciplinare. 45

XII      La ricostruzione dei vigneti e la grande crisi del vino. 49

XIII     Una terra e il suo vino all’alba del Duemila. 55

Sommario bibliografico. 61

 

 

 

 

I         Dal patto di Radda nasce la nuova Lega

 

Come tutte le regioni montuose che si distendono nel cuore della Penisola, il Chianti cela, in primavera, l'arida asprezza della sua natura nel rigoglio dei vigneti che distendono i tralci carichi di gemme, dei seminativi color smeraldo, dei boschi ammantati del nuovo fogliame. E' nello splendore di una giornata di maggio del 1924 che dai casali arroccati sui colli che coronano Radda uomini, vecchi e bambini  osservano le tre strade che convergono nell'antica capitale della Lega del Chianti trasformarsi in ondeggianti scie polverose, mutevoli vie lattee che serpeggiano tra i campi e i querceti.

Nuvoli di polvere altrettanto persistenti dalle tre vecchie strade, più piste che tracciati viari, tra quei colli non si sono più sollevati da quando l'ultimo scontro per il  possesso dei baluardi chiantigiani ha opposto le cavallerie di Firenze  e quelle di Siena, nell'anno di grazia 1432: da quando, battuta l'antica rivale, la Città del Giglio impose la propria pace  al mezzogiorno della regione, i colli di Radda sono caduti in un torpore che non ha più interrotto che il clamore, in autunno, delle battute di caccia che per  molti dei nuovi signori,  gli arbitri dei commerci e delle  finanze  fiorentine,  hanno costituito, per secoli, l'unica ragione di interesse per i  feudi acquistati tra gli antichi colli senesi.

Non sono, però, gli squadroni della cavalleria senese a tentare la riconquista, il 14 maggio1924, cinque secoli dopo la grande disfatta, dell'antica roccaforte, sono tre teorie di automobili che da Castellina,  da Greve e da  Castelnuovo Berardenga si dirigono verso l'antico borgo chiantigiano: tante macchine quante, non che Radda, nessuno dei paesi dispersi tra la valle dell'Arbia e quella della Greve ha mai visto insieme. Le automobili non sono, sulle strade del Chianti, spettacolo nuovo: da quando i rampolli dei conti Masetti di Bagnano hanno stabilito l'abitudine di raggiungere gli amici, dal castello di Uzzano, sui bolidi con cui si sono imposti tra i primi assi del volante, Giulio sulla Mercedes che gli sarà fatale, Carlo sulla Bugatti  o sulla Nazaro, l'automobile, Fiat, Ansaldo o Alfa Romeo, ha sostituito la carrozza con cui le famiglie patrizie raggiungevano la villa al centro dei feudi ribattezzati, soppresso il diritto feudale, fattorie. Tanto che in pochi anni si è dissolto l'eco del trionfale arrivo in villa dei conti Capponi su un tiro a quattro più degno dei viali di Vienna che delle piste disselciate della Valdigreve, e l'interesse collettivo si è fissato sulla sostituzione, da parte delle famiglie patrizie, della Fiat 501 con l'Itala 27 o l'Alfa Romeo 1750 Ma tante automobili insieme il Chianti intero  non le ha mai viste: il loro concorso non può non essere  l'indizio, per il comprensorio di vigne  e querceti, di un evento singolare e straordinario.

Al giungere delle  berline, che gli autisti allineano sotto i bastioni, dove nei giorni di mercato i contadini dispongono i carri aggiogati alle pariglie candide, l'identità dei signori che scendono per riassumere, tolto lo spolverino e gli occhiali, l'identità e l'aspetto di gentiluomini, conferma che a riunirli deve sussistere una circostanza eccezionale, intervenuta ad infrangere la quiete sonnolenta di una regione dove la  proprietà di una fattoria è sinonimo, dal tempo della conquista fiorentina, di tranquillità di godimemto e di sicurezza di rendite.

Accanto al sindaco di  Radda, Luigi Cumo,  indaffarato ad ossequiare i convenuti di maggiore rispetto, e ai suoi colleghi di Greve, il tenente Scipione Picchi, di  Castellina, Luigi Soderi, e di Gaiole, Arturo Marucelli, compongono l'animato corteo che si snoda verso il palazzo municipale il cavalier De Lucchi, predecessore di Picchi, abile amministratore e solido possidente, un denso manipolo di proprietari patrizi e una schiera di facoltosi possidenti borghesi. Onorano la coorte blasonata Giovanni Battista Terrosi Vagnoli,  Carlo Bartolini Baldelli, Giulio Grisaldi Dal Taja e Mario Tadini Buoninsegni, al centro dell'attenzione perché per venire a Radda ha lasciato al castello di Bacìo un'ospite straordinaria, Pina Menichelli, la fatale Beatrice della "Vita di  Dante" in celluloide che il regista sta girando tra torrioni e sale d'armi dei Buoninsegni. Spiccano nella schiera borghese i professionisti che vantano nel Chianti medie o grandi  proprietà :l'avvocato Arturo Serafini, il dottor Giuseppe Passeri, l'ingegner Gino Bertini, il dottor Mariano Soderi, l'ingegner Baccio Beccari. Fa' ala ai proprietari titolati e ai possessori borghesi lo stuolo dei  fattori, abitualmente gli arbitri della vita dei borghi chiantigiani, nella circostanza  attenti a dimostrare, collettivamente, deferenza e ossequio a coloro di cui solitamente rappresentano, tra i contadini, il volere ed il capriccio.

Al centro delle attenzioni, nella folla multiforme che ricolma la strada  centrale, il professor Alberto Oliva, il tecnico agricolo assurto, per l'acume scientifico e le capacità organizzative, agli onori della cattedra, uno degli uomini additati tra gli ispiratori della politica agraria del Regime che ha assunto la guida dell'Italia. Insieme all'autorità  personale, al convegno di Radda  Oliva riveste  quella della delega affidatagli da Luigi Ricasoli, per la vastità dei possedimenti il maggiore, e per i titoli del casato il più illustre tra i proprietari chiantigiani: grande proprietario e sagace negoziante dei propri vini, il nipote del Barone di ferro è considerato l'astro nascente dell'apparato fascista fiorentino.

Oltre a Luigi Ricasoli è presente moralmente tra i convenuti di Radda Gino Sarrocchi, il principe del foro il cui eloquio tuona, dopo un epico duello elettorale, nel 1913, tra gli stucchi di Montecitorio. Acceso nazionalista, rigettando i privilegi parlamentari allo scoppio della guerra l'avvocato senese ha abbandonato l'aula della Camera e quella del tribunale per prendere il comando di una batteria sul Carso, che ha lasciato solo per rioccupare il seggio parlamentare, dopo Caporetto, a difesa della causa della rivincita contro gli aborriti disfattisti. E' stato l'ardore nazionalista che, al moltiplicarsi delle prove di incapacità delle forze liberali a contrastare la virulenza della sinistra rivoluzionaria, lo ha indotto ad aderire al Partito fascista, sotto le cui  insegne proseguirà la  propria parabola parlamentare, tra Montecitorio e Palazzo Madama, fino al tramonto del Regime. L'anno del convegno di Radda corrisponde all'apice della parabola politica del penalista senese, che ricopre, per un breve arco di mesi, la responsabilità del Ministero dei lavori pubblici.

Proprietario di una bella fattoria a Vagliagli, nel lembo del territorio di Castelnuovo Berardenga che si incunea tra quelli di Castellina  e di Gaiole,  appassionato cultore dei problemi dell'enologia, Sarrocchi ha incaricato di rappresentarlo l'amico Federigo Passeri, che, quando i convenuti hanno preso posto nella sala conciliare, dopo le parole di saluto di Cumo, informa l'uditorio plaudente del mandato ricevuto.

E' nella sala del palazzo trecentesco, sotto i soffitti di quercia che vibrarono delle apostrofi di Francesco Ferrucci, che, esauriti i saluti e  formulati gli auspici,  prende la parola il professor Oliva per una concisa,  densa allocuzione. Dice quello che tutti sanno e che tutti attendono, ma, oratore penetrante, lo dice con la chiarezza e la determinazione necessarie a trasformare un proposito in un patto,  le intenzioni enunciate e ripetute in una lunga sequenza di incontri tra due, cinque, dieci interlocutori in un organismo comune che nel nome di tutti combatta la guerra che tutti hanno deciso di affrontare.

Cultore versatile di storia e di economia, Oliva enuclea con efficacia il novero di problemi che stanno diffondendo nel Chianti i segni di un malessere economico sempre più grave: delle produzioni caratteristiche del comprensorio il frumento e l'olio, i bozzoli e i vitelli si stanno dimostrando sempre più incapaci di competere con le derrate concorrenti ottenute nelle pianure del paese, con quelle che si riversano sui mercati italiani da un novero sempre più molteplice di nazioni lontane. Gode di un prestigio merceologico solido ed antico, invece, il frutto delle vigne chiantigiane, ma sulla loro sopravvivenza, e sui redditi di chi le possiede, incombono due minacce la cui combinazione può trasformarsi in una tanaglia senza scampo. La prima, biologica, è la fillossera, che è stata segnalata per la prima volta nel comprensorio nel 1888, contemporaneamente alle invasioni che inferivano colpi mortali alla viticoltura della Sicilia e della Sardegna. A differenza delle altre regioni invase, nel Chianti la sua propagazione è stata ostacolata, fortunatamente,  dalla disposizione dei vigneti, filari distesi tra gli arativi di poderi separati da estesi boschi, ma se l'avanzata del flagello è stata più lenta, nulla induce a sperare che essa debba  provocare esiti meno nefasti.

La seconda,  minaccia, mercantile, è costituita dall'inarrestabile dilatazione delle aree che pretendono di chiamare Chianti il prodotto dei propri vigneti, quindi della massa di vino che con quel nome si riversa sui mercati. Se l'antica rinomanza del loro vino potrebbe assicurare ai proprietari del comprensorio la  persistenza dei loro redditi, consentendo loro di affrontare con fiducia anche il drammatico confronto che li attende col parassita, la trasformazione del nome Chianti nella designazione con cui vengono smerciati, in Italia e nel mondo, i vini rossi prodotti in tutta la Toscana e nelle regioni vicine impedisce di costruire su quella  rinomanza il baluardo economico che essa potrebbe assicurare.

Se in tutto il mondo, insiste Oliva, gli amatori del vino conoscono e richiedono fiaschi e bottiglie di Chianti, combinandosi all'esiguità dell'offerta l'ampiezza della domanda dovrebbe tradursi, in ossequio alle leggi dell'economia, nel rincaro dei prezzi: a precludere la vigenza della regola è la sovrabbondanza dei sedicenti vini del Chianti che ai consumatori nazionali e a quelli esteri offrono viticoltori e industriali del Valdarno superiore e di quello inferiore, della Piana pisana  e della Romagna.

Perché il mercato attribuisse al loro vino il valore che gli spetterebbe, i proprietari chiantigiani hanno atteso a lungo, ricorda Oliva, che la legge economica che sospinge verso l'alto il prezzo dei beni offerti in quantità  limitata fosse sancita da una legge del Parlamento a tutela della veridicità del nome del vino: siccome al varo di quella legge il Parlamento ha dimostrato di non saper procedere senza cedere a troppe pressioni, per supplire alla sua carenza i legittimi titolari di quel nome debbono unirsi per  difendere sotto le insegne di un marchio industriale l'unico prodotto cui possono affidare il futuro delle loro aziende. "Non bisogna farsi illusioni:- proclama con vigore l'illustre docente- la lotta che noi dovremo sostenere è lunga, faticosa e dispendiosa, ma se saremo tutti uniti nel proposito di vincere, potremo arrivare a buoni risultati. Noi ci troviamo di fronte avversari forti, temibili, furbi; avversari che sono riusciti a imbottigliare il Ministero fino a fare sparire un decreto già firmato dal Ré. Inoltre in Toscana si è svolta e si svolge una tenace propaganda perché  il Governo rimandi alle calende greche la risoluzione del dibattito. Ma non importa: costituiamo il consorzio..."

E' frequente che gli uomini d'ingegno diano prova di lungimiranza: prevedendo l'entità delle resistenze che si opporranno agli obiettivi che si prefiggano: preannunciando l'irriducibile rifiuto degli avversari per qualunque eventualità di compromesso ma dichiarando la possibilità di sormontare, con la compattezza dello schieramento chiantigiano,  gli ostacoli più ardui, ancor più che semplice lungimiranza chi riconsideri, a otto decenni dal suo inizio, la vicenda, è indotto a riconoscere al docente toscano di avere dimostrato, al consesso di Radda, autentiche doti di antiveggenza.

I  propositi enunciati dal professor Oliva prendono corpo nell'atto che, conclusa  l'allocuzione, il  notaro Baldassarre Pianigiani, membro di una delle famiglie senesi che dividono con l'aristocrazia fiorentina la proprietà del Chianti,  verga sancendo la costituzione del "Consorzio per la difesa del vino tipico del Chianti e della sua marca di origine". Sottoscrivono l'atto di fondazione i quattro sindaci e tanti rappresentanti di ogni comune del comprensorio quanti sono stati previsti,  nelle trattative preliminari, per garantire, nell'organismo che prende vita, il più sicuro equilibrio: la tutela della nobiltà enologica non può prescindere dalla sapiente alchimia dei rapporti tra ville e castelli.

Dopo la lettura, da parte del dottor Pianigiani, dell'atto che ha stilato, assume la presidenza dell'assemblea,  per guidarla alla conclusione dei  lavori, Italo De Lucchi, l'uomo la cui determinazione in difesa del Chianti ha animato le battaglie che hanno preceduto il patto di Radda, la lucidità dei cui disegni ha convinto all'azione i più pavidi, infervorato i meno solerti  tra i proprietari del comprensorio. Ravvivando gli  entusiasmi già vibranti, il possidente di Panzano dà lettura del testo dei telegrammi che il Consorzio invia, informando della sua  nascita, ai responsabili dell'agricoltura nazionale. Al termine della lettura i convenuti sciamano, scendendo l'austero scalone,  al piano terra, dove Mario Cumo offre, a nome  della comunità, un rinfresco che il direttore del foglio settimanale  di Greve, Fornaretto Vieri, proclamerà, in prima pagina, sontuoso. Tra i brindisi che salutano la rinascita dell'antica Lega, nel conversare tra i promotori del raduno si confrontano valutazioni e prospettive. A quanti, tra i partecipanti al  raduno, non  ne avessero avuto, alla vigilia, consapevolezza sufficiente, Alberto Oliva ha imposto la percezione del significato della costituzione del Consorzio: la dichiarazione di una guerra che sarà aspra e difficile, contro avversari che dispongono di mezzi ingenti e di relazioni influenti, che per non rinunciare all'impiego di un nome che è garanzia dello smercio di vini di qualunque origine non mancheranno di utilizzare.

 

 

 

 

 

II         Nel nome del vino la guerra per una legge

Ad accendere tanta agitazione tra i titolari di  immense fattorie e di grandi e di medi poderi, la cui somma aspirazione è l'esercizio  delle virtù del "beato possidente" non sarebbe sufficiente una minaccia repentina,  fosse la  più esiziale: ad animare il raduno di Radda è stato uno spirito di rivolta dalle radici antiche. Non è possibile narrare la storia della contesa per la tutela del vino del Chianti senza risalire alle origini antiche della contesa, rievocando i soprusi contro i quali quella rivolta si è accesa.

E' dall'antichità più remota che tra tutti i beni economici il vino vanta un posto di rilievo tra gli oggetti di scambio più comuni tra popoli  lontani: lo dimostra il numero delle  anfore disseminate sui fondali di tutti i mari percorsi dai  primi naviganti, la molteplicità delle cui fogge testimonia la  vastità dell'arco temporale e la pluralità  delle regioni che parteciparono al lucroso, e periglioso, commercio dell'antica bevanda.

Se l'inizio degli scambi enologici coincide con l'alba della civiltà, la definizione, tra le regioni che essi hanno coinvolto, di regole secondo le quali disciplinarne lo svolgimento, è esigenza relativamente recente: è stato  nel crepuscolo dell'Ottocento, in un'età  di crudo confronto mercantile tra le nazioni industriali, che i paesi interessati al commercio del vino hanno convenuto di subordinare la reciproca apertura delle frontiere a regole vincolanti sulle caratteristiche dei prodotti negoziati. Era per assolvere a quell'esigenza che il 14  aprile 1891 veniva siglata la convenzione di Madrid, che stabiliva i criteri per garantire la corrispondenza della denominazione dei vini esportati alla località di origine, un'esigenza che l'Inghilterra, arbitro degli  scambi mondiali, imponeva alle controparti a tutela dei propri consumatori, sgomenti all'idea che la  bottiglia di Bordeaux richiesta al cameriere del club potesse contenere, in realtà, vino della valle del Rodano, o che quella di Xeres celasse, dietro un nome mendace, vino di Oporto. Concepita per tutelare  gli acquisti di  vini di pregio della Gran Bretagna dai fornitori  tradizionali, le  regioni viticole dislocate, sulla costa opposta dell'Atlantico, tra la Loira e  il Guadalquivir, la convenzione non suscitava alcun  interesse in Italia, il cui Governo poteva ignorare le tiepide  sollecitazioni avanzate dai pochi esportatori di  vini di  alto lignaggio, non poteva trascurare le pressioni esercitate, contro l'eventualità  della ratifica, dai grandi, e autorevoli, negozianti di vini da taglio, un genere chiave delle esportazioni nazionali: per chi esporta vini destinati alla mescolanza poter dichiarare, secondo gli umori della domanda, che il prodotto che esibisce è pugliese, piemontese, o, all'occorrenza, romagnolo, è arma cui sarebbe, palesemente, sciocco rinunciare.

Contro l'inerzia, non  inspiegabile,  del Governo, si registrano, negli anni successivi, i tentativi di smuoverne  il torpore dei  produttori delle aree più auguste della geografia enologica nazionale, consapevoli dei vantaggi conseguibili dalla certificazione dell'origine dei propri vini: un attestato equivalente ad una garanzia di pregio merceologico. Nel 1902 si costituisce ad Asti il Sindacato vinicolo piemontese, del quale assume la presidenza Tebaldo Calissano, piemontese genuino, seppure anagraficamente  bolognese, un  parlamentare prossimo  ad una  stagione di  prestigiosi  impegni governativi.   Sono praticamente coevi i  tentativi, che si registrano sui versanti contigui del Chianti,  di creare il Sindacato enologico cooperativo del Chianti senese, nell'area meridionale del comprensorio, l'Associazione agraria  chiantigiana in quella settentrionale. Promuove, nel territorio senese, il primo cimento per la riconquista della denominazione usurpata l'onorevole Luigi Callaini, al quale i viticoltori chiantigiani resteranno debitori della prima proposta di delimitazione topografica dell'area di produzione del loro vino. Anima il tentativo fiorentino Italo De Lucchi, il promotore del futuro consorzio. Nati da una determinazione ancora alquanto labile, nessuno dei due organismi assume consistenza diversa da quella di progetto.

Propone la prima espressione di una delle costanti che segneranno i conflitti per la denominazione  del vino di Chianti il coagularsi, in risposta alla nascita dei sodalizi per la tutela degli interessi viticoli, di quelli dei commercianti, che si impegnano in una capillare azione contraria, per coordinare la quale istituiscono a Greve, il centro dove ha fissato la propria sede l'Associazione, l'Unione dei produttori del Chianti, di cui affideranno la  direzione, nel 1907, a un giovane enotecnico destinato ad un ruolo di primo attore negli scontri  futuri per la tutela del vino di Chianti, Giulio Straccali.

Sperimentando lo spartito secondo il quale si svilupperà la storia della legislazione per la  tutela dei vini pregiati,  le Langhe hanno aperto la strada e il Chianti si è associato senza more, ma la sua adesione provoca, per l'entità degli  interessi che minaccia, reazioni tali che ogni sforzo per indurre le Camere a legiferare ne risulta irreparabilmente vanificato.

Ottempera fedelmente allo spartito la presentazione, nel 1904, da parte di Calissano, di un disegno di legge per la garanzia dell'origine, attraverso la denominazione, dei vini: il progetto percorre l'iter parlamentare fino all'approvazione, che si compie l'11 luglio dello stesso anno, ma, al suo compimento, nel testo che viene varato i propositi che  hanno ispirato l'estensore del progetto sono assolutamente irriconoscibili. Un disegno di legge per la tutela della denominazione originaria dei vini si è convertito in una generica serie di disposizioni sul commercio enologico.

Con pervicacia degna della tradizione piemontese  l'onorevole Calissano  ribadisce al Governo, sottoscrivendo un fervoroso ordine del giorno, l'urgenza di una normativa che attesti al consumatore l'origine di ciascuno dei prodotti delle vigne italiche: nessuna premura il suo rescritto suscita negli organi legislativi, tra le cui preoccupazioni la tutela delle denominazioni del vino sarà completamente assente per quasi due decenni.

Esprime lo sconcerto e l'impazienza dei viticoltori che intravvedono nella tutela del nome dei loro prodotti l'ultima arma per difendere i propri guadagni, la celebrazione, ad Alba, il 3 settembre 1909, di un convegno in cui i produttori  delle aree viticole  di antico prestigio levano la propria protesta contro l'inerzia legislativa e invocano il varo di una legislazione che protegga le denominazioni enologiche. Italo De Lucchi, sindaco di Greve e alfiere del riscatto viticolo chiantigiani, ha assunto l'impegno di condurre al convegno una delegazione di possidenti fiorentini e senesi: la mattina convenuta per la  partenza lo stuolo degli aderenti si è drasticamente ridotto e, con un gesto caratteristico dell’uomo, De Lucchi rinuncia alla spedizione.

Nonostante il disappunto per le defezioni, nei mesi successivi il paladino del Chianti si prodiga per la costituzione della Commissione per la tutela del vino omonimo, che grazie alla sua determinazione si  riunisce a Greve nel  dicembre  successivo.  Obiettivo dell'organismo,  la promozione delle  iniziative di protesta necessarie a trasmettere a Roma le ansie di una  regione investita dalle avvisaglie di una grave crisi economica. Oltre a contare sulla risonanza dell'onda che si è propagata dalle aree blasonate del Piemonte vitivinicolo, assumendo la guida della protesta chiantigiana De Lucchi può senza sicumera reputarsi in possesso di buone carte da giocare sul tavolo romano. L'arbitro della vita sociale di Greve è, infatti, grande elettore di Sidney Sonnino, uno degli esponenti più insigni del radicalismo liberale, dal1883 ininterrottamente alla guida di ministeri  chiave, che nelle stesse settimane in cui nasce il comitato grevigiano affronta il proprio secondo mandato alla presidenza del Consiglio. I paesani di Greve sono tra gli elettori che assicurano al neo primo ministro il seggio in Parlamento: quando, ad ogni rinnovo delle Camere, l'uomo politico pisano percorre il proprio collegio, è il commendator De Lucchi che lo accompagna nei nuclei minori del comune, dove sua eccellenza saluta  "gli elettori vecchi e quelli nuovi", che l'amico invita, quindi, a libare da una damigiana portata dalla propria cantina di Panzano. Viticultore nel Chianti,  dove è proprietario, a Vistarenni, di uno dei più splendidi castelli della  Toscana, rappresentante parlamentare della gente del Chianti, amico personale di De Lucchi, il capo del Governo non potrà ignorare, è coerente presumere, le pressanti istanze del comprensorio per la sollecita disciplina legislativa della denominazione del vino.

La supposizione  è ragionevole, ma è destinata a rivelarsi fallace: preoccupato delle buone disposizioni degli elettori di Greve, Sonnino non lo è meno per gli umori di quelli di San Casciano,  il contermine centro viticolo, tradizionalmente estraneo al comprensorio chiantigiano, i cui agricoltori hanno consolidato, però, la consuetudine di definire Chianti il prodotto dei propri vigneti, una pretesa di cui si erge a paladino il sindaco del centro fiorentino,  il duca Strozzi, che verso Sonnino non vanta benemerenze  minori di quelle del commendator De Lucchi. Né può ignorare quelli dei negozianti federati nel Consorzio dei viticoltori toscani, l'organismo succeduto all'Unione dei produttori dei vini del Chianti, tra le cui schiere la costituzione della Commissione ha determinato violenti scontri sulla strategia da seguire, tanto da provocare le dimissioni del presidente, il conte Pandolfini. L'impegno del comitato chiantigiano si traduce in un folto convegno, che si celebra a Greve il 27 febbraio 1910 e che a conclusione dei lavori indirizza un vibrante appello al presidente del Consiglio sollecitando la solerzia del Governo per la tutela del nome dei prodotti enologici.

E' delegato a recapitare la missiva all'illustre destinatario lo stesso De Lucchi, che alla testa di una delegazione chiantigiana il 4 marzo varca il portone di Palazzo Chigi. L'onorevole barone Sonnino riceve con cordialità  gli amici ed elettori, dichiara l'interesse più cordiale per il trionfo della causa enologica ma, dolendosi di non poter ignorare sottili ragioni di competenza, dirige gli ospiti al Ministero dell'agricoltura, dove si preoccupa che essi siano altrettanto amichevolmente ricevuti da Luigi Luzzatti,  per la molteplicità degli organismi di cui è stato promotore uno degli uomini che vantano le maggiori benemerenze per il rinnovamento delle istituzioni economiche nazionali. Amico antico di Sonnino, Luzzatti riceve il comitato, si dichiara convinto dell'urgenza di difendere, col nome del vino, la fiducia del consumatore, ma sottolinea che la complessità del problema non consente di affidarne la soluzione a espedienti improvvisati: per predisporre interventi congrui si impegna a richiedere, quindi, una circostanziata relazione, della quale, a garanzia della sintonia con gli interessi dei viticoltori, affiderà la  stesura al più  strenuo paladino della denominazione del vino, Tebaldo Calissano. Offre, così, all'autorevole parlamentare l'occasione di ritentare l'avventura naufragata, tanto  incresciosamente, sei anni  prima. Secondo le intenzioni del ministro il risultato del lavoro di Calissano dovrà essere affidato ad una commissione che provvederà alla stesura del disegno di legge atteso dai viticoltori del Bel Paese.

Non trascorre un mese, però, dall'udienza concessa a De Lucchi, che Sidney Sonnino lascia Palazzo Chigi vittima di un'imboscata parlamentare tesa da emissari di Giolitti. Come già nel 1906, uomo di governo di indiscusso prestigio, è stato chiamato dal Sovrano a ricoprire l'incarico in una cornice di violento scontro politico: non accompagnando, tuttavia, alle doti di statista un seguito sufficiente tra i gruppi parlamentari, il suo gabinetto non ha resistito ai primi urti degli avversari. Preferendo, nella circostanza, l'onnipotente statista  piemontese governare per  interposta persona, Luigi Luzzatti assume la presidenza del Consiglio e la responsabilità degli interni, lasciando quella dell'agricoltura a Giovanni Raineri,  che onorando gli impegni del capo del Governo assume le decisioni preliminari per costituire la commissione, della quale non ha  il tempo, peraltro, di varare i lavori. Rinuncia, invece, a sollecitare l'azione della commissione che dovrebbe dare corpo alla proposta di Calissano il successore di Rainieri, lo stesso Calissano, che, sedutosi sulla poltrona di ministro, reputa l'urgenza di difendere il buon nome del vino assai meno impellente di quanto avesse professato dai banchi del Parlamento. L'Italia è entrata in guerra, e nelle contingenze del conflitto il responsabile dell'agricoltura nazionale non ritiene opportuno impegnare il Parlamento a discutere di vigne e di vini: una ragione non banale per motivare la resa di fronte a forze di cui la nuova responsabilità gli ha consentito di misurare l'entità.

La rinuncia di Calissano chiude il capitolo della contesa sulle denominazioni enologiche aperto dalla stipulazione della convenzione di Madrid: la sua capitolazione non sarà che il primo dei tradimenti alla causa del vino cui gli alfieri dell'aristocrazia enologica saranno costretti sul campo di battaglia dei colli chiantigiani, l'infido terreno sulle sponde dell'Arbia  dove nessun luminare della viticoltura saprà volteggiare senza vacillare ai colpi di ascia e di spadone di cui saranno prodighi gli industriali che nel nome del Chianti hanno creato il più lucroso affare enologico nazionale.

Ricalca con fedeltà le orme del predecessore Arturo Marescalchi, anch'egli bolognese e  figlio adottivo del Piemonte enologico, di cui esprime le aspirazioni come fondatore della Società degli enotecnici, come pubblicista e comproprietario, a Casale Monferrato, di una stamperia di manuali viticoli, come deputato di    .  Giunto giovanissimo in Parlamento, nell'Italia che sta vestendo la camicia nera nutre  vibranti aspirazioni politiche. Presentato, nel 1919, alla Camera, un vigoroso ordine del giorno per la certificazione delle denominazioni viticole, l'anno successivo assume la presidenza della commissione parlamentare demandata di stendere il testo che dovrebbe adempiere alle istanze che ha tanto lucidamente professaato.

Dall'impegno dei commissari prende forma un disegno normativo di precisa coerenza: definiti "vini tipici i vini genuini che abbiano speciali caratteristiche derivanti dal vitigno, dalla località di produzione o dai metodi di fabbricazione e che si conservino costanti per lo stesso tipo" il testo ne affida la tutela a consorzi che, sotto l'egida del Ministero dell'agricoltura, dovrebbero provvedere ai controlli quantitativi e qualitativi della produzione, oltre ad assumere iniziative per la promozione mercantile, oltre a condurre gli studi e le ricerche necessarie all'evoluzione delle pratiche viticole ed enologiche.

Coronando gli auspici più fausti, il disegno di legge del deputato bolognese viene approvato alla Camera  il 24 dicembre 1921, quindi al  Senato il 17 marzo dell'anno successivo: il Senato ha apportato al testo, tuttavia, alcune modifiche, che impongono il ritorno alla Camera, la quale, essendosi moltiplicate, nelle more del dibattito, le pressioni, dimentica le attese dell'aristocrazia enologica destinando il progetto alla polvere degli archivi.

Si impegna a supplire all'inerzia parlamentare il Governo, che proclamando di non voler rimettere all'arbitrio delle forze del mercato una materia di tanto rilievo per l'economia nazionale vara, il 7 marzo1924, un decreto legge dal titolo  "Disposizioni per la difesa dei vini tipici", lo stesso del progetto parlamentare, del quale ha sovvertito, peraltro l'ispirazione: accantonando la necessità del nesso tra la denominazione di un vino e la sua origine geografica, ha sostituito alla correlazione un equivoco concetto di "tipo". Un vino "tipico" non sarebbe tale, infatti, per la corrispondenza a specifici connotati di origine, ma  per  il  possesso, all'atto dell'immissione sul mercato, di una serie di caratteristiche costanti, che potrebbero derivare anche da sapienti manipolazioni di cantina. Le pretese di chi vende come Chianti la bevanda alcolica che ottiene dal taglio di vini rossi dalle origini più lontane sono state recepire con la cura più premurosa. Con coloro che reputa i depositari degli autentici interessi enologici del Paese l'Esecutivo ha saputo intervenire con maggiore concretezza e solerzia di quanto siano state  in grado di fare le Camere,  che ratificheranno supinamente, il 18 marzo 1926, il decreto governativo.

Di fronte allo stravolgimento degli intenti che ispiravano il suo disegno, come il predecessore Marescalchi propone, lo stesso giorno della ratifica, un vibrante ordine del giorno, che impegna la Camera a riconsiderare la materia con maggiore premura per i vini di alto lignaggio: al vigoroso richiamo, la Camera si dimostrerà, ancora una  volta, del tutto indifferente. Arturo Marescalchi non desisterà dal proprio impegno, e sarà durante la lunga permanenza al Ministero dell'agricoltura, dove, a fianco di Giacomo Acerbo e di Edmondo Rossoni siederà con i titoli di seconda autorità dell'agricoltura italica, che vedrà la luce una disciplina meno aleatoria delle denominazioni enologiche. Il confronto con gli interessi contrapposti dei produttori e dei negozianti di Chianti costringerà ancora, tuttavia, l'esito dei suoi sforzi a risultati assai meno luminosi delle speranze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III        L'anno delle cento sfide

Se la parata di berline e il consesso di distinti signori nel salone dei capitani della Lega ha offerto la prova della determinazione con cui i proprietari chiantigiani si  sono impegnati a difendere, col nome del proprio vino, la prima fonte di entrate delle loro fattorie, chi ripercorra, attraverso i minuziosi verbali del Consiglio di amministrazione, le vicende del Consorzio durante i primi anni di vita, resta sorpreso e incredulo di fronte ai successi che esso riporta sulle cento difficoltà che quella vita minacciano di interrompere precocemente. E' sufficiente considerare, infatti, come l'organismo costituisse, nel quadro agrario nazionale, la concretizzazione di un modello originale, le cui attuazioni coeve si  dissolvono tutte precocemente, e verificare come la maggioranza dei suoi affiliati fosse l'incarnazione del signore aduso a condurre in assoluta autonomia gli affari familiari, per giudicare evento singolare il superamento, da parte dei dirigenti, di tutti gli ostacoli che incontrano, e la trasformazione, nell'arco di un solo anno, dell'embrione sorto a Radda in apparato dinamico e funzionale.

Offre una conferma eloquente, seppure indiziale e indiretta, dell'entità delle difficoltà affrontate dai promotori per trasformare in realtà i propositi compendiati nell'atto del notaro Pianigiani, la forma prescelta per partecipare al raduno di Radda dai personaggi più illustri tra i protagonisti della costituzione: Luigi Ricasoli e Gino Sarrocchi, che al convegno hanno aderito attraverso legati, una precauzione, palesemente, per  attenuare l'ombra che sarebbe derivata alla propria reputazione da un insuccesso che, accorti uomini pubblici, non reputano eventualità  remota. L'aleatorietàdel futuro dell'organismo traspare con altrettanta chiarezza  dalle difficoltà che gli amministratori nominati a Radda  incontrano nella  nomina di un presidente: l'indisponibilità dei più autorevoli tra i promotori dirige la scelta, infatti, su un patrizio a loro vicino, l'avvocato Mario Tadini Buoninsegni, la cui prevenzione, tuttavia, per le incombenze che impongano cure e fastidi, li costringe all'investitura di Italo De Lucchi, l'animatore dei primi sforzi per la riscossa chiantigiana, un uomo che ha deciso, tuttavia,  l'abbandono della scena pubblica, che solo le  insistenze, e la devozione alla causa chiantigiana, inducono ad accettare il mandato.

Tra gli innumerevoli, ardui compiti che si propongono agli amministratori all'indomani  della costituzione, il primo è di natura giuridica: nato come reazione all'emanazione del decreto governativo che, mutilando un disegno di legge concepito a tutela della genuinità dei vini, non ha  fissato alcuna correlazione univoca tra il loro nome e la loro origine, il sodalizio tra i viticoltori del Chianti fissa  il proprio obiettivo essenziale nella difesa della denominazione del loro vino utilizzando la legislazione sui marchi industriali, il cui impiego nella  sfera enologica rappresenta applicazione priva di precedenti, da realizzare secondo modalità che dovranno essere sperimentate e verificate. Siccome la  creazione di un marchio per il Chianti minaccia, peraltro, interessi ingenti, il diritto alla sua adozione dovrà essere difeso contro le opposizioni giudiziarie che è fondato prevedere non mancheranno di contestarne la liceità.

Se l'impiego di un marchio industriale ne presuppone, peraltro, la creazione, il deposito e la difesa in Italia e nei paesi nei quali se ne preveda  l'uso, la sua  vantaggiosa utilizzazione richiede l'allestimento di un apparato funzionale per la distribuzione agli associati dei contrassegni che lo riproducano, e per l'esecuzione dei controlli necessari perché i medesimi lo applichino esclusivamente ai prodotti che l'organismo titolare stabilisce siano offerti al mercato con il proprio sigillo: nel caso del Chianti i fiaschi e le damigiane contenenti vino prodotto nel comprensorio e in possesso delle caratteristiche previste dallo statuto e dalle disposizioni regolamentari del Consorzio. E' solo assicurando, infatti, attraverso la disciplina più severa, la corrispondenza tra i pregi garantiti dal Consorzio e le peculiarità dei prodotti dei soci, che può indursi nel consumatore la certezza che il sigillo sulla confezione ne attesta la qualità, quella qualità che giustifica il prezzo maggiore del recipiente distinto dal sigillo rispetto a quello analogo che vanta la stessa origine ma non la certifica con il medesimo emblema.

Deposito e difesa giudiziaria del marchio, distribuzione dei contrassegni e controlli nelle cantine rappresentano un novero di compiti il cui assolvimento impone l'uso di risorse economiche considerevoli: reperire quelle risorse, convincendo ad un'attiva partecipazione i proprietari che attenderebbero volentieri il successo dell'impresa per aderirvi, costituisce per i fondatori impegno non scevro di difficoltà.

