L'agricoltura modenese tra mezzadria e agrindustria

 

 

INDICE

 

1. Dopo il torpore secolare due secoli di lento progresso. 1

1.1. Nell’opera di Muratori il seme del rinnovamento. 1

1.2. La sosta a Modena di un viaggiatore famoso. 2

1.3. L'allevamento fonte di prosperità. 4

1.4. Un avvocato pioniere delle rotazioni inglesi 5

1.5. Fertilità e mezzadria. 6

1.6. Nel crepuscolo dell'Ottocecento, l’inchiesta Jacini 7

1.7. Nasce, ma non decolla, la Stazione agraria. 8

1.8. Progresso tecnico e cooperazione: l'avventura di un pioniere. 10

1.9. Da Modena il manifesto per l’unione delle cooperative. 12

1.10. Gli anni della "battaglia del grano". 14

1.11. L’alfiere fascista della possidenza modenese. 15

2. Tra rivoluzione e reazione, lo scontro cruento. 17

2.1. Dove mezzadria equivaleva a ricchezza. 17

2.2. Possidenza agraria e sovversione leninista. 18

2.3. I centoquattordici fondatori 20

2.4. La coercizione prassi negoziale. 24

2.5. Dalla corte all’aula di tribunale. 28

2.6. Mezzadria: inizia la proroga senza fine. 29

3. Lotta per la terra nell’Italia della ricostruzione. 30

3.1. Due personalità, due protagonisti dello scontro sociale. 30

3.2. L’attesa della riforma agraria. 31

3.3. Mezzadria, avvenire oscuro. 33

3.4. Una repubblica di coltivatori diretti 34

3.5. Un duplice progetto, le braccia di una tanaglia. 36

3.6. Il disegno di legge. 37

3.7. La cultura agraria contro Antonio Segni 39

3.8. L’approvazione dello “stralcio” attenua lo scontro. 40

4. Il ceto agrario contro la società che cambia. 42

4.1. Il paladino della mezzadria. 42

4.2. Un binomio conservatore. 43

4.3. Gli anni dell’esodo e della meccanizzazione. 45

4.4. Una forza di contestazione. 46

4.5. Le campagne nello scontro elettorale. 47

4.6. Lungimiranza comunitaria. 48

4.7. La grande metamorfosi 50

4.8. L’esplosione delle produzioni 52

5. Tra scontro politico e agone mercantile. 55

5.1. Una classe all'opposizione. 55

5.2. Chi cede, chi guadagna, investe, rinnova. 57

5.3. Imprenditori agrari e partiti popolari 59

5.4. Nel quadro nuovo si rinnovano i compiti dell'Associazione. 61

5.5. Crescono le produzioni, si contrae la superficie. 63

5.6. Una nuova prassi sindacale. 64

5.7. La fiammata dei prezzi: grano come petrolio. 66

5.8. Mezzadria, si affievoliscono le ragioni dello scontro. 68

5.9. Per il Consorzio, uno scontro tra alleati 69

5.10. Un momento di disagio. 70

5.11. La nuova gestione. 71

6. Agricoltura, agrindustria, spazio rurale. 74

6.1. I nuovi traguardi della produttività. 74

6.2. I primati dell’allevamento. 75

6.3. Le arboree, vite e fruttiferi 78

6.4. Si contrae la superficie agraria. 79

6.5. Una capitale dell’agroindustria. 82

Bibliografia. 85

1.1. Nell’opera di Muratori il seme del rinnovamento

Non si può tracciare la parabola dell'agricoltura modenese nei cinquant'anni dalla fine del secondo conflitto mondiale senza definire il punto di partenza, la fisionomia, cioè, dell'agricoltura della provincia all'alba del confronto bellico, quando essa propone un contesto di considerevole floridezza e produttività. Se, peraltro, quella floridezza ha radici antiche, esse non sono altrettanto remote di quelle della prosperità agraria della Lombardia irrigua e allevatrice.

Nel Settecento il viaggiatore che osservasse le campagne modenesi doveva giustapporre alle prove di intensività i segni palesi dell'arretratezza. Propone indizi eloquenti per tratteggiare il quadro rurale della provincia nella prima metà del Secolo dei lumi un'opera minore, rispetto ai monumenti storiografici, di Lodovico Antonio Muratori, il bibliotecario estense che vanta un posto tra i grandi della cultura europea. Della pubblica felicità, oggetto de' buoni principi, l'ultima opera di Muratori, vede la luce nel 1749. E' un trattato di filosofia politica, tra i cui capitoli il bibliotecario estense ne dedica uno all'amministrazione dell'agricoltura, uno alla gestione dell'annona, uno alla disciplina della caccia, componendo, con la somma dei tre elementi, il primo manuale di politica agraria della letteratura politica.