Prima ancora che ad ampliare la compagine che ha sottoscritto, nell'entusiasmo del raduno di Radda,  l'atto costitutivo, nei primi mesi di attività i fondatori sono chiamati a misurarsi con forze centrifughe che minacciano la vita della creatura nata dall'atto del dottor Pianigiani: all'indomani della firma dello statuto tra gli stessi sottoscrittori insorgono, infatti, violente gelosie di torre e di campanile. Quelle gelosie hanno la propria matrice in una circostanza toponomastica le cui conseguenze segneranno tutta l'esistenza del sodalizio: la somma indeterminatezza dell'area identificata dal nome Chianti.

Tra le denominazioni di fiumi e di monti, di borghi e città del Bel Paese, pochi hanno animato un  dibattito altrettanto appassionato di quello che ha contrapposto glottologi, storici e geografi nel tentativo di definire le ascendenze etimologiche, l'origine storica e il significato geografico della parola Chianti. Ha sottolineato per primo l'impossibilità di attribuire al vocabolo un significato topografico inequivocabile, in uno studio famoso pubblicato nel 1909, Antonio Casabianca. L'asserzione del padre degli studi chiantigiani è  stata sottoposta, nei decenni successivi, al vaglio di una schiera di dotti, che, seppure arricchendo e  integrando l'analisi di Cabianca, hanno confermato l'iscrizione della parola Chianti  tra quelle che non sveleranno mai,  probabilmente,  per intero il proprio enigma. Tra le espressioni più significative dell'impegno profuso attorno a  quell'enigma meritano una menzione l'argomentazione con cui Carlo Alberto Mastrelli ha avanzato la congettura che il nome identificasse, nell'alto Medioevo, il borro del Massellone, una vallecola minore collocata tra le sorgenti dell'Arbia e quelle della Pesa,  e la dimostrazione di Renato Stopani della  secolare espansione dell'area alla cui designazione l'antica denominazione sarebbe stata piegata.

I confini originari del comprensorio fissati dai due  studiosi non avrebbero incluso né Greve né i centri minori del suo territorio. Dopo la conquista fiorentina l'antico borgo si sarebbe trasformato, peraltro, nel centro di negoziazione e di transito dei prodotti chiantigiani verso la capitale: la sua piazza triangolare, sede del vivace mercato settimanale, sarebbe assurta, quindi, a cuore dell'economia chiantigiana. Producendo, d'altronde, il territorio grevigiano, vini assolutamente comparabili a quelli di Radda, Castellina  e Gaiole, fino dalla conquista fiorentina i vini del circondario, negoziati sulla stessa piazza, avrebbero acquisito un diritto difficilmente confutabile ad essere annoverati tra i vini del Chianti. Ha sancito quel diritto il bando granducale che classificando,  nel 1716, i vini abitualmente introdotti a Firenze secondo le località di origine, accomunava, tra le terre produttrici di Chianti, il centro della Valdipesa ai "terzi" di Radda, Gaiole  e Castellina.

Forti del dettato del bando granducale, la prima definizione ufficiale della geografia enologica chiantigiana, i proprietari grevigiani che insieme a De Lucchi hanno dato vita al Consorzio hanno incluso nel suo comprensorio la parte superiore della Val di Greve, corrispondente al territorio del borgo omonimo, ne hanno escluso la parte inferiore, compresa nel territorio del comune di San Casciano Valdipesa, i cui viticoltori si reputano in possesso, per tradizione meno antica eppure consolidata, di titoli equivalenti per  attribuire al proprio vino il titolo di Chianti. Prerogative analoghe a quelle di San Casciano accampa l'adiacente comune valdelsano  di Barberino,che ha visto includere nel comprensorio del Consorzio un lembo del  proprio territorio inferiore alle attese.

Se tra gli esclusi San Casciano e Barberino rumoreggiano pretendendo un'ammissione che reputano essere loro dovuta, all'interno della compagine nata dall'atto del dottor Pianigiani v'é chi non accetta senza resistenze  l'estendimento a Greve di una regione alla quale essa sarebbe storicamente estranea: sono gli agricoltori di Castellina, che eccepiscono l'esiguità della propria rappresentanza in Consiglio rispetto a quelli di Greve, di Gaiole e di Castelnuovo Berardenga, il comune senese limitrofo di cui l'atto costitutivo ha incluso nel comprensorio consortile le terre pertinenti alle frazioni di San Gusmé e Vagliagli. Se la loro rappresentanza in Consiglio non verrà modificata, stabilendo tra le rappresentanze comunali rapporti più equilibrati, minacciano l'abbandono del sodalizio.

La guerra tra torri e campanili anima una serie di riunioni tempestose del Consiglio, agitate da dichiarazioni di dimissioni, confronti accalorati e capitolati di tregua, che sono sanciti dalle modifiche che vengono apportate allo statuto nell'assemblea straordinaria del 10 agosto1924 e in quelle successive del 27 marzo e del 3 maggio1925. L'assemblea ordinaria che si celebra, in coincidenza a quella straordinaria, il 27  marzo rinnova, peraltro, i membri del Consiglio in modo da soddisfare le istanze di una rappresentanza più equilibrata, al vertice del  Consorzio, tra le aree del comprensorio. A un anno dalla fondazione, così, il 3  maggio1925, la quarta assise generale degli associati ristabilisce la pace consortile sancendo il rigetto di ogni istanza di modifiche ulteriori della compagine e di qualunque rimodellamento dei confini definiti alla fondazione. L'accordo conferma e rafforza il patto originario assicurando al Consorzio la coesione che gli è indispensabile per affrontare la molteplicità degli avversari che il suo primo anno di attività ha animato e coalizzato, che contro la sua esistenza si sono impegnati a usare tutte le armi di cui possano valersi.

Il primo dei nemici minacciati dalla nascita del Consorzio a raccogliere il guanto della sfida, impegnando il giovane organismo in una cruda disputa, è il  grand'ufficiale Ercole Brambilla, presidente di una delle grandi imprese vinicole operanti nel Chianti, la premiata Casa marchese Fassati. Promotore e nocchiero del congresso nazionale che nel mese di giugno del 1919 ha propugnato l'abolizione delle restrizioni al commercio del vino imposte durante la guerra vanta il prestigio di autentico nume del mercato enologico nazionale. All'insegna di un cognome che non potrebbe suggellare in modo più inequivocabile la pretesa di definire come Chianti vini dai rapporti assai precari con i vigneti chiantigiani, Brambilla intenta causa al Consorzio eccependo l'illegittimità dei suoi intenti monopolistici. Avvalendosi, quindi, del seggio che occupa nella giunta della Camera di commercio di Firenze, induce l'organismo ad una serie di dichiarazioni ostili al  Consorzio, contro il quale ispira altresì la redazione di alcuni articoli demolitori a un giovane ricercatore sulla strada della cui celebrità il sodalizio chiantigiano si disporrà, in circostanze significative, come fastidioso ostacolo, Pier Giovanni Garoglio.

Il tribunale, la comunità mercantile, la scienza: assumendo la rappresentanza ideale degli industriali e dei commercianti allarmati dall'eventualità  del restringimento dell'area da cui attingere il vino che, confezionato nei tipici fiaschetti, col titolo di Chianti esonda dalla Toscana verso i mercati nazionali e quelli stranieri, Ercole Brambilla esperisce il primo tentativo di accerchiamento del Consorzio. L'assedio fallisce,  però,  su tutti i tre fronti. Affidandosi ad un valente collegio di difesa, il Consorzio dimostra all'avversario che la sua vittoria, se e comunque possibile, è eventualità remota nel tempo; usando dell'autorevolezza dei membri di maggiore prestigio impone alla Camera di commercio un atteggiamento quantomeno imparziale in una disputa tra operatori di pari dignità; affida la confutazione delle paludate critiche di Garoglio al factotum giornalistico del Chianti, Fornaretto Vieri, proprietario editore de "Il Chianti", che nell'assolvimento dell'incarico profonde il proprio irridente sarcasmo. Antico militante socialista, colto, all'avvento delle prime camicie nere, da una folgorante conversione,  alla costituzione del Consorzio Vieri, che nel 1909 ha dato grande rilievo, sul proprio foglio, agli sforzi di De Lucchi e della Commissione nata dal suo impegno, ha intravvisto la possibilità di schierarsi al soldo della nuova bandiera offrendo ai suoi araldi l'opera di solerte tamburino. Ha proposto, così, in cambio di un compenso annuale, di prestare al Consorzio una fedele voce ufficiosa.

In possesso della cultura disordinata di un autodidatta estroso e arguto, acceso da una passione per la polemica di genuina matrice toscana, fornirà al consorzio i servizi del più focoso incaricato stampa. Che si combineranno, si deve peraltro notare, alle prestazioni meno fedeli di agente consortile: da quando, infatti, aderendo alla sua richiesta, il Consorzio gli affiderà la responsabilità dell'agenzia di Greve, i verbali del Consiglio registreranno la sequenza dei diverbi tra i consiglieri che pretenderanno il licenziamento di un coadiutore la cui diligenza ed i cui scrupoli sono quantomeno incerti, e quelli che propenderanno per l'assoluzione, a ragione dell'abnegazione dei servigi giornalistici, di Fornaretto Vieri. Tra quei servigi  non v'è dubbio debbano annoverarsi i vigorosi colpi di spadone con cui il cronista di Greve ha dimostrato l'equivoca parzialità dell'elegante gioco di fioretto del dottor Garoglio.

Mentre rende agli avversari i loro colpi, appianati i dissidi di confine e di seggi consiliari il Consorzio procede, con  l'impavidità della cittadella assediata,  ma sicura delle scorte di viveri e munizioni, a dare corpo alla propria  organizzazione. Nella  seduta del 26  dicembre 1924  il Consiglio delibera l'adozione del simbolo apprestato dalla società torinese G. A. Manzoni rielaborando l'antica insegna della Lega chiantigiana: un gallo nero in campo d'oro, di cui provvede al deposito nelle forme di legge. Adottato il marchio consortile ordina la stampa delle etichette e ne inizia, il primo marzo1925, alla  vigilia della seconda assemblea ordinaria, la distribuzione.

Per realizzare la consegna stabilisce un rapporto di  agenzia con cinque assuntori, uno in ciascuno dei quattro capoluoghi comunali ed  uno  a Pianella,  tra i boschi che dilatano il comprensorio a mezzogiorno. Gli agenti si incaricano della consegna delle marche ai soci che ne facciano richiesta trattenendo, come compenso, una quota del corrispettivo che riscuotono per conto del Consorzio. La prima tariffa stabilita dal Consiglio è di 4 lire ogni cento etichette destinate alle confezioni ordinarie, di 9 lire ogni cento etichette per le confezioni di lusso: il numero maggiore dei contrassegni è destinato, si deve notare,  all'applicazione su un  fiasco, il recipiente che agli occhi dei consumatori di tutto il mondo distingue il vino del Chianti dai prodotti di qualunque regione diversa del planisfero vitivinicolo.

Avendo diritto al sigillo sociale solo il vino prodotto dai soci nei vigneti inclusi nell'area del Consorzio e rispondente alle caratteristiche organolettiche  prescritte, il Consiglio istituisce, al proprio interno, un comitato tecnico demandato di esaminare le peculiarità dei vigneti e degli impianti enologici delle aziende che richiedono l'iscrizione, e nomina un direttore che incarica delle visite alle cantine associate per verificare la qualità dei vini e la corrispondenza delle giacenze alla differenza tra la produzione denunciata e le marche impiegate.

Il compito imporrà al funzionario confronti oltremodo serrati con gli industriali che gestiscono stabilimenti tanto all'interno quanto al di fuori del comprensorio, e che secondo le esigenze mercantili procedono allo spostamento di cospicue partite tra cantine diverse. La nomina del direttore costituisce una delle prime preoccupazioni del Consiglio, che esaminate le candidature che gli sono state proposte, l'8  agosto, cinque mesi dopo la costituzione, affida l'incarico  al dottor Vecchiettini, cui la salute malsicura gli impedisce, tuttavia, di adempiere ad un compito che impone un autentico moto perpetuo sulle strade polverose del Chianti. Constatato l'impedimento, nella seduta che tiene dopo la conclusione dell'assemblea del 3 maggio 1925, il Consiglio procede ad una  nuova nomina, scegliendo il dottor Ugo Rossi Ferrini, un professionista  che presta la propria consulenza ad alcune delle più prestigiose case vinicole toscane.

Pure imponendo agli industriali che richiedano l'adesione oneri oltremodo gravosi, primo tra tutti il divieto di tagli anche con vini toscani di pregio, salvo l'autorizzazione formale alle correzioni, nelle annate avverse, con vini meridionali, in occasione dell'assemblea che conclude il primo anno di attività i dirigenti del  Consorzio possono compiacersi rilevando che l'insegna del gallo nero si sta dimostrando arma mercantile di efficacia corrispondente alle attese più ottimistiche. Dimostra con eloquenza l'esito felice delle sue prime prove la decisione di più di una casa vinicola ad assoggettarsi a tutte le norme disposte a tutela dell'insegna sociale. Corona un anno di attività fortunosa e fortunata la domanda di adesione che indirizza al Consiglio, tre giorni dopo la storica assemblea di maggio, la società Fassati: il grande nemico, il commendator Brambilla, si è arreso alle ragioni del Consorzio, ha interrotto l'azione legale e chiede accesso alla cittadella di cui ha tentato l'espugnazione. Come prova della sincerità dei propri intenti ha presentato al Consiglio, a corredo della domanda, il progetto di acquisto di un deposito a Greve, dove, evitando ogni possibilità di commistione, la ditta che rappresenta conserverà e confezionerà solo il vino acquistato dai produttori chiantigiani.

Suggella la pace l'offerta all'avversario di un posto in  Consiglio, che iscriverà il caratteristico cognome milanese tra i blasonati titoli fiorentini in occasione del rinnovo delle cariche sociali cui procederà l'assemblea del 1928: l'adesione al Consorzio della società Fassati, e la cooptazione al suo vertice del suo presidente, dissolve le resistenze di un'intera schiera di operatori minori, che seguono l'esempio dell'azienda  maggiore accettando le condizioni cui il Consorzio subordina l'ammissione di soci industriali. E', a un anno dalla nascita dell'organismo, una vittoria luminosa, quale neppure i più inclini all'ottimismo tra i fondatori avrebbero osato, il giorno del raduno di Radda,  sperare. E' la prima conferma della lucidità del disegno di organizzare il mercato di un prodotto la cui sorte, confuso nel pelago dei vini senza nome destinati a mescite e fiaschetterie, poteva reputarsi disperata, che all'insegna del gallo nero ritrova l'antica nobiltà assicurando nuove possibilità di reddito alle  fattorie sulle cui terre prende vita. L'evento felice è,  però, vittoria  il cui eco è destinato ad attirare contro il Consorzio nuovi rancori e nuovi assalti, quei rancori e quegli assalti che più di una volta, nei lustri successivi, faranno apparire inevitabile, anche agli osservatori più sereni, la resa dei viticultori chiantigiani. Sarà solo la fiera protervia dei paladini del Consorzio a impedire che sia ammainato l'antico stendardo della Lega, cui quella protervia consentirà di continuare a  svettare sulle torri che vigilano i vigneti del Chianti.

 

 

 

 

 

IV       Dispute di confine

 

Se il primo anno di vita del Consorzio si è concluso nel segno della rinsaldata unità dei produttori del Chianti registrando la creazione dell'apparato, embrionale eppure efficiente, necessario ad assicurarne l'operatività, il secondo è segnato da due circostanze di segno opposto: un duro scacco sul fronte legislativo,  una  serie di significativi successi su quello promozionale: un'antitesi destinata a caratterizzare tutta la vita futura del sodalizio. Costituirà, infatti, una costante degli otto decenni della vita del Consorzio la sua capacità di replicare, imperterrito, ai colpi ricevuti da provvedimenti legislativi che non dissimuleranno la sintonia con le ragioni degli avversari, senza interrompere lo sforzo per consolidare il prestigio mercantile dell'insegna del gallo nero, che verrà intensificato, anzi,  dopo ogni sconfitta disciplinare. A quell'impegno corrisponderà la progressiva dilatazione della distanza tra le quotazioni dei vini del comprensorio e i prodotti enologici diversi  venduti col nome di Chianti: la circostanza che,  dimostrando l'efficacia della strategia del sodalizio moltiplicherà, con i suoi sforzi, l'ardore degli avversari.

Il primo scacco legislativo è la conversione in legge, da parte del Parlamento, il 18 marzo1926, del decreto governativo che ha sostituito,  alterandolo radicalmente, il disegno che portava il nome di Arturo Marescalchi, il quale rinuncia formalmente, dopo l'approvazione, alla richiesta, avanzata a conclusione del confronto in Senato, di ripristino delle disposizioni originarie.

Sul secondo piano il Consorzio ha conseguito la prima lusinghiera affermazione alla fiera di Milano del 1925, durante la quale, esibendo i vini degli  associati in un piccolo stand fornito di un banco di degustazione, ha realizzato un volume di vendite tale da ritrarre dall'esposizione un significativo utile. La fortunata presenza a Milano non è stata che una delle espressioni della strategia pubblicitaria che ha il più acceso propugnatore nel presidente, De Lucchi, che, appena composti i primi dissapori ha proposto al Consiglio, in un'animata riunione di novembre, un programma propagandistico che prevede inserzioni sui maggiori quotidiani e affissioni murali, la partecipazione alle fiere più significative e la distribuzione di opuscoli.

Se, negando la tutela della denominazione d'origine dei vini, il Parlamento ha consentito il perpetuarsi dell'appropriazione che è, ormai, prassi dei produttori di vino di tutta l'Italia centrale, Italo de Lucchi è sicuro che uno sforzo pubblicitario capace di indurre il consumatore a collegare univocamente i vigneti del Chianti al marchio del gallo, potrà ovviare all'omissione legislativa diffondendo gradualmente il convincimento che il fiume di Chianti che si riversa sui mercati raccoglie cento vini dai titoli di nascita mendaci, uno solo in grado di vantare la  legittimità dei propri natali: quello contrassegnato dallo stemma dell'antica Lega

La concezione della promozione commerciale che ispira l'opera del possidente grevigiano dimostra la propria singolare coerenza in occasione dell'assemblea che chiude il secondo anno di vita del Consorzio, quando, per convincere gli associati a non considerare gettati al  vento i contributi che versano per i contrassegni del Consorzio, che il Consorzio traduce in interventi pubblicitari, svolge, vent'anni prima della coniazione del termine, la più lucida lezione di marketing:

"Se il compratore non richiede la marca perché già la conosce e non ne ha bisogno -proclama rivolgendosi ai soci che evitano l'acquisto dei contrassegni per le confezioni destinate ad acquirenti che reputano sicuri-,  siamo noi che dobbiamo mandargliela perché il circolare del nostro vino anche in zone vicine la diffonde e la fa nota a tutti coloro che ne vengono in contatto. Siano gli addetti ai trasporti, alla ferrovia, ai dazi e dogane, siano i più minuti consumatori, quelli stessi cui può venir dato in regalo il comune fiasco di vino, siano coloro che ne vengono in contatto anche soltanto visivo di mera curiosità, noi creiamo in essi una quantità di gratuiti agenti di pubblicità a nostro vantaggio...E' assioma fondamentale della réclame che essa deve essere ripetuta, che il pubblico deve giungere a conoscere la esistenza di un prodotto e ad associarne istintivamente il nome con quello del suo produttore..."

E' l'espressione più  eloquente della chiarezza degli intenti con cui Italo De Lucchi ha assunto la guida del Consorzio: la relazione che pronuncia agli associati riuniti per la seconda assemblea annuale è destinata, tuttavia, a costituire il commiato alla vita pubblica del possidente di Panzano, un uomo che unisce a spiccate doti di comando il più schietto, intransigente attaccamento ai propri ideali, colui che, sindaco di Greve,  la mattina precedeva in municipio gli impiegati per controllarne la solerzia, ma che di fronte  all'eventualità di cedimenti o compromessi preferisce tornare agli impegni della  proprietà e della famiglia. Fallito, nel 1910, il primo tentativo di imporre a Roma le ragioni del Chianti, esaurito, l'anno successivo,  il mandato di sindaco, ha chiesto con insistenza di essere esonerato dalla guida della Commissione di agitazione, una richiesta da cui ha receduto solo per l'unanime opposizione degli amici. Partecipe del manipolo di  personalità di governo e di  amministratori liberali che non accettano di vestire la camicia nera, all'indomani della marcia su Roma ha abbandonato il municipio, alla cui guida era stato richiamato per acclamazione alla  fine del conflitto. Deciso ad astenersi dall'agone pubblico, ha accettato la presidenza del Consorzio offertagli dagli uomini più vicini al Regime solo dopo il rifiuto del patrizio designato a ricoprire la carica alla prima riunione del Consiglio, il conte Tadini Buoninsegni. Preferendo le personalità emergenti non esporsi in prima persona, non accettando gli oneri dell'incarico colui cui i membri più influenti vorrebbero affidare l'organismo, Italo De Lucchi accetta di continuare il ruolo di alfiere dei diritti chiantigiani: è difficile immaginare non preveda che se il successo coronerà i suoi sforzi egli dovrà affidare l'organismo nato dal suo  impegno a chi  vanta legami più felici con il potere che governa a Roma.

Aprendo la terza assemblea generale, il 21 gennaio 1927, indirizza gli auspici più calorosi, cui rispondono gli applausi dell'uditorio, a Luigi Ricasoli,  per l'entità e  il prestigio dell'attività enologica delle proprie fattorie il primo tra tutti gli associati, nelle settimane precedenti nominato segretario della Federazione fascista provinciale, e alla riunione successiva del Consiglio, il 25 gennaio, cede la  guida del Consorzio a Gino  Sarrocchi, il parlamentare liberale la cui conversione al Fascismo è stata, invece, completa e leale.  Conserverà il titolo di vicepresidente, che gli sarà offerto con calore, ma, dichiarando il proprio dissenso per l'inadeguatezza dei programmi pubblicitari, che pretenderebbe più impegnativi di quanto il Consorzio possa, forse, sostenere, rinnoverà ripetutamente la dichiarazione delle proprie dimissioni. Conoscendone il valore chi ne ha preso il posto si premurerà di  farlo recedere dal proposito, accettando il suo ritiro solo quando, nel corso della  seduta del 31 marzo1933, l'antico presidente rinnoverà la richiesta per gravi  ragioni di  salute. Quando, dopo soli sei mesi, Italo De Lucchi si spegnerà, nel riserbo della casa  fiorentina, nella breve commemorazione che "Il Chianti" inserirà tra le notizie  di cronaca, l'elenco degli amici presenti alle esequie non comprenderà il nome di uno solo dei patrizi e professionisti che guideranno, allora, la vita  del Consorzio.

Chi ripercorra, attraverso i libri sociali, le prime  tappe della vita del Consorzio, è pervaso da stupore, che si traduce, al procedere della lettura, in sincera ammirazione, constatando la lucida determinazione dei protagonisti, antichi proprietari che uniscono ad espressioni persino patetiche di spirito conservatore una straordinaria lungimiranza economica, e la più fiera fermezza politica. Prova quella lungimiranza la chiarezza delle opzioni con cui quel manipolo di uomini dirige, tra frangenti fortunosi, sostenuto di un numero esiguo di associati, l'organismo verso obiettivi nei quali è agevole individuare  i presupposti delle sue affermazioni future.

Contrassegnano le scelte dei paladini del Consorzio alcune caratteristiche assolutamente peculiari. La prima, la combinazione di meticolosità e parsimonia con cui, proprietari di aziende immense  o  professionisti affermati, si premurano di operare ogni scelta con la più ferrea economia, così da assicurare all'organismo gli strumenti necessari al maggiore dinamismo usando dei pochi mezzi che esso ricava dalle quote associative e dalla cessione dei contrassegni.Per dotare il sodalizio di una sede acquisiscono in locazione un quartiere signorile al primo piano di palazzo Uguccioni, in Piazza della Signoria, un'ubicazione che sancisce il prestigio del Consorzio, ma ne subaffittano due locali all'agronomo cui affidano, dopo la rinuncia del dottor Vecchiettini, le funzioni di direttore. Siccome l'espletamento di quelle funzioni non assorbe per intero la sua giornata, il dottor Rossi Ferrini continuerà, infatti,  a praticare la libera professione: disponendo di un ufficio nella sede del Consorzio non dovrà disperdere il proprio tempo, e dagli emolumenti che gli spettano potrà  essere sottratto il corrispettivo dell'affitto. Il Consorzio acquisisce, così, una sede di grande  rappresentatività e un direttore sperimentato pagando per i due servizi metà del valore relativo: una scelta di tanta oculatezza da apparire persino troppo accorta al proprietario dell'augusto palazzo, che, affermatosi il Consorzio, pretenderà il ristorno dei  proventi arretrati del subaffitto, aprendo una controversia che impegnerà per anni le energie  delle due parti.

Con altrettanta oculatezza il Consiglio sceglie gli agenti cui affidare la distribuzione dei contrassegni, acquista un'automobile d'occasione per gli spostamenti del direttore, concorda con la Casa Ricasoli, per la terza edizione della  Fiera di Milano, l'allestimento comune di un padiglione sontuoso, colorita copia della Loggia dei Lanzi, il cui costo sarà equamente suddiviso. Il successo della Loggia ricolma di  fiaschi assicurerà ad  ambedue le parti significativi benefici pubblicitari: il Consorzio dimostrerà ai visitatori di annoverare nella propria compagine il più noto tra tutti i produttori di Chianti, la Casa Ricasoli proverà di essere parte, a differenza dei produttori industriali, del drappello dei veri viticultori ai quali deve rivolgersi il consumatore che pretende sulla  tavola Chianti genuino.

Chi ricerchi, negli eventi delle origini, le radici della vitalità che sospingerà la storia successiva del Consorzio, reperisce la prova della lungimiranza dei fondatori nell'ampiezza degli orizzonti che essi esplorano per individuare le funzioni più congrue da affidare all'organismo per conseguire l'obiettivo cui ha mirato la sua creazione: la difesa mercantile dei vini del Chianti. Collocandosi idealmente all'epoca della costituzione, quando la fisionomia delle istituzioni economiche a servizio dell'agricoltura è oltremodo  più primitiva  di  quanto  diverrà nella seconda metà del secolo, l'osservatore dei nostri giorni non manca di percepire la molteplicità delle opzioni alle quali è astrattamente possibile affidare, nel 1925, la difesa  economica di una produzione vitivinicola.

In anni di rapida metamorfosi del quadro mercantile non è infondato,  infatti,  immaginare gli ipotetici vantaggi che potrebbero assicurarsi agli associati provvedendo all'organizzazione collettiva degli acquisti di materiale vivaistico, di solfato di rame e di fertilizzanti, allestendo stabilimenti comuni di vinificazione o di invecchiamento, apprestando una rete commerciale unica per i prodotti imbottigliati in cantine autonome: dalle fasi iniziali del ciclo produttivo alle tappe conclusive di quello mercantile la preoccupazione per l'efficienza delle aziende chiantigiane  può suggerire con eguale pertinenza di affidare a un organismo comune gli acquisti di mezzi tecnici e attrezzature, l'esecuzione di operazioni tecnologiche o l'espletamento di funzioni commerciali. Non è,  astrattamente, irragionevole, supporre che l'apparato cui affidare quei compiti possa essere il medesimo al quale gli agricoltori del comprensorio hanno concordato di rimettere la tutela del nome del proprio prodotto.

Con dovizia di dettagli, i verbali del Consiglio di amministrazione testimoniano che dall'acquisto del solfato di rame alla produzione di barbatelle per le sostituzioni imposte dalla fillossera, dall'impiego dell'esplosivo negli scassi per i nuovi vigneti all'apprestamento di una rete di vendita collettiva, di tutti i compiti astrattamente attribuibili all'organismo il suo direttivo vaglia, non  di rado nel corso di confronti animati, la praticabilità e l'opportunità. Più di una volta rigettando le proposte di consiglieri autorevoli, nella molteplicità delle opzioni esaminate nel corso della vita del Consorzio, gli alfieri del gallo nero hanno saputo dirigersi su una strada originale, di cui i traguardi conseguiti dimostrano, dopo il lungo percorso, la fruttuosità: la strada sulla quale si è consolidato un organismo che, accantonando alternative pure promettenti, ha ricercato la maggiore funzionalità nel perseguimento di un obiettivo precipuo, la certificazione dell'origine e il controllo della qualità del vino di Chianti. Difesi con ferma pervicacia, origine  e qualità hanno attribuito all'antico simbolo della Lega il significato di sigillo sicuro di genuinità, facendone la leva che ha innalzato il prezzo del vino degli associati al di sopra di quello dei prodotti concorrenti: a ottant'anni di distanza la divaricazione tra le quotazioni dei vini del comprensorio del gallo e di quelli limitrofi che portano il nome del Chianti dimostra la perspicacia dell'uomo che ha nutrito e radicato il convincimento che un'accorta promozione del marchio consortile costituisse per i proprietari chiantigiani baluardo altrettanto efficace della legge che il Parlamento rifiutava di emanare.

Accanto al primo presidente sono protagonisti del confronto consiliare che modella, con una successione di scelte felici, la strategia del Consorzio, l'onorevole Sarrocchi, il successore di De Lucchi, e il barone Ricasoli Firidolfi, il futuro successore di Sarrocchi,  l'ingegner Baccio Beccari, il dottor Amos Becciolini, il commendator Ugo Pecchioli,  l'avvocato Tadini Buoninsegni, l'enologo Giulio Straccali. Affiancano, seppure saltuariamente, gli uomini che rappresentano l'anima dell'organismo, partecipando, su temi specifici, al confronto con contributi significativi, alcuni degli altri membri del consesso: il ragionier Carlo Ulivieri, il dottor Emilio Bonci Casuccini, il professor Jacopo Mazzei.

Guidato da uomini che perseguono con coerenza, seppure tra cento ambasce, l'intuizione originaria, tra i molteplici volti possibili il Consorzio del gallo nero preciserà, nei decenni, la fisionomia che ne  fa, nel  quadro delle  istituzioni agrarie, organismo singolare, quell'organismo che oggi non è soltanto il cardine della produzione enologica di un comprensorio viticolo rinomato, ma il fulcro del prestigio che ne supporta la produzione olearia e la stessa attività turistica, il perno della sua vita economica.

 

 

 

 

 

 

 

 

V         Geologia, storia, enologia: le armi della guerra di confine

 

Nato dalla reazione dei proprietari chiantigiani al decreto legge che ha stabilito la prima normativa italiana sulla denominazione dei  vini, il "Consorzio per la tutela del vino tipico del Chianti e della sua marca di origine" esperisce nel terzo anno di vita l'impossibile tentativo di applicare l'infausta normativa, che ha preso forma irrevocabile di legge, senza rinunciare alle ragioni che hanno condotto alla sua fondazione. Suggerisce l'acquiescenza al provvedimento il desiderio dei dirigenti di dimostrare la propria disciplina al Regime, una preoccupazione che ispira tutte le manifestazioni pubbliche dell'organismo. Vanificheranno quei  propositi, tuttavia, le premure che il Regime dimostrerà sistematicamente per le ragioni  degli avversari, che a Roma continueranno a rumoreggiare contro l'organismo che reclama l'esclusività di un nome che una consuetudine consolidata ha convertito in attributo generico di tutti i vini rossi della Toscana e delle regioni contermini.

Contro la pretesa del Consorzio industriali e agricoltori delle aree circostanti si sono coalizzati, nella primavera  del 1927, costituendo il Consorzio del vino Chianti, che per ordinare le proprie milizie contro le schiere del gallo nero ha alzato un vessillo in cui campeggia un putto, immagine antica dell’arte fiorentina. Sarà, lungo l'intera storia dell'organismo chiantigiano, l'insegna dei più irriducibili, tenaci  avversari, tanto da rendere inscindibili, in una rovente replica della discordia che contrappose, a Firenze, guelfi e ghibellini, le gesta dell'armata schierata all'insegna del Gallo da quelle  di chi pugnerà nel segno del Putto.

Raccolta per contrapporre alle pretese esclusiviste dei chiantigiani "concetti di larga estensione", come recita il bando costitutivo, l'armata del Putto apre i propri ranghi a viticoltori e  industriali operanti in ventisette comuni: una frazione oltremodo consistente della Toscana vitivinicola. Più della nobilitazione di  una denominazione, l'obiettivo che si proporrà sarà l'espugnazione della cittadella eretta dai produttori dell'area originaria per restituire al nome Chianti il significato topografico alterato dalla  pratica mercantile. Animata da un antagonismo irriducibile, la pretesa  rafforzerà, per reazione, la determinazione  dei federati di Radda, dissolvendo i propositi compromissori suggeriti dalla disciplina che entrambe le parti professano nel segno del fascio. Proclamando, a gara, littoria disciplina, i proconsoli delle due parti giungeranno a incomodare persino sua eccellenza Benito Mussolini, che verificata l'impossibilità di sedare la rissa tra guelfi e ghibellini del vino decreterà, narra la leggenda, che neppure il più fedele dei gerarchi toscani abbia mai più a importunarlo per le dispute tra le fazioni viticole della bellicosa regione.

L'impegno a dimostrare lo spirito di obbedienza anima il tentativo del Consorzio di adeguarsi al regolamento di attuazione della legge 18 marzo 1926, che  viene promulgato il 23  giugno1927: senza attendere l'appuntamento primaverile, il Consiglio convoca un'assemblea generale alla quale propone le modifiche statutarie necessarie  perché l'organismo possa  essere riconosciuto in base alle  nuove norme. L'assemblea ratifica unanime.

Arturo Marescalchi propone al Parlamento, intanto, un nuovo progetto di legge sulle denominazioni  enologiche, per la cui approvazione conta  sulla  solidarietà del Governo. Perno del sistema di tutela saranno i consorzi tra i viticultori. Il varo del provvedimento pare premierà la lealtà fascista professata dal Consorzio: il progetto ha appena compiuto i primi passi, infatti, nel marzo  del 1928,  quando indiscrezioni  romane convincono il direttivo che in attuazione della legge già vigente il Ministero dell'agricoltura si  appresterebbe a  varare, in Toscana, un consorzio unico, cui sarebbe affidata la tutela di tanti marchi quanti sono i vini di più antico  prestigio della regione. Alla gamma dei vini  che hanno sovrapposto alla denominazione originaria quella del Chianti verrebbe imposto di riassumere  i titoli antichi: Carmignano, Rufina, Montalbano, Montepulciano: il nome di Chianti sarebbe riservato al prodotto dei vigneti che si distendono tra la Val d'Arbia e quella della Greve. Esprimendo il tripudio dei paladini della causa chiantigiana per la fausta notizia, l'indefesso cronista dei cimenti del Consorzio, Fornaretto Vieri, proclama, sulla prima pagina del "Chianti", che " Il Governo ha voluto affrontare  fascisticamente la questione vinicola italiana, creando l'ordine dal marasma."

Smentendo le speranze, tuttavia, il primo provvedimento emanato dalle autorità romane per imporre ordine al marasma del pelago vinicolo dispone l'estendimento del comprensorio del Consorzio ad ampia parte del comune di San Casciano, del quale i firmatari del patto di Radda hanno giurato non avrebbero mai accettato l'inclusione. La delicatezza del momento sconsiglia, peraltro, ai responsabili del sodalizio ogni reazione: "obbedienti sempre", proclama Vieri sulla prima  pagina del suo foglio, i viticultori del comprensorio accettano un'estensione che unisce alle loro schiere una fattoria dalle tradizioni enologiche auguste, quella dei marchesi Antinori, ma che crea un precedente esiziale alla causa  dell'inviolabilità dei confini. Deprecando gli esiti di quel precedente, cinque lustri dopo l'imposizione, l'intenditore più autorevole dei vini di Chianti, Giulio Straccali, disconoscerà, polemicamente, la  nobiltà dei vigneti inclusi per imposizione sovrana, che proclamerà inferiori a quelli dello stesso comune che, pertinenti a fattorie dal nome meno altisonante,  non hanno beneficiato dell'imposizione romana.

L'ottimismo sul quale si è abbattuto l'ampliamento d'imperio viene progressivamente coartato, nei mesi successivi, dallo stillicidio degli indizi che suggeriscono che la "fascistica" volontà di disciplinare  il marasma enologico potrebbe tradursi nell'umiliazione delle pretese chiantigiane: per prevenire l'eventualità della trasformazione del Consorzio in ente pubblico, quale dovrebbe essere il consorzio regionale immaginato a Roma, e la trasformazione, da parte del medesimo ente, del marchio del gallo nel generico distintivo dei vini rossi toscani, l'assemblea del 30 aprile 1929 approva la proposta del Consiglio di creare una cooperativa alla quale verrebbe trasferita, se la minaccia si concretizzasse, la proprietà  dell'emblema consortile. Pure partecipando alla vita del consorzio regionale, i produttori dell'area originaria potrebbero protrarre, così, l'uso del marchio come simbolo di un'unione di operatori di natura privata.

Conferma i timori che le decisioni che stanno maturando a Roma possano risultare avverse agli interessi chiantigiani la baldanzosa sicurezza con cui abbraccia la causa del Consorzio del putto la Federazione fascista degli agricoltori di Firenze: incurante dell'incresciosa dimostrazione di discordia che il duello offre alle camicie nere fiorentine, il presidente degli agricoltori si schiera senza celata contro l'organismo ai cui vertici siede il segretario della Federazione provinciale del Partito, il barone Ricasoli.

Dissipando i dubbi, dimostra la fondatezza di quei timori il testo della legge oggetto di tante ansie, che viene emanata il 10 luglio 1930 con il numero 1164. Nonostante che le disposizioni che contiene siano sostanzialmente contrarie ai voti dei paladini del Chianti, la loro genericità non pregiudica in modo irreparabile, peraltro, l'esito della contesa, la cui soluzione le norme rimettono all'azione degli organi amministrativi demandati della loro applicazione. La nuova disciplina sancisce, infatti, che la delimitazione dei comprensori entro i quali i viticultori potranno usare le denominazioni tradizionali dell'enologia nazionale sia affidata a commissioni tecniche che saranno insediate d'intesa  tra il Ministero dell'agricoltura e quello delle corporazioni. Ispirata alla distinzione canonica tra attività normativa e applicazione amministrativa, la disposizione consente ai responsabili dell'agricoltura nazionale di affrontare con la necessaria discrezione la più rovente tra le questioni di delimitazione della geografia enologica italica: una commissione tecnica costituisce,  palesemente, per i ministri competenti, strumento più duttile di una commissione parlamentare.

Non potendo ignorare, è dato presumere, le pressioni dei contendenti, i ministri competenti impiegano otto mesi a definire il mandato e la composizione della commissione a cui rimettono la soluzione della contesa chiantigiana. Ne affidano la presidenza all'onorevole Julio Fornaciari, al quale affiancano il cavalier Vincenzo Bambara, funzionario del Ministero dell'agricoltura,  il dottor Gaetano Napolitano, consigliere di quello delle corporazioni, e il professor Giovanni Dalmasso, direttore della Stazione sperimentale di viticoltura ed enologia di Conegliano, il più autorevole studioso italiano dei problemi della viticoltura: per le conoscenze scientifiche e tecnologiche sarà Dalmasso l'artefice della dotta relazione che concluderà i lavori, l'ispiratore della sentenza che deciderà del destino enologico del nome Chianti.

Consapevole della gravosità dell'impegno che gli è stato affidato, delle ombre che deriverebbero al suo prestigio da un insuccesso, delle  benemerenze che gli guadagnerebbe l'esito felice dell'impresa, il professor Dalmasso affronta l'incarico con sommo scrupolo: raccolta la più esauriente documentazione bibliografica, nei mesi di giugno e  di luglio del 1932  effettua con i colleghi una serie di missioni a Firenze, a Siena, a Arezzo, a Pistoia e a Pisa, dove le credenziali ministeriali consentono ai commissari di convocare, per serrati confronti, i responsabili degli organismi agricoli, professionali, sperimentali e divulgativi. Integrano i colloqui con le autorità agricole locali minuziosi sopraluoghi nelle aree viticole delle cinque province, percorrendo le quali i commissari dispongono il prelievo di un'ingente messe di campioni di terreno e di vino, che nei mesi successivi saranno analizzati nei laboratori dell'Istituto superiore agrario di Bologna: la facoltà di agraria dell'ateneo petroniano. Nel corso della spedizione tra i colli senesi la commissione effettua con particolare solennità  la visita, a Vagliagli, dell'azienda Passeggieri, la proprietà di Gino Sarrocchi: seppure l'onorevole presidente del Consorzio del gallo potrà lamentare, nei risultati dei lavori, il rigetto delle istanze di cui è patrono, non  potrà eccepire alcuna mancanza  di riguardo alla sua persona e alla sua carica.

Concluse le audizioni e i sopraluoghi, verificato l'esito delle analisi chimiche, la commissione stila il proprio responso, che viene pubblicato il 13 agosto 1932: per sottolineare il significato della sentenza il Ministero dispone che la relazione abbia la veste di elegante volume adorno di disegni, corredato di fotografie e tavole fuori testo, una  veste in cui  non sia possibile riconoscere il grigiore consueto dei provvedimenti amministrativi.

L'esame del testo rivela un'architettura di argomenti degna della cultura dell'estensore. Predisponendo le fondamenta del verdetto che la conclude, nei primi capitoli la relazione esamina, con coerenza metodologica, i caratteri del clima e quelli dei suoli, il patrimonio ampelografico e le pratiche enologiche delle aree viticole delle quattro province: dai dati che confronta ricava la constatazione che seppure tra i comprensori diversi che ha visitato sussistano differenze non irrilevanti nelle costanti che influiscono sulla  vegetazione della vite e sulle peculiarità del vino, esse appaiono altrettanto ampie tra località diverse, spesso contigue, dei medesimi comprensori, che tra comprensori appartenenti a province distinte. Nessuno degli elementi esaminati fornirebbe, secondo i commissari, una scriminante che consenta di tracciare confini invalicabili tra le viticolture delle quattro province, o di comprensori particolari delle medesime.

Enunciate le premesse fisiche, botaniche e merceologiche necessarie ad affrontare il nodo dei problemi sottoposti alla commissione, la relazione svolge l'analisi più minuziosa dei prodotti peculiari delle aree che sono state meta dei sopraluoghi dei commissari. La prima, cui il testo dedica l'esame più dettagliato, è "La zona del vino Chianti". Il termine, sottolinea preliminarmente l'estensore, non identifica un'area dai confini inequivocabili, indica, anzi, una regione passibile di configurazioni diverse: Alberto Oliva, argomenta menzionando uno studioso che i chiantigiani non possono considerare ostile alla loro causa, ha dimostrato che il comprensorio assume ampiezza e conformazione differenti secondo il criterio con cui lo si consideri. Approfondendo, in uno scritto del 1925, un'idea già enunciata da Casabianca, l'autorevole studioso ha asserito la sussistenza di un'autentica molteplicità di Chianti: esisterebbe, infatti, un  Chianti "storico", un Chianti "geografico", un Chianti "geologico", un Chianti "classico", uno "enologico" ed uno "commerciale". L'identificazione del Chianti "classico" corrisponde, si deve notare, all'area delimitata, dal Consorzio del gallo, l'anno precedente la pubblicazione di Oliva, come il territorio di cui rivendicare l'originalità delle produzioni.

Prova dell'elasticità dei termini, in quel territorio venivano incluse aree estranee al Chanti "storico", ne erano escluse aree che vantavano diritti equivalenti all'ammissione. Ma se ai confini del Chianti "classico" non corrisponde alcuna realtà storica, geografica o geologica, l'area che essi delimitano non può vantare, quale titolo distintivo, null'altro di una consuetudine che ne differenzia i vini, senza distinguerli, però, fino ad imporre di considerarli prodotti diversi: disconoscere, a ragione di quelle semplici differenze, la legittimità delle istanze che avanzano le aree, tanto più ampie, del Chianti "enologico" e del Chianti "commerciale", rappresenterebbe, arguisce la relazione, una palese ingiustizia. L'esclusione colpirebbe, infatti, proprio i produttori commerciali che vantano, ribadiscono i commissari, il merito del trionfo del Chianti sui mercati nazionali ed esteri.

Se l'obiettivo dell'articolata argomentazione è la dimostrazione dell'inesistenza di correlazioni univoche tra le realtà diverse identificate dalla parola Chianti, non stupisce l'assenza, nell'analisi della commissione, di alcun riferimento al bando granducale che ha stabilito i confini del Chianti "enologico" nel 1716.  Sussistendo, infatti, la coincidenza pressoché perfetta tra quei confini e quelli difesi dal Consorzio, ove si riconoscesse a quel  testo i titoli di prima delimitazione ufficiale del comprensorio, Chianti "storico", "enologico" e "classico" verrebbero a coincidere, condannando la meticolosa classificazione a mero esercizio sofistico.

Enunciata, peraltro, l'argomentazione sulla quale fonderà le proprie conclusioni, è al termine della lunga serie di capitoli che dedica all'analisi dei dati e dei referti raccolti che la commissione enuncia la sua sentenza sul tema capitale della contesa. Ricordate, ancora, le cento  difficoltà incontrate e le opposizioni affrontate è, paradossalmente, dalle argomentazioni di una delle parti in causa che i giudici del supremo tribunale enologico, il  parlamentare, lo scienziato e i funzionari ministeriali, ricavano la massima del verdetto che pronunciano: la fonte cui attingono è il memoriale presentato alla commissione dalla Federazione nazionale delle industrie dei vini e dei liquori, opera del suo direttore, Francesco Carpentieri,  un tecnico che gode la più solida reputazione, tale da  dissimulare la parzialità di assumerne le  conclusioni come referto imparziale.

"non vi è dubbio che se il Chianti fosse un vino superiore da pasto questo nome si dovrebbe riferire esclusivamente alla zona ristretta sopra indicata.- scrive Carpentieri opponendosi alla tesi dei paladini del Chianti "classico"- Ma il Chianti invece, è un vino da pasto molto conosciuto e diffuso in Italia ed all'estero, e le esigenze commerciali hanno fatto ricercare fuori della zona tipica dei vini analoghi, che da tempo si sono accreditati con lo stesso nome di Chianti." Se il Chianti dovesse considerarsi vino di autentica nobiltà, ha sentenziato il direttore dell'associazione delle industrie vinarie, la pretesa di riservarne il nome, come prerogativa esclusiva, alla zona originaria non potrebbe reputarsi illegittima: siccome esso non è, invece, che un buon vino comune, la consuetudine che ne ha esteso il nome ai prodotti simili delle aree contermini ha stabilito un diritto che deve reputarsi, ormai, acquisito, che sarebbe iniquo, sul piano giuridico, e dannoso, su quello economico, disconoscere.

E' un accorto teorema, che si fonda su una constatazione inoppugnabile: l'incertezza delle fonti sulla cui base possono identificarsi le peculiarità del vino della regione. Con il nome di vino di Chianti, come ha  dimostrato, con dovizia di citazioni, la relazione ministeriale, nel corso della storia sono stati venduti vini bianchi, vini rossi dagli attributi austeri, vini rossi di gusto fresco e di carattere frizzante. Seppure vi siano fattorie che producono, per antica tradizione, vini invecchiati dagli attributi superiori, quegli attributi non sono i connotati generali del Chianti, che Carpentieri ha suggerito alla commissione di stabilire in modo da non sbarrare il corso del fiume di vino comune che scorre assicurando una fonte insostituibile di reddito agricolo ed industriale a un'area tanto più ampia del Chianti "classico".

Pure proclamando, tuttavia, che la regione di produzione del Chianti deve essere identificata in un'area oltremodo più  vasta di quella delimitata dallo statuto del Consorzio del gallo, la commissione non può mancare di riconoscere che il territorio entro il quale viticoltori e case vinicole pretendono di attribuire ai propri prodotti, escludendo i concorrenti, il nome di Chianti ha assunto dimensioni tali da sottrarre al nome qualunque significato. Al gravoso onere di imporre a quel territorio dei limiti i commissari dei due ministeri assolvono, brillantemente, rimettendo, ancora, la  responsabilità della scelta all'autorità di Carpentieri, che, proclamati i diritti dei comprensori limitrofi al Chianti originario, ha riconosciuto la necessità di precludere la denominazione a quelli più remoti: "...le  esigenze del commercio-  ha sentenziato, nella stessa relazione, l'illustre enotecnico-...hanno portato all'estensione del nome di Chianti a tutti i vini toscani pregevoli, di buona alcoolicità, di buon profumo, e di sapore sufficientemente armonico. Naturalmente anche in questa estensione si è troppo spesso ecceduto attribuendo il nome in parola anche ai vini di piano poco alcoolici, deboli, di scarso profumo. A questi ultimi vini è necessario vietare l'uso del nome Chianti, che, ormai, è il più rappresentativo dei buoni vini rossi italiani..."

Se, brandendo la spada del direttore dellaFederazione delle industrie enologiche, la commissione ha forzato le mura della cittadella chiantigiana, è facendosi schermo dello scudo di Carpentieri che proclama, quindi, la  necessità di imporre un confine ad un'area che in assenza di ogni barriera si sta  dilatando a tutta l'Italia centrale e a lembi di quella settentrionale. Decreta, così, che potranno fregiarsi del titolo di Chianti i vini rossi delle aree collinari della provincia di Firenze e di quella di Siena, di ampie fasce di quelle di Arezzo e di Pisa, di un lembo di quella di Pistoia. Definisce, così, una geografia enologica comprendente sette comprensori ricadenti in cinque  province. Ne risultano escluse le aree circostanti Montepulciano e Montalcino, i cui viticultori si sono  dichiarati orientati, peraltro, a denominare i propri vini con i toponimi locali.

Al nome di Chianti, che sanciscono costituire appellativo comune, i  commissari si premurano di stabilire debba unirsi, nelle etichette che identificheranno le confezioni di vino toscano, il nome della sottozona da cui provenga ciascun fiasco o bottiglia. Ai viticultori del Chianti originario, di cui proclamano doversi riconoscere "il legittimo diritto di vedere i propri vini...distinti da quelli delle altre zone" concedono di sostituire al nome dell'area di origine l'aggettivo "classico", che a consolazione per la sottrazione del più concreto sostantivo, proclamano "appellativo d'una suggestiva eloquenza". Compiacendosi di avere pronunciato una  sentenza che rifiuta qualunque "rigida, diremmo quasi scolastica difesa dei nomi geografici" per contemperare,  "con armonico latino equilibrio", le istanze dei produttori per l'uso del nome del loro territorio e le attese dei commercianti che su quel nome vantano diritti acquisiti, la commissione affronta l'ultimo quesito che il mandato interministeriale le ha sottoposto: la  ricerca della soluzione più congrua, per assicurare ai vini toscani un futuro radioso, tra l'ipotesi  di costituzione di un consorzio unico e quella di una pluralità di consorzi. Coerenti allo spirito di disciplina che alita nella Nazione, e che dovrebbe pacificare le rissose genti che popolano le campagne dell’Etruria, i legati ministeriali suggeriscono la creazione di un organismo unico, del quale prefigurano i compiti e lo statuto, non trascurando di addentrarsi nei dettagli degli emblemi, sigilli ed etichette che dovranno distinguere fiaschi e bottiglie che sciameranno nel mondo sotto l'egida del futuro organismo.

Ribadito che la proposta di creare un ente unico non mira soltanto all'applicazione formale della legge, ma "all'obiettivo morale, più alto, più concreto, di stringere attorno alla legge ed al Consorzio i produttori tutti, uniti in un unico sforzo, per fini  nazionali", i commissari concludono la propria fatica ammonendo che condizione essenziale della funzionalità dell'organismo deve reputarsi "la  imposizione di una disciplina unica e di una direttiva generale seria e severamente applicata", il riconoscimento, implicito eppure trasparente, che solo un prodigio di autoritarismo potrà imporre la tranquilla convivenza di interessi tanto discordi quanto quelli dei viticultori delle aree dissimili, per tradizioni agricole e commerciali, che col declamato "latino equilibrio" hanno preteso di inquadrare in un'unica compatta legione.

Quel prodigio non si compirà: contrapposizione di interessi e toscana rissosità dissolveranno il castello dei propositi del professor Dalmasso e degli illustri colleghi. L'unico lascito della relazione sarà, così, la sanzione del diritto di definire Chianti il vino di un'area che comprende tutto il cuore della Toscana. E' il risultato concreto con cui, sancita la proposta della commissione, dovranno misurarsi gli alfieri del Consorzio per riordinare le difese della cittadella dopo la seconda disfatta subita, sul campo dello scontro legislativo, dall'alba della guerra del Chianti.

 

 

 

 

 

 

 

 

VI         Nel crepuscolo del Regime il vino senza legge

 

Il verdetto della commissione presieduta, seppure non formalmente, da Giovanni Dalmasso, apre una stagione confusa della vita del Consorzio e dei rapporti tra le fazioni dei viticultori toscani, che si consuma in una cornice di conflitti e contraddizioni per tutto lo scenario vitivinicolo nazionale. All'età del disordine succederà quella della paralisi quando, deciso a troncare risse e incertezze, il ministro  Rossoni  si impegnerà, con cieca ostinazione, a sostituire la legge che ha generato tante tensioni con una nuova disciplina: del progetto, sul piano logico consistente di un atto di abrogazione e di una nuova scelta normativa, in un clima parlamentare oltremodo confuso il proconsole romagnolo non riuscirà a conseguire che il primo obiettivo. Il Parlamento approverà un testo incoerente e di impossibile applicazione, che  abrogherà la  normativa vigente senza sostituirle una disciplina nuova. Nel crepuscolo, ormai, del Regime, impegnato nel confronto internazionale che ne determinerà lo sgretolamento, nessuna legge  disciplinerà la denominazione dei prodotti enologici, per la cui regolazione lo scontro si riaprirà più  violento, a causa delle tensioni accumulate negli anni, nel Parlamento repubblicano. Dopo i primi conati e la lunga carenza legislativa la viticoltura italiana conoscerà nel 1963, ottant'anni dopo il varo della convenzione di Madrid, una normativa  funzionale sulla legittimità delle denominazioni enologiche.

L'era del disorientamento e delle faide di parte ha inizio, per il sodalizio chiantigiano, con la seduta del Consiglio convocata, concitatamente, per il 9 settembre1932, la data prevista per la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale del decreto con cui i ministeri competenti sanciscono le opzioni suggerite dalla relazione Dalmasso. La decisione è stata assunta, tempestivamente, il 31 luglio, ma ha atteso la sanzione della stampa nel torpore romano di agosto. Verificando, nel testo consacrato, ormai, dai crismi della Gazzetta, che esso vanifica gli sforzi esperiti dal Consorzio, fino dalla fondazione, per riconquistare ai viticultori del Chianti il diritto esclusivo all'impiego del toponimo, il vertice del Consorzio decide, unanimemente, di  rassegnare all'assemblea il proprio mandato: seppure la maggioranza dei consiglieri non  intenda, infatti, abbandonare la lotta, la scelta viene assunta al duplice fine di dimostrare a Roma il disappunto per l'ingiustizia subita, e di ridestare nei soci la determinazione necessaria per assicurare al Consorzio la coesione senza la quale sarebbe impossibile proseguire la lotta.

La  fermezza della scelta non può sopire l'amarezza della sconfitta e i sussulti di rivalsa. Propone l'indizio più eloquente del conflitto tra ossequio alla decisione romana e spirito di rivolta che agita gli amministratori alla vigilia dell'assise l'editoriale con cui annuncia l'assemblea, sulle pagine del "Chianti", Fornaretto Vieri, facendosi propugnatore, con enfasi littoria, dell'acqiescenza. "Crediamo...che sia da respingere -proclama- l'idea di certuni di isolarsi e di astenersi...L'astensione assumerebbe l'aspetto di un'opposizione acre e irriducibile che contrasterebbe coi nostri principi e coi nostri doveri...Sarebbe ingiusto e ingrato non riconoscere che la compagine direttiva del Consorzio del gallo ha lottato con fede e con vigore e che se circostanze eccezionali non l'avessero soverchiata essa sarebbe uscita certamente trionfante dalla lunga battaglia...Dicendo questo non vogliamo far credere che qui ci siano delle sconfitte...ai chiantigiani è stato riconosciuto totalmente il loro diritto. Si potrà quindi solo dire che non c'è stato un successo completo. Ad ogni modo la bandiera dei chiantigiani non si ammaina: essa rimane invitta sulla cima del colle a sventolare il nostro diritto...a dire ad amici e ad avversari che i chiantigiani non si scoraggiano e che si accingono alla nuova fatica...con l'animo proteso in uno sforzo irresistibile di rivincita non procurata da basse guerriglie, ben inteso!, ma dal lavoro che procurò la rinomanza della  nostra terra..."

Gli interessi del Chianti sono stati soverchiati da forze preponderanti, ma i chiantigiani, si può chiosare, non hanno subito una sconfitta: il loro diritto è stato pienamente riconosciuto. Nonostante quel riconoscimento è necessario che si uniscano nello sforzo della rivincita: la discordanza tra constatazioni e incitamenti opposti, che Vieri compendia con funambulistica disinvoltura, non potrebbe testimoniare in forma più eloquente i dubbi e le incertezze che precedono l'assise generale chiamata a rispondere all'imposizione ministeriale.

Confermando il clima di amarezza e di disorientamento, l'assemblea, che si svolge a Radda il 25 settembre, respinge le dimissioni del Consiglio, ascolta la relazione del presidente, che anima un'accesa discussione, approva, a conclusione del dibattito, la  trasformazione del Consorzio in associazione privata, alla quale sarà ceduta la titolarità del marchio per evitare che se ne appropri il consorzio regionale proposto da Dalmasso. L'organismo che  verrà costituito, l'Unione produttori del Chianti classico, assicurerà che a fruire dei vantaggi di un marchio affermato al prezzo di tanti sacrifici, siano solo i produttori che quei sacrifici, attraverso il  Consorzio, hanno sostenuto. Preservare dal naufragio la proprietà  del simbolo sociale appare, dalla  lettura del verbale, la preoccupazione preminente di un consesso che mostra di avere ricevuto un colpo di tale violenza da non saper neppure decidere se avanzare contro il decreto ministeriale il ricorso che Sarrocchi ricorda potersi inoltrare, ma di cui non propone formalmente la presentazione, timoroso che esso possa aggravare ulteriormente la sconfitta.

Dal coro delle doglianze per la disfatta, che appare irreparabile, si distingue la voce di Italo De Lucchi, che senza disconoscere la gravità dello scacco proclama "che è inutile fare recriminazioni ma che  occorre accettare il fatto compiuto cercando di ottenere quei miglioramenti che sono indispensabili: l'autonomia di funzionamento del Chianti classico e l'uso del nostro marchio, ormai molto valorizzato..." E' l'invito a non abbandonare la lotta utilizzando, senza sognare impossibili riscosse, tutti gli elementi  favorevoli, quantunque labili, del provvedimento: dopo il decreto interministeriale ogni atteggiamento di resa, o qualunque di cautela, porterebbe, infatti, alla disfatta delle ragioni chiantigiane, con il dissolversi delle conquiste realizzate, sul mercato, grazie  al marchio.

Nello smarrimento collettivo, la proposta del primo animatore del Consorzio rivela un'intuizione che, all'assemblea di Radda non compresa da chi la ascolta, è destinata a tradursi nel caposaldo dal quale il Consorzio muoverà il proprio contrattacco, conducendo con successo la più avventurosa rivincita. Consentendo il libero uso del termine Chianti ai viticultori di sette comprensori ubicati in cinque province, quindi ad una produzione complessiva di 1,5 milioni di ettolitri, cinque volte maggiore di quella del territorio del Consorzio, la Commissione interministeriale ha risarcito i chiantigiani riservando loro la facoltà di unire, sulle etichette, al nome Chianti l'attributo "classico", che ha stabilito costituisca loro prerogativa esclusiva. La concessione è ritenuta inadeguata dalla maggioranza dei consiglieri, che giudicano l'attributo misero indennizzo rispetto al sostantivo perduto: esso rappresenta, comunque, titolo di differenziazione rispetto al fiume di Chianti che continuerà a scorrere dalla Toscana, e nello spirito, propugnato da De Lucchi, di cogliere qualsiasi opportunità di difesa offerta dal  decreto,  sarà verso  l'esaltazione dell'attributo che, abbandonando sul campo il sostantivo espugnato, si orienteranno i responsabili del Consorzio ritrovando, tra cento incertezze, l'antica  determinazione. Lo sforzo che affronteranno, senza poterne misurare le probabilità di successo, riuscirà a trasformare il  titolo di "Chianti  classico" in autentica denominazione geografica, degradando, per contrapposizione, il sostantivo Chianti a definizione generica, alla quale il consumatore non potrà connettere alcuna area topografica definita, tanto da non desumerne alcuna certezza sull'origine dei vini che se ne fregeranno.

Dominata dallo sconcerto, l'assemblea di Radda si conclude, polemicamente, indirizzando un telegramma di saluto a Luigi Callaini, il primo paladino, nel 1902,  dell'attribuzione esclusiva del nome di Chianti ai vini dell'area originaria, l'alfiere, sul versante senese, della riscossa di cui Italo De Lucchi è stato, nel quadrante fiorentino, quel lucido stratega che ancora sa dimostrarsi.

Provano che l'intuizione destinata ad assicurare il lontano successo degli sforzi chiantigiani non è, all'indomani della sconfitta, che alternativa ipotetica rispetto alla concretezza della posta perduta, i lunghi ondeggiamenti che accompagnano la decisione del ricorso contro il decreto ministeriale, che l'indecisione dell'assemblea ha rimesso al Consiglio riconfermato nelle proprie funzioni. Contro il decreto ministeriale l'ordinamento del Regno offre due  forme di impugnazione: quella al Consiglio di Stato e quella al Sovrano. Dopo un acceso dibattito il Consiglio decide, il 4 dicembre, di ricorrere al supremo tribunale amministrativo, ma il presidente, cui è demandata l'incombenza, evade l'incarico, timoroso, è dato arguire, che l'atto possa essere considerato dal ministro un affronto personale. Insistendo la maggioranza dei consiglieri per l'impugnazione, ma decaduti, ormai, i termini temporali per adire il Consiglio di Stato, superando le ultime incertezze il consesso stabilisce, il 31 marzo1933, di presentare ricorso al Re: dell'atto viene incaricato il professor Bisori,  il più noto dei docenti di diritto amministrativo dell'ateneo fiorentino.

Il  disorientamento della compagine consortile appare, dai verbali del Consiglio, ancora più grave di fronte alle incognite del negoziato, che inizia nei mesi successivi, con i rappresentanti delle altre zone incluse nell'area del Chianti per la costituzione dell'organismo unitario suggerito da Fornaciari e da Dalmasso. Il vertice consortile sa sollecitare, infatti, con fermezza, gli associati all'adesione compatta al nuovo ente,  nel quale proclama che solo la più folta rappresentanza dei viticultori dell'area originaria potrà arginare la tracotanza degli avversari, ma i verbali consiliari, stilati dal segretario più meticoloso, l'avvocato Chiti Batelli, provano l'entità degli ostacoli che il consesso deve affrontare per ristabilire, dopo la sconfitta, un fronte di difesa.

L'atteggiamento del Consorzio appare, così, oltremodo ondeggiante nella trattativa per la ripartizione dei membri del futuro consiglio tra le compagini dei sette comprensori che il decreto ha autorizzato a fregiarsi del titolo di Chianti. Per dirigere a un approdo le riunioni che si succedono senza dare corpo ad alcuna ipotesi di intesa interviene nel negoziato, nell'aprile del 1934, Arturo Marescalchi, che per assolvere ai propositi di mediatore conta tanto sul  prestigio di esperto della materia quanto sull'autorità di sottosegretario di Stato. La somma di competenza e autorevolezza non vale, però, al legato governativo, il reperimento di una base su cui costruire il compromesso che spera: l'ipotesi che immagina per appianare le difficoltà, la fissazione della sede legale del futuro consorzio a Siena, di quella commerciale a Firenze, un espediente funambolistico,  provoca l'ulteriore esasperazione degli spiriti. Manifestazione colorita di quell'esasperazione, nella città prescelta da sua eccellenza come sede legale l'ennesimo confronto tra austeri nobiluomini e distinti operatori commerciali si tramuta nel torneo combattuto con tavoli e sedie che indurrà il Duce, narra la leggenda, a prescrivere che il vino di tanto rissosi cavalieri sia abbandonato alla sorte come entità reietta di cui i  fati rifiutino di avvalorare le pretese di nobiltà.

Rotolando inutilmente tra animosità crescenti, la trattativa assume un carattere tanto confuso che neppure i criteri fissati dalla commissione ministeriale paiono più definire, per le parti, criteri vincolanti per la ricerca di un compromesso: il 14 gennaio 1935 il Consiglio del sodalizio chiantigiano approva un ordine del giorno con cui denuncia l'inutilità del negoziato con controparti che pretendono apertamente, ormai, l'abolizione di qualunque obbligo di abbinare al nome Chianti quello delle singole sottozone, la differenziazione che  giustificava l'attribuzione al comprensorio primitivo dell'appellativo "classico", l'unica concessione del professor Dalmasso alle ragioni della zona d'origine.

L'accoglimento della  richiesta si tradurrebbe nell'accorpamento dei sette comprensori distinti dalla commissione, confusi  i quali si dissolverebbe ogni ragione di distinguere i vini di quello originario con l'attributo "classico". Corollario della proposta, gli avversari del Consorzio pretendono la trasformazione del simbolo del gallo nel sigillo comune di tutto il Chianti. Di fronte all'eventualità, che non appare remota, che l'istanza possa essere accolta a Roma, il Consorzio predispone i documenti necessari al trasferimento del marchio all'organismo di cui ha deliberato la costituzione, nel 1929, per prevenire l'espropriazione del proprio emblema.

Il consorzio unitario prende formalmente vita, a Siena, nel novembre 1934. Creatura di un atto d'imperio effettuato senza alcuna determinazione politica, condurrà un'esistenza larvale ed effimera, tanto da non produrre neppure lo scioglimento degli organismi che in esso dovrebbero confluire, primi tra tutti i sodalizi del Gallo e del Putto. Non avendo mai ottenuto il riconoscimento pubblico, rappresentando, perciò, a tutti gli effetti, un'associazione privata, il Consorzio del gallo nero continua, indifferente all'evento, la  propria attività: la distribuzione ai soci dei contrassegni e il controllo dei prodotti sui quali essi vengono applicati. Il carattere privato riparerà l'organismo anche dalla scure della legge 10 giugno 937, numero 1266, che sancirà l'estinzione dei consorzi nati dai decreti di applicazione della legge 1164.

Il varo del provvedimento sancisce lo sfaldamento della strategia agraria che ha consentito al Fascismo il conseguimento, quantomeno sul terreno cerealicolo, di traguardi di innegabile rilievo. Nato, anch'esso, da un progetto di Marescalchi, è, ancora una volta, nel corso di un confuso dibattito parlamentare che il disegno iniziale diviene irriconoscibile al suo ideatore. Propone l'espressione più eloquente della concitazione di quel dibattito il confronto, nell'aula di Palazzo Madama, tra Edmondo Rossoni, intervenuto a sostegno del testo ministeriale, e Gino Sarrocchi, che a quel testo ha proposto due emendamenti tentando l'eliminazione degli articoli che  decretano la soppressione dei consorzi, una modifica che altererebbe radicalmente l'architettura della legge. Autorevolmente invitato a ritirare gli emendamenti che ha proposto, dopo un vivace duello oratorio sulla capacità dell'amministrazione pubblica di reprimere le frodi enologiche, sulla quale dichiara ampi dubbi, il senatore senese accoglie, secondo le cronache, l'invito del  ministro proclamando: "Assicuro l'on. Ministro che noi, viticultori del Chianti, in 12 o 14 anni...non siamo riusciti mai a sperimentare efficacemente un'azione legale contro i contraffattori. E perciò chiediamo che la nuova legge ci consenta di  farlo in avvenire...Prendo...atto della sua confortante promessa e converto gli emendamenti in semplice raccomandazione...Lei con la sua genialità farà molto meglio di quanto io avevo proposto."

E' una prova di disciplina che si colora di aperta irrisione, ma negli anni in cui le contraddizioni del Regime stanno moltiplicandosi, se la disciplina parlamentare è obbligo inviolabile, l'irrisione del principe del  foro per il focoso sindacalista ferrarese non è abuso che possa più suscitare implacabili censure.

Aboliti i consorzi, la legge 1226 ne affida le competenze ai consigli provinciali delle corporazioni, un'espressione del rigido controllo delle istituzioni economiche al quale il Fascismo affida il governo della produzione e dei mercati nell'imminenza della propria prova suprema. Proprio perché creature di un inquieto conato politico piuttosto che di un lungimirante disegno legislativo, i nuovi organismi non eserciteranno mai le competenze loro affidate. Nel supremo disordine che segue l'emanazione della nuova normativa accende un nuovo scontro per la denominazione dei prodotti enologici il decreto legge 23 settembre 1941, emanato per stabilire la classificazione dei vini necessaria a sostituire, in un'economia di guerra, l'imperio del calmiere alla legge della domanda. Abbandonando il criterio usato dalla commissione Dalmasso per identificare i vini ammessi a definirsi Chianti, l'abbinamento al nome collettivo di quello della sottozona, sostituito, per l'area originaria, dall'attributo "classico", la disposizione include nel catalogo dei vini italiani un solo Chianti: da complemento necessario del titolo comune il secondo elemento della denominazione si converte in attributo accessorio, che potrà essere indicato nell'etichetta in forma meno appariscente, o essere omesso.

Alle proteste del Consorzio, che denuncia l'ingiusto infierire contro i diritti chiantigiani, già tanto gravemente compromessi, il Ministero risponde rimettendo ad Arrigo  Serpieri, il più insigne tra gli artefici della politica agraria del Regime, l'ennesima mediazione tra guelfi e ghibellini della viticoltura toscana. Non è dato sapere con quali auspici, il professor Serpieri convochi le parti presso l'Accademia dei georgofili, per gli agricoltori toscani un organismo oggetto di comune ossequio, per ricercare l'impossibile compromesso. Il direttivo del Consorzio del gallo decide, peraltro, di disertare l'incontro: un gesto che Gino Sarrocchi e Luigi  Ricasoli, esponenti influenti del Regime, non avrebbero mai esperito negli anni in cui univano la propria voce al coro che proclamava la necessità di risolvere ogni conflitto privato con "fascistica disciplina", assolutamente intonato, invece, al dissolversi del marziale entusiasmo che con tanta sagacia Benito Mussolini ha saputo infondere alla Nazione.

Enuclea le ragioni del rifiuto, che si traduce in oltraggio al prestigio di Serpieri, una calorosa allocuzione al Consiglio di Ricasoli, che dichiara la necessità di chiudere per sempre "la via delle  inutili concessioni e delle unilaterali rinunzie, compensate sempre da atti di vera aggressione". Accogliendo l'invito all'intransigenza rivoltogli dal  vicepresidente, il Consiglio delibera di presentare ricorso, contro il decreto, al Consiglio di Stato, la scelta che ha assunto, ma che non ha osato attuare, nel 1933, contro la sanzione della relazione Dalmasso. Ma la seduta che delibera l'impugnazione, il 23 ottobre 1942, è una delle ultime che il consesso svolge, con l'ampiezza tradizionale di dibattito, nell'era fascista: nel corso delle riunioni successive il precipitare degli eventi bellici costringerà l'ordine del giorno a una crescente schematicità, la discussione alla maggiore  brevità Poi nel Chianti arriverà la guerra, che prima ne farà il  teatro della sanguinosa battaglia per la conquista di Firenze, per trasformarlo, poi, nella retrovia dello sforzo degli Alleati per conquistare il crinale degli Appennini. Quando, terminato il conflitto, il Paese farà l'elenco dei propri morti e tenterà l'inventario di quanto resta della sua economia, impegnandosi alla ricostruzione di ciò che è stato distrutto, per la regione di colli che si distende tra Firenze  e Siena avrà inizio uno dei periodi di più intenso travaglio della propria storia millenaria.

 

 

 

 

 

 

 

 

VII        Negli anni  della Ricostruzione la nuova sfida dei cavalieri  del Gallo

 

Il 16  febbraio1945, mentre tuona lontano l'eco delle artiglierie che contendono i passi appenninici, Luigi Sarrocchi saluta gli associati riuniti nella sede fiorentina rievocando gli eventi che si sono compiuti dall'assise precedente, celebrata "poco tempo prima che le valorose truppe alleate iniziassero la liberazione della zona del Chianti". Presenta, quindi, a nome del Consiglio, le dimissioni del vertice del Consorzio "Non già perché la nostra linea di condotta nel tramontato regime fosse stata remissiva alle disposizioni emanate contro i nostri diritti, -proclama con  fierezza- che anzi Voi non avete certo dimenticato la lotta tenace che è stata sostenuta dal Vostro Consiglio nel campo polemico, ma perché dopo sì grandi vicende...era doveroso rimettere all'Assemblea stessa la scelta di nuovi Consiglieri."

Motivazioni di dimissioni non potrebbero proporre prova più trasparente dell'integrità di un uomo che la passione nazionalista ha spinto ad aderire al Fascismo e che, espressa la non insincera letizia per la ritrovata unità della Patria, sente, politicamente sconfitto, onerato dal peso dei settantatre anni, il dovere di ritirarsi.