Muratori non è agronomo: indagatore impareggiabile, tuttavia, dei segni dell'operare dell'uomo nel tempo, negli itinerari che percorre tra le biblioteche di signorie e monasteri scruta campi e boschi alla ricerca delle prove del sapiente, o dell'inetto governo del consorzio civile. La maggior parte delle sue osservazioni non sono direttamente riferibili al territorio modenese, che il grande storiografo menziona, tuttavia, ripetutamente, suggerendo che abbiano origine dalla conoscenza del Ducato più di uno dei rilievi sulla cattiva cura delle risorse agrarie che propone in termini generali. Possono essere correlate, seppure non in termini esclusivi, alle campagne modenesi gli appunti sulla sterilità delle terre di cui l'insufficienza delle opere di canalizzazione non assicura l'emungimento, sulle conseguenze della frammentazione della maglia fondiaria, la denuncia dell'incuria cui sono abbandonati i latifondi degli ordini religiosi o soggetti a fedecommessi nobiliari, insieme una quota cospicua del territorio.

Il dotto modenese menziona specificamente l'Appennino modenese quando depreca, invece, la sterilità delle pendici di cui il regime comune consente la rapina, ridotte a ripe incapaci di fornire all'economia umana quei foraggi e quel legname che potrebbero assicurare se sottoposte ad un uso razionale, o lo scempio delle colture nelle bandite di caccia, dove i contadini sono costretti ad assistere impotenti allo sciamare di cervi e cinghiali, alle cui devastazioni si sommano, in occasione delle battute di caccia, quelle provocate dalle mute di cani e dalle torme di cavallerizzi.

Pronunciato all'alba di un'età in cui la società ricerca le regole di una nuova razionalità economica, il proclama di Muratori non cade nel silenzio, produce, anzi, frutti fecondi: Carlo Poni ha dimostrato la proficuità dell'influsso che la Pubblica felicità ha esercitato sulla politica agraria del Ducato nella seconda metà del Settecento, evidenziando come assolva alle istanze enunciate dal grande storiografo l'azione diretta a ridurre l'estensione delle manomorte e il provvedimento che dell'azione antifeudale segna il coronamento, il catasto del 1788, il cui artefice, Ludovico Ricci, adotta con coerenza il criterio moderno che suggerisce di tassare la terra secondo le potenzialità naturali, non secondo la produttività attuale, così da premiare chi ottenga dai propri campi più di quanto essi siano naturalmente vocati a produrre, e punire, con una decurtazione più che proporzionale dei redditi, chi sfrutti la terra al di sotto delle sue potenzialità intrinseche.

1.2. La sosta a Modena di un viaggiatore famoso

Quarant'anni dopo la stampa del trattato di Muratori reperiamo, commiste, le prove di intensificazione e quelle di torpore delle campagne modenesi nel diario di viaggio più famoso della storia della letteratura agraria, il memoriale che verga, durante i due itinerari tra la Francia, l'Italia e la Spagna, Arthur Young, i Viaggi durante gli anni 1787, 1787, § 1889; intrapresi in modo particolare al fine di accertare la coltivazione, ricchezza, risorse e prosperità nazionale del Regno di Francia. "I cattivi agricoltori del Modenese -leggiamo nel terzo capitolo della parte dedicata, nel secondo viaggio, all'Italia- praticano il maggese, e la loro rotazione è -1, maggese, arato la prima volta in Maggio o Giugno, in Agosto la seconda, la terza in Ottobre, per la semina, 2, grano. Ma le migliori aziende sostituiscono fagioli, fagioli francesi, vecce, spelta o mais, particolarmente l'ultimo, al maggese. Su terreni molto fertili, e letamati, hanno l'esecrabile abitudine di operare tre raccolti di grano di seguito, a volte traseminando il trifoglio nel grano, che è riarato in Giugno per il nuovo grano..." "La campagna tra Modena e Reggio mostra caratteristiche progressivamente migliori -scrive il viaggiatore inglese, qualche pagina oltre, tra le annotazioni dell'itinerario che lo riconduce verso la Francia- e deve essere riconosciuta tra le meglio coltivate della Lombardia. I terreni sono divisi in campi baulati, come le Fiandre, larghi circa 25 yard, ripartiti in piccole porche: un filare d'alberi è piantato sulla linea mediana di alcuni, in altri lungo i fossi: ci sono anche capezzagne erbose bene ordinate; e siccome le siepi sono ugualmente bene ordinate, e i pascoli hanno una bella apparenza, il paese ha l'aspetto di essere ben coltivato.