Il desiderio del parlamentare senese non sarà adempiuto: l'impegno degli amministratori per radunare in assemblea gli associati nella città ancora paralizzata non ha prodotto che tre presenze. I tre volonterosi concorrono, così, all'inevitabile riassunzione, da parte della compagine dirigente, del mandato che ha rassegnato. Di fronte a una platea tanto esigua la dichiarazione di Gino Sarrocchi non assume il significato di testamento pubblico che chi l'ha stilata le ha attribuito immaginando di pronunciarla davanti ad un pubblico più folto. Con due soli voti contrari l'adunanza successiva del Consiglio conferma, il 2 marzo, Gino Sarrocchi alla presidenza del Consorzio. Preoccupandosi, peraltro, che il segretario sostituisca, nei verbali consiliari, al solenne titolo di "sua eccellenza senatore", le credenziali professionali di avvocato, Sarrocchi non parteciperà che eccezionalmente alle riunioni della giunta consortile, delle quali assumerà la conduzione, con una frequenza che si tradurrà in regola, Luigi Ricasoli, l'uomo che vanta titoli incontestabili per assumere, negli anni futuri, la guida del sodalizio. Rivestirà carattere di mera formalità, infatti, la votazione con cui, ricevute le dimissioni di Sarrocchi, che si dichiarerà impedito dalla salute ad assolvere al mandato, il15 aprile1947 il Consiglio consacrerà l'autorità già attribuita al barone Ricasoli con il titolo di presidente. Prima tra le ragioni dell'investitura, Luigi Ricasoli porta un nome che è sinonimo di Chianti, lo stesso che portavano Andrea di Bindaccio e Piergiovanni, i commissari della Repubblica fiorentina demandati della  difesa dei castelli della valle del Massellone, il cuore primitivo del comprensorio, assaliti, nel 1452 e nel 1478, dagli Aragonesi impegnati ad aprirsi la strada, eliminando gli avamposti fiorentini, verso la Città del Giglio.

Oltre che sinonimo di Chianti quel nome è anche sinonimo di vino del Chianti Nella sua esplorazione delle carte di mercanti e cambiavalute Federigo Melis ha raccolto una  pluralità di prove sull'antico prestigio dei vini del comprensorio, constatando, insieme, che definire le  caratteristiche dei prodotti che costituivano il  vanto enologico della regione è proposito irrealizzabile: sulle tavole fiorentine  giungevano dal Chianti vini rossi e bianchi, giovani e invecchiati. La fissazione delle peculiarità di un vino che assurgesse a emblema della regione si sarebbe compiuta solo alla  metà dell'Ottocento, e ne sarebbe stato artefice Bettino Ricasoli, che del rosso di Chianti avrebbe stabilito l'uvaggio caratteristico, la forma di governo e i tempi di invecchiamento, imponendone l'adozione, con l'inflessibile autorevolezza nota alla  Camera come nelle sue  fattorie, a vinificatori consenzienti e dissenzienti.

Dotato della pertinacia dell'avolo, oratore efficace, scrutatore appassionato, seppure non sempre perspicace, delle vicende economiche, non è solo per titoli ereditari che Luigi Ricasoli può reputare la presidenza del Consorzio retaggio dovutogli. Con le dodici fattorie che si distendono attorno ai cinque castelli di famiglia, complessivamente       ettari, è il maggiore proprietario chiantigiano, e del vino delle sue cantine è venditore sagace.

Emulo degli economisti toscani che animarono, nell'Ottocento, il più vivace confronto sugli ordinamenti agrari, nutre il convincimento del carattere insostituibile della mezzadria, un rapporto economico che come i predecessori rifiuta di considerare mero contratto d'opera, erigendola a istituzione civile posta a fondamento dell'ordine e della  prosperità delle campagne. Siccome, tuttavia, l'orizzonte aziendale che gli è dato scrutare gli ha rivelato precocemente le avvisaglie della crisi dell'antico patto, rifiutando che il cedimento del sistema mezzadrile possa essere riparato sostituendolo con uno diverso, persuaso, anzi, che le difficoltà della mezzadria siano i prodromi di un travaglio che investirà l'intera agricoltura, si è impegnato a creare, a fianco della conduzione agricola, attività complementari. I risultati lusinghieri del commercio vinicolo lo hanno indotto a impegnarsi nel parallelo settore oleicolo: all'indomani delle imprese italiche a Rodi e in Grecia ha creato impianti oleari sulle sponde levantine del riconquistato Mare Nostrum, e durante la guerra ha condotto un'attività frenetica come commissario all'approvvigionamento di oli vegetali delle popolazioni civili e delle truppe dislocate sul fronte orientale.

La disfatta imperiale ha prodotto, come conseguenza, la perdita dei suoi impianti, ma Luigi Ricasoli ha la tempra di chi non accetterà mai che una battaglia sfortunata significhi una guerra perduta. Mentre il Paese ripara, così, le distruzioni del conflitto, crea, a Firenze, uno stabilimento di raffinazione di considerevole capacità, che contando sulla conoscenza dei  paesi oleicoli del Levante, conta di approvvigionare con materie prime dal costo tale da garantirgli utili sicuri di trasformazione, la supposizione che gli costerà il patrimonio ricevuto dagli avi.

A  fianco di Sarrocchi in vent'anni di scontri per riconquistare ai vini del  Chianti la prerogativa esclusiva al nome della regione che li produce, del diritto, non meno etico che storico, dei viticoltori del comprensorio alla denominazione contesa nutre la certezza incondizionata: qualunque cedimento  è convinto rappresenterebbe prova, insieme, di miopia e di viltà E' certo che gli organi dello Stato non potranno, alla fine, che riconoscere una prerogativa di cui la storia della sua famiglia prova la fondatezza: se, dietro l'incalzare della prepotenza, due ministeri si sono accordati, nel1932, sancendo le conclusioni della commissione che ha suggerito di espropriare quel nome, in quella decisione la giustizia impone di riconoscere un arbitrio, che pretende debba essere annullato ripristinando il diritto leso.

E' con questo incrollabile convincimento che il nipote del Barone di ferro affronta, alla guida del Consorzio, il confronto che sta per riaprirsi tra gli organi dello Stato democratico e i viticoltori d'Italia, costretti dalla mancanza di una disciplina funzionale in posizione di grave inferiorità sui mercati che la concordia internazionale sta inarrestabilmente dilatando. Affianca Ricasoli nel consesso che riassume la guida del Consorzio dopo il trauma della guerra un drappello di proprietari patrizi e di possidenti borghesi che, insieme ad alcuni degli alfieri della fondazione, comprende alcuni militanti della causa chiantigiana cooptati al loro fianco negli anni successivi: spiccano tra i primi Mario Tadini Buoninsegni, uno dei maggiori proprietari senesi, avvocato alieno alle tenzoni forensi, alle quali preferisce la fastosa signorilità del palazzo senese, che alterna alla quiete del castello di Panzano o delle ville al centro delle  tenute di              e Recco Capponi Canigiani, discendente di una delle più  illustri casate fiorentine, che il carattere  ombroso ha distaccato dalla vita della famiglia sospingendolo a lunghe permanenze solitarie nella grande fattoria di Radda, la     Milita da tempi più recenti nella legione del Gallo il marchese Niccolò Antinori, cooptato in Consiglio a sancire l'estensione del comprensorio a San  Casciano, dove possiede le  fattorie che alimentano l'attività dell'omonima, prestigiosa casa vinicola, la cui partecipazione all'attività del Consiglio non appare, dalla lettura dei verbali, né altrettanto assidua né altrettanto impegnata di quella di Tadini  Buoninsegni e di Capponi.

Accanto alla grande possidenza agraria rappresentano, nella compagine consiliare, il commercio vinicolo, il commendator Giulio Straccali e il commendator Lorenzo Cappelli. Il primo, enotecnico, ha diretto le filiali toscane di alcune delle maggiori case vinicole nazionali, la Fassati e la Folonari; intrapresa, quindi, l'attività mercantile in nome proprio ne ha investito gli utili in un'azienda sui colli di Castellina, trasformandosi, così, anche in produttore e vinificatore. Cappelli è, nel Chianti, il simbolo dell'imprenditorialità borghese, alle sei del  mattino insediato allo "scrittoio", l'ufficio aziendale, per ricevere i coloni, con ciascuno dei quali risolve qualsiasi problema nei pochi minuti indispensabili, perché torni nei campi a lavorare: un atteggiamento in appariscente antitesi con l'uso dei fattori delle famiglie patrizie di fare attendere i mezzadri lunghe ore, così da dimostrare, con l'ampiezza del cappannello che attende udienza, la propria autorità sui sottoposti.

Autentici dioscuri del commercio enologico chiantigiano, Straccali e Cappelli possiedono doti degustatorie destinate ad assurgere a leggenda: entrambi incapaci di un dubbio, di fronte al campione privo di ogni contrassegno, a individuare, tra le cento e cento fattorie del Chianti, quella di cui quel flacone rappresenti il vino, resteranno proverbiali le dispute con cui giungono a stabilire, in cordiale polemica, tra i trenta  poderi dell'azienda identificata, quella dalle cui uve derivi il campione loro sottoposto. Lorenzo Cappelli lascerà il Consiglio, nel 1952, dopo la  vivace assemblea che vi accoglierà un rappresentante di spicco degli industriali che combattono, dalla fondazione, il Consorzio, ma vi rientrerà, fortunosamente, l'anno successivo, a occupare il posto lasciato vacante dal principe Giovanni Ginori Conti, uno degli arbitri della vita economica fiorentina, eletto consigliere nel 1950, che in tre anni ha constatato l'impossibilità di contemperare gli oneri di consigliere del sodalizio con i propri innumerabili impegni industriali e finanziari.

Si iscrive tra i grandi imprenditori che siedono al vertice del Consorzio, seppure distinguendosi dai dioscuri del commercio vinicolo, il commendator Ugo Pecchioli, uno dei più capaci operatori nazionali sul mercato del  tabacco, e titolare di un'industria meccanica che ha nelle apparecchiature enologiche e olearie il perno della propria attività. Come i mercanti fiorentini del passato, anche Pecchioli ha trasformato i redditi delle attività diverse in estese proprietà agricole: acquistato un antico, splendido borgo sui colli sovrastanti Greve, Montefioralle, ha moltiplicato, negli anni, i poderi nelle campagne circostanti. Sulle sue terre si è impegnato a applicare metodi evoluti, alla cui traduzione in efficienza aziendale si oppone, peraltro, la distanza che separa i diversi fondi, causa di considerevoli difficoltà di coordinamento. Vigoroso, autoritario, instancabile, resteranno famose le sue visite mattutine al frantoio che possiede a San Felice a Ema, fuori mura sulla strada del Chianti, dove nei mesi della molitura si reca a piedi, all'alba, dal palazzo di via Pico della Mirandola, percorrendo  chilometri col passo impavido dell'antico capitano degli alpini.

A completare la foto di gruppo del vertice consortile negli anni turbinosi del dopoguerra deve aggiungersi il ritratto di uno dei membri più assidui alle sedute consiliari, che non è possibile includere, peraltro, né nel novero dei proprietari patrizi né tra gli imprenditori borghesi, che deve essere menzionato, quindi, fuori da ogni classificazione: l'avvocato Giulio Chiti Batelli. Giovane legale all'alba della carriera, ha ricevuto la fortunata eredità di tre poderi a Panzano, tra i quali ha deciso di spendere il proprio tempo abbandonando aule e cancellerie, dove si reca saltuariamente, si bisbiglia a Panzano, al solo scopo di aggiornarsi sulle ultime facezie sul Regime e i suoi gerarchi. Dotato di indubbio acume giuridico, riveste per vent'anni le mansioni di segretario del Consiglio, assicurando, con la precisione e la minuzia dei suoi  verbali, una documentazione di valore inestimabile a chi voglia ripercorrere scontri, stesure e rotture di alleanze da cui è nata, tra doglie tanto crude, la legislazione nazionale sulle denominazioni enologiche.

Integrano, negli anni successivi, il vertice del Consorzio, il marchese Giovanni Guarini Grisaldi del Taja, eletto alla carica, in sostituzione di un consigliere scomparso, dall'assemblea del18 aprile 1947, il dottor Amos Becciolini, che del Consiglio è stato solerte segretario fino alle dimissioni che ha presentato nel 1942, riaccolto tra gli amministratori dall'assemblea del 29 marzo1951, che lo designa al posto che fino alla morte è stato riservato, col titolo di presidente onorario, a Gino Sarrocchi. Quando, nel      di  fronte alla difficoltà di sostituire il direttore dimissionario, il Consiglio ricercherà al proprio interno un membro cui attribuire le  funzioni di consigliere delegato, dinamico e libero da impegni pressanti, sarà Becciolini ad assumere l'incarico.

L'assemblea del 31 marzo1952 associa, poi, al vertice  del Consorzio il dottor Carlo Andrea Bertolli, titolare di uno dei maggiori gruppi industriali operanti nel settore oleicolo e in quello enologico, la cui presenza ha il duplice significato della ricerca, da parte dell'industria enologica, delle possibilità di compromesso con l'intransigenza chiantigiana, e della conquista di una testa di ponte nella cittadella assediata: due  valenze opposte ma non alternative. All'attività del Consiglio Bertolli presterà la partecipazione più intensa nei primi mesi dalla nomina: constatato, forse, che la sua presenza entro le mura chiantigiane non ammansisce l'intrattabile rigidità dei paladini del Gallo, diluirà, successivamente, la propria partecipazione, senza mancare di contribuire al dibattito sui temi capitali della vita dell'organismo.

Un significato peculiare rivestirà l'ingresso in Consiglio, sancito dall'assemblea del   , del  dottor Bettino Ricasoli, che dal consesso sarà accolto con l'ossequio dovuto al continuatore futuro del padre. Dotato di cultura e di lucidità, tanto incline al confronto e all'intesa quanto il genitore è tetragono e inflessibile, quando il radicalismo del padre avrà sospinto il Consorzio verso il più grave isolamento, del padre sarà il successore naturale, iniziando una presidenza che presupporrà, per lo stile nuovo, la diarchia con un direttore investito di poteri non meramente esecutivi.

Una presenza insigne iscriverà,  infine, nel novero dei consiglieri, l'assemblea del 18 marzo 1958,  quando, moltiplicandosi il numero dei protagonisti che lasciano, onerati dagli anni, il campo, avrà  inizio quel rinnovamento della compagine che muterà, negli anni successivi, il volto del Consiglio. Con due nomi altisonanti dell'antica nobiltà terriera, quelli del conte Girolamo Piccolomini e della contessa Maria Graziella Castelbarco Albani, entrerà nel direttivo del Consorzio Raffaele Mattioli, l'uomo che è simbolo della strategia finanziaria che sta guidando la ricostruzione industriale del Paese. Ligio ai doveri di amministratore, il presidente della Banca Commerciale porterà in Consiglio, in anni di nuove dure battaglie, la lungimiranza che gli varrà un posto di primo piano nella storia dell'economia italiana.

Tratteggiato il profilo dei dirigenti del Consorzio nei primi tre lustri del dopoguerra, gli anni roventi e turbinosi della Ricostruzione, le regole di composizione della foto di gruppo imporrebbero di delineare, alle loro spalle, la schiera dei comprimari e delle comparse: propone l'ennesima singolarità con cui è costretto a misurarsi chi ripercorra le vicende dell'organismo la constatazione che quegli uomini operano nella più soverchiante solitudine. Invece dello stuolo dei gregari, alle loro spalle si distende l'antico scenario dei colli terrazzati tra i quali stanno stabilendo il proprio dominio i rovi e le ginestre, abbandonati dai contadini, ceduti, per manciate di banconote, dagli eredi di casate che su quelle terre hanno fondato per secoli una vita di agio sfarzoso.

A difendere, col nome del vino di Chianti, il futuro di una regione che la metamorfosi del Paese pare condannare senza appello, quegli uomini non hanno gregari né alleati. L'appassionato consenso degli associati che, per difendere le ragioni chiantigiane, vanteranno nei ministeri e nelle anticamere parlamentari, sarà coraggiosa millantazione, di cui l'esiguità delle presenze alle assise assembleari fornirà la smentita categorica, che non sarà ignota ai loro interlocutori. Ma la determinazione con cui sosterranno, contro ogni evidenza avversa, la causa del gallo nero, produrrà un autentico prodigio. Se, nel crepuscolo, ormai, del secolo, una delle regioni più aspre della geografia nazionale conosce una prosperità che ne fa esempio di sviluppo agricolo ed economico, paradigma di felice equilibrio ambientale, alle radici di quella prosperità l'osservatore delle vicende storiche identifica l'intuizione di De Lucchi, di  Oliva, di Sarrocchi, riconosce il frutto della tenacia di chi in quell'intuizione ha creduto quando l'evidenza pareva  dimostrarne l'inconsistenza, e la schiera dei proprietari chiantigiani, dai maggiori ai minori,  preferiva disfarsi dei  patrimoni aviti che scommettere un solo podere, dei trenta dell'antica  fattoria, sulle possibilità di successo dei temerari cavalieri del Gallo.

 

 

 

 

 

 

 

VIII      La guerra dei convegni

 

Il disagio economico che aveva pervaso le regioni collinari e montane nel confronto mercantile interrotto dal primo conflitto mondiale dilaga nuovamente, incontenibile, alla conclusione del secondo scontro armato tra le nazioni industrializzate. Nell'interludio la politica agraria e quella sociale del Fascismo hanno ostacolato l'azione delle forze che, al trionfo della civiltà industriale, contraggono, inevitabilmente, il ruolo economico dell'agricoltura, ma proprio perché a lungo coartate, quando il nuovo quadro istituzionale ne sollecita le potenzialità, quelle forze sospingono in forma dirompente la trasformazione che non è stato loro consentito di produrre con maggiore gradualità.

Sono appena state riparate  le distruzioni più gravi della guerra che le aree svantaggiate registrano le scosse premonitrici di un processo che assumerà i caratteri dell'autentico terremoto: i prezzi dei prodotti fondamentali cedono dissolvendo i redditi già parchi dei coltivatori, che un imperativo pressante spinge a fuggire la miseria del podere riversandosi nei centri dove sorgono i primi opifici. Rispetto a crisi antiche, risolte dalla legge crudele della fame, il travaglio agrario della Ricostruzione offre l'approdo, prossimo o lontano, della fabbrica, che, insieme alla certezza del salario, promette l'emancipazione da soggezioni ancestrali a chi più ancora che col bisogno ha convissuto, impotente, con la subordinazione e la precarietà.

La pluralità dei fenomeni nuovi, la loro virulenza, il potere dirompente che rivela la loro interazione, accendono il dibattito più vivace tra le forze politiche protese a rifondare la convivenza nazionale secondo le ideologie contrapposte di cui hanno alzato gli stendardi. Nel crogiuolo del confronto civile, è impugnando, di nuovo, lancia e scudo a difesa dell'unico prodotto che pare poter assicurare un reddito alle loro aziende che i rappresentanti del sodalizio chiantigiano contribuiscono alla convocazione, a Siena, del primo convegno vitivinicolo nazionale. Terreno del confronto, la definizione dei principi ai quali ispirare la disciplina delle produzioni enologiche che il Parlamento repubblicano è chiamato a varare per riparare alla carenza di qualsiasi normativa seguita alla legge voluta da Rossoni nel '37.

Partecipano alle assise senesi, tra il 16 e il 19 agosto 1946, i docenti ed i tecnici più autorevoli della viticoltura e dell'enologia nazionale, tra i quali, a fianco del maestro, assume un ruolo di particolare rilievo il successore di Dalmasso alla direzione della Stazione sperimentale di Conegliano, Italo Cosmo, che al convegno svolge due significative relazioni sulla tutela dei vini pregiati.

L'idea chiave che le ispira, la necessità di affidare il disarticolato mondo vitivinicolo nazionale a organismi che sommino alla capacità di fornire ai viticoltori barbatelle e talee gli strumenti per erogare assistenza fitosanitaria, la potestà di stabilire le denominazioni riconosciute nella loro giurisdizione e l'autorità per eseguire i controlli sui vini che delle stesse vogliano fregiarsi. E' la proposta di enti onnicomprensivi e onnipotenti: per istituirli e attivarli il professor Cosmo suggerisce il ripristino della normativa varata nel '30, alla quale dovrebbero essere apportate le integrazioni necessarie per affidare ai consorzi che essa prevedeva le nuove, più ampie competenze. Accogliendo la proposta, il convegno si chiude approvando un ordine del giorno che invita il Parlamento ad affrontare la materia sancendo la creazione dei nuovi organismi. L'adesione ai futuri consorzi dovrebbe avere, si precisa, carattere volontario: i produttori che non aderissero sarebbero esclusi, però, dalla facoltà di attribuire ai propri vini le denominazioni tutelate.

Espressione delle ansie del mondo vitivinicolo per la fissazione delle regole che dovrebbero disciplinarne la  vita, abbandonata, dal varo della legge del '37, all'imperio del più forte, il congresso di Siena si prolunga in un secondo convegno, che si svolge a Roma all'inizio di dicembre. Riunito alla vigilia dell'incontro per valutare le relazioni che ha ricevuto in visione, il vertice del Consorzio reputa radicalmente avverso alle proprie istanze il testo stilato da Dalmasso, dal 1932  il grande avversario degli interessi chiantigiani, tanto da decidere di non partecipare ai lavori, affidando al proprio legale,  il professor Bisori, l'estensore, contro la relazione Dalmasso, del ricorso al Sovrano, il compito di contestare la fondatezza delle proposte del professore piemontese. A  Bisori si richiede, in particolare, di esorcizzare la possibilità che Dalmasso conduca il convegno ad auspicare, con una delibera formale, la creazione di consorzi posti sotto l'egida dello Stato, costituenti, perciò, organismi parastatali.

L'intervento dell'illustre giurista non varrà ad impedire alle assise romane di seguire la rotta prefissata dal professor Dalmasso, le cui proposte si traducono nel documento finale,  che il convegno indirizza al ministro dell'agricoltura, Antonio Segni. Considerandola espressione dei voti di tutti i viticoltori italiani  Segni farà della  proposta la base dell'opera del comitato ministeriale che incaricherà della predisposizione dell'atteso progetto di legge. Seguendo uno spartito che ha assunto carattere di canone inviolabile, decisi a liberarsi dall'ossessione delle frodi, i viticultori del Piemonte usano il proprio peso politico per pretendere la  disciplina delle denominazioni enologiche, e al loro impegno si associano quelli veneti delle aree  blasonate. Scendono in campo, quindi, per partecipare alla tenzone, quelli chiantigiani, che subordinano, tuttavia, la propria adesione all'attribuzione al loro comprensorio dell'uso esclusivo del suo nome geografico, un'istanza che innesca reazioni tali da portare al naufragio qualunque proposito ministeriale. Delle forze che si oppongono alla sanzione dell'indissolubilità tra denominazione e origine geografica assume il ruolo di portavoce l'avvocato Fenoglietto, il solerte professionista al servizio dell'Unione italiana vini, che, immancabile alle riunioni del comitato, ne assumerà le funzioni di  factotum, che espleterà per dirigerne i lavori all'insuccesso.

Se il primo anno che la Nazione ha trascorso nella pace, dalla cena di San Silvestro a quella successiva, si è concluso, per  il Consorzio, con  le incognite aperte dal documento approvato a Roma, i tre che lo seguono trascorrono all'insegna di una turbolenza che si traduce, con significativa frequenza, in rissosità. Rissosità, innanzitutto, sul fronte romano, sul quale il proconsole degli interessi industriali, l'ingegner Nino Folonari, si dimostra nemico capace di cento stratagemmi, di cui si avvale per costringere il Consorzio a una difesa che appare sempre più priva di sbocchi. Rissosità di confine, quindi, con i rivali schierati sotto le insegne del Putto, il cui nuovo capitano, il marchese      Frescobaldi, saggia la tenacia degli avversari con una scoppiettante successione di sortite offensive e di proposte di armistizio. Rissosità, infine, all'interno della compagine consortile:è sul fronte interno, infatti, che, assumendo, all'indomani dell'assemblea generale del 1947, la presidenza, Luigi Ricasoli deve affrontare alcune delle incombenze meno grate che possa imporre la carica. La prima è la trattativa con gli agenti consortili, che, capitanati da Fornaretto Vieri, non più pago del sussidio che il Consorzio versa periodicamente al suo giornaletto, accampano diritti che non sono mai stati contemplati da un contratto di agenzia. Cronista bilioso, Vieri si dimostra negoziatore temibile convincendo i colleghi a trattenere, fino alla definizione della vertenza, gli introiti della distribuzione dei contrassegni consortili, la prima delle entrate da cui dipende la vita del Consorzio. Quando il Consiglio gli  dimostra, con una circostanziata missiva,  l'illegittimità delle sue pretese, l'antica scolta del fascismo chiantigiano proclama l'intenzione di affidare i propri diritti alla Camera del lavoro, un annuncio che produce sui gentiluomini che siedono nel consesso un trauma di comprensibile violenza. Nell'agitata vicenda resta fedele all'onere di versare quanto riscuote in veste di agente uno solo dei legati consortili, per singolare circostanza onomastica il signor Malandrini di San Casciano.

Diffondendo incertezza, la vertenza con gli agenti  moltiplica gli atteggiamenti di indisciplina tra gli associati, che, perpetuando il clima di anarchia degli anni della guerra, dimostrano per le severe norme dello statuto un rispetto alquanto labile, costringendo il Consiglio a richiedere al direttore un defatigante impegno di controllo. Per favorirne gli spostamenti il consesso delibera di dotare il funzionario di un'auto: la scelta cade sulla 500 Fiat, la mitica Topolino, di cui si stabilisce l'acquisto di un esemplare d'occasione, prevedendo l'opzione per un'auto nuova ove non sia possibile reperirne una usata in grado di affrontare le ripide e sassose strade chiantigiane.

A completare l'elenco delle  tenzoni che il Consorzio deve sostenere nei primi anni della Ricostruzione non può mancare la menzione della causa che intenta al sodalizio il più grande industriale del vino della California,  l'italoamericano John Gallo, che incarica un combattivo studio legale di pretendere l'interdizione all'organismo italiano del nome con cui egli stesso vende i  propri vini. Il giudice interpellato non reperisce, tuttavia, il precedente necessario a proibire l'uso di un'insegna che simboleggiava il Chianti parecchi secoli  prima dell'istituzione, in America, di leggi scritte e di tribunali: paradossale nella sua pretestuosità, la disputa assicura al Consorzio un altro nemico, che, sconfitto una volta, riproporrà l'istanza dispiegando contro i vini chiantigiani la molteplicità delle risorse guerresche  di cui dispone, negli Stati Uniti, un industriale multimiliardario e legato a lobbies potenti.

Conseguenza dell'asprezza dello scontro sui fronti diversi, la turbolenza, se non la rissosità, si insedia anche tra le mura della sede fiorentina del Consorzio, dove le adunanze del Consiglio registrano una vivacità di contrapposizioni che il fiero e compatto consesso di gentiluomini non aveva, prima, mai conosciuto. Epicentro dello scontro, l'utilità di insistere sulla pretesa, per Ricasoli irrinunciabile, di vedere annullato il decreto che ha sancito la delimitazione topografica proposta da Dalmasso.

In astratti termini giuridici il decreto, emesso in forza di una legge invalidata, dovrebbe reputarsi decaduto, ma sulle possibilità di fare valere quella nullità il Consiglio è diviso tra una molteplicità di tesi discordi. V'è chi, tra i consiglieri, conta sull'antico ricorso al Sovrano, mai respinto quindi convertito in istanza al Presidente della Repubblica,  v'è chi reputa la disputa irreparabilmente pregiudicata dal mancato ricorso, nei termini di  legge, al Consiglio di Stato, v'è chi, più concretamente, considera cimento vano pretendere la revoca di una statuizione che l'industria viniera reputa, ormai, diritto acquisito. Chi reputa opera vana continuare la guerra di confine propone, coerentemente, di attestare le difese sull'attributo "classico", la concessione di Dalmasso che, combinata all'emblema del gallo, ha dimostrato, in tre lustri, di costituire una scriminante non priva di efficacia tra il Chianti dell'area originaria e i vini omonimi dei comprensori circostanti.

Quando, in una torpida giornata romana dell'agosto del '49, l'avvocato Fenoglietto dichiara agli ambasciatori chiantigiani intervenuti all'ennesimo incontro del comitato ministeriale, che gli industriali reputano diritto intangibile l'uso di una denominazione di cui vantano la dilatazione e il consolidamento all'estero, la  percezione dell'inutilità di combattere  per un baluardo perduto, e l'urgenza di concentrare le difese attorno all'attributo ancora indenne, inducono Giulio Straccali a presentare al Consiglio le proprie dimissioni: seppure le insistenze lo inducano,  poi, a ritirarle, la manifestazione di dissenso del maggior esperto del mercato dei vini toscani dimostra la  gravità dei problemi con cui deve misurarsi il vertice del Consorzio per aprirsi un varco tra i propri cento nemici.

E', palesemente,  il senso  opprimente dell'accerchiamento a sospingere, nel crepuscolo del '49, il direttivo del Consorzio a valutare le possibilità di alleanza con un'organizzazione naturalmente avversa ad un  manipolo di grandi proprietari: la Federterra, il sindacato comunista dei lavoratori dei campi cui aderiscono i mezzadri che fecondano con la zappa i colli sassosi del Chianti. Associando i contadini di un'area che soffre di gravi remore naturali, la sezione senese dell'organizzazione non ha mancato di percepire i primi segni del malessere che prepara il biblico esodo che si compirà negli anni successivi. Si è proposta di organizzare, quindi, un convegno "per la rinascita del Chianti". Combattuti tra il timore di aderire ad un'adunata che non mancherà di richiedere ai proprietari concessioni che essi non intendono neppure discutere, ma interessati alla possibilità di convertire la dimostrazione del disagio contadino nella prova che la mancata tutela del vino è causa per il Chianti di instabilità economica e sociale, i consiglieri del Consorzio dibattono lungamente sulle forme dell'eventuale partecipazione.

I contatti preliminari non producono, tuttavia, alcuna intesa: se nell'incombere della crisi non sono più in grado di governare l'economia chiantigiana gli antichi proprietari, patrizi o borghesi, non dispongono di idee più congrue per affrontare quella crisi l'organizzazione comunista, saldamente ancorata a dogmi ideologici da cui non è agevole ricavare le direttrici per la "rinascita economica" di un comprensorio montuoso schiacciato dallo sviluppo industriale. Constatando l'inconsistenza dei propositi dell'organizzazione con cui ha immaginato un'inverosimile alleanza, nella primavera del 1950 il Consiglio decide di procedere autonomamente alla convocazione di una conferenza che dimostri all'opinione pubblica e alle autorità romane la gravità delle condizioni in cui versa l'economia chiantigiana.

Mentre il progetto si confronta con l'inafferrabilità dei problemi di cui il convegno dovrebbe proporre la soluzione, alla ripresa autunnale dell'attività politica le informazioni romane provano che il lavoro del comitato ministeriale incaricato dell'elaborazione del progetto di legge si è arenato su secche inevadibili. Dopo avere abilmente temporeggiato, Fenoglietto ha scoperto le carte degli industriali vinieri dichiarando che essi si oppongono categoricamente alla creazione di consorzi che accentrino, come ha proposto Dalmasso, funzioni di indirizzo e di controllo, tanto produttivo quanto  mercantile: così concepiti i consorzi costituirebbero, ha proclamato, inaccettabili organismi monopolistici.

Non pago di avere scavato un fossato invalicabile attorno al progetto del Ministero dell'agricoltura, dove è presente attraverso la solerzia di Fenoglietto, l'irrefrenabile Folonari ha instillato in quello dell'industria il convincimento che la materia sarebbe di sua competenza, inducendolo a contestare la legittimità del disegno già elaborato e a preannunciare la stesura di un progetto alternativo. Inasprendosi il conflitto, vacillano anche i convincimenti degli esperti più autorevoli, al primo posto il professor Cosmo, titubanti tra le sollecitazioni contrapposte. Nonostante agguati e defezioni, Antonio Segni, che tra i rimpasti conserva il dicastero, e che si è proposto di iscrivere la disciplina delle denominazioni vinicole tra le proprie benemerenze alla guida dell'agricoltura nazionale, proclama, con sarda pervicacia, che presenterà, comunque, alle Camere il progetto nato dal lavoro del comitato. La presentazione dovrebbe scavalcare la barriera frapposta dal Ministero dell'industria, e, depositato il progetto, non è difficile prevedere con quali resistenze esso dovrebbe misurarsi per superare il vaglio delle due Camere.

Quando, provando la propria tempra, Segni riesce a fare compiere al testo i primi passi a Montecitorio, l'eventualità di approvazione della normativa cui si è dichiarato ostile allarma il Consiglio, che vede l'accerchiamento farsi sempre più irreparabile, e che per rompere l'isolamento decide di tentare l'ennesima trattativa con il vertice del Putto. Come in cento saggi precedenti, il negoziato viene  intrapreso senza alcun proposito di transigere sugli elementi capitali della contesa,  e trovando nella controparte, il marchese Frescobaldi, un interlocutore pronto a discutere ogni ipotesi di intesa, ma altrettanto pronto a rigettarla appena le difficoltà dell'avversario lascino intravvedere la possibilità di imporgli condizioni più vantaggiose.

Approvato dalla Camera nonostante l'opposizione dell'Ufficio legale del Ministero dell'industria, il progetto di legge giunge al Senato scortato dal successore di Segni, Amintore Fanfani. Dotato di tenacia non minore del compagno di partito, Fanfani rappresenta ai  vertici della politica la Toscana, i suoi interessi e le sue istanze: non può che reputare intollerabile, perciò, che una contesa tra viticoltori toscani impedisca la conclusione dell'iter parlamentare che il predecessore ha saputo iniziare travalicando cento ostacoli. Minacciando l'approvazione di una legge avversa costringe, così, i rappresentanti dei comprensori cui il decreto del  '32 ha esteso la denominazione Chianti a una frenetica attività concistoriale.

Come nel '33  il negoziato si svolge a Siena, dove assume il ruolo di mediatore, allora espletato da Marescalchi, il conte Girolamo Piccolomini, presidente della Federazione toscana delle unioni degli agricoltori,  la branca regionale della Confagricoltura. Condotta sotto il vigile controllo del ministro nel suo collegio elettorale, la trattativa procede superando tutte le resistenze. Riunitosi a Firenze, il 16 novembre 1951, per ascoltare la relazione della propria delegazione,  il Consiglio del gallo nero registra la disfatta campale delle proprie ragioni: oltre a conservare la prerogativa, elargita loro da Dalmasso, di usare il nome  Chianti, gli avversari hanno ottenuto che i sette comprensori autorizzati all'uso della denominazione siano riuniti in un unico consorzio, nel cui alveo all'area originaria saranno concesse le uniche distinzioni dell'attributo "classico" e dell'uso esclusivo del marchio del gallo, due concessioni che il barone Ricasoli ha sempre dichiarato assolutamente insufficienti  alla difesa del vino del Chianti originario.

Operando una sortita tanto temeraria quanto efficace, nei giorni successivi il Consorzio del putto approfitta del disorientamento dell'avversario per rifiutare la ratifica dell'ipotesi sottoscritta a Siena, che subordina a concessioni ulteriori. Angosciati dall'accerchiamento, gli amministratori del Consorzio rinunciano ad un altro dei baluardi estremi della loro difesa: la regola dell'applicazione su fiaschi e bottiglie di un solo marchio, perciò di emblemi  alternativi. Concordano, così, che il marchio che contrassegnerà le confezioni di tutti i vini Chianti sia quello del consorzio unico, accettando che il proprio sigillo sia disposto, sui recipienti, in posizione subordinata. La resa accettata non sarà sancita dalla legge, di cui arrestano il corso, in Senato, l'opposizione del Ministero dell'industria, che la perseguita dal concepimento, e quella dei parlamentari che rappresentano la viticoltura del Mezzogiorno, ai quali gli emissari di Folonari hanno illustrato le conseguenze inevitabili del divieto di convertire i vini dei loro elettori in Chianti, Bardolino e Valpolicella. Proibite le manipolazioni, i vini da taglio diverrebbero vini senza acquirenti: un'eventualità che tra  Squinzano e Barletta, tra Alcamo e Calatafimi si tradurrebbe in catastrofe economica e sociale. Opposizione degli industriali del  vino contro ogni rigore delle denominazioni e belligeranza dei viticoltori meridionali contro qualunque impedimenti all'impiego dei vini da taglio non sono, palesemente, che le due facce della stessa moneta, che è la moneta corrente sul mercato italiano del vino all'alba degli anni '50, un mercato che solo l'industria è in grado di rifornire di prodotti dalle caratteristiche costanti, che definisce, a piacere, Chianti, Bardolino o Barbera, e che il consumatore preferisce ai vini offerti dai viticoltori delle aree originarie, disomogenei, incostanti e non infrequentemente difettosi.

L'alleanza tra l'industria enologica e l'agricoltura del Mezzogiorno si rivela in grado di piegare l'intransigenza del più irrefrenabile dei ministri della Repubblica: Amintore Fanfani dirige verso il Viminale la propria corazzata con i segni, sulle murate, delle cannonate ricevute nella guerra del vino. Per due anni il progetto di legge che ha lasciato in Senato languirà nelle mani del relatore, Rocco, i cui tentativi di promuovere nuovi incontri e negoziazioni risulteranno immancabilmente  vani conati.