La comparsa di queste grandi porche nelle due regioni meglio coltivate d'Europa, la Lombardia e le Fiandre, giustamente suggerisce un'idea eccellente di questa pratica." Insieme ai segni caratteristici di un'agricoltura sufficientemente prospera, quelli dell'arretratezza che la trattengono lontano dai livelli di produttività che le consentirebbero le condizioni naturali: la conseguenza dell'incompletezza della politica ducale, che è stata orientata secondo coordinate ragionevoli, che non ha eliso tutte le sopravvivenze feudali che si oppongono alla modernizzazione del contesto agrario. Sulle più tenaci di quelle sopravvivenze si abbatte la tempesta della dominazione francese, che nel nome dei principi dell'89 elimina definitivamente le vestigia della manomorta, fidecommessi e maggioraschi, contro le quali Ludovico Antonio Muratori aveva diretto la propria critica.

Con lo spossessamento della Chiesa e delle comunità rurali le misure dei governi successivamente insediati da Napoleone promuovono l'accumularsi di ingenti fortune nelle mani dei parvenus che fanno della bandiera francese il proprio vessillo. Determinano, a Modena, il trasferimento di un'imponente ricchezza fondiaria nelle mani della comunità israelita che tanta parte ha avuto nella gestione delle finanze ducali. Contratto il numero degli acquirenti cattolici dall'interdetto pontificio, i finanzieri ebrei colgono l'occasione di convertire parte cospicua delle fortune mobiliari accumulate con la gestione delle imposte in proprietà terriere, effettuando un acquisto tanto più vantaggioso quanto è più esigua la concorrenza agli incanti. Salvioli ha stimato che la superficie acquistata da ebrei durante la dominazione francese abbia toccato i 12.000 ettari, un'estensione che si dilaterà ulteriormente con l'eversione della manomorta dei governi unitari, accentuando un fenomeno peculiare della storia dell'economia modenese, la presenza, nel tessuto fondiario, di grandi proprietà ebraiche che saranno gestite con criteri diversi da quelli della possidenza cittadina, criteri più spiccatamente imprenditoriali e mercantili, matrice di alcune circostanze significative per lo sviluppo del contesto agrario della Provincia.

1.3. L'allevamento fonte di prosperità

Le testimonianze dell'alba dell'Ottocento ci propongono dell'agricoltura modenese un'immagine che se non induce, ancora, a proclamarne la modernità, impone di considerare le campagne che si distendono tra la Secchia e il Panaro meglio coltivate di altre terre padane, in specie di quelle, contermini del Bolognese. E' Filippo Re, il conte reggiano che raccoglie, nel clima spregiudicato del Regno d'Italia napoleonico, riconoscimenti e appannaggi, a sottolineare, come rileva, ancora, Poni, che gli ordinamenti che si praticano a sinistra del Panaro risultano alquanto più razionali di quelli che si osservano alla sua destra. La prima ragione della differenza, la maggiore estensione, nel Modenese, delle superfici destinate ai foraggi, in prevalenza prati fuori vicenda. Per la conservazione e lo sfruttamento di quei prati i proprietari modenesi impartiscono ai contadini le disposizioni più severe, siccome il bestiame allevato sul fondo, che è bestiame "da frutto" è per metà di loro spettanza, e da quel bestiame esigono di ricavare le produzioni, latte e carne, che solo animali ben nutriti sono in grado di assicurare.

Sulle rive del Reno, invece, la stalla del podere mezzadrile ospita soltanto animali da lavoro, buoi e vacche, che sono per intero del contadino: le bestie non sono oggetto, quindi, dell'interesse dei proprietari, che spesso ne assicurano il mantenimento fornendo al colono fieni e strami di prati vallivi remoti all'azienda, siccome nelle terre di fertilità maggiore la superficie del podere bolognese è dedicata interamente al grano, al granoturco e alla canapa, insieme elementi di una successione gravemente depauperante, che rivela nell'assenza di ogni coltura miglioratrice l'intrinseca irrazionalità agronomica. Un'agricoltura produttiva per lo spazio che dedica all'allevamento, eppure ancora primitiva per la natura della foraggicoltura che pratica, siccome la divisione della superficie poderale in prati stabili e seminativi impedisce ai secondi di beneficiare, alternativamente, dello sviluppo delle essenze foraggere, cosicchè il ripristino della fertilità sulle terre destinate ai cereali è rimesso alla letamazione e al maggese, con un'evidente sacrificio della produzione, ed il proporzionale aggravio dei costi: tenere a riposo, ogni anno, un terzo o un quarto della superficie poderale, significa rinunciare, su quella superficie, ad ogni produzione, ed aggiungere alla passività del mancato reddito il costo di effettuazione delle arature, da due a cinque, da eseguire sul maggese perché non si ricopra di erbe infestanti. Tra seminativi e prati stabili si dispiega, ce ne ha fornito la testimonianaza Young, l'ordito delle piantate di olmi che sorreggono le viti, e qualche fila di gelsi, una coltura diffusa seppure con intensità minore che in province padane diverse. Lo scenario della pianura, e quello della collina, modenesi, sono tipici scenari dell'agricoltura promiscua.

1.4. Un avvocato pioniere delle rotazioni inglesi

Oltre alle opere di Filippo Re, all'alba dell'Ottocento ci forniscono alcuni elementi significativi sulla fisionomia ed i fermenti evolutivi del quadro agrario modenese gli scritti dell'avvocato Luigi Savani, autore di una memoria, che la Società agraria premia nel 1808, prova dell'interesse dei nuovi ceti proprietari per l'intensificazione dello sfruttamento della terra, eliminando quella pratica del riposo che sterilizza la produttività un anno ogni tre o quattro. Ricalcando le orme degli agronomi inglesi e tedeschi, per ovviare all'inconveniente Savani propone di inserire le foraggere nella rotazione affidando alle medesime il ripristino della fertilità consumata dai cereali. La cornice in cui l'avvocato modenese propone di introdurre la coltura delle foraggere in rotazione è quella tradizionale del podere mezzadrile. Schiere di storici hanno decretato, con sentenze inappellabili, l'irrazionalità del patto mezzadrile, nel quale hanno additato, fino dalle origini, lo strumento del dominio borghese sui ceti contadini.

Se senso della storia deve essere, tuttavia, senso del relativo, nella mezzadria modenese dell'alba dell'Ottocento sarebbe miope disconoscere, accanto agli elementi di arretratezza, quelli di modernità. E' Savani stesso a sottolinearne i segni di torpore ricordando la resistenza dei mezzadri all'introduzione delle foraggere in successione, un atteggiamento che ha la propria ragione, spiega, nell'incertezza della permanenza futura sul podere, che rende aleatorio il godimento dei frutti, che saranno quasi decennali, dell'impianto di un medicaio, che il primo anno richiede molte cure senza fornire pressochè alcun frutto. Assicurata al mezzadro la permanenza per l'intero ciclo della coltura, si dissolve la ragione della resistenza. Superato il conflitto, temporaneo, e adottata la rotazione con foraggi, con la propria duplice specializzazione, allevamento e viticoltura, l'azienda mezzadrile modenese assume i caratteri di organismo agrario di singolare efficienza, capace di una produttività complessiva tra le più elevate dell'intero scenario italiano.

1.5. Fertilità e mezzadria

Offre, peraltro, anche un altro argomento ai critici postumi della mezzadria ottocentesca Savani, che, in uno scritto del 1837, quando dobbiamo presumere che l'innovazione che ha proposto sia, ormai largamente diffusa, connette la diffusione del contratto all'intrinseca povertà che attribuisce ai suoli modenesi: "Pochi sono nel Modenese quei proprietari che si lavorino le proprie terre, meno poi quelli che le facciano lavorare a proprie spese, poichè in esso rare sono le terre veramente ubertose e tali (se ne eccettuano i prati padronali) che oltre il rimborso delle spese necessarie per la coltivazione diano un frutto che equivalga, e meno poi, che superi quello che si ritrae da una buona locazione mezzadrile, o colonia parziaria, la quale è il contratto più usitato per la lavorazione delle medesime nel prefato territorio. La mezzadria è un contratto col quale il proprietario...di un predio rustico dà a coltivare il terreno ad una famiglia di agricoltori per la quale stipula il capo della medesima, e si obbliga ad eseguire, o fare eseguire tutti i lavori necessarj per ottenere un buon raccolto; scavare, e tenere espurgati tutti gli scoli e fossi...rimettere gli alberi dove si sono seccati, vangare appiedi degli alberi ogni anno, propagginar le viti... zappare due volte l'anno appiè delle medesime, tener chiuso di siepi il cortile...educare il bestiame, contrattarlo, darne conto al padrone, raccogliere i frutti, trebbiare il frumento...e condurre la sua parte a casa del padrone..."