Ma se la guerra del vino ha imposto il primo scacco a un uomo ancora immune da sconfitte, destinato a raccoglierne una messe copiosa, ma su campi di battaglia alquanto più gloriosi, l'espugnazione, che è parsa inevitabile, della cittadella chiantigiana, ha scosso la costanza del capitano che ne comanda, con pugno di ferro, la difesa, Luigi Ricasoli, che il 17 aprile 1953 presenta al Consiglio le dimissioni rifiutando di fornire qualunque motivazione. Recede dal proposito, peraltro, di fronte all'insistenza di chi rileva che il suo ritiro dimostrerebbe agli avversari, nel momento del supremo pericolo, la debolezza del Consorzio: la scelta non è che un rinvio a termine prossimo.

Aggravandosi, inesorabilmente, gli squilibri dell'economia chiantigiana, il Consiglio rinnova l'impegno per organizzare il convegno che dovrebbe denunciare all'opinione pubblica l'agonia di una delle aree più smaglianti del Paese. Deciso a dare corpo, dopo tanti rinvii, al proposito, è incapace di risolvere, tuttavia, l'antinomia tra il desiderio che alle assise partecipino, per moltiplicare la risonanza del malessere, i rappresentanti del sindacato dei mezzadri, e la pretesa che al convegno essi non avanzino alcuna richiesta sindacale. L'atteso consesso si riunisce, finalmente, a Radda, il 20 giugno 1954, senza che l'angoscioso dilemma sia stato risolto: il risultato di tanto impegno è, così, un incontro senza storia, che nessun allarme riesce a propagare, in adempimento dei voti della vigilia, per la morte che incombe sull'economia del Chianti.

La partita a scacchi per la definizione di un progetto di legge che soddisfi  istanze e pretese di tutti i giocatori prosegue, secondo lo spartito obbligato, negli anni successivi: l'impegno a ritentare l'impresa fallita a Fanfani conduce a sconfitte cocenti, sullo scacchiere vinario, due degli uomini di maggiore levatura che si succedono, nella storia della Repubblica, al ministero di via Venti settembre. Nel 1954 Giuseppe Medici tenta di sciogliere con l'accortezza il nodo con cui il predecessore ha usato invano la spada: all'indomani dell'insediamento riceve la delegazione inviata a Roma dal Consorzio per propagarvi il grido di dolore che si èlevato al convegno di Radda, ma dichiara che, giacendo al Senato il progetto di legge voluto da Segni, la materia è estranea, ormai, alle sue possibilità di intervento.

Libero da impegni potrà saggiare, così, la disponibilità delle Camere a modificare il testo stralciando il problema della provenienza dei vini usati mescolanze da quello dell'origine dei vini tipici. Verificata l'indisponibilità della commissione senatoriale a rimaneggiare il testo giacente, che nella veste originaria è palese non potrà mai superare gli ostacoli che ha incontrato, si impegna nel1955, alla stesura di un  nuovo disegno, che non avrà il tempo di predisporre, rimettendo l'incombenza, così, al successore.

Mentre prosegue, ossessivamente inconcludente, il confronto romano tra Ministero, Parlamento, industriali e rappresentanze viticole, si perpetua, altrettanto monotono nella rissosità di campanile, il negoziato tra i cinque consorzi che rappresentano le sette zone  produttrici di Chianti delimitate da Dalmasso. I resoconti delle riunioni consiliari dell'avvocato Chiti Batelli forniscono dell'interminabile contrattazione la cronaca più minuziosa, riferendo, ad ogni seduta, di un nuovo incontro con i rappresentanti del Putto, o con quelli di uno, due, tre consorzi minori, dei quali si ricerca l'alleanza contro il nemico capitale, che usa anch'esso i consorzi di rango inferiore come pedine da sacrificare all'obiettivo preminente della sua strategia: infrangere i confini del comprensorio del Gallo. Negli innumerabili incontri effettuati per parlamentare, cento volte si confermano le clausole sottoscritte a Siena nel novembre del 1951, cento volte se ne proclama la decadenza per il verificarsi di circostanze  nuove, di cui ambedue le parti sono pronte a dichiarare l'intervento appena si profili, sull'orizzonte più remoto, un ipotetico vantaggio negoziale. All'uscita di Medici dal palazzo romano di via Venti settembre ravviva le speranze chiantigiane l'insediamento, al timone dell'agricoltura italiana, di Emilio Colombo, il quale riceve con cordialità la delegazione che dalla prima visita a Luigi Luzzatti il Consorzio invia a ossequiare ogni nuovo responsabile del dicastero. Rincuorando i cavalieri del Gallo provati da tanti cimenti, le parole rassicuranti di Colombo animano una nuova stagione di combattività del Consorzio contro i nemici che lo assediano. Anche le speranze nate dall'ultimo incontro romano sono destinate a rivelarsi, però, vane illusioni: di fronte alla tenacia delle resistenze che si oppongono all'accoglimento delle istanze chiantigiane, temporeggiatore ineguagliato, il ministro potentino continuerà a proclamare il proposito di vedere il  varo della legge sospirata,  ma affiderà al tempo il compito di rimetterne l'onere a chi siederà dopo di lui sull'incomodo scranno.

Il 1955 ha chiuso, intanto,il primo decennio degli sforzi  per ricomporre l'ordito scomposto dell'economia italiana, e l'esito di quegli sforzi è una trasformazione senza precedenti non solo dell'economia, ma della società nazionale. Il procedere di quella trasformazione ha convertito i primi segni di disagio delle aree montane e collinari, tra di esse quella chiantigiana, in travolgente crollo produttivo, mercantile, civile. Nel 1956 il progetto del grande convegno che dovrebbe  denunciare il dramma del Chianti, l'obiettivo mancato nel 1954, diventa autentica ossessione del Consiglio, che si impone come meta irrinunciabile la sua celebrazione nell'anno successivo. Precederà il Consorzio, peraltro, indicendo un convegno identico, l'Accademia dei georgofili, che predisponendone il programma, decide di affidare la relazione chiave a un avversario antico dell'oltranzismo chiantigiano, il professor Dalmasso.

Costretto a partecipare in imbarazzante posizione di difesa al congresso dei Georgofili, il vertice del Consorzio convocherà, in fulminea successione temporale, un convegno di schietta marca chiantigiana. Nel quadro desolato di una crisi che avrà assunto, ormai, i caratteri della catastrofe, il 1957 registrerà così, la celebrazione di due assise contrapposte per stabilire la diagnosi, tentare la prognosi e immaginare una terapia per arrestare la dissoluzione del tessuto agrario che minaccia di trasformare le campagne tra Firenze e Siena nel regno della pastorizia semibrada.

 

 

 

 

 

 

 

 

IX       Nell'Italia che muta volto si sgretola l'edificio della mezzadria

 

Se il travaglio che insidia l'equilibrio economico delle aziende chiantigiane ha origine dal divario tra i costi che richiede la produzione delle stesse derrate in un'area collinare, arida e pietrosa, e nelle regioni, italiane e straniere, che concorrono all'approvvigionamento dei medesimi mercati, la ricerca delle ragioni che dall'alba degli anni '50 trasformano, nel Chianti, una crisi mercantile nel terremoto che disarticola l'economia e la vita sociale impone la considerazione di tre ordini di elementi. Il primo demografico, il secondo economico e civile, il terzo agronomico, si compendiano come i fattori di un teorema che, al mancare di una delle condizioni di cui postula la sussistenza, determina il dissolversi della costruzione realizzata in ossequio alla sua legge.

Quel teorema può essere formulato asserendo che l'entità della popolazione, l'elemento demografico, di una regione la cui unica risorsa consista nell'agricoltura, è legata da vincoli univoci al sistema giuridico di sfruttamento della terra, l'elemento civile, e alle  pratiche di coltivazione e di allevamento, l'elemento agronomico. La storia offre a chi consideri la fisionomia delle società umane una gamma pressoché illimitata di gruppi sociali viventi esclusivamente dei prodotti della terra: il loro catalogo si avvicina con tanto maggiore approssimazione al novero delle popolazioni organizzate quanto più l'orizzonte temporale cui si fissi l'attenzione sia vicino all'alba della civiltà, si riduce a frazione progressivamente minore del contesto delle nazioni avvicinando l'obiettivo al trionfo della civiltà industriale di cui siamo testimoni nel crepuscolo del ventesimo secolo.

A metà dello stesso secolo, negli anni turbinosi della Ricostruzione, la geografia economica del Paese mostra ancor una molteplicità di aree dai caratteri tipicamente rurali. La dipendenza della vita economica e civile dalle coltivazioni e dagli allevamenti è la caratteristica essenziale di una pluralità di regioni del Meridione, di un ampio novero di province del Centro, di un numero ingente di comprensori del Settentrione. Tanto al Centro quanto al Nord, una regola alquanto rigida stabilisce, però, che le zone a economia esclusivamente agraria corrispondano a  territori di montagna, a plaghe di recente bonifica, a comprensori marginali rispetto ai centri manifatturieri e mercantili: anche in un paese che percorre con significativo ritardo le tappe culminanti dell'industrializzazione, la persistenza  di aree  essenzialmente rurali alla periferia dei centri metropolitani costituisce, cioè, un'eccezione. Presenta, quindi, caratteri eccezionali, proponendosi come caso anomalo nella  geografia toscana, il Chianti, un territorio di collina interposto tra due delle  città di maggiore rilievo nella carta economica dell'Italia centrale, che pure presenta un’economia fondata esclusivamente sull’agricoltura.

Dell'eccezionalità della fisionomia economica del Chianti forniscono la spiegazione le vicende del comprensorio, per tre secoli campo dello scontro senza quartiere tra Firenze e Siena, nel tardo Medioevo due delle capitali dell'economia europea, centri di irradiazione, nelle campagne circostanti, di impulsi vigorosi all'intensificazione delle colture e alla moltiplicazione degli insediamenti, che nella regione che contendono sono condotte, invece, dalla logica della guerra, a protrarre i moduli caratteristici della società feudale. In una terra semispopolata dalle reciproche razzie, teatro della lotta quotidiana per il possesso di un castello o di una torre di vedetta, è inevitabile, infatti, che la repubblica cittadina perpetui le forme di controllo della vita civile e della condotta guerresca tipiche dei secoli bui dell'alto medioevo. Lo scontro tra due dei centri in cui germogliano più precocemente la democrazia urbana, quindi la signoria rinascimentale, determina nell'area che le separa il protrarsi di forme di vita ancorate al modello feudale.

Concluso il grande scontro, Firenze stabilisce la propria piena potestà sulla regione quando si sta spegnendo, in corrispondenza al consolidamento del dominio mediceo, la vitalità che ne ha fatto polo ineguagliato, in Europa, di creatività civile, economica, artistica, da centro fervente di manifatture e commerci trasformandosi nella città sonnolenta in cui consuma la propria ricchezza un'aristocrazia terriera la cui unica preoccupazione è la sicurezza dei patrimoni e delle rendite che ne può ricavare senza affrontare alee rischiose. In primo luogo, quindi, rendite fondiarie, e tra le forme di sfruttamento della terra il sistema agrario in cui quell'aristocrazia identifica lo strumento ideale per perseguire la propria meta reddituaria è la fattoria mezzadrile, una proprietà divisa in poderi ciascuno dei quali è affidato a un colono, che lo lavora sotto il controllo dell'agente del proprietario, il fattore.

Nonostante presenti le apparenze di complessa costruzione imprenditoriale, l'operatività della fattoria si riduce alla sorveglianza del lavoro dei mezzadri, ai quali i patti sobbarcano tutti i rischi delle colture che effettuano, obbligati a consegnare metà della  produzione che ottengono qualunque costo essa abbia imposto. Quanto ritrae è, così, per il proprietario, praticamente esente da spese. Un osservatore acuto del sistema ha rilevato che, per le prestazioni essenziali che offre, l'apparato della fattoria costituisce un'impresa di servizi, che per il potere che esercita su chi fruisce di quei servizi detiene il potere di pretendere, in cambio dei propri servizi, l'intero reddito delle imprese che assiste.

Struttura di controllo le cui incombenze non divengono più gravose, in misura proporzionale e diretta, crescendo il numero delle unità poderali, il modello realizza un'efficienza tanto maggiore quanto più grandi siano le dimensioni dell'azienda: più ampia la fattoria, più alto sarà il numero dei coloni il frutto delle cui fatiche confluirà nei granai e nelle cantine centrali. La moltiplicazione delle rendite non richiede quella correlativa dell'apparato padronale: un fattore e due coadiuvanti sono in grado di controllare, nella proprietà più estesa, trenta poderi, la cui suddivisione in un numero maggiore di corpi imporrebbe di collocare almeno un agente presso ogni nucleo. Operata la scelta del proprio fiduciario, il proprietario della grande fattoria può attendere che questi glie ne recapiti i proventi nel palazzo urbano, evitando le  cento preoccupazioni che imporrebbe la gestione di un numero eguale di poderi riuniti in unità minori separate.

Alla propensione intrinseca della fattoria ad acquisire le dimensioni più ampie oppone un ostacolo invalicabile il frazionamento delle aree in cui il travaso dei capitali urbani ha moltiplicato i poderi e intensificato le colture: non conoscono la grande fattoria, così, la Valdinievole e la bassa Valdelsa, l'alto e il basso Valdarno. Terra sulla quale la decadenza seicentesca succede, senza intervallo, all'alto Medioevo, nonostante la vicinanza di Firenze e di Siena il Chianti conosce fattorie altrettanto ampie dei latifondi che si dilatano nelle aree malsane ai margini della regione: le maremme senesi e grossetane. La prossimità alla capitale del Granducato consentirà, peraltro, nel Chianti, nell'età della crescita demografica, un'intensificazione colturale impensabile dove sussistano proprietà altrettanto estese:  vastità e intensività saranno il binomio peculiare e irripetibile della mezzadria chiantigiana.

Attraverso la chiave di interpretazione fornita dalla storia è agevole spiegare l'evoluzione del popolamento del Chianti come fenomeno correlato alle vicende delle fattorie che ne ripartiscono il territorio. Lo studio più completo della popolazione del comprensorio è stato eseguito da Romolo Camaiti, che dalla creazione del Granducato ne ha scandito la storia in due grandi periodi: la stasi secolare che dalla metà del '500 si protrae fino all'alba dell'800, la fase successiva di incremento che, pure tra accelerazioni e rallentamenti, e con ampie diversificazioni locali, si protrae fino al 1964, il limite temporale dello studio di Camaiti. Siccome, peraltro, l'orizzonte geografico abbracciato dall'indagine comprende i capoluoghi di tutti i comuni di cui la delimitazione tradizionale del Chianti includa un piccolo lembo, la scansione operata dallo studioso senese risulta del tutto incongrua sia per il comprensorio nella sua identità primitiva, seppure non inequivocabilmente definibile, sia per l'area definita Chianti originario a fini di denominazione vitivinicola.

Determina l'incongruenza del disegno di Camaiti con le vicende demografiche delle colline chiantigiane l'inclusione nel comprensorio di Poggibonsi, un comune che dal 1950 conosce un intenso processo di industrializzazione, tale da farne il polo di attrazione di una quota ingente delle famiglie mezzadrili che fuggono dal cuore rurale del Chianti.  Operando come fattore di compensazione di processi opposti, Poggibonsi realizza la sutura fittizia di due vicende demografiche contrapposte: lo spopolamento di un comprensorio rurale, la crescita demografica di un centro manifatturiero.

Escludendo, invece, quel centro dal computo, si restituisce al territorio la sua  uniformità, ripristinandone la peculiare condizione di ruralità: l'analisi delle vicende demografiche del Chianti propone, allora, la storia di una popolazione che vive dell'esclusivo sfruttamento agricolo della  propria terra. I caratteri emblematici di quella storia appaiono con significativa evidenza dalle tabelle in cui lo stesso Camaiti ordina le serie storiche dei dati dei singoli comuni, tra i quali quelli costituenti il nucleo montuoso del comprensorio rivelano una successione di fenomeni assolutamente peculiare. Siccome, peraltro, lo studio di Camaiti si arresta sulla soglia del 1964, una data che segna un rallentamento del grande esodo, ancora lontano dal compimento, che imporrà una complessa serie di riaggiustamenti, per completare lo schematico disegno che prende forma dall'indagine può farsi ricorso all'accurata analisi delle vicende demografiche di Radda condotta, sotto la guida di Reginaldo Cianferoni, nel 1987, da Roberta Milani.

Per ripercorrere le vicende demografiche chiantigiane Radda propone, si può rilevare, un termine paradigmatico, presentando il suo territorio caratteri intermedi tra quelli di Greve, più intensamente coltivato,  e quelli di Gaiole e Castellina, più scoscesi e boschivi. Riassumendone la storia nelle tappe salienti si rileva che la sua popolazione, che nel 1551, l'anno della capitazione generale fiorentina, contava 1.950 unità, si conserva sostanzialmente stabile  fino al 1745, quando ne conta 2.298: l'incremento di 300 anime in due secoli è mutamento palesemente modesto. Inizia allora l'ascesa che conduce la comunità chiantigiana a contare 2.867 abitanti nel 1861, e, accelerandosi la crescita, 3.167 un decennio più  tardi. Si registra,  quindi, una serie di modeste fluttuazioni, nel cui corso la consistenza demografica del borgo tocca il proprio apice nel 1911, quando  il censimento della popolazione vi registra 3.424 anime. Ha inizio, nel decennio successivo, un impercettibile moto di contrazione, tanto modesto che in quarant'anni gli abitanti del comune senese non scendono al di sotto dei 3.000, la barriera che varcano all'alba degli anni '50: il censimento del 1951 registra a Radda, infatti, 2.932 abitanti. Alla vigilia del grande esodo la popolazione del borgo collinare è scesa sotto la soglia delle 3.000 persone di meno di settanta unità, e conta mille anime più che all'inizio della crescita settecentesca. E' da quel dato  che le rilevazioni eseguite dalla dottoressa Milani sui registri comunali rivelano un fenomeno che vanta tutti i titoli per essere classificato quale autentico cataclisma sociale.

I 2.932 abitanti censiti a Radda nel 1951 si riducono a 1.702 nel 1964, l'anno che segna la  conclusione della fase  tumultuosa della fuga dai colli chiantigiani, scendono a 1.593 nel 1986, quando, arrestatasi la grande marea, esauriscono la propria forza anche le onde minori di assestamento. Se l'emorragia che si verifica nel primo arco di anni appare ingente, la differenza algebrica dei dati cela un fenomeno ancora più travolgente: in tre lustri hanno lasciato i colli del paese chiantigiano 3.039 abitanti. A evitare che quei colli si trasformassero in deserto è stato l'arrivo di 1.621 immigrati, in prevalenza contadini di aree altrettanto povere, illusi dalle dimensioni dei poderi chiantigiani, sperimentata la cui povertà da immigranti si convertono in nuovi emigranti.

Anche la lieve contrazione che si registra nel secondo periodo è il risultato algebrico di tre fenomeni contrastanti: la  fase finale dell'esodo, che sottrae a  Radda 1.095 abitanti, una considerevole immigrazione, di matrice radicalmente diversa da quella precedente, cittadina e professionale, che apporta 1.136 nuovi residenti, e una storica inversione del tasso di crescita naturale. Il risultato dei processi che si sono sommati nel cataclisma è la sostituzione a una  collettività contadina, giovanile e prolifica, di una popolazione di matrice urbana, di età media elevata, poco incline al matrimonio e ostile alla procreazione, tanto che la sua  entità continua a diminuire nonostante siano più numerosi gli insediamenti, ormai, delle partenze.

La corrispondenza dei dati di Radda al quadro chiantigiano può essere accertata menzionando l'entità del tracollo demografico a Gaiole, dove, come appare dalle tabelle di Camaiti, tra il 1951 e il 1964 la  popolazione si contrae da 5.437 unità a 3.557, e a Greve, dove una popolazione di 13.233 residenti si riduce, negli stessi tre lustri, a 10.816: l'entità minore della caduta di Greve si spiega con la maggiore prossimità a Firenze, una prossimità che consente a chi abbandona la terra di intraprendere un'attività nel capoluogo affrontando l'incomodo del pendolarismo anziché quello del trasferimento.

Il comporsi, nella metamorfosi demografica dei comuni chiantigiani, di due flussi tanto ingenti, quello delle partenze e quello dei nuovi insediamenti, prova di un rimescolamento imponente di famiglie, è il sintomo più appariscente dell'agonia del sistema che governava la vita sociale sui colli del comprensorio, il sistema della mezzadria, il secondo elemento del teorema sulle cui fondamenta ci siamo proposti di analizzare il trauma che sconvolge, negli anni '50, l'economia e la società del Chianti.

Pochi istituti giuridici hanno alimentato un dibattito altrettanto acceso del contratto colonico, sulla cui natura e sulle cui mutazioni nel tempo si sono scontrati storici, giuristi ed economisti. Tra i termini del contendere, i rapporti di discendenza del patto mezzadrile dalla colonìa romana, la matrice signorile o borghese dei primi esempi conosciuti, i rapporti tra la diffusione del contratto e l'emanazione dei decreti di liberazione dei servi della gleba. Qualsiasi siano stati, peraltro, quei rapporti, un acuto storico toscano, Enrico Poggi ha sottolineato che assai più che intenti libertari, a sospingere le assemblee cittadine a sopprimere il servaggio è stato il proposito di rescindere la soggezione ai signori feudali degli uomini del contado: conseguito l'obiettivo politico le stesse assemblee si dimostreranno pronte a risarcire sul piano economico il pregiudizio arrecato alla casta baronale, sancendo una formula contrattuale che vincola i servi affrancati ad una nuova sottomissione, non più giuridica ma economica.

Prova quanto quel patto sia vantaggioso per il proprietario terriero, argomenta Poggi, la sua adozione da parte di mercanti e professionisti borghesi, due ceti adusi a misurare la funzionalità dei propri investimenti, protesi a immobilizzare in forma sicura i redditi ricavati dai più aleatori negozi mobiliari: addossando ai coloni tutti i costi ed i rischi, la conduzione mezzadrile di una proprietà agraria assicura la conservazione del patrimonio e la percezione di una rendita evitando di esporre ad alee un capitale circolante proporzionato alle produzioni annuali. Se, peraltro, piccoli mercanti e professionisti effettuano i propri investimenti terrieri nelle aree più popolose a coltura intensiva, dove un corpo di cinque poderi costituisce già proprietà cospicua, le casate della nobiltà feudale che hanno conservato gli antichi domini e le famiglie dei mercanti che acquistano da un patrizio decaduto titoli e latifondi, di quei latifondi operano la conversione produttiva con la suddivisione in poderi  mezzadrili. Il podere affidato alla famiglia colonica diviene il mattone dell'edificio della fattoria.

Per le vicende di cui è stato teatro, al consolidamento del dominio fiorentino il Chianti è terra di vaste proprietà che si dilatano tra boschi e pascoli: imposta la pace alla regione, Firenze trasforma quella terra in scacchiera di grandi fattorie, che nel comprensorio affondano le radici tanto in profondità da modellarne secondo le proprie leggi l'economia ed i rapporti sociali. L'ordito civile che ne deriva rivelerà tanta solidità da protrarre la propria esistenza, attraverso quasi tre secoli, fino al ciclone che lo sgretolerà, repentinamente, a metà del Novecento.

            Rivelano le dimensioni dell'ordito fondiario chiantigiano i dati con cui Carlo Pazzagli ha contribuito ad una sintesi della storia del comprensorio curata da Italo Moretti: nel 1832 nell'alto Chianti, Radda,  Castellina e Gaiole, 102  proprietari detengono 22.846 ettari, il 76 per cento della superficie totale; nell'area inferiore, corrispondente ai comuni di  Greve e di San Casciano, 80 proprietari ne sommano 10.090, il 61 per cento del territorio.

Centodue proprietari non significa, si deve sottolineare, centodue fattorie, siccome le casate patrizie non possiedono un solo, ma due o tre grandi  complessi, e i proprietari minori spesso contano poderi separati, ma all'epoca del rilievo 300 ettari, equivalenti a dieci poderi e a un grande bosco padronale, possono reputarsi la dimensione media della fattoria chiantigiana. E tra i proprietari minori, escludendo i coltivatori che possiedono il fazzoletto di terra da cui ricavano il sostentamento della famiglia, sono rare le aziende inferiori a 20-30 ettari, l'equivalente di due, tre poderi. La situazione che emerge dall'esame del catasto nel 1832 può reputarsi, tralasciando laboriose comparazioni analitiche, sostanzialmente immutata all'alba degli anni '50, alla vigilia del clamoroso crollo che travolgerà, con l'edificio della mezzadria, la società rurale chiantigiana.

Procedendo, per verificare la vigenza del teorema che abbiamo enunciato, a misurare la corrispondenza delle tappe della storia demografica del Chianti alle vicende parallele del sistema mezzadrile, è agevole constatare che nei secoli della stagnazione le fattorie chiantigiane sono suddivise in vasti poderi in gran parte coperti di boschi, nei quali i mezzadri, o pastori di fattoria, mantengono consistenti mandrie di maiali e di pecore. All'inizio dell'età dell'espansione demografica il numero dei poderi si moltiplica mentre  se ne riducono, correlativamente, le dimensioni, i boschi si contraggono, si estendono i seminativi: i proprietari utilizzano, cioè, la pressione demografica che pervade la società italiana tra il '700 e l'800 per offrire alle famiglie contadine alla ricerca di un podere appezzamenti sempre più piccoli, dove l'ottenimento delle medesime produzioni imporrà un lavoro sempre più intenso.

Se il restringimento delle dimensioni poderali, e l'intensificazione dello sfruttamento del suolo che gli è correlato, sono fenomeni speculari dell'incremento demografico, entrambi i processi sono collegati da vincoli inscindibili al sistema di coltura, l'insieme, cioè, delle pratiche di coltivazione e di allevamento: il terzo dei fattori le cui interazioni dobbiamo valutare secondo il teorema cui abbiamo ispirato l'analisi delle vicende del Chianti. Verificando la cogenza di quelle interazioni constatiamo che il sistema colturale che domina tra i colli del comprensorio è corollario coerente di un'economia fondata sull'esaltazione degli investimenti fissi,  l'esiguità di quelli mobili, l'illimitata disponibilità di manodopera: il sistema della consociazione, la combinazione, cioè, sui medesimi appezzamenti, di colture arboree e di colture erbacee.

Proprio perché intrinsecamente connessa all'elevata disponibilità di manodopera, la consociazione è complemento naturale della mezzadria in tutte le regioni in cui essa ha affondato, nei secoli, le proprie radici: in poche aree della geografia agraria nazionale l'equilibrio tra l'albero e il solco è stato dominato, tuttavia, dal primo elemento con maggiore prepotenza che nel Chianti. Terra declive e pietrosa, tormentata, d'estate, da un'impietosa aridità, il comprensorio presenta una specifica vocazione per le colture arboree, in specie la vite e l'olivo. In un quadro economico in cui la specializzazione tra regioni a diversa propensione è impedita dalle difficoltà dei trasporti, il mezzadro non rinuncerebbe per nessuna ragione, però, alla coltura del frumento e del mais, le basi della sussistenza che è la sola ragione delle sue fatiche,  né il proprietario ignora il valore della massa di cereali che si accumula sommando i poveri contributi di dieci, venti poderi.

Seppure fornisca prodotti preziosi, il seminato non può nascondere, tuttavia, nelle condizioni della collina interna, l'inferiorità rispetto all'alberata: ne offre la prova l'inconsistenza dell'allevamento, tale da costringere i contadini, tenuti a provvedersi di animali da lavoro, al pellegrinaggio annuale alle fiere della Val di Chiana per acquistare, a  Foiano o a Lucignano, il bue che debbano sostituire. Quando anche sul podere nasca qualche vitello, la povertà delle risorse foraggere impedisce, infatti, di ricavarne un animale in grado di affrontare il duro lavoro dell'aratro sui declivi pietrosi.

Elementi di un trinomio indissolubile, popolamento, rapporti contrattuali e sistema di coltura partecipano ad un unico crollo, che investe grandi fattorie, medie e piccole proprietà, tra i cui titolari nessuno individua senza dubbi tormentosi la strada su cui tentare di preservare il patrimonio dalla rovina. Negli anni del grande crollo non v'è, infatti, maestro di economia in grado di spiegare agli antichi percettori di sicure rendite, assaliti dal panico, se convenga optare per un rapido ritiro, vendendo le aziende agli irrisori prezzi correnti, impegnarsi nella resistenza ad oltranza, una scelta che impone di scommettere capitali superiori al valore delle aziende, o tentare una resistenza parziale, combinata alla cessione di parte della superficie posseduta. Nell'impossibilità di prevedere il corso della crisi, e nella fiducia della ripresa dei valori fondiari, un numero ingente di proprietari tenterà la strada della resistenza, che protrarrà fino all'esaurimento delle disponibilità liquide, al cui sopraggiungere si rassegnerà a una vendita che pure reputerà rovinosa. Avallando quella sensazione, quando la crisi avrà superato il proprio acme, il primo sintomo di ristabilimento di nuovi equilibri economici sarà il consolidamento dei valori fondiari: i prezzi di poderi e fattorie inizieranno un'ascesa che assicurerà a chi avrà acquistato nel Chianti incrementi di capitale inusuali nell'intera geografia immobiliare del Paese. Chi avrà venduto a prezzi insignificanti le terre possedute dalla famiglia da dieci generazioni non potrà non ascoltare con amarezza i nuovi proprietari, industriali, professionisti,  gente di teatro, vantare l'oculatezza con cui avrebbero moltiplicando venti o cinquanta volte il denaro investito tra i colli del Chianti.

Scandisce le tappe di una vicenda che si è ripetuta, sostanzialmente analoga, per cento altre fattorie, lo studio eseguito, sotto la guida, ancora, di Reginaldo Cianferoni, da Paola Cortini sui registri aziendali della Paneretta, un'antica proprietà degli Strozzi tra i colli di San Casciano, esaminandone le vicende dal 1786 al 1985. Composta, originariamente, di 17 poderi estesi su 296,5 ettari, la dimensione caratteristica della grande fattoria, fino al crepuscolo della mezzadria, all'alba degli anni '50, l'azienda ha contato sull'opera di altrettante famiglie, che nel 1946 sommano ancora 121 persone, un numero alquanto inferiore all'apice toccato, secondo i registri aziendali, nel 1897, unità, ma pressoché equivalente alla consistenza umana della fattoria nel 1787, quando sulla Paneretta erano insediate 132 anime.

Come se dal meriggio del  '700 il tempo si fosse arrestato, a metà degli anni'60 l'azienda è retta dal fattore, cui si affianca la fattoressa, l'onnipotente dispensiera, dei quali coadiuvano l'opera il sottofattore e il "terzuomo", il braccio operativo della conduzione. Ogni  venerdì, in coincidenza al mercato settimanale, il fattore si reca a Palazzo Strozzi a riferire le circostanze dell'amministrazione al "maestro di casa", che oltre a preoccuparsi della sostituzione di una famiglia o della vendita di una coppia di buoi, ordina che le dispense della villa siano provvedute di insaccati e di frutta secca, o che vengano recapitati alla cantina del palazzo vino d'annata e olio vergine.

Le avvisaglie del ciclone che si prepara investono la Paneretta a metà degli anni '50, quando, dopo alcune sostituzioni sempre più precarie, i poderi più avari o più disagiati, Terrine e Poggiolo, restano abbandonati. In quelli migliori il fattore riesce, invece, per tre lunghi lustri, a sostituire la famiglia che parte con una famiglia nuova, seppure su più di uno non resti che qualche vecchio: nel 1960 undici poderi sono ancora occupati, ma al posto delle grandi famiglie del passato sono rimasti nuclei sparuti: sull'intera Paneretta non vivono, ormai, che 49 persone.

Se tante famiglie si sono disgregate, tra i mezzadri toscani si sono inseriti i contadini meridionali: il Chianti si è trasformato nel vortice di uomini, donne e bambini che a Radda produce il paradosso dell'emigrazione di una folla più numerosa dell'entità dei residenti. Mentre le famiglie mezzadrili che vivono in maggiore prossimità ai centri urbani si dirigono, lasciando il podere, verso la città, quelle che lavorano i poderi della montagna  sono risucchiate nella corrente che prima dell'approdo in città le sospinge su campi meno ingrati, dove la speranza di un reddito migliore si alimenta della determinazione di mantenere i legami antichi con la terra. Ma l'inconsistenza del nuovo reddito, e la maggiore vicinanza a un centro urbano, condurranno anche i  più restii a proseguire la migrazione incompiuta fino all’approdo urbano.

Riducendosi il numero dei poderi affidati a una famiglia, come in cento altre fattorie chi amministra la Paneretta ne sostituisce il lavoro con manodopera salariata: più di uno dei membri più giovani delle famiglie mezzadrili accetta volentieri di impiegarsi nella nuova veste di salariato, una condizione che assicura un reddito certo e l'indipendenza economica. L'esito dell'applicazione di lavoro salariato a campi e alberate modellati per il lavoro mezzadrile si rivela, però, disastroso: sostenendo costi altissimi l'azienda ricava una produzione dal valore incommensurabile alle spese che sostiene. Salva il bilancio aziendale, saltuariamente, il taglio dei boschi, una riserva antica di liquidità delle aziende chiantigiane, che negli anni '60 assicura ancora, pagate le spese di esbosco, modesti utili.

Non senza oculatezza gli amministratori dell'azienda decidono, intanto, di abbandonare campi e alberate plasmati secondo il modello della coltura promiscua e di procedere all'impianto di vigneti di concezione nuova, quegli impianti specializzati che i tecnici propugnano come l'argine che impedirà il ritorno del bosco sull'intera superficie del Chianti. Sostenendo costi ingenti, l'impresa viene affrontata nel 1960 e si protrae negli anni successivi. Se, al suo procedere, i prezzi del vino avessero ripagato investimenti e costi di produzione, la  strategia adottata avrebbe sottratto la fattoria alla morsa che la stringe. E' proprio al compimento degli impianti che una crisi di violenza inusitata investe, però, il mercato del prodotto sul quale l'azienda ha puntato le ultime carte: mentre i poderi sui quali è rimasto un colono continuano a fornire modesti ma costanti utili, nei vigneti condotti con salariati il valore della produzione non riesce a pagare neppure i costi della manodopera. Tra i due valori si apre una forbice che continua, anzi, a dilatarsi: nel 1964-65 per ottenere una produzione del valore di 7,3 milioni l'azienda eroga 222.000 lire di salari, nel 1984-85 una produzione del valore di 37,3 milioni costa 81,3 milioni di salari.

La constatazione impone di riconoscere, paradossalmente, la razionalità dell'indirizzo seguito dall'amministratore, che, procedendo alla vendita di qualche podere, mantiene in vita, in quelli dove qualche vecchio non segua la famiglia che fugge, il rapporto mezzadrile: nell'annata 1974-75 il fantasma cui è ridotta la parte mezzadrile dell'azienda, 7 famiglie che sommano, insieme, 11 componenti, apporta al bilancio ricavi lordi per 9,3 milioni, che risultano gravati soltanto da 1,9 milioni di spese, contro i valori corrispondenti, nella parte a conduzione diretta, di 36,9 e di 11,9.  L'utile totale riesce ancora a ripagare, ma sarà l'ultimo anno, le spese dell'apparato di fattoria, 17,3 milioni.

Nel 1985, ottenuta l'autorizzazione del tribunale, un curatore ereditario vende la Paneretta: rollata, con  la mezzadria, la consociazione che ne costituiva il complemento, la diversione strategica verso la viticoltura specializzata è stata vanificata dal gorgo in cui si è trasformato il mercato del vino. Se il prezzo del vino  avesse premiato la sortita, al di là delle traversie ereditarie dell'antica famiglia fiorentina, la vicenda secolare di una grande proprietà rurale non si sarebbe conclusa con una vendita giudiziaria. Ma se il vino avesse assicurato un reddito alle proprietà chiantigiane, la storia immobiliare dell'intero comprensorio avrebbe conosciuto un corso radicalmente diverso da quello che muta, tra il 1960 e il 1980, il volto del Chianti. L'incombere della catastrofe immobiliare sarà  l'assillo che sospingerà i paladini del Gallo a ricercare il compromesso che hanno rifiutato per otto lustri.

 

 

 

 

 

 

 

 

X        Al termine di cento prove la legge agognata all'orizzonte

 

Il 25 maggio1957, nell'augusta cornice del Salone dei duecento di Palazzo vecchio, sotto gli auspici di sette ministri e di un elenco interminabile di presidenti di organismi agricoli e scientifici, si aprono i lavori del convegno convocato dai Georgofili per compiere l'inventario degli squilibri che minacciano la sopravvivenza dell'agricoltura chiantigiana e definire la terapia per la cui  applicazione le autorevoli adesioni assicurano il necessario supporto pubblico. Il programma dei lavori prevede una relazione introduttiva di Renzo Giuliani, presidente dell'Accademia, che tratteggia i termini generali del problema, e l'illustrazione di dieci indagini settoriali, elaborando le quali undici illustri docenti hanno esaminato le componenti diverse dell'economia agraria del comprensorio: il quadro fondiario e gli ordinamenti colturali, le specie erbacee e quelle arboree, gli allevamenti e la silvicoltura, le pratiche di manipolazione dei  prodotti, vino e olio, ed i problemi della meccanizzazione.

Nella vastità degli orizzonti di cui le assise affrontano l'esplorazione, Ugo Sorbi analizza i caratteri della maglia aziendale e descrive il contesto sociale del comprensorio, fornendo i dati più aggiornati sui poderi abbandonati da parte dei mezzadri: 267 nei nove comuni compresi, interamente o parzialmente, nel comprensorio, equivalenti al 6,8 per cento del territorio, un dato preoccupante che dissimula, tuttavia, per un gioco di compensazioni algebriche, l'entità della catastrofe che sta sconvolgendo l'ordito mezzadrile. Pier Giovanni Buiatti illustra gli espedienti che reputa potrebbero accrescere, nella regione, la redditività dell'allevamento dei bovini e dei suini, che propone di integrare con piccoli impianti avicoli di concezione moderna. Nino Breviglieri propone un quadro organico della viticoltura chiantigiana, che ha studiato sottoponendo ad accurate indagini trenta aziende del versante fiorentino e altrettante di quello senese, comprendenti 6.976 ettari, corrispondenti a 545 poderi, nella prima provincia, 9.970 ettari, equivalenti a 500 poderi, nella seconda: tra i molti dati significativi che riferisce, un rilievo peculiare riveste la constatazione dell'ingente caduta della produzione verificatasi, nel campione esaminato, come conseguenza del procedere dell'infestazione della fillossera, una caduta che rispetto al periodo 1900-1910, Breviglieri ha stimato del 40 per cento nel Chianti fiorentino, del 50 in quello senese. Il rilievo costituirà uno degli elementi capitali fissati dal convegno: esso attesta, infatti, inequivocabilmente, che nel Chianti la vite sta morendo. Se il comprensorio dovrà produrre ancora, in futuro, il vino che ne ha reso celebre il nome, i suoi vigneti debbono essere sostituiti senza  indugio. L'opera di rinnovamento non si è mai arrestata: alla  data del convegno il docente fiorentino può riferire del recente impianto di 620 ettari di nuovi vigneti specializzati. Essa dovrà essere intensificata, tuttavia, ove si voglia sostituire il potenziale produttivo rappresentato dai filari che si distendono su 24.000 ettari di seminativi arborati, il cui destino, già compromesso dall'elevata età media, è segnato dalla  fillossera, reso irrevocabile dagli oneri di produzione relativi

 A causa delle caratteristiche del terreno il reimpianto dei vigneti sui colli chiantigiani impone, però, un insolubile problema di costi. Usando i metodi di scasso tradizionali, fondati sul lavoro manuale, la spesa è tale, infatti, che il prezzo corrente del vino non ne consentirebbe l'ammortamento. I metodi proposti più recentemente, lo scasso con l'esplosivo e quello mediante grandi trattrici, paiono consentire, d'altro canto, economie significative, ma le prime applicazioni non hanno fornito risultati univoci. La differenza tra i due ordini di valori è ingente: introducendo i lavori il professor Giuliani ha citato computi che fissano attorno a 5,5 milioni per ettaro i costi  di impianto secondo le  procedure tradizionali nelle aree più difficili, attorno a 1,5 milioni la spesa per l'esecuzione, nei terreni pianeggianti, dello scasso con trattrici cingolate. La distanza tra i due valori sarà l'epicentro del confronto che animerà il convegno, un confronto che si tradurrà in autentico duello oratorio nella contrapposizione tra la  relazione di Dalmasso e la replica di Ricasoli.

La relazione che Giovanni Dalmasso svolge sulla manipolazione e il commercio del vino del comprensorio rivela senza possibilità di equivoci l'intento che ha indotto l'illustre docente ad accogliere l'invito dei Georgofili: sono dieci anni, ormai, che Governo e Parlamento perpetuano lo sforzo antico e inane di ordinare la carta della geografia enologica nazionale, ma tutti i tentativi esperiti si sono infranti contro uno scoglio che appare insormontabile: l'intransigenza dei paladini del Chianti, che non hanno la forza di imporre le proprie pretese, ma che dispongono di sufficiente credito per impedire il varo dei progetti di legge che essi non accettino. Quell'intransigenza reca una duplice offesa alla fama del più noto studioso italiano delle discipline vitivinicole Essa viene lesa, innanzitutto, dal proposito, mai abbandonato, di infirmare la delimitazione  del perimetro del Chianti stabilita nel '32 dalla commissione ministeriale, verso la quale il Consorzio rinnova i più petulanti appunti di parzialità: chi ne fu l'estensore non può che augurarsi che quegli appunti siano finalmente zittiti. Il prestigio di Dalmasso è stato colpito, quindi, dal fallimento del disegno legislativo per la cui architettura un rappresentativo convegno romano aveva espresso all'ideatore il proprio plauso, al quale ha tarpato le ali, ancora, l'irragionevole oltranzismo chiantigiano.

Deciso ad esorcizzare la duplice onta, nel testo predisposto in  preparazione al convegno il professore piemontese si è proposto di investire, senza infingimenti, le istanze dell'intransigenza chiantigiana per dimostrarle pretestuose e insostenibili: non ignaro dell'isolamento in cui versa il Consorzio non è avventato supporre che conti di infliggere al sodalizio, nella solenne adunata fiorentina, la più grave umiliazione, certo che quell'umiliazione schiuderebbe le porte alla legge che il mondo vitivinicolo attende, ormai, con impazienza. Articola, quindi, la propria allocuzione su due cardini:  la riaffermazione della fondatezza dei presupposti della delimitazione sancita nel '32, della quale sarebbe esercizio vano contestare il disegno, e illusorio sperare la revoca; l'illustrazione, quindi, delle prospettive, nel nuovo quadro economico, della produzione e della distribuzione del vino che porta il nome del Chianti. Quel vino, ribadisce Dalmasso con la fermezza con cui si sviluppa un teorema ineludibile, è un ottimo vino da pasto, ma non può essere classificato tra i vini di alto pregio: stabilita, con obiettività, la sua natura merceologica, risultano assolutamente legittime le prerogative attribuite dal decreto del '32 a tutti i comprensori autorizzati ad usare la denominazione Chianti.

Come buon vino da pasto il Chianti deve essere offerto al mercato a prezzi convenienti: pensare, proclama Dalmasso affrontando il tema cruciale del convegno, di effettuarne la produzione in condizioni che impongano costi esorbitanti, immaginando di ripagare quei costi col contenimento dei quantitativi immessi sui mercati, e un ipotetico aumento dei prezzi, è suggestione tanto aleatoria quanto perniciosa per la capillare attività agricola, industriale e mercantile che vive del nome del Chianti. Il problema dei costi di produzione, che, ribadisce, rappresenta il nodo capitale per il futuro della viticoltura, deve essere affrontato con l'intento di ridurli fino al limite che renda conveniente la produzione di un buon vino per le tavole della generalità dei consumatori.

All'argomentazione dell'insigne relatore replica con altrettanta fermezza Luigi Ricasoli, che, avendo ricevuto in visione il testo della relazione, ha ottenuto dal direttivo del Consorzio l'esplicito mandato alla replica più inequivoca. Presentati, quindi, con aristocratica cortesia, i propri ossequi "al mio amico e illustre maestro", dichiara il dissenso più radicale dal teorema che l'illustre maestro ha formulato con tanto rigore: se il contenimento dei costi, che Dalmasso ha dichiarato obiettivo irrinunciabile, impone di ripristinare i vigneti solo dove l'impianto di un ettaro non richieda, come nelle situazioni più favorevoli ricordate da Giuliani, costi superiori a un milione e mezzo, allora bisogna avere la coerenza, proclama, di sostenere che sulle colline chiantigiane la viticoltura non può sopravvivere. Le assise che si stanno celebrando sul futuro  del Chianti debbono sciogliersi, insiste, riconoscendo che nel Chianti il vino non ha alcun futuro. Se, invece, per un futuro del Chianti si vuole operare, l'impossibilità di mutare le caratteristiche ambientali impone che quel futuro si ricerchi sulla sola strada aperta, quella della nobilitazione del suo vino e del correlato innalzamento del suo prezzo: la tesi tradizionalmente sostenuta, contro i propri cento avversari, dal Consorzio del gallo nero.

E', tra l'illustre studioso e il grande aristocratico, uno storico duello, l'epicentro ideale del convegno fiorentino: chi esamini, a oltre quarant'anni dal suo compimento, le argomentazioni contrapposte, non può non riconoscere la pertinenza dell'invito di Dalmasso alla ricerca di tecniche capaci di contenere i costi di produzione, e l'ingenuità del convincimento di Ricasoli dell'immodificabilità delle tecniche viticole, dalla pratica di impianto fondata sul lavoro del piccone alle procedure colturali basate su quello della vanga: due operazioni che presuppongono mezzadri assoggettati alla gleba come i loro antenati medievali. Nonostante, tuttavia, l'attualità delle ragioni del professore, il tradizionalismo di quelle del barone, nella replica del presidente del Consorzio brilla un'intuizione la cui lucidità travalica la fondatezza degli  argomenti di Dalmasso. Il quale suggerisce, ragionevolmente, di contenere i costi di produzione del vino, che sostiene si debba offrire ai consumatori in quantità e a prezzi adeguati alla domanda, non ha compreso, come ha intuito Ricasoli, che, ove si miri a soddisfare la fascia superiore dei consumi, è possibile richiedere prezzi tali da compensare anche i costi più elevati: se mai lo avesse compreso, non potrebbe professarlo pubblicamente nella regione nella quale, impegnando il proprio prestigio, ha dilatato il nome di un pugno di colli a valli e dossi tanto più ampi.

Il convegno conclude i lavori approvando un appello al Governo perché intervenga a contenere i processi che stanno lacerando il quadro economico del Chianti. Tra gli interventi che la mozione approvata dichiara necessari, al primo posto le opere  pubbliche, che dovrebbero creare  condizioni di vita tali da tamponare l'esodo contadino, al secondo l'erogazione di sussidi per la ricostruzione dei vigneti, al terzo il varo di una normativa per la tutela dei vini pregiati. Se il secondo auspicio è corollario coerente del divario, documentato dai lavori, tra costi di reimpianto e redditività dei vigneti, il primo, fondato sulla supposizione che i mezzadri lascino i poderi attratti dalla migliore dotazione di strade, scuole e ospedali delle aree periurbane, è frutto di un'analisi epidermica, ed è destinato a rivelarsi autentico abbaglio, mentre il terzo, che tocca un tema capitale per il futuro del comprensorio, è formulato in termini troppo generici per imporre una svolta all'annosa contesa: ancora una volta gli interessi contrapposti hanno impedito che prendesse forma, a Firenze, l'accordo necessario a dirigere verso il porto lontano l'ennesimo progetto per disciplinare una materia dall'alba del secolo abbandonata all'anarchia.

Solenne passerella di docenti illustri, nonostante che le conclusioni non varchino la soglia degli auspici più generici, il congresso fiorentino non produce effetti significativi sui propositi dei dirigenti del Consorzio, decisi a convocare un convegno che trasmetta all'opinione pubblica e al mondo politico le ansie che assillano gli agricoltori delle terre chiantigiane nonostante la palese verità che né l'opinione pubblica né i responsabili politici sono soliti prestare attenzione a gridi di allarme che, contro il medesimo pericolo, si levino, con toni dissonanti, da voci discordi.

Previsto a giugno, a distanza di poche settimane, cioè, dalle assise dei Georgofili, il consesso chiantigiano si svolge,  a Radda, in dicembre, con un elenco alquanto meno solenne di adesioni, e un novero oltremodo meno illustre di relatori, tra i quali il professor Breviglieri svolge la relazione chiave leggendo un riassunto di quella che ha letto a Palazzo Vecchio. Contro i voti degli organizzatori, che superando cento dubbi hanno invitato i sindacalisti comunisti, il modesto raduno offre ai rappresentanti dei mezzadri una tribuna della quale si servono per proclamare la necessità di trasformare i poderi colonici in proprietà contadine, un  proposito che in Toscana gli strateghi comunisti hanno concepito tra remore troppo vigorose, e troppo tardivamente, per sospingere la trasformazione della maglia delle fattorie in mosaico di poderi di proprietari coltivatori.

Congedati i partecipanti, l'unico risultato positivo che i promotori possono iscrivere nel bilancio di un cimento preparato per sette anni, è l'assicurazione del rappresentante del Ministero dell'agricoltura di uno stanziamento di 120 milioni, 70 nell'esercizio '58, 30 in ciascuno dei due successivi, per offrire contributi agli agricoltori impegnati nel reimpianto dei vigneti. Lo stanziamento consentirà, viene calcolato, di ricoprire di nuove vigne 600  ettari, una superficie esigua rispetto ai 9.000 ettari di coltura promiscua e ai1.000 di vigneti specializzati per i quali il Consorzio ha richiesto il supporto pubblico in una lunga sequenza di incontri romani. La promessa dell'intervento governativo è la prima  manifestazione, comunque, di un impegno che negli  anni successivi riverserà sul Chianti una messe ingente di sussidi, che indurranno all'impresa uno stormo di proprietari, più di uno dei quali si rivelerà, poi, impreparato a gestire un'azienda vitivinicola nel quadro delle nuove condizioni agronomiche, enologiche, mercantili.

L'insuccesso della sortita tentata da una roccaforte provata da un assedio che si protrae, ormai, da troppi anni, non può non produrre conseguenze nella compagine dei difensori: se alla prima seduta che il Consiglio tiene dopo il convegno di Radda qualche voce si compiace delle modeste poste che possono iscriversi all'attivo dell'iniziativa, nei mesi successivi tra i risultati del tentativo fallito si imporrà sugli altri, con evidenza ineludibile, la prova, incautamente offerta agli avversari, della debolezza della resistenza che il Consorzio è in  grado di opporre, ormai, nello scontro per le denominazioni.

Dimostra il disagio che domina le schiere chiantigiane l'acceso confronto, nella riunione del Consiglio del 24 febbraio 1958, sull'offerta di mediazione avanzata, nonostante l'età e la mancanza, ormai, di un ruolo pubblico, da Arrigo Serpieri per tentare la composizione della disputa che lo stesso Serpieri non è riuscito a dirimere quando  sedeva ai vertici dell'agricoltura italiana. Impavido a tutti i colpi, Ricasoli suggerisce, ancora, il diniego, convinto che il compromesso che potrebbe prendere corpo imporrebbe l'accantonamento, questa volta senza speranza, di ogni intento di riconquista dell'esclusività del nome Chianti. Alle obiezioni dei consiglieri che replicano che sul terreno negoziale in cui il  Consorzio è costretto deve reputarsi obiettivo sufficiente la conservazione dell'appellativo "classico", cui il mercato ha tributato un lusinghiero riconoscimento, il nipote del Barone di ferro ribadisce che il cedimento sul nodo capitale del contendere costituirebbe resa inammissibile, che egli non accetterebbe mai di sottoscrivere.

Nella stessa riunione il Consiglio deve prendere atto, tuttavia, di una conseguenza ulteriore della propria intransigenza: invitata, dopo il convegno di Radda, a promuovere la costituzione del comitato di studio il cui auspicio ha concluso i lavori, l'Accademia dei georgofili ha opposto il più esplicito diniego. Commentando la  risposta Ricasoli annota, sarcastico, la soggezione dell'antico cenacolo del sapere agrario ai consiglieri fraudolenti del Putto. L'appunto non può dissimulare il lascito più grave del convegno chiantigiano: l'ostilità che l'inutile replica delle assise fiorentine ha animato, nel sodalizio scientifico, verso l'organismo che raccoglie gli eredi di alcuni dei membri più insigni della storia secolare dei Georgofili.

Il proclama dell'irrinunciabilità della pretesa alla riappropriazione del nome del comprensorio bandito da Ricasoli nella riunione consiliare del 24 febbraio è l'ultima prova dell'intransigenza del più strenuo paladino delle istanze chiantigiane, l'erede  legittimo dei capitani che difesero i castelli della Val d'Arbia contro le milizie senesi, aragonesi e pontificie. Alla concitata seduta seguono quasi tre mesi durante i quali, contro le tradizioni e nonostante la gravità dei problemi  incombenti, il Consiglio non si riunisce:  quando, finalmente, il 16 maggio, gli amministratori del Consorzio si ritrovano nella sala di palazzo Tornabuoni, è per ascoltare la dichiarazione delle dimissioni del presidente, insieme al quale rimettono il proprio mandato il vicepresidente Guarini e il consigliere delegato Becciolini. Nella lunga vacanza il Consorzio del Gallo ha rischiato la frattura: reputando ormai insostenibile la posizione propugnata dal presidente, un numero cospicuo di consiglieri è stato sul punto di abbandonare la nave incapace di mantenere la rotta. Nelle condizioni di isolamento in cui versa, l'organismo non sarebbe sopravvissuto, probabilmente, all'emorragia di forze. Sarebbe stato, secondo testimonianze posteriori, Lapo Mazzei, il più giovane tra i membri del Consiglio, a indurre i dissidenti a una pausa di riflessione, della quale l’intraprendente mediatore avrebbe approfittato per dimostrare a Ricasoli il suo isolamento al vertice, persuadendolo della  necessità del ritiro, ma assicurandogli che a riaffermare pubblicamente la devozione del Consorzio al proprio capitano la successione sarebbe stata offerta al figlio Bettino. E' Guarini, che dopo la dichiarazione delle  dimissioni ha assunto la presidenza della seduta, a proporre, insieme al più caloroso plauso all'opera dell'anziano barone, l'insediamento alla  presidenza del  dottor Ricasoli: la proposta viene accolta dall'ovazione comune dei consiglieri.

All'ultima carica dei cavalieri del Gallo sul campo della guerra delle denominazioni, alla sconfitta e alla sostituzione del condottiero che li ha guidati in anni roventi, seguono cinque anni senza storia, o, più propriamente, di assenza del Consorzio dall'epicentro del confronto per la definizione del nuovo progetto di legge, della cui stesura e del cui varo si fa promotore, dall'insediamento, nel     , in Senato, Paolo Desana, l'erede della successione dei paladini piemontesi della nobiltà enologica nazionale. Manifesta in modo trasparente la precarietà della posizione in cui è arroccato il Consorzio, la presentazione, nel dicembre del  '58, di un ricorso al Presidente della Repubblica contro una circolare ministeriale che, classificando i vini ai fini dell'esportazione, ha ulteriormente contratto le prerogative concesse al Chianti "classico" dal decreto del '32. L'organismo che nel 1947 contava ancora di ottenere, pretendendo la discussione dell'antico ricorso al Re, l'annullamento del decreto che aveva sancito la topografica chiantigiana di Dalmasso, dopo dieci anni è costretto ad invocare la vigenza di quel decreto contro chi minaccia di sottrargli l'unico privilegio che esso gli ha concesso.

Asserragliati a difesa dei propri castelli, gli alfieri del Consorzio combattono, negli stessi anni, un crudo scontro con gli avversari del Putto per il possesso delle strade chiantigiane, ai cui margini hanno infitto, dal    ,  alcune centinaia di insegne del Gallo, che gli avversari intercalano con i propri emblemi anche entro il perimetro del Consorzio. Autentico scontro per il controllo delle vie di accesso all'area contesa, l'asportazione di un'insegna del Gallo e la sua sostituzione con quella nemica su una strada di confine pare l'occasione di un duello personale tra i duci delle due schiere, Ricasoli e Frescobaldi, nelle stesse forme in cui per il  controllo di un ponte si misuravano i rispettivi avi, guelfi e ghibellini: è l'intervento di Mazzei, nel cui castello di Fonterutoli guelfi e ghibellini suggellarono, il 6 ottobre 1209, una precaria pacificazione, a ridurre il caso di guerra nell'oggetto dell'ennesima defatigante trattativa.

Quella trattativa si protrarrà, secondo uno spartito che ha prodotto, nei decenni, repliche innumerabili, dal 1960 al 1963: per varare la legge Roma pretende, infatti, che i duellanti toscani siglino una tregua che incontra, paradossalmente, un ostacolo invalicabile nella nuova remissività del sodalizio del Gallo, la cui debolezza ha acceso nell'antico nemico la determinazione ad inasprire le ostilità mirando alla  vittoria campale, una scelta che anima, per reazione, l'estrema volontà di resistenza della schiera assediata.

Se, peraltro, fino dal '32 la trattativa tra i due contendenti è stata complicata dal gioco dei tre consorzi minori, sempre pronti ad assicurare il proprio appoggio a quello dei protagonisti che apparisse più forte, o che promettesse le concessioni più sostanziose, l'attesa della nuova legge ha moltiplicato la costellazione dei satelliti trasformandola in galassia: ai consorzi rinati dalle ceneri degli organismi costituiti nel '32,  quello dei colli senesi, quello aretino e quello pisano, se ne sono aggiunti altri quattro, due in rappresentanza dei viticoltori della Val d'Elsa, uno dei quali per l'area collinare, l'altro per la piana di Empoli, uno per  il versante pistoiese di Montalbano uno per  il circondario di San Miniato.

Tra  alleanze proposte, negoziate, sancite e disdette le trattative rotolano, inconcludenti, nella lunga recita senza soggetto: la loro sterilità si colora di una nota paradossale quando offre i propri uffici di mediatore, inopinatamente, Nino Folonari, il nemico più tenace di ogni ipotesi di disciplina delle denominazioni del vino che possa limitare l'incondizionata libertà delle aziende industriali, quella libertà che consente di chiamare Chianti tutto il vino rosso infiascato in uno stabilimento ubicato in Toscana.

Il 18 maggio 1962 i negoziatori del Consorzio riferiscono, esausti, al Consiglio i caposaldi dell'ennesimo accordo siglato con i rappresentanti degli organismi concorrenti. Il protocollo è destinato a costituire l'ultimo inutile papiro della storia della diplomazia enologica toscana. Il 3 febbraio 1963, per aggirare le ultime secche che si oppongono all'approdo della normativa, il Parlamento ne delega, per legge, la stesura al Governo, che il 12 luglio presenta il testo elaborato alla firma del Capo dello Stato, il quale  lo suggella e invia il decreto alla registrazione, che si compie il 15 successivo con il numero 930.

Come al consumarsi della sconfitta subita a opera di un altro decreto varato nelle settimane della canicola, è in settembre che il presidente riunisce il Consiglio per esaminare la posizione del Consorzio, sul terreno dello scontro, in conseguenza del provvedimento. Quella che ha visto la luce, proclama il successore dell'alfiere  dell'intransigenza chiantigiana, è una cattiva legge, che il  Governo non ha emanato per assicurare il futuro della vitivinicoltura nazionale, ma per colmare una lacuna che impediva l'inserimento dell'agricoltura italiana nel contesto comunitario. E' una legge irrazionale e insufficiente, insiste Ricasoli, che lascia aperta una serie di problemi gravissimi, dei quali demanda la soluzione al Comitato nazionale di cui ha sancito la costituzione, che diverrà, inevitabilmente, il bersaglio delle pressioni di tutti i nemici della disciplina enologica, quindi degli industriali certi di avere in pugno, ormai, la vittoria della guerra del Chianti.

Il giudizio di Bettino Ricasoli non è l'espressione rituale del rammarico di chi vede nel testo approvato contro i propri auspici l'onta di una sconfitta di  famiglia, è la reazione genuina dello spirito che ha sostenuto la lotta chiantigiana, ed è previsione della cui lucidità offriranno la prova le vicende degli anni successivi, quando solo l'ennesima dimostrazione  di tenacia eviterà al Consorzio di subire sul terreno amministrativo la disfatta alla  quale pare averlo destinato, minandone le difese, il decreto. Sarà solo producendosi in un prodigio di quella protervia di cui, nella propria storia, hanno dato cento prove, che nell'imminenza della sconfitta i cavalieri del Gallo sapranno, anche nello scontro per l'applicazione della legge 930, trasformare il fossato scavato attorno a loro dagli avversari nella trincea che nessun nemico sarà in grado di valicare.

 

 

 

 

 


 

 

XI       Dopo la guerra per la legge la guerriglia del disciplinare

 

Il decreto legge che, coerente allo spirito con cui i paladini del Chianti hanno combattuto la loro guerra cinquantennale, Bettino Ricasoli ha definito una cattiva legge rivelerà, negli anni successivi, le doti di accorto legislatore di chi, valutate le ragioni degli insuccessi precedenti, ne ha stilato il testo. Essenziale e rigoroso, quel testo delinea, come è compito di ogni manifestazione di potestà normativa, un disegno organico per la disciplina delle denominazioni del vino, demandando all'indispensabile attività amministrativa la soluzione dei mille problemi che propone, alla data dell'emanazione, la regolamentazione del policromo mosaico enologico nazionale. Se deve reputarsi buona legge, infatti, la normativa durevole, capace di conservare la propria vitalità al mutare delle contingenze, e saggio legislatore chi appresti disposizioni che regolino i nodi della materia che affrontano, affidando agli organismi competenti gli interventi attuativi, quegli interventi che solo il neofita di  pandette può illudersi di regolare moltiplicando prescrizioni e fattispecie, è difficile negare all'estensore del testo, Paolo  Desana, il titolo di  sapiente legislatore.

Proprio perché consistente in un disegno essenziale, che rimette ad organismi amministrativi le scelte concrete di applicazione, il decreto legge 930 non può che apparire una nuova sconfitta al vertice del sodalizio chiantigiano che ne esamina, all'alba della vendemmia del 1963, le disposizioni senza trovarvi alcun ormeggio al quale fissare le speranze di difesa delle ragioni della cui  vulnerabilità nelle sedi amministrative i membri del consesso sono crudamente consapevoli: Nino  Folonari, il grande nemico, ha dimostrato di saper suscitare contro quelle ragioni resistenze invalicabili nei ministeri e nelle commissioni parlamentari, negli organismi responsabili del commercio interno e in quelli che soprasiedono alle esportazioni. Né gli eventi successivi  mancheranno di fornire cento valide prove della fondatezza del timore.

Gli elementi della legge che suscitano l'apprensione  dei paladini del Chianti sono la procedura stabilita per il riconoscimento delle denominazioni da sancire, il titolo della tutela da richiedere, le competenze dei consorzi tra i viticultori di cui la legge prevede la costituzione. La procedura di riconoscimento di un vino definita dalla legge postula, quale tappa iniziale, la domanda dei viticoltori interessati, che deve essere inoltrata al Ministero dell'agricoltura attraverso i suoi organi periferici, quindi sottoposta al vaglio del Comitato nazionale per la tutela delle denominazioni di origine, l'organismo istituito dalla legge per l'assolvimento delle funzioni tecniche necessarie alla sua attuazione. Ove il Comitato abbia espresso parere favorevole, perfeziona il riconoscimento un decreto presidenziale, proposto dallo stesso  Ministero, che sancisce il disciplinare di produzione del vino di cui viene sancita e tutelata la denominazione.

Per il Chianti, gli "interessati" previsti dalla legge sono, palesemente, i viticultori e gli industriali dei cinque comprensori autorizzati, nel 1932, all'uso della denominazione, senza il cui accordo la normativa non potrà, inevitabilmente, avere attuazione. La legge rimette alla Toscana, così, la composizione della disputa la cui mancata soluzione ha frapposto, fino dal 1924, un impedimento insormontabile al soddisfacimento delle istanze della viticoltura nazionale, che all'indomani della promulgazione può guardare con maggiore fiducia al proprio futuro: se la delusione che il provvedimento diffonde nel Chianti non è priva di ragioni, guelfi e ghibellini del vino non possono ragionevolmente pretendere che il convoglio dell'enologia nazionale sosti ancora in attesa dell'insperabile pace enologica toscana.

E' intrinsecamente connessa alla prima ragione delle ansie dei responsabili del Consorzio il secondo motivo di incertezza: la forma della tutela che il futuro disciplinare potrà stabilire per il vino del Chianti. La legge prevede, infatti, che i vini la cui denominazione venga riconosciuta siano inclusi entro due grandi categorie, quella delle "denominazioni controllate", che dovranno obbedire ad una disciplina più blanda, e quella delle "denominazioni controllate e garantite" per le quali è prevista una disciplina più rigorosa. Siccome maggiore rigore è correlato, palesemente, a maggiore prestigio merceologico, un vino che pretenda di essere ascritto all'Olimpo dell'enologia blasonata deve sottostare alle regole previste per la seconda classe,  ma l'inclusione ripropone il problema della rappresentatività dei viticultori dell'area  originaria nell'eterogenea compagine dei produttori di generico  Chianti: non potrà esservi,  infatti, adozione di regole rigorose ove sul rigore non vi sia l'accordo dei consorziati.

Essendo sommamente improbabile, peraltro, che la composita armata dei produttori di Chianti promossi tali dal decreto del '32 accetti i rigori di una disciplina incompatibile con la pretesa, cento volte ribadita, di smerciare come Chianti un vino leggero  e  frizzante, destinato a consumatori dalle pretese facilmente appagabili, i produttori di Chianti "classico" dovranno tentare di ottenere dal Ministero una disciplina particolare: ove alla richiesta fosse opposto un rifiuto l'omologazione di tutti i vini  "Chianti" potrebbe  risultare definitiva, il destino del Chianti "classico" segnato.

Il terzo elemento della legge che suscita le ambasce del vertice del Consorzio è l'articolo che fissa le caratteristiche e le prerogative degli organismi che si costituiscano per la tutela dei vini di cui sia stata riconosciuta la denominazione. L'articolo 21 del decreto legge attribuisce, infatti, al Ministero dell'agricoltura, udito il parere del Comitato nazionale, la facoltà di demandare il controllo della produzione a consorzi volontari istituiti allo scopo, ma prescrive, come condizione della concessione, che i consorzi rappresentino frazioni qualificate dei produttori e della produzione dell'area tutelata, precisamente il 20 per cento, e assicurino per statuto il libero accesso a quanti alla data dell'attribuzione dei poteri di vigilanza non facciano parte della compagine. Se, non prescrivendo che ad ogni comprensorio debba corrispondere un solo organismo, la disposizione apre al Consorzio, da un lato, la porta che gli consente di conservare l'indipendenza, dall'altro gli impone l'aleatoria ricerca di un accordo con gli altri consorzi toscani. Considerando il Chianti unica denominazione, infatti, il raggiungimento, all'interno del comprensorio originario, di un numero di aderenti tale da rappresentare il 20 per cento di tutti i produttori e dell'intera produzione propone un'impresa di assai problematica realizzazione: seppure uno sforzo senza precedenti potesse convincere all'adesione tutti gli agricoltori tradizionalmente indifferenti, un impegno equivalente dei concorrenti potrebbe portarli a superare il fatidico 80 per cento vanificando l'impresa.

Eccependo l'inadeguatezza delle  cantine, i dirigenti del Consorzio hanno sempre respinto le domande di adesione dei mezzadri, che hanno abilitato a usare i contrassegni consortili solo quando fosse associata al sodalizio la fattoria entro la quale operassero: i mezzadri di fattorie non associate sono sempre stati esclusi, così, dall'uso del simbolo sociale. La nuova disposizione pone gli amministratori del  Consorzio di fronte al dilemma tra l'adozione di una prassi democratica estranea alla tradizione ed i due rischi connessi di mancare, escludendo soci  potenziali, la quota di produttori e di produzione prescritti, e di vedere la richiesta dei  poteri di vigilanza rigettata per i dubbi sulla libertà di accesso alla compagine sociale.

I tre elementi controversi saranno gli spalti attorno ai quali si combatterà una nuova contesa, che, circoscritta, ormai,  alle campagne toscane, rinnoverà l'asprezza delle dispute tra guelfi fiorentini e ghibellini senesi per il  possesso, nelle valli del Chianti, di una rocca o di una torre: più guerriglia che guerra, tra colpi di mano, sortite e  inganni si protrarrà per  quattro anni, dalla vigilia della vendemmia del '63 a  quella del  '67, quando il Presidente della Repubblica sancirà una solenne tregua d'armi emanando il disciplinare di produzione del vino al centro della mischia. Stilare la cronaca di una disputa tanto acrimoniosa sarebbe  impegno tanto oneroso quanto povero, probabilmente, di risultati utili alla comprensione delle vicende della viticoltura toscana, non che di quella nazionale: sottraendosi all'incombenza, lo storico delle vicende chiantigiane non può esimersi, peraltro, dal compito di tratteggiare il profilo dei protagonisti, e da quello di fissare le date essenziali dello scontro.

Tra i primi attori, nel drappello chiantigiano, accanto a Bettino Ricasoli, impegnato, con la misura di cui è incarnazione, a esorcizzare lo spettro di una disfatta che sarebbe epilogo crudele delle ardimentose battaglie paterne, sono schierati, ormai attempati ma sempre intrepidi, due dei più antichi paladini del Consorzio, Straccali e Pecchioli, spicca, per il combattivo attivismo, Lapo Mazzei, entrato in Consiglio nel 1957, giovane recluta destinata a un ruolo preminente nel futuro del sodalizio, esprimono presenze impegnative e autorevoli Giovanni  Guarini, solido possidente e abile operatore enologico romagnolo, Gualtiero Nunzi, il facoltoso industriale che, lasciata l'azienda condotta al successo, si è dedicato alla viticoltura imponendosi, nello scenario chiantigiano, come strenuo propugnatore della cooperazione, e l'avvocato Enrico D'Afflitto.

Guida la schiera avversaria l'impavido marchese Frescobaldi, che per avvicinare il giorno della disfatta chiantigiana non lascia intentata un'occasione sola di alleanza o una visita a Roma, senza abbandonare la  vigilanza sul terreno del combattimento, quei colli dove le antiche  guerre dei castelli trovano la più degna replica nella guerra dei cartelli stradali, che partigiani del Gallo e milizie del Putto continuano a innalzare dove possano recare più grave onta al nemico.

Tra gli schieramenti  contrapposti, al centro del campo, investito di una mediazione sulla cui imparzialità il corso della disputa alimenterà pià di un dubbio, Pier Giovanni Garoglio, il dottorino che all'alba della vita del Consorzio si è  fatto portavoce dell'opposizione dell'industria enologica, ora docente illustre di enologia, e per quel titolo chiamato a far parte del Comitato demandato dell'applicazione della legge. Origine fiorentina, sede e temi  di studio usuali  fanno di Garoglio, in seno all'organismo romano, il referente naturale per la stesura della carta delle denominazioni della regione.

Senza dubbi o esitazioni, all'indomani dell'approvazione della legge l'illustre professore dirige i propri interventi verso la predisposizione di un unico disciplinare, che dovrà sancire le caratteristiche di un unico vino Chianti: ricalcando i convincimenti di Dalmasso, al quale è stata affidata la presidenza del Comitato, l'emulo fiorentino sostiene che esso debba essere buon vino da pasto ma non vino nobile, che dovrà fregiarsi, perciò, dei titoli di una denominazione "controllata", non di quelli di una denominazine "controllata e garantita". Vantando il consenso del Comitato alla sua tesi, un'asserzione che suffraga la notorietà dei convincimenti di Dalmasso, proclamerà agli oppositori la determinazione a promuovere l'approvazione del disciplinare contro ogni resistenza, un'asserzione nella quale i capitani della schiera del Gallo denunceranno, con qualche azzardo, un'impudente millantazione.

Irremovibile sui criteri cardinali per dirimere la disputa, gli stessi professati dalla prima autorità dell'enologia nazionale, Garoglio è più possibilista sui problemi collaterali da risolvere per pacificare il turbolento quadro enologico toscano. Il primo è costituito dalla correlazione da stabilire, nei contrassegni che  identificheranno i vini legittimati a chiamarsi Chianti, tra il nome geografico comune, degradato a generica indicazione regionale, e quelli dei subcomprensori, la cui menzione nelle etichette dovrebbe offrire al consumatore l'unica prova dell'identità topografica, nel molteplice mosaico dei "Chianti", dell'azienda di cui acquisti il  prodotto. Il secondo è costituito dall'alternativa tra la creazione, nella stessa area, di un solo consorzio o di una  molteplicità di organismi, tra i quali potrebbe costituirsi, peraltro, una federazione.