Se nel comprensorio di Modena i suoli non sono, generalmente, dotati di singolare feracità, a settentrione della città, dove si dilatano le alluvioni della Secchia e del Panaro, le terre ubertose prevalgono su quelle più avare, e un podere mezzadrile, nel contesto dell'economia ottocentesca, è azienda di precipua funzionalità, assicurando l'opera di una famiglia numerosa al servizio di una stalla che inghiottisce una quantità prodigiosa di foraggi, sfalciati sui campi anzichè rimessi al pascolo, siccome la medica, che si è imposta come cardine della foraggicoltura modenese, non tollera il brucamento. La grande massa di foraggio si converte in un'equivalente massa di letame, che sostiene un'intensiva coltura del grano, cui si associa, nelle piantate, una ricca produzione di uva da vino.

In tempi in cui una popolazione rurale esuberante contende le scarse occasioni di lavoro, il vincolo che sottopone la famiglia alla soggezione del podere non è, ad un esame distaccato, vincolo irrazionale, quale esso diverrà nello scenario mutato dell'economia industriale.

1.6. Nel crepuscolo dell'Ottocecento, l’inchiesta Jacini

Se la saggistica che continua gli studi di Muratori ci offre, fino ai primi decenni dell'Ottocento, una messe di notizie preziose sull'agricoltura della provincia emiliana, si rivela sterile di frutti la ricerca di elementi originali di conoscenza nel volume dedicato all'Emilia dell'Inchiesta decisa dal Parlamento nel 1877 e affidata a Stefano Jacini. Grande opera collettiva, l'onerosa mole di volumi che prende corpo dai lavori della Giunta è edificio di incerta omogeneità, nel quale a saggi magistrali, ammirevole, tra tutti, il volume sul Veneto curato da Emilio Morpurgo, si uniscono tomi di levatura assai più modesta. Deve annoverarsi tra i più grigi quello sull'Emilia, il cui estensore pretenderebbe di ricavare dalle risposte fornite dai segretari comunali al questionario della Giunta il disegno organico che sarebbe, invece, compito suo elaborare. Siccome quelle risposte mancano, inevitabilmente, di organicità, si avvale, dove può disporne, delle monografie preliminari commissionate ad agronomi locali, ma dove, come a Modena, non è stata compilata alcuna monografia, manifesta il proprio disappunto sottolineando le incongruenze delle risposte comunali, un impegno dal quale non può derivare la coerenza del disegno fornito alla Nazione dell'agricoltura delle province emiliane. Per Modena e le province limitrofe l'occasione dell'Inchiesta resta opportunità perduta.

1.7. Nasce, ma non decolla, la Stazione agraria

Testimonia che a Modena gli impulsi di progresso che abbiamo registrato tra la metà del Settecento e l'alba del secolo successivo non si sono spenti una circostanza inequivocabile: la nascita della Stazione agraria sperimentale, che la città ottiene, impegnando le proprie risorse, contemporaneamente a Udine, Torino, Milano e Padova, in anticipo su tutti gli altri capoluoghi del Paese. L'idea di creare il primo novero di stazioni agrarie è stata di Marco Minghetti, ministro dell'agricoltura nel 1869. L'incarico ministeriale dell'economista bolognese si è interrotto, però, dopo meno di sette mesi, e a Minghetti succede Castagnola, che sposa l'idea del predecessore e intraprende, nel 1870, la ricerca di città le cui amministrazioni siano disposte a condividere le spese dell'impresa, che il bilancio statale, esangue, non può sostenere per intero. Sottoscrivono l'impegno richiesto dal Ministero le giunte municipali e le delegazioni provinciali di Udine, dove la stazione è costituita l'anno medesimo, e di Modena, dove la costituzione si celebra l'anno successivo. Nello stesso 1871 l'esempio viene seguito da Torino, Lodi e Padova.

A chi si chieda le ragioni che prolungano tanto a lungo, oltre lo spartiacque del Ventesimo Secolo, l'arretratezza dell'agricoltura italiana, le vicende della Stazione agraria di Modena offrono la spiegazione più convincente. Costituita per la sensibilità degli enti locali, che si sono impegnati a sostenere le spese eccedenti lo stanziamento ministeriale, due anni dopo la costituzione l'istituto resta privo di direttore quando il prof.. Ettore Celi, cui è stato affidato l'incarico, viene nominato direttore della Scuola Superiore di Portici. Viene incaricato delle funzioni di reggente il conte Leonardo Salimbeni, ma appena il reggente viene sostituito da un nuovo direttore, il prof. Giuseppe Gibelli, questi è costretto a declinare l'incarico, nel 1876, non riuscendo ad assolvere, insieme, alle incombenze di professore di botanica all'Università. Non essendo possibile la sostituzione, Gibelli accetta di proseguire l'impegno a titolo provvisorio: una condizione che non può reputarsi ideale per il decollo dell'organismo. Per l'istituzione