Dei due problemi il professor Garoglio affiderà la soluzione al negoziato tra le parti, che, obbedendo a una tradizione ormai inviolabile, sarà tanto acrimonioso quanto inconcludente: alla tracotanza dei rappresentanti del Putto e dei satelliti aretini, senesi e pisani, che, trovato nell'arbitro della disputa il più favorevole patrono, contano in una vittoria campale, si contrapporrà, infatti, l'esasperazione dei rappresentanti del Gallo, inquieti per il procedere della crisi che ne attanaglia le aziende, convinti, ancora, che solo la nobilitazione del proprio vino possa assicurare al comprensorio l'ancora della salvezza, irritati dai proclami dei giudici della controversia, di cui hanno ragione di sospettare tanto l'obiettività quanto l'imparzialità

Cercando di identificare gli eventi più significativi di una vicenda oltremodo confusa, la lettura dei verbali del Consiglio, frutto dell'ineguagliabile meticolosità dell'avvocato Chiti Batelli, consente di fissare quattro date. La prima può stabilirsi in corrispondenza della seduta del 16 maggio 1965, quando Bettino Ricasoli riferisce l'esito della lunga serie di incontri tra i rappresentanti della costellazione dei consorzi cointeressati alla fatidica denominazione: l'accerchiamento del consorzio è tanto incalzante, ormai, che, tentate tutte le strade per guadagnare spazio negoziale, e avendole trovate sbarrate, il presidente propone al consesso, pur di non procrastinare ancora, inutilmente, la consacrazione della denominazione, di accettare le condizioni offerte dagli avversari per una resa onorevole. L'onore delle armi offerto dagli avversari consisterebbe nella concessione ai vini dell'area originaria dell'attributo "classico", seppure degradato a complemento facoltativo dell'unica  denominazione Chianti, che verrebbe posta sotto l'usbergo di un consorzio unico.

Contro l'ipotesi della  capitolazione insorgono Mazzei  e D'Afflitto, nella battaglia del disciplinare i paladini intemerati dell'intransigenza, che sottolineano l'immensità dello spazio che separa le  tesi oltranziste sostenute dal Consorzio fino al 1957 e la proposta di resa. Per rendere inequivocabile il dissenso i due alfieri della riscossa consegnano al Consiglio un memoriale nel quale ribadiscono che nessuno scrupolo deve turbare il Consorzio per i  ritardi che la sua rigidità possa provocare nell'applicazione della legge: una legge disapplicata è da preferire, proclamano, a una legge male applicata. Concludono il proclama alla resistenza con un appello che non potrebbe enucleare più efficacemente lo spirito di mezzo secolo di tenzoni per la difesa del Chianti, invitando a "Magnificamente isolare la nostra terra diversificandola da tutte le altre...Gli altri facciano quello che vogliono: un unico calderone". Nel corso di un altro dibattito appassionato, identificato in quell'unico calderone l'armata di Garoglio, ne definiranno l'emblema il "gallo grigio".

La seconda data essenziale della vicenda è quella del 13 settembre dello stesso anno, quando il Consiglio esamina la proposta di disciplinare consegnata da Garoglio al Ministero con il consenso degli altri consorzi e valuta  l'opportunità di proporre ricorso al Ministero, la forma di rito per dimostrare che tra gli "interessati" di cui la legge prevede il consenso, una frazione significativa dissente dal capitolato stilato da Garoglio e inoltrato senza l'unanimità dei consensi. Il confronto sull'opportunità dell'impugnazione si sviluppa nella seduta del    , quando il Consiglio ne delibera la presentazione, di cui valuta  i primi effetti nella riunione del 10 novembre, quando Ricasoli riferisce del risentimento di Garoglio, che, come non era arduo prevedere, ha accolto il gesto come affronto personale.

Seppure l'unanimità dei consiglieri reputi che il ricorso ha costituito l'inevitabile espressione del dissenso chiantigiano contro l'omologazione che si pretende di imporre a tutti i vini abilitati a definirsi Chianti, severe perplessità serpeggiano tra i consiglieri sulla possibilità che la scelta produca effetti positivi, una circostanza che non provoca sgomento, peraltro, siccome si reputa che il vino dell'area originaria non possa essere oggetto di una considerazione peggiore di quella che gli ha riservato Garoglio. Nel clima di  incertezza, il numero maggiore dei consiglieri conviene che l'ottenimento di un disciplinare separato, l'istanza rigettata da Garoglio, debba reputarsi la meta più fausta cui mirare, tale che ad essa potrebbero sacrificarsi le rivendicazioni complementari, compresa la denominazione "controllata e garantita".

La predisposizione di una nuova proposta di disciplinare anima altri due anni di scontri e polemiche. Allarmati per lo spopolamento dei propri comuni, intervengono nella battaglia del disciplinare i sindaci dei municipi chiantigiani, che vergano una vibrante lettera aperta a Pier Giovanni Garoglio denunciandone la parzialità: lo studioso replica, risentito, dalle pagine della "Nazione", che, annoverandolo tra i collaboratore abituali, non concede agli avversari uno spazio equivalente per argomentare a sostegno delle proprie tesi. La tensione degrada, intanto, la nobile guerra delle insegne stradali in meschina zuffa di scritte sull'asfalto: lo scontro non era mai giunto, letteralmente, tanto in basso. Né lo eleva il parallelo duello delle scritte sui  muri delle case.

Nella confusione del campo di battaglia un elemento capitale interviene, tuttavia, a modificare i termini della contesa: l'insperata ascesa dei prezzo del vino. Confermando la saggezza dell'estensore, la legge di Paolo Desana dimostra la propria efficacia anche dove liti locali ne impediscano l'applicazione. Tra i suoi sintetici capitoli, uno, il quinto, sancisce "Disposizioni contro le frodi e la sleale concorrenza". Prima che a favore del Chianti possa operare il capitolo esenziale,  "Delle denominazioni di origine" un vino da sempre prodotto in quantità ingenti con tagli inimmaginabili sperimenta i benefici delle disposizioni repressive della legge.

E' mescolando stupore, entusiasmo e commozione che alla seduta del Consiglio del 21 giugno 1966 Giulio Straccali, a ottantun anni ancora ago della  bilancia del mercato enologico toscano, riferisce ai colleghi che il flusso delle autocisterne impegnate a riversare vino di regioni e province lontane nelle vasche degli stabilimenti che ricolmano fiaschi di "Chianti" si è contratto dalle  venticinque quotidiane dell'anno precedente a due-tre. Il vino dei comprensori autorizzati alla denominazione ha guadagnato, in pochi mesi, 50 lire per ettogrado,  da 200 salendo a 250 lire: il Chianti  "classico" ha raggiunto le 1.100 lire al grado, un prezzo privo di qualsiasi precedente.

L'inattesa  evoluzione dei corsi mercantili, prova dell'efficacia della distinzione perseguita, con caparbia determinazione, dal Consorzio, tra il vino del comprensorio e quelli delle aree limitrofe, indurrà gli alfieri del gallo nero ad accettare con  impavida fermezza l'ennesima sconfitta sul terreno normativo. Il 2 ottobre 1967 il Consiglio si riunisce per esaminare la nuova proposta di disciplinare elaborata da      con l'ausilio del professor Garoglio, che non ha voluto esporsi, per la seconda volta, in prima  persona. Nonostante le assicurazioni ricevute, nei mesi  precedenti, da Desana, che, concluso il mandato  parlamentare, ha assunto la presidenza del Comitato lasciata da Dalmasso, le istanze chiantigiane sono state, ancora una volta, disconosciute.

Il Consiglio giudica il testo peggiore, seppure più chiaro, di quello che portava la firma di Pier Giovanni  Garoglio. E' la terza data capitale della vicenda: i sostenitori della resistenza ad oltranza, Mazzei e D'Afflitto, proclamano la necessità di impugnare anche il nuovo documento. A suffragio della proposta argomentano che siccome il mercato è favorevole, non v'è alcuna urgenza di applicare la legge:  sussistendo le condizioni per resistere, sarebbe miope cedere. Gualtiero Nunzi, che nel consesso ha consolidato il ruolo di autorevole eminenza grigia, ribatte che proprio perchè il mercato ha sentenziato che Chianti e Chianti classico sono due  prodotti diversi, avendo conseguito l'obiettivo capitale il Consorzio non può ritardare ulteriormente l'applicazione della legge, producendosi in vano  ostruzionismo. L'incertezza dei ricavi ha saldato, per anni, le volontà, la loro sicurezza pare ora, dividerle: gli oltranzisti non cedono, al colmo della concitazione la seduta è tolta e aggiornata alla settimana successiva.

Gli otto giorni che  trascorrono non portano, tuttavia, concordia, ma esacerbano il dissidio. Infiamma la disputa un articolo del direttore          Anzillotti, che senza attendere l'esito del dibattito sulle pagine di     ha salutato la stesura del nuovo disciplinare come evento atteso e fausto. I dissidenti denunciano nell'espressione pubblica l'abuso di poteri che non competono al funzionario, e pretendono una censura formale  Nell'impossibilità di una composizione, il presidente è costretto a sottoporre la decisione al voto, nella storia di un consesso di gentiluomini adusi suggellare le intese senza contare i voti, una scelta dai precedenti oltremodo rari. La mozione di Lapo Mazzei  e Enrico D'Afflitto è respinta da tre voti contrari e un'astensione. Dichiarando che la scelta vanifica quarant'anni di fermezza e di tenacia entrambi preannunciano le dimissioni, che confermeranno in apertura della seduta successiva.

La vicenda si conclude il 15 dicembre, quando, ritirate le dimissioni dei dissidenti, la presidenza riferisce l'esito di un incontro romano con Paolo Desana, che ha promesso che il Comitato valuterebbe con favore la richiesta del Consorzio, di assumere le funzioni di controllo previste dalla legge: l'accettazione della proposta di disciplinare viene sostanziosamente ricompensata con l'attribuzione al sodalizio dei poteri ispettivi dal cui esercizio dipenderà la concreta applicazione della legge. Se dei controlli sui territori finitimi saranno responsabili altri organismi, uno o una molteplicità non importa, nell'area originaria conserverà il potere di indirizzo della produzione il sodalizio del gallo nero, che perseverando nel rigore cui ha improntato, dall'origine, la propria azione, potrà accentuare ulteriormente la divaricazione tra il  prestigio mercantile  del Chianti "classico" e quello di tutti gli altri "Chianti".

Gli alfieri dell'intransigenza, che pretendevano di "magnificamente isolare" le terre del Gallo aprendo un fossato invalicabile tra i propri vini e quelli che si riversano nell'"unico calderone" che porta il nome di Chianti, non potrebbero vantare, nella sconfitta, un successo più luminoso.

 

 

 

 

 

 

 

 

XII      La ricostruzione dei vigneti e la grande crisi del vino

 

Nella storia secolare della viticoltura del Chianti l'approvazione del disciplinare corrisponde all'alba di una stagione di turbinosa trasformazione del volto del comprensorio, la grande stagione del reimpianto dei vigneti. Mentre le vigne in coltura promiscua che rivestono colli e convalli, condannati dall'estinzione del sistema mezzadrile e dall'inesorabile progredire della fillossera, vengono abbandonate al loro malinconico destino, in un clima di accesa euforia il comprensorio affronta la ricostruzione del patrimonio viticolo nella forma nuova del vigneto specializzato, il tipo di arboreto che da secoli caratterizza regioni viticole di antica fama, cui la conformazione del territorio ha indotto la tradizione chiantigiana a preferire l'alberata.. Confidando sui nuovi potenti mezzi di scasso, nelle grandi proprietà chiantigiane i tecnici si impegnano con entusiasmo a introdurre la forma nuova su appezzamenti di vastità rara in tutte le aree viticole del Vecchio Continente.

A sostenere uno sforzo che esprime la più vivace fiducia nel futuro del vino, insieme all'esito della guerra del disciplinare e al dinamismo dei mercati enologici, che offrono ai proprietari degli ultimi brandelli di viticoltura promiscua guadagni che nel quadro economico chiantigiano appaiono prodigio dei fati, è la messe delle sovvenzioni che, lungamente invocate, si riversano copiose sui colli dove la vite pareva vivere la propria agonia. Dopo che la normativa sulle denominazioni ha contratto l'onda di vino  che fluiva in Toscana per  trasformarsi in Chianti, costringendo gli stabilimenti i cui fiaschi invadono i mercati nazionali e quelli esteri a rifornirsi nelle aree legittimate, la scarsità del prodotto, frutto della  senescenza dei vigneti, provoca una prepotente ascesa dei  prezzi. Quell'ascesa è impennata incontenibile nel comprensorio del Chianti classico. A  metà degli anni '60,  mentre la costruzione del Mercato comune alimenta il sogno che l'Italia stia per trasformarsi nel giardino delle Esperidi del Continente, insieme orto, frutteto e vigneto, nel Chianti le nuove ragioni di fiducia, e il nuovo flusso di sussidi, sopraffanno le cause antiche di scoramento e di rassegnazione, innescando una corsa agli investimenti viticoli priva di analogie in tutte le aree viticole del Paese.

Un'accurata rievocazione della stagione della ricostruzione, eseguita, sotto la guida, ancora, del professor Cianferoni, da Giovanni Manetti, testimonia che all'alba degli anni '60, mentre qualche proprietario si ostina ancora a piantare alberate al centro dei seminativi, la creazione di vigneti specializzati non supera, nel comprensorio, i 100 ettari all'anno. L'entità dei nuovi impianti varca la soglia dei 100 ettari nel 1964, tocca i 161 nel 1967, l'anno del varo del disciplinare, che sospinge la superficie degli investimenti, l'anno successivo, a 285  ettari. L'entità degli impianti si eleva quindi a 446 ettari nel 1969, tocca i 633 nel 1970, quando il processo conosce l'apice.

La superficie  piantata annualmente si manterrà oltremodo elevata, al di sopra dei 500 ettari, nei quattro anni  successivi, cadrà repentinamente quando, entrati in produzione, ormai, i primi vigneti razionali, alla scarsità di Chianti classico subentrerà la sovrabbondanza, ed i prezzi oltremodo propizi degli ultimi anni '60 si convertiranno in quotazioni rovinose per chi dovrà onorare le cambiali sottoscritte,  seppure a tassi agevolati, per realizzare gli impianti, e provvedere,  insieme, alla loro coltura con manodopera salariata, le cui retribuzioni avranno iniziato un'ascesa speculare alla caduta dei corsi  del vino. La contrazione delle superfici investite annualmente non potrebbe fornire prova più eloquente del crollo che travolge, insieme, i prezzi di vendita, la redditività delle aziende, la fiducia nel futuro dei proprietari: nel 1974,  l'ultimo anno dell'ondata dei piantamenti, la superficie investita è di 529 ettari, l'anno successivo si riduce a 350, quindi a 226, per scendere, nel 1977,  sotto la soglia dei 100, il limite il cui superamento, nel 1964, ha segnato l'alba della stagione dell'euforia.

Alimentano l'euforia  degli investimenti tre provvedimenti legislativi, la sostengono e la dirigono due organismi fondiari. Offrono sostanziosi contributi al reimpianto dei vecchi vigneti il primo  "Piano  verde",  varato da Amintore Fanfani nel 1961, ed il secondo, approvato, nel 1966, all'esaurirsi dell'operatività del primo. Aggiunge disponibilità ulteriori il regolamento 17  della Comunità Europea,  approvato nel 1964 ma recepito con ritardo dall'Italia, tanto che i suoi effetti si sommano a quelli del secondo "Piano verde". Se, peraltro, la prima delle due leggi nazionali non alimenta, nel Chianti, che i prodromi della grande ricostruzione, è la sommatoria dei contributi della seconda e del provvedimento comunitario che, combinandosi all'intervento degli organismi che si propongono quali esecutori delle opere, anima gli anni di più acceso fervore della trasformazione. Costituisce evenienza singolare, peraltro, che l'erogazione dei sussidi e l'intervento esecutivo cadano in corrispondenza all'approvazione del disciplinare: la coincidenza che sospinge gli impianti oltre i limiti che l'assetto futuro del mercato dimostrerà adeguati all’entità della domanda.

E' in corrispondenza, infatti, all'entrata in vigore della seconda legge per l'ammodernamento dell'apparato agrario nazionale, che l'Ente autonomo per la bonifica, l'irrigazione e la valorizzazione fondiaria delle province di Arezzo, Perugia, Siena e Terni effettua un'accurata indagine sull'ordito viticolo del comprensorio del Chianti classico per  verificare l'entità delle superfici idonee all'impianto di vigneti capaci di produzioni di alta qualità: l'analisi constata l'esistenza di 9.325 ettari vocati a forme moderne di viticoltura, dei quali 645 atti all'impianto senza opere di impegno ingente, 6.110 convertibili in  vigneto con opere di onere medio, 2.570 convertibili con interventi di costo elevato.

Lo studio è la base dell'intervento dell'organismo, che appresta un'efficiente struttura operativa alla quale i proprietari potranno affidare l'esecuzione delle opere di impianto cedendo all'Ente il diritto ai contributi di cui abbiano diritto e impegnandosi a pagare la differenza tra la somma dei contributi e il costo complessivo delle opere. Siccome, peraltro, la giurisdizione dell'Ente si arresta ai confini della provincia di Siena, per assicurare anche all'area fiorentina l'opera di un organismo capace di sospingere l'opera di trasformazione, viene estesa alla seconda provincia la competenza dell'Ente Maremma, l'istituzione creata per l'appoderamento delle terre espropriate, nelle province di Grosseto, Roma e Viterbo, in esecuzione della Riforma agraria. Il secondo organismo non eguaglierà, peraltro, il dinamismo del primo, promuovendo, nell'area di propria competenza, un moto di rinnovamento delle strutture viticole alquanto meno vigoroso.

Per un paradosso singolare, che non costituisce, peraltro, eccezione nella storia degli investimenti  agrari, il dinamismo dell'organismo che interviene a sospingere la conversione produce, insieme al rinnovamento che non avrebbe mai assunto, altrimenti, ampiezza equivalente, due conseguenze collaterali dall'effetto devastante sui già precari equilibri economici del comprensorio. La prima, di ordine finanziario, è l'appesantimento della situazione patrimoniale dei proprietari che hanno affidato all'efficiente apparato pubblico la realizzazione dei propri vigneti. Secondo la categoria imprenditoriale nella quale ricadano, i conduttori fruiscono, infatti, di contributi di entità diversa in conto capitale o quale intervento sugli interessi: la somma delle due voci non può superare, comunque il 45 per cento del valore dell'investimento, un limite che viene ridotto al 38 nel    La differenza resta a carico dell'azienda, che oltre  alla cessione dei contributi pubblici deve comunque all'Ente un conguaglio liquido.

La differenza supera, con notevole frequenza, la misura suggerita da un computo astratto. In anni di inflazione galoppante i costi fissati dai prezziari allegati ai regolamenti di attuazione della legge non coincidono mai alla realtà, e i preventivi contrattuali assumono sistematicamente valori maggiori: ove le spese lievitino ulteriormente nel corso dei lavori, tra i computi su cui si commisurano i sussidi pubblici e le fatture dell'Ente il divario risulterà  ingente. Il proprietario che ha deciso l'impianto attratto dal denaro e dall'intervento tecnico dello Stato si accorge, a opera compiuta, di avere operato un investimento sproporzionato al patrimonio e alla sua redditività.

Speculare alla prima, la  seconda conseguenza nefasta dell'intervento pubblico è il crollo del mercato del vino che segue l'incontrollata dilatazione dei vigneti e della produzione. Nel 1967, l'anno cardinale della vitivinicoltura chiantigiana, la vendemmia ha toccato il minimo storico portando alla produzione di 117.000  ettolitri, l'entità che in concomitanza dell'entrata in vigore della normativa contro le  frodi ha sospinto i  prezzi al rialzo riportando la fiducia in un quadro economico gravemente provato.

Piantati secondo criteri razionali e coltivati secondo tecniche moderne, i nuovi impianti apportano rapidamente alla produzione una massa di uve che scardina ogni equilibrio mercantile: nel 1971 il comprensorio del Consorzio registra una produzione di 169.000 ettolitri, l'anno successivo di 178.000, quindi di 281.000. Alla vendemmia del 1974, l'anno che segnerà l'arresto degli investimenti, la produzione tocca i 323.000 ettolitri: in sette anni la produzione  è triplicata, dal  minimo storico balzando ad un  valore  imponente, che negli anni successivi, raggiungendo la  maturità gli impianti più recenti, verrà ripetutamente superato.

Il vino ottenuto da vigneti giovani e lussureggianti, curati da aziende che da tempo non conoscono il problema di governare masse di uva tanto ingenti, è, per di più, di qualità mediocre: le cantine aziendali sono insufficienti a smaltirla, e l'industria viniera, che nel 1967 ha constatato la fine dell'era del fiaschetto a buon mercato, e ha modificato la tipologia della propria offerta, non è interessata ad acquistarla.  Testimoniano il rigetto di quell'uva da parte della domanda i prezzi del vino, che in anni di  inflazione tumultuosa ristagnano su valori stazionari: dalle 17.750 lire al quintale del 1968 i prezzi raggiungono le 26.372 nel 1975, quando inonda il mercato la vendemmia del 1974. In  termini reali separa i due valori una perdita del trenta per cento, che lo scorrere di altri due anni porterà a sfiorare il cinquanta per cento.

Se l'anno che ha segnato, con l'approvazione del disciplinare, una storica svolta nelle vicende del sodalizio chiantigiano, ha coinciso col prorompere dell'onda dei nuovi impianti, all'anno che segna l'arresto di quell'onda corrisponde un'altra circostanza capitale della vita del Consorzio del gallo nero. L'affidamento al Consorzio, nel     , da  parte del Ministero dell'agricoltura, delle funzioni di vigilanza che al sodalizio sono state promesse da Desana, ha aperto, all'interno della compagine, un dissidio che in pochi anni si trasforma in aperto conflitto: le quattro case vinicole maggiori operanti nel comprensorio, insieme grandi fattorie e aziende commerciali, Ricasoli, Antinori, Serristori e    ,  reputano, infatti, che la battaglia per la tutela della denominazione possa reputarsi conclusa, e che l'attività futura del Consorzio debba limitarsi ai controlli che gli sono stati demandati, senza profondersi in sforzi ulteriori per l'affermazione dell'insegna sociale, che ritengono già sufficientemente  nota e stimata. Acquisendo un prestigio maggiore di quello che già ha conquistato, l'immagine del gallo diverrebbe, infatti, simbolo preminente sulle insegne commerciali cui si unisce, imponendosi, così, sopra ai  marchi commerciali con cui ha mantenuto, fino allora, rapporti di complementarità. Mentre la crisi oppone le grandi case vinicole in un serrato confronto mercantile, che richiede cospicui investimenti pubblicitari, gli industriali reputano sarebbe improduttivo devolvere i propri mezzi alla propaganda consortile.

I proprietari di aziende che usano cedere parte della produzione alle aziende industriali, imbottigliare l'altra parte per venderla direttamente, hanno verificato, invece, alle prime avvisaglie della crisi, che i rapporti diretti con il consumo ne attenuano gli effetti, hanno constatato, insieme, che il prezzo maggiore che ricavano dalla bottiglia è legato univocamente al simbolo del Consorzio: si sono convinti, quindi, che ogni impegno di rafforzamento pubblicitario si tradurrebbe in vantaggi sicuri per le proprie vendite. Non potendo attendere alcun beneficio, date le dimensioni aziendali, da azioni promozionali individuali, reputano che la alla crisi debba opporsi uno sforzo rinnovato di valorizzazione del marchio consortile.

La divergenza di strategia pubblicitaria si traduce in  vistoso dissidio di interessi finanziari: essendo i contributi consortili commisurati all'entità della produzione, la parte più cospicua dei proventi dell'organismo deriva dalle aziende maggiori, che risultano le prime tributarie di ogni sforzo ulteriore. L'impresa industriale è naturalmente indotta a comparare, peraltro, i vantaggi dell'azione consortile con quelli dell'impiego pubblicitario diretto degli oneri che le vengano imposti, un calcolo che conduce progressivamente le quattro case chiantigiane ad opporsi ad ogni programma di supporto dell'immagine consortile.

Alle considerazioni pubblicitarie si connette una ragione di strategia mercantile: consolidando il ruolo dei piccoli produttori, la preminenza del simbolo consortile sui marchi industriali minaccia l'emancipazione della produzione del comprensorio dalla soggezione alle grandi case, nel Chianti tradizionalmente arbitre del mercato. Se le  aziende maggiori possono accettare di convivere, cioè, con produttori minori i cui prezzi di vendita debbano sottostare, comunque, ai loro listini, non possono accettare che il Consorzio trasformi il Chianti in costellazione di vinificatori di fattoria, nella quale le aziende industriali vengano a costituire, progressivamente, corpi estranei. Non possono accettare, soprattutto, che la conversione sia operata attraverso il bilancio consortile di cui sono la fonte preminente.

Il dissidio produce, all'alba degli anni '70, una tensione crescente e dispute sempre più accese all'interno del Consiglio, fino a quando, nella seduta del 28 gennaio 1974, i rappresentanti delle aziende industriali dettano un autentico ultimatum, il rifiuto delle cui condizioni dichiarano produrrà il loro recesso. La maggioranza rigetta l'imposizione, e il rifiuto si traduce, nella seduta del 5 marzo 1974 nelle dimissioni di Bettino Ricasoli. Seppure abbia ceduto la casa vinicola ad una società americana, il presidente di tre lustri di lotte nella trincea della resistenza ad oltranza rappresenta, col proprio nome, non meno la tradizione industriale che l'antica proprietà nobiliare: il recesso è la conseguenza inevitabile dell'incompatibilità del nome e del ruolo nelle circostanze nuove. Nel Consiglio sguarnito dei rappresentanti delle case vinicole i membri superstiti offrono la presidenza a Lapo Mazzei, il vicepresidente che nella guerra del disciplinare ha rappresentato la più genuina intransigenza chiantigiana, che il 5 aprile accetta formalmente il mandato. Nei giorni successivi i protagonisti della secessione gli chiederanno, cordialmente, se non tema l'ombra che ne comprometterebbe la reputazione di operatore economico ove l'imbarcazione di cui ha impugnato il timone dovesse naufragare. Privata del loro contributo economico, i grandi vinificatori sono convinti che la navicella del Consorzio possa sperare in una navigazione né lunga né felice.

Dirà qualche amico che è stata proprio la problematicità della situazione ad indurre ad accettare la sfida un uomo che in quella sfida saprà cimentarsi con l'impavida fierezza che ha animato tutti i capitani del Gallo, consentendo al sodalizio di trionfare sulle circostanze che cento volte parevano doverne determinare la sconfitta. Nel segno più autentico della tradizione, nel 1974 ha inizio un mandato che tra nuove tenzoni e nuove vittorie condurrà il Consorzio alle soglie del settantesimo anniversario  della sua fondazione.

Oltre alle alee economiche, la secessione impone al Consorzio di affrontare delicati problemi statutari: l'ingente drappello di produttori che non si riconosce più nell'organismo pretende, legittimamente, di continuare a fruire della denominazione d'origine sancita dalla legge, intende sottostare, quindi, alle funzioni di controllo assegnate dal Ministero al Consorzio, ma, come garanzia di imparzialità, rifiuta che l'ente demandato della vigilanza combini ai compiti di legge funzioni promozionali estranee, ormai, ai  propri interessi. La volontà di evitare equivoci di competenze conduce, così, allo sdoppiamento del Consorzio in due organismi, uno dei quali assumerà il compito dei controlli di legge, l'altro le funzioni di promozione tradizionali del sodalizio del Gallo. I contributi volontari dei viticoltori associati si riverseranno nel secondo, che, costituendo associazione privata, potrà perseguire liberamente le finalità pubblicitarie che i soci intendano attribuirgli.

Consentirà a Lapo Mazzei di guadagnare l'ardimentosa scommessa affrontata la costante crescita del numero delle aziende che si impegnano nella manipolazione del proprio vino fino alla vendita in bottiglia, e l'aumento dei quantitativi imbottigliati, la base di computo dei contributi consortili,  quindi il fondamento economico della vita del Consorzio. Se, alla vigilia della secessione dei quattro grandi, il volume della produzione imbottigliata dagli associati corrisponde a        ettolitri,  e all'indomani dell'evento, nel 1975, scende a      , essa seguir dall'anno del tracollo una progressione di crescita costante: nel 1985 raggiungerà i   ettolitri, nel 1990 i   .

A rinsanguare le schiere del sodalizio chiantigiano diradate dalla defezione, interviene, con uno dei repentini mutamenti di campo che ne hanno segnato tutta la vita, una  forza verso la quale il vertice dell'organismo non ha mai nascosto la propria diffidenza, se non la propria ostilità: la cooperazione.

Dall'alba del secolo la creazione di cantine sociali ha costituito una delle risposte più comuni, in tutte le aree viticole nazionali, ai problemi che hanno progressivamente trasformato il quadro della manipolazione dell'uva e dell'immissione sui mercati del vino. Le crisi successive che hanno indotto i proprietari chiantigiani a riunirsi nel sodalizio hanno sospinto alcuni dei suoi animatori, in tempi successivi, a proporre di investire l'organismo di alcune delle funzioni che altrove i viticultori hanno affidato alle cantine sociali: il Consorzio avrebbe potuto, quindi, assumere una fisionomia parzialmente simile a quella di una cantina cooperativa. E' stato l'attaccamento all'autonomia patrimoniale tipica di esponenti della proprietà patrizia a modellare l'organismo, nel procedere della sua storia, come entità radicalmente difforme, seppure non necessariamente antitetica, ad una cooperativa enologica: è peraltro comprensibile che titolari di grandi fattorie, tradizionalmente dotate di grandi cantine, e in grado di rapporti alla pari con commercianti e imbottigliatori, siano meno attratti ad integrare la trasformazione delle uve in complessi collettivi.

L'indifferenza del vertice consortile per la cooperazione si è espressa in forma paradossale, nel 1955, quando, nell'isolamento del confronto  per la denominazione, Ricasoli ha rigettato con sdegno il suggerimento di un consigliere di ricercare l'alleanza delle cantine sociali, che ha proclamato produrre vino miserevole. L'indifferenza è trascolorata in diffidenza, se non in avversione, quando organizzazioni diverse della sfera agricola si sono fatte promotrici di iniziative dirette alla creazione di cantine sociali nel comprensorio: intrevvedendo nell'eventualità la minaccia all'antico primato dei grandi proprietari nell'economia del Chianti, e il rischio che organismi diversi si sostituissero al Consorzio come voce della sua agricoltura, il direttivo del sodalizio non ha mancato di osteggiare, con i mezzi a propria disposizione, i primi tentativi.

Testimoniano l'opposizione all'insediamento della cooperazione nel Consorzio i verbali delle sedute consiliari nel corso delle quali il consesso abbia esaminato l'eventualità della costituzione, nel comprensorio, di una cantina sociale, di cui qualche organismo pubblico abbia dichiarato voler promuovere la costituzione. La circostanza si verifica, per la prima volta, nel  ,  quando l'intenzione di promuovere la nascita di una cooperativa è stata espressa da      . Si  ripete nel      quando  la costituzione è auspicata da    .

Tra le manifestazioni di diffidenza verso la cooperazione del vertice consortile, è emblematico il dissenso sul tema che si inserisce tra gli elementi della polemica tra Ricasoli e Dalmasso in occasione dello storico duello oratorio nel Salone dei duecento: avendo il professor Dalmasso incluso la creazione di cooperative nell'elenco dei mezzi con cui rendere più funzionale l'apparato produttivo del  Chianti, il presidente del Consorzio ribatte che nel Chianti non ci sono cooperative vinicole perché non ve n'è necessità. Lo stesso Consorzio, ricorda Ricasoli, ha creato, fino dal       la cooperativa Produttori chiantigiani associati, che non avrebbe mai intrapreso un'attività di vinificazione non avendola i soci mai reputato necessario: una risposta non propriamente pertinente, siccome la costituzione dell'organismo è stata suggerita, abbiamo verificato, da intenti  assolutamente estranei all'attività di vinificazione.

Un confronto altrettanto vivace, e uno scetticismo altrettanto radicale ha animato, in Consiglio, la notizia,  posta in discussione il 25 giugno1965, della creazione di un organismo cooperativistico nel cuore del comprensorio, tra Greve e San Casciano. Il dibattito, testimonia il verbale, si è dispiegato nell'esame dei mezzi con i quali il Consorzio potrebbe ostacolare la nascita del sodalizio, un esame che non ha condotto, peraltro, ad alcuna decisione concreta: nel 1965 il Consorzio vive una situazione di accerchiamento che gli impone di concentrare le energie nella difesa dei propri bastioni, rinunciando alla suggestione di cariche spettacolari contro nemici veri o immaginari.

Promotore dell'iniziativa è, peraltro, un uomo che non si lascerebbe dissuadere facilmente da una scelta maturata con ponderazione e assunta con fermezza: Gualtiero Nunzi, l'imprenditore che chiusa un a florida attività commerciale ha deciso di dedicarsi all'azienda agricola, e si è proposto di farlo in una cornice cooperativistica: siccome quella cornice non esisteva, ha deciso di costruirla. Senza legami precedenti con le organizzazioni cooperativistiche, la scelta lo conduce a creare, nel cuore del Chianti, una cooperativa di esemplare solidità ed efficienza. Quando quella solidità impone il suo ingresso al vertice del Consorzio, la sua presenza in Consiglio suggella il ruolo acquisito dalla cooperazione tra le componenti della compagine chiantigiana, accanto ai proprietari di fattorie che imbottiglino direttamente il vino e alle aziende commerciali che insieme a quello delle proprie uve commercializzano il vino di chi arresta l'impegno all'opera di cantina.

Fondata nel 1965 la "Cantina dei castelli del Grevepesa" ha impiegato tre anni a costruire lo stabilimento e ad apprestare gli impianti. Assai più ardua dell'impegno per l'apparato tecnico è stata l'opera del presidente per conquistare fiducia e adesioni tra i viticultori: assurgerà alla sfera della leggenda chiantigiana l'accorta  manovra con cui  Nunzi ha convinto all'adesione Ugo Pecchioli, la cui fama di accorto uomo d'affari si trasforma nel diploma con cui la cooperativa attira nei propri ranghi uno stuolo di scettici.

Alla mancanza di esperienza sulla vita di un sodalizio cooperativo, Nunzi si è impegnato a sopperire visitando gli organismi che propongono, a tutte  le latitudini della Penisola, gli esempi più significativi di cooperazione enologica. Dall'esplorazione ha appreso che la minaccia più grave che incombe sulla vita di una cantina sociale è la  libertà di conferimento parziale, una facoltà che consente ai soci, ogni anno, di vendere sul mercato le uve migliori, consegnando alla cantina le peggiori, che negli anni di produzione scarsa li induce a preferire i commercianti, impedendo al sodalizio di trarre dalla scarsità i vantaggi che, tradotti, al bilancio, in pingui liquidazioni, assicurano il primo cemento della  compagine sociale.

Ha sancito nello statuto, così, il divieto alla cessione della frazione più piccola della produzione, e a prova dell'indefettibilità del vincolo all'alba dell'attività del sodalizio ha venduto la splendida serie di botti conservata nella cantina della propria villa: delle uve prodotte dagli    ettari delle proprietà di Mercatale nemmeno un quintale potrà essere vinificato in azienda. Si sussurrerà che non abbia imposto  lo stesso rigore che ha usato nei propri riguardi all’amico Pecchioli, ma Ugo Pecchioli è tra i maggiori proprietari  del Chianti, ha intestato parte delle aziende ai  figli, e per ottenerne l'adesione non è irragionevole consentirgli di obbligarsi al conferimento di una quota determinata della proprietà

Con una scelta che ricalca la determinazione con cui gli antichi conquistatori bruciavano, alle loro spalle, le navi che li avevano condotti ai lidi della gloria futura, il presidente della Cantina dei castelli del Grevepesa inaugura, alla vendemmia del1968, la seconda che si svolge sotto l'usbergo del disciplinare, una stagione che farà del sodalizio l'apparato di manipolazione e commercializzazione di un terzo della produzione legittimata al titolo di Chianti classico. Iniziata l'attività, alla prima vendemmia, con la lavorazione di quintali d'uva, nel  l'organismo registrerà conferimenti per quintali, per  quintali nel  , fino ai  quintali del 1992, un'annata di  scarsa produzione, dalla quale sarà ottenuto un vino che sarà ricordato negli annali chiantigiani come uno dei più straordinari del secolo.

Il varo felice dei Castelli del Grevepesa induce, negli  anni successivi, la  moltiplicazione delle iniziative cooperativistiche: nel 1971 costruisce i propri impianti la cooperativa Agricoltori del Chianti geografico, un sodalizio che negli anni precedenti ha iniziato la prima attività in cantine affittate, nel 1972 un gruppo di coltivatori diretti crea, a Castelnuovo Berardenga, il terzo organismo enologico chiantigiano, tre anni più tardi iniziano la propria attività, a Barberino Valdelsa, Le Chiantigiane.

In anni in cui lo Stato profonde mezzi finanziari generosi a chiunque ostenti patenti di neocooperatore, l'euforia associativa non manca di erigere anche nel Chianti qualche mausoleo all'imprevidenza e alla sicumera: costituiscono moniti autorevoli contro gli entusiasmi dissociati dall'oculatezza i ruderi di una cooperativa e di una centrale di invecchiamento che svettano tra i rovi nelle campagne di Radda, entrambe abbandonate alla rovina appena ultimate le opere, appaltate senza la preventiva certezza di una base sociale proporzionata al progetto.

La nascita, fortunosa e fortunata, della cooperazione in una terra dove i costumi antichi parevano vietarne la radicazione, propone il quesito della consistenza acquistata, nel comprensorio, dalla  proprietà coltivatrice, l'asse portante dell'ordito agrario di tutti i paesi evoluti e delle regioni italiane più dinamiche, una realtà economica e sociale di cui la cooperazione costituisce, a tutte le latitudini, complemento necessario. Sorprendente e inusuale, la risposta che impone la realtà è la constatazione dell'inesistenza di legami  necessari, nel Chianti,  tra cooperazione e proprietà coltivatrice. Ma la considerazione del ruolo, nell'economia del comprensorio, dei proprietari coltivatori è elemento essenziale del panorama che, a conclusione della sua storia, si cerchi di comporre dell'agricoltura chiantigiana e delle attività connesse nell'ultimo decennio del secolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XIII     Una terra e il suo vino all’alba del Duemila

 

La tranquillità seguita, nel 1967, alla promulgazione del disciplinare, non avrebbe segnato la conclusione della guerra del Chianti ma la tregua tra vecchie e nuove battaglie e scaramucce: ottenuto il riconoscimento del Consorzio, e l'attribuzione delle correlate funzioni di controllo merceologico, i cavalieri del Gallo avrebbero impugnato di nuovo lancia e spada per conquistare al proprio vino i titoli della denominazione  "controllata e garantita" negati dalla volontà ministeriale di conservare l'unità della denominazione Chianti, che sarebbe stata infranta se la denominazione comune avesse compreso un Chianti "controllato" e uno "controllato e garantito".

Seppure, tuttavia, adempiendo ai voti dell'industria viniera e dei viticoltori delle aree contigue, la decisione abbia mantenuto l'unicità della denominazione, la definizione, tra i dettagli del disciplinare, di più di un elemento di differenziazione, ha fatto di quell'unicità la chimera dall'unico corpo ma dalla doppia testa. Nell'unicità della cornice, il disciplinare configura, infatti, due prodotti enologici diversi: da un lato il novero dei "Chianti" definiti dal nome comune e da una correlata sottodenominazione, uniti altresì dall'identità delle peculiarità organolettiche, dall'altro il "Chianti classico", distinto dall'aggettivo che sostituisce il toponimo della sottozona, caratterizzato dal vincolo di una resa unitaria d'uva inferiore e dal requisito di mezzo grado alcolico in più rispetto ai vini confratelli.  Sancendo per i "Chianti" estranei all'area originaria l'omogeneità pretesa dai nemici del gallo nero, il disciplinare ha definito, praticamente, due vini, precostituendo la prova dell'incompatibilità sulla quale fondare una futura causa di separazione legale.

Proponendosi di ottenere, comunque, per il proprio vino la denominazione "controllata e garantita" senza disporre della forza necessaria a pretendere l'annullamento del matrimonio appena celebrato, all'indomani della conclusione della guerra il Consorzio del Gallo intraprende una paziente attività diplomatica per convincere il consorte del Putto, con cui è formalmente obbligato a convivere, a unire gli sforzi per ottenere, insieme, l'attribuzione del titolo agognato. Iniziato nel 1970, il negoziato sarà coronato, il 2 luglio 1984,  dal decreto del Presidente della Repubblica che sancirà un nuovo disciplinare.

A differenza di tante vicende crepitanti nei rapporti tra i due sodalizi, tre lustri di pazienti trattative non offrono al cronista nuove prove di coraggio o di intemperanza partigiana: trovato in Luciano Giannozzi, il nuovo presidente del sodalizio confratello, un interlocutore più disponibile alle intese del pugnace predecessore, Mazzei e gli uomini che siedono con lui al vertice del Consorzio daranno prova della temperanza necessaria a consentire ad una compagine oltremodo più eterogenea una decisione che, imponendo nuovi, severi  vincoli, non può non suscitare la resistenza di industriali che producono, tradizionalmente, comuni vini da pasto, e degli agricoltori che li riforniscono secondo criteri di frettolosa economicità.

Facilita l'accordo il riconoscimento, ai vini affidati ai due sodalizi, di alcune peculiarità chimiche e organolettiche diverse, che aggiungono elementi di distinzione ulteriori a quelli fissati dal primo disciplinare: al  primo posto le proporzioni di uve bianche e rosse da cui prendono vita i due vini confratelli. La diversità dei rapporti in cui concorrono alla composizione di ciascuno le uve bianche, Trebbiano e Malvasia, è tale, anzi, da assicurare un solido caposaldo alle ragioni su cui può fondarsi l'asserzione che il medesimo disciplinare  definirebbe, in realtà, la fisionomia di vini distinti. Frutto di un’intesa di circostanza, il nuovo documento precostituisce, così, elementi aggiuntivi per la separazione delle due entità enologiche di cui sancisce, ancora, la convivenza.

Obbedendo alle regole di una sintonia il cui riproporsi non manca di stupire chi ripercorre le vicende vitivinicole chiantigiane, così come all'approvazione del primo disciplinare ha coinciso l'alba di una stagione radiosa del mercato del vino, alla sanzione del secondo corrisponde il dissolversi dell'incubo che l'euforia impiantistica seguita al fatidico 1967 ha generato come spettro devastatore. Arrivata a sfiorare, raggiungendo i nuovi impianti il proprio pieno vigore, la soglia dei 450.000 ettolitri, che ha varcato nel 1979, la produzione sottoposta ai controlli del Consorzio viene decurtata, negli anni successivi, dall'estirpazione dei vigneti più antichi, incapaci di competere con quelli moderni, quindi dal progressivo affievolirsi dell'esuberanza degli  impianti più giovani: accentuando la tendenza flessiva degli anni precedenti, la vendemmia che segue l'emanazione del  nuovo decalogo dell'enologia chiantigiana è tanto inferiore alle punte raggiunte che non se ne ricavano che 248.000 ettolitri, poco più della metà dell'apice toccato cinque anni prima.

Come le sciagure nascono dal comporsi di una pluralità di eventi avversi, così le circostanze fauste sono solitamente il frutto della composizione di eventi propizi: gli effetti dell'operatività del nuovo disciplinare e la caduta della produzione si sommano in una combinazione che muta radicalmente, ancora una volta,  gli equilibri economici della vitivinicoltura chiantigiana. Una quantità minore di vino, soggetto a controlli merceologici più severi, garanzia di più sicura nobiltà, non può che suscitare l'apprezzamento del mercato: quando, dopo due anni di invecchiamento in botte, il vino prodotto nel fatidico 1984 viene offerto al consumo, la crisi del Chianti appare evento di cui affidare l'esame, ormai, agli storici dell'economia, non è più l'incubo che incombe sulla sopravvivenza, nel Chianti, dell'attività agricola, quindi sulla vitalità delle aziende e sul loro valore patrimoniale.

Sottraendosi a quell'incubo il "Chianti classico" assurge nell'Olimpo dei vini blasonati, coronando le speranze che un manipolo di agricoltori illuminati ha assunto a stendardo all'alba del secolo  perseverando nella professione nonostante tutti gli ostacoli che paressero dimostrarne la volatilità Proprio perché gli eventi fausti paiono rispondere alla legge del magnetismo, al successo del vino nel corso degli anni '80 si giustappongono due circostanze altrettanto favorevoli: il consolidamento della redditività degli oliveti e la nascita di una significativa attività turistica. Un comprensorio al quale economisti illustri avevano pronosticato un futuro di boschi e di pascoli, vede, insieme, confermata la vitalità dell'ultima fonte di reddito sulla quale aveva contato, vede, insieme, redditi nuovi scaturire da una coltura di cui pareva inappellabile la condanna, e vede convertirsi in residenze turistiche oggetto di ansiosa domanda le cento e cento case coloniche che  l'esodo mezzadrile pareva avere destinato alla rovina.

Ma la terra che saluta l'alba luminosa della propria rinascita è una terra che solo l'orografia e l'architettura consentono di identificare con quella che è stata teatro, dall'alba del secolo, dell'agonia e della morte della mezzadria, delle lotte per la difesa del vino di un drappello di  grandi proprietari che conducevano le proprie fattorie con gli stessi modi con cui gli avi avevano retto i feudi che corrispondevano topograficamente alle medesime fattorie. Se i colli sono identici, infatti, lo scenario di cui sono parte è mutato tanto radicalmente da essere difficilmente riconoscibile: alla geometria arcaica e multiforme delle terrazze coronate dai filari di aceri e viti si è sostituita quella imponente dei vigneti piantati nelle grandi conche addolcite dal bulldozer. Attorno ai vigneti, non più mutilati dai tagli regolari, i cedui si sono trasformati in fitta, selvatica boscaglia. Da lontano in tutte le abitazioni si può riconoscere la dimora rustica che ospitò, per generazioni senza numero, una famiglia di mezzadri, ma da vicino chi vi visse per decenni non riconoscerebbe la sua casa: convertendola in residenza per il fine settimana di un imprenditore urbano o di un professionista, l'architetto ha rispettato le linee essenziali dell'opera del capomastro che lo ha preceduto, ha corredato la struttura antica di elementi estetici e di strumenti tecnologici che ne fanno bene economico privo di rapporti con ciò che quella casa fu per secoli.

Insieme alla fisionomia della dimora, specchio di quella degli occupanti cui è destinata, è mutato l'ordito fondiario in cui essa è inserita, e con l'ordito fondiario è cambiato il titolare della sua proprietà: salvo poche eccezioni le grandi fattorie in cui era suddiviso il Chianti sono state smembrate, e non sono molti i discendenti degli antichi signori che protraggono l'investitura di una proprietà che per molte famiglierisaliva nei secoli per generazioni innumerabili. Anche tra quei pochi  nessuno conserva gli antichi possedimenti nelle dimensioni primitive.

Né la terra è passata, secondo l'imperativo rivoluzionario che risuonò all'alba del secolo, nelle mani di chi la lavorava: ossessionato dai dogmi collettivisti della propria dottrina, il Partito Comunista, nelle cui file militavano, compatti, i mezzadri, non ha saputo, come pure ha fatto in regioni dove animava i suoi dirigenti un maggiore pragmatismo, trasformare la grande crisi nell'occasione della conquista della terra da parte dei lavoratori. Insieme alla soggezione ai legami della fattoria, nel Chianti i mezzadri hanno fuggito, così, anche la terra, che, accorti o fortunati, i nuovi compratori hanno acquistato nella libertà da qualunque vincolo contrattuale.

Abbandonata, dopo un'impari lotta con il tempo, dagli  antichi proprietari, rifiutata dai mezzadri decisi a trasformarsi in operai dell'industria, la terra del Chianti ha attratto, per singolare magnetismo, una schiera policroma di nuovi possessori, nelle cui file è dato constatare la presenza di decine di professioni e di nazionalità diverse. Hanno comprato le ultime grandi aziende le società assicuratrici protese alla differenziazione degli  investimenti e le multinazionali delle bevande interessate, invece, ad arricchire il proprio listino, ne hanno comprato grandi lembi i magnati dell'industria e della finanza. Hanno comprato, invece, i segmenti minori derivati dallo smembramento professionisti e gente di spettacolo, mercanti d'arte e alti  funzionari pubblici: in tutte le categorie professionali, con i lombardi, i  veneti e i romani sono egualmente numerosi i nuovi proprietari stranieri, primi  tra gli altri quelli tedeschi e  quelli inglesi.

La vivace attrazione che il comprensorio ha iniziato ad esercitare all'alba degli anni '70, che si è intensificata, negli anni '80, divenendo suggestione irresistibile, ha alimentato la duplice domanda di immobili da acquistare e di alloggi per permanenze temporanee: entrambe hanno contribuito ad attizzare quella vampata delle quotazioni fondiarie che ha fatto del Chianti un Eldorado immobiliare comparabile ai quartieri lussuosi delle grandi metropoli o alle aree più agognate delle regioni turistiche di moda. Se, infatti, la ricerca di case, poderi, aziende ha esercitato effetti diretti sul mercato, quella di opportunità di soggiorno ha consentito alle aziende chiantigiane di aggiungere al novero delle produzioni immesse sul mercato, drasticamente ridotto dalla crisi agricola, l'offerta di soggiorno in campagna: un'azienda dalla gamma più ampia di fonti di reddito ha, palesemente, un valore patrimoniale maggiore di un'azienda dall'offerta più contratta.

In questo singolare quadro paesaggistico, sociale e fondiario il vino svolge un ruolo capitale e insostituibile: imposto, contro le resistenze di cento avversari, tra i prodotti eletti dell'aristocrazia enologica europea, il "Chianti classico" partecipa, col proprio blasone a nobilitare il territorio, traendo, a sua volta, dal flusso di residenti e visitatori a reddito elevato, i benefici del prodotto che meglio simboleggia, in un ricordo o in un dono, l'area oggetto di tanta considerazione. Impressioni e percezioni suscitate dal vino si traducono anch'esse, peraltro, sul piano dei valori fondiari, siccome l'inclusione, in un'azienda, di vigneti titolati alla produzione di un vino di notoria qualità costituisce valida ragione di incremento del suo valore, indifferentemente dalla redditività attuale degli stessi vigneti.

Seppure sia legittimo dubitare, infatti, dell'equilibrio del bilancio di più di un'azienda del comprensorio, l'entità dei cui investimenti in apparecchiature di cantina è improbabile possa essere ammortizzata dalla modestia delle produzioni enologiche, l’attività del proprietario, professionista, artista o uomo d'affari, tale da imporre a chi la eserciti costose relazioni pubbliche, consente di identificare nelle passività del bilancio della cantina un necessario investimento in “pubbliche relazioni”: offrire una bottiglia siglata col proprio nome è opzione assai meno costosa, nonostante quelle perdite, di cento alternative di eguale raffinatezza. Ove si assuma, peraltro, quale parametro di analisi, il  bilancio dell'imprenditore che attui la produzione e la commercializzazione del proprio vino  come attività abituale  e continuativa, se non preminente, non v'è dubbio che i prezzi attuali del "Chianti classico" assicurano a quell'imprenditore la possibilità di ricavare dal proprio impegno un reddito adeguato.  E la redditività di cui  fruisce l'imprenditore ordinario è il metro di valutazione fondiaria di cui deve avvalersi, per coerenza economica, anche quello straordinario, professionista  o artista, che per l'insufficienza dell'impegno sopporta abitualmente una perdita dalla conduzione di un'azienda di cui non viene meno, per questo, l'intrinseca  capacità di assicurare un guadagno.

Se al prestigio del binomio costituito dal territorio del Chianti e dal suo vino ha offerto il supporto essenziale la vittoria della lunga guerra che ha conquistato a quel vino, diploma inequivocabile di nobiltà, la denominazione "certificata e garantita", un contributo non privo di rilievo ha dimostrato di  prestare una gamma  multiforme di vini diversi, che all'alba  degli anni '80 nessuno avrebbe immaginato che il comprensorio potesse procreare. Non offrendo, i testi più antichi che si possano interrogare, elementi sicuri per determinare le caratteristiche del vino rosso prodotto nella regione prima dell'800, la fisionomia del vino principe della regione è avvolta nel mistero fino alle famose prescrizioni di Ricasoli, che per primo definì la metodologia enologica dalla quale avrebbe preso vita, da allora, il rosso classico del Chianti.

E' stata la mancanza di caratteri inequivocabili della fisionomia del vino del comprensorio a consentire di chiamare Chianti, nei decenni della guerra della denominazione, la bevanda di cui milioni di fiaschetti inondavano l'Italia e il mondo, una bevanda che pochi connotati accomunavano al prodotto enologico definito dal Barone di ferro. Non corrisponde più a quel vino, però, neppure la migliore produzione che il Consorzio sigilla, oggi, con il simbolo del gallo: mutato, con l'approvazione del nuovo disciplinare, l'antico uvaggio delle cantine di Meleto, perfezionate le tecniche di vinificazione, il  "Chianti classico" ha evoluto la propria fisionomia, è diventato un vino più augusto e più austero. Nell'evoluzione che ne ha  rimodellato i caratteri un ruolo capitale hanno giocato, palesemente, i controlli del Consorzio, i cui comitati di assaggio, arbitri dell'immissione sul mercato o dell'esclusione dal sigillo di ogni partita, sono stati la prima leva della lenta metamorfosi.

E' stata, perciò, circostanza singolare, seppure non casuale, che proprio mentre si definivano con precisione definitiva i caratteri del vino tipico del comprensorio, sempre più vino augusto e severo, le aziende che quel vino producono siano state indotte dalla crescente maestria tecnologica a sperimentare l'ottenimento, dalle uve tradizionali o da vitigni stranieri, di vini diversi, procedendo, così, alla differenziazione della propria gamma, una strada che avrebbe consentito loro di offrire alla clientela  conquistata con le bottiglie di Chianti classico, la  bottiglia di una riserva rossa di un uvaggio differente, un vino bianco o,  addirittura, uno  spumante. La definizione dei caratteri del prodotto cardinale del comprensorio ha aperto, così, la  possibilità di associare all'offerta del prodotto tipico quella di vini che non possono vantarne il nome, ma che l'acquirente sa derivare dagli stessi vigneti, che è disposto a pagare, perciò, in correlazione ai legittimi titoli nobiliari del prodotto chiave.

Se, peraltro, lo spontaneo germogliare di cento vini diversi prova la solidità del tronco attorno al quale essi si moltiplicano, il loro proliferare incontrollato potrebbe introdurre un seme di anarchia in uno scenario in cui la disciplina ha dimostrato, nei decenni, i propri effetti salutari, gli effetti dell'anarchia potrebbero offuscare il prestigio del vino principe: la regolamentazione dei vini ottenuti da uvaggi  alternativi, oggi una gamma di prodotti di ingente interesse economico, costituisce per i responsabili  del Consorzio esigenza il cui assolvimento non è procrastinabile oltre termini ragionevoli di tempo.

            Intimamente connesso al problema della disciplina dei vini diversi dal prodotto classico del Chianti è quello del patrimonio ampelografico del comprensorio. Un tempo molteplice e polimorfo, come testimoniano, nonostante i cento dubbi che suscita la lettura, gli elenchi pi antichi delle uve del Chianti, il novero dei vitigni coltivati nel comprensorio è stato drasticamente contratto dalle esigenze di omogeneità che hanno segnato, a metà del secolo, l'evoluzione dell'enologia, non a caso proprio gli anni durante i quali si è compiuto il reimpianto dei vecchi vigneti. La ricerca di peculiarità originali che caratterizza i gusti di un consumatore che beve sempre meno ma che può permettersi bottiglie assai più costose di un tempo, alimenta un interesse nuovo per la molteplicità e la varietà. Il proposito di impedire che la scomparsa degli ultimi segmenti delle antiche piantate si traducesse in quella dei cento cloni diversi che determinavano la ricchezza del patrimonio ampelografico chiantigiano, ha condotto il Consorzio e la Regione Toscana a varare un programma comune di raccolta di tutti i ceppi e mutanti reperibili nel comprensorio. Operati gli opportuni innesti, quei ceppi sono stati posti a dimora in campi catalogo dove negli anni successivi sono stati sottoposti prima ad esame agronomico, quindi a prove enologiche. Le uve di uno dei più vasti tra i vigneti sperimentali nati dal progetto, collocato nella cornice della grande  azienda della società Ras a San Felice, sono già state trasformate in vini le cui primizie, invecchiate e imbottigliate, non hanno mancato di confermare interesse e speranze.

Il problema della gamma dei vitigni coltivati non costituisce, peraltro, che un dei volti del dilemma capitale che il Chianti dovrà impegnarsi  a risolvere negli anni futuri: quello della seconda generale sostituzione dei vigneti. Se la fillossera ha accelerato la senescenza di alberate la cui vita media poteva superare con facilità il limite dei cinquant'anni, ma la crisi economica ne ha procrastinato la sostituzione  minacciando la continuità della viticoltura,  la somma degli eventi favorevoli intervenuti, simultaneamente, nel 1967 ha determinato una sostituzione tanto repentina da distendere, praticamente, sui colli chiantigiani un solo vigneto della medesima età, tale quindi da essere destinato a soccombere in un arco altrettanto breve di anni. La somma di fattori prima avversi, quindi  propizi ha prodotto, cioè una simultaneità di impianto tale da imporre, dovendosi supporre analoga la vita media degli impianti, la loro sostituzione con la medesima tempestività con cui furono creati.

Siccome, peraltro, la longevità dei vigneti specializzati formati di viti innestate su piedi ibridi è alquanto inferiore a quella delle vecchie vigne costituite da talee dei vitigni originari, e varca difficilmente la barriera dei trent'anni, la  gigantesca opera del reimpianto è impegno di cui i viticultori chiantigiani non possono procrastinare ulteriormente l'inizio.

In uno studio realizzato, nel 988, sotto la guida di Reginaldo Cianferoni, Giovanni Manetti ha effettuato un'accurata analisi delle classi di età dei vigneti chiantigiani, un attento computo della loro età media e delle esigenze di reimpianto, che ha calcolato supponendone una longevità trentennale. Assunto l'obiettivo di assicurare al Chianti, nell'anno 2007, le medesime potenzialità produttive sussistenti alla data dello studio,  dalla consistenza delle classi di età ha desunto che il reimpianto avrebbe dovuto iniziare nel 1990 con la sostituzione di 250 ettari, proseguire, negli anni successivi, con intensità crescente, fino a raggiungere, nell'anno 2000,  l'entità di 633 ettari di nuovi impianti ogni anno, per contrarsi progressivamente,  quindi, fino a scendere, nel 2007, sotto la soglia dei 100 ettari.

La congruenza con la realtà del computo matematico, in sé ineccepibile, dipende, palesemente, dalla fondatezza dell'assunto, che come tutte le generalizzazioni di fenomeni biologici ed economici non può reputarsi esente da eccezioni: la vitalità dei vigneti chiantigiani non può essere, cioè, identica. Deve reputarsi naturale, inoltre, che manifestazioni eguali di senescenza conducono agricoltori diversi a decisioni divergenti. La circostanza non può che essere considerata  positiva, siccome è auspicabile che l'eccessiva coetaneità dei vigneti del comprensorio possa essere infranta, così da ampliare, tra trent'anni, l'arco di  tempo in cui dovrà compiersi la terza grande stagione di reimpianto.

Più di  una  ragione induce a reputare, peraltro, che i viticultori del Chianti non mancheranno di perseguire, spontaneamente, la maggiore scalarità possibile, consapevoli che l'età media elevata dei loro vigneti è tra le ragioni delle caratteristiche eccellenti dei vini delle ultime annate: è cognizione comune, infatti, che è più agevole ricavare vini di pregio dalle uve di impianti maturi che da quelle di vigneti giovanili: la radice dell'imperativo che indurrà a dilazionare negli anni la sostituzione di vigneti realizzati, nelle medesime aziende, in archi brevissimi di tempo.

Insieme alla definizione della gamma ampelografica più idonea a soddisfare i gusti dei consumatori di domani, per assicurare al comprensorio un patrimonio viticolo all'altezza del confronto internazionale la grande stagione di reimpianto della quale il Chianti è sulle soglie dovrebbe essere affrontata dopo avere dato risposta ad un novero considerevole di problemi. Nei tre lustri in cui ebbe compimento la prima ricostruzione viticola la passione dei tecnici che guidarono l'opera non poté ovviare alla mancanza delle esperienze necessarie per prevedere l'esito agronomico e i risultati produttivi del vigneto specializzato, una forma di coltura che nel     ,  l'anno del primo impianto realizzato da Pecchioli  a Montefioralle,  veniva considerato la stravaganza di un industriale, viticoltore per diletto.

Oltre a costituire entità biologiche e agronomiche radicalmente diverse dalle antiche piantate, i nuovi vigneti sarebbero stati governati mediante tecnologie mai, prima sperimentate. Sarebbe stato inevitabile, quindi, constatare, successivamente, che la grande opera non era stata immune da errori. Il primo di tutti, l'incongrua proporzione tra uve rosse e bianche, le seconde delle quali mostrarono di rispondere alle nuove tecniche colturali con tanta generosità da eccedere le esigenze quantitative degli uvaggi  tradizionali. Motivate preoccupazioni hanno suscitato, poi, i danni dell'erosione, di gravità considerevole dove astratti calcoli di convenienza meccanica avessero indotto ad estendere l'ampiezza degli appezzamenti oltre i limiti consentiti dalle pendenze. L'appunto di produrre a spese della conservazione dei suoli è censura che la viticoltura di un comprensorio che propone il proprio vino come prodotto di un ambiente incontaminato deve impegnarsi a rigettare, qualunque sia  l'entità delle superfici sulle quali  viticoltori malaccorti le forniscono ragioni di prova.

I legami tra il prestigio del Chianti classico e l'immagine di un territorio di bellezza incontaminata impone, insieme alle attenzioni pedologiche, la più attenta considerazione per la sempre più insistente, quando non ansiosa, preoccupazione del consumatore per l'assenza, nel prodotti che acquista, di ogni residuo dei fitofarmaci impiegati nella coltura, una preoccupazione rispondendo alla quale i viticoltori del Chianti classico hanno già bandito, nei propri vigneti, l'uso dei diserbanti, il cui impiego in anni non lontani tecnici e studiosi vicini all'industria hanno propugnato come la pratica più razionale di coltura del suolo, che, seppure semplifichi la serie delle lavorazioni, può essere evitata a prevenire l'inquietudine del consumatore.

Sistemi di impianto, catalogo ampelografico e tecniche di coltura, cui debbono aggiungersi le procedure di cantina, sono i capisaldi dai quali dipende il futuro di un vino che dopo un passato tempestoso sta conoscendo una  stagione di felice prosperità. Come il suo vino, il territorio del Chianti vive, oggi, la più fortunata congiuntura residenziale, turistica e immobiliare: perché la fortuna del binomio possa protrarsi, con eguale equilibrio, nel  futuro, è necessario che il necessario rinnovamento dei vigneti si compia secondo direttrici che consentano ai viticultori del Chianti classico di misurarsi con i competitori delle grandi regioni viticole del planisfero, impegnati nella gara a perfezionare tecniche agronomiche, metodologie enologiche e aggressività mercantile.

E' stato per svolgere, nel contesto tecnologico ed economico nuovo, le funzioni antiche di indirizzo degli associati, che il Consorzio del gallo nero ha varato, nel 1989, il progetto "Chianti duemila", un articolato programma di sperimentazione  e di divulgazione: reputando, peraltro, insufficienti le proprie forze alla complessità degli obiettivi ha esperito l'azione più insistente per il decollo dell'Istituto regionale per la vite e l'olivo, un organismo creato nel   , la cui concreta  operatività non era stata ancora realizzata.  Con la vite e il vino, le finalità dell'istituzione  abbracciano l'olivo e l'olio, il secondo prodotto dell'agricoltura del Chianti, dove si è associato al vino a dimostrare la verità dell'assunto che ha costituito la chiave della lunga guerra dei cavalieri del gallo: la capacità di un prodotto di elevato pregio nato da una terra la cui coltivazione imponga particolari gravami di ripagare, con prezzi superiori i maggiori costi di produzione. Avallando il postulato che ha ispirato tutti i cimenti per la tutela del vino del Chianti, l'olio ha conservato, negli anni recenti, il ruolo di seconda fonte di reddito delle aziende del comprensorio, come dimostra, con eloquenza inequivocabile, la cura con cui è stata ravvivata, dopo la nefasta gelata del1985, la vitalità dei vecchi oliveti, una cura che non sarebbe mai stata rivolta a antichi tronchi privi di qualsiasi potenzialità economica.

Le case contadine convertite in gioielli architettonici da restauratori sapienti, i boschi fiorenti come mai nel passato, i vigneti amorevolmente accuditi in una vecchiaia prodiga di annate memorabili, gli uliveti rigogliosi dopo il "taglio al ciocco", i valori immobiliari diretti alle stelle, il Chianti, terra di lotte secolari, teatro di una recente biblica fuga dalla terra, conosce una stagione di singolare floridezza. E' la floridezza di una regione che offre quanto più intensamente desidera il cittadino di una società che rifiuta, ormai, di  definirsi industriale preferendo il titolo nuovo di postindustriale, e lo offre alla minore distanza immaginabile da una delle maggiori metropoli nazionali , insieme capitale d'arte, centro industriale, mercantile, finanziario.

E' proprio, tuttavia, la storia di una regione che porta i segni di drammi secolari ad ammonirci a non speculare, ingenui astrologi, sulla continuità o sulla labilità  di una congiuntura felice di fattori economici, sociali, culturali: vestita l'armatura della prudenza, non v'è dubbio che se non interverranno fratture traumatiche, energetiche, politiche, economiche, ad alterare l'ordito della società di cui siamo partecipi e testimoni, quella società, la nostra società, continuerà, con intensità  crescente, a ricercare l'ambiente ed i prodotti della terra incontaminata  del Chianti. E fino a quando quella congiuntura si protragga, chi fruisce dei suoi benefici sarà debitore a chi, battendosi per il suo vino, ha difeso quella terra, oggi ospite generosa, prodiga di frutti prestigiosi, che è fermamente decisa, nello90 spirito che premia, nella civiltà “postindustriale”, a fare pagare al prezzo meno modico.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sommario bibliografico

 

            L'interesse per l'ambiente fisico e le memorie storiche del Chianti ha alimentato una messe di indagini che si sono tradotte, negli anni recenti, nella più doviziosa biblioteca di studi sulla regione. A corredo della  rievocazione delle  vicende associative e amministrative della vitivinicoltura del comprensorio si ritiene conveniente menzionare i testi capitali sui volti diversi della realtà chiantigiana che sono stati toccati, o semplicemente sfiorati, nelle pagine che precedono.

            Qualunque elenco delle opere sul Chianti deve iniziare, obbligatoriamente, dal Dizionario geografico fisico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, Ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana di Emanuele Repetti, pubblicato a Firenze, in sei volumi tra il 1833 e il 1846, ristampato a Milano nel 1855, di più facile reperimento nell'edizione anastatica curata dalla Cassa di Risparmio di Firenze nel 1977. Segue per rilievo l'opera ottocentesca la Guida storica del Chianti di Antonio Casabianca, pubblicata a Firenze nel 1908, ristampata dall'autore, in edizione ampliata, nel1940, anch'essa reperibile nell'edizione anastatica che un editore romano ha diffuso senza data. Si iscrivono tra i testi fondamentali sulla regione, quindi, il Compendio storico-politico-religioso della Castellina nel Chianti di Toscana, di Luigi Biadi, stampato a Firenze nel 1867, Il Chianti classico. Note e memorie storiche, artistiche, letterarie, di G. Righini, stampato a Pisa nel1972, Il Chianti, di Giovanni Rezoagli, edito nel a dalla Società Geografica Italiana e Il Chianti  di Leonardo Rombai e Renato Stopani, pubblicato a Firenze  nel 1981.

            Sulle vicende storiche ed economiche, la toponomastica e l'architettura del comprensorio il Centro di studi storici chiantigiani di Radda pubblica quaderni periodici a cadenza     . Ogni numero ha carattere monografico: tra le edizioni dedicate a problemi che sono stati toccati in questa indagine si può menzionare il numero IX, del settebre 1988,  Chianti, storia  e origine di un nome, con saggi di Renato Stopani, Carlo Alberto Mastrelli e di altri.

            Sulla storia dell'agricoltura in Toscana in età moderna forniscono dettagliati ragguagli L'agricoltura toscana nella prima metà dell'800. Tecniche di produzione e rapporti mezzadrili, di Carlo Pazzagli, pubblicato a Firenze nel 1973 e Le campagne senesi del primo 800 di Maurizio Carnasciali, stampato, ancora, a Firenze nel 1990, con un ampio saggio introduttivo dello stesso Pazzagli. Ha affrontato il medesimo contesto di problemi    Conti nei tre volumi sulla Formazione della struttura agraria moderna nel contado fiorentino, pubblicati a Roma, nel 1965, dall'Istituto storico per il Medioevo. Lo storico dibattito sulla mezzadria tra studiosi e proprietari toscani, al quale Pazzagli dedica pagine numerose, è il tema capitale di due dei profili degli agronomi ottocenteschi delineati nel terzo volume della Storia delle scienze agrarie dell’autore di questo lavoro, stampato a Bologna nel 1989: i due scrittori considerati sono Enrico Poggi e Cosimo Ridolfi.

            Le vicende demografiche del Chianti sono state indagate, invece, da Romolo Camaiti, in La popolazione e la realtà statistico-economica del Chianti, stampato a Milano per l'editore Giuffré nel 1965.

            I temi più specifici dell'economia agraria sono stati sviluppati, con lavori personali o con l'indirizzo di indagini e tesi di laurea, da Reginaldo Cianferoni: tra i primi deve ricordarsi Il Chianti classico tra prosperità e crisi, pubblicato a Bologna dall’Edagricole nel1979, tra i secondi Tendenze delle strutture viticole e della produzione di uva e di vino nel Chianti classico (1971-1978), di Alessandro Pacciani, stampato a Firenze nel 1979, Il mutamento economico e sociale nel comune rurale di Radda in Chianti (1951-1986) elaborata da Roberta Milani nel 1987,La fattoria di Paneretta del Chianti fiorentino nel passaggio dalla mezzadria alla conduzione diretta  (1960-1987),  presentata da Paolo Cortini nel         e La  terza ricostruzione viticola  nel territorio del Chianti classico, presentata da Giovanni Manetti nel 1988. La crisi della mezzadria e la correlata dissoluzione degli ordinamenti promiscui sono il tema esaminato, dallo stesso Cianferoni e da Antonio Saltini, in Radda in Chianti: più emigrati che abitanti, parte della raccolta di monografie Italia rurale pubblicata da Laterza a Bari nel 1988.

            Dalla storia dell'agricoltura restringendo il campo di osservazione a quella dell'enologia il primo testo che  propone elementi preziosi sulle pratiche di vinificazione nella regione è la Coltivazione toscana di Bernardo Davanzati, stampato a Firenze nel 1600, l'anno in cui vede la luce anche il Trattato della coltivazione delle viti e del frutto, che se ne può cavare, di Giovanvettorio Soderini, più dovizioso di notizie, ma assai più farraginoso e confuso. Di mole maggiore e più ricca di dettagli è l'Oenologia toscana o sia memoria sopra i vini ed in specie toscani, di Cosimo Villifranchi, stampata a Firenze nel 1773. Può aggiungersi La coltura della vite nella provincia di Siena, pubblicata da Vitale Fondelli nel 1897. Tra gli studi recenti sull'evoluzione delle pratiche di cantina e sul mercato dei vini un posto speciale meritano le indagini di Federigo Melis, tra le quali si può ricordare I più antichi documenti che presentano  il termine Chianti, pubblicato sul numero del    di Vini d'Italia.

            Delle vicende associative della viticoltura chiantigiana forniscono testimonianze doviziose gli atti dei successivi convegni sull'agricoltura del comprensorio, tra i quali più significativi, Convegno del Chianti, Atti,  dell'Accademia Economico Agraria dei Georgofili, stampato a Firenze nel 1957,  e Convegno tecnico ed economico per la difesa dell'agricoltura  del Chianti, Atti, pubblicato a Firenze, a seguito del convegno del dicembre del 1957, dal Consorzio per la  difesa del vino tipico del Chianti e della sua marca di origine.

            Sulla legislazione a tutela della denominazione del vino si possono ricordare gli scritti di Arturo Marescalchi, ad esempio   , di Giovanni Dalmasso, ad  esempio    e di  Italo Cosmo, tra  i quali    . Costituisce  un documento essenziale della storia del Consorzio chiantigiano Per il "Chianti del  Chianti". Critica  e polemica, la raccolta delle memorie, lettere e articoli scritti da Gino Sarrocchi a difesa delle tesi dell'organismo di cui era presidente, pubblicata a  Firenze nel 1942. Ha  carattere di prontuario Leggi sui  vini a denominazione di origine di Carlo Saracco, stampato a Bologna nel      .

            Tra le fonti  attraverso le quali è possibile ricostruire la cronaca degli eventi politici, amministrativi e sindacali del comprensorio, particolarmente preziose sono le annate de Il Chianti, il settimanale di quattro pagine in folio stampato a Greve dal    al    , quando avrebbe mutato il nome in La Terra. Assolutamente insostituibili, quindi i libri sociali del Consorzio, il Libro delle sedute del  Consiglio e il Libro delle assemblee, il primo costituito, dal 1924 al 1990, di     volumi scritti a mano, il secondo di    .

            Nella mancanza di notizie biografiche stampate, e di scritti autografi reperibili, gli elementi sulla vita e la personalità dei fondatori del Consorzio sono stati desunti da una serie di colloqui: hanno fornito notizie di  particolare interesse il signor Roberto Masini, negoziante di tessuti a Greve, il signor Morganti, agente agricolo a Panzano, il  professor     Banchi, consulente di laboratorio del Consorzio, il signor Morganti, amministratore dell’azienda agricola San  Felice, il  signor       Cappelli, agricoltore e operatore enologico, l'ingegner Ginori Conti, il dottor Bettino Ricasoli, oltre al presidente del Consorzio, cav. Lapo Mazzei,  e al  vicepresidente, cavaliere  Gualtiero Armando Nunzi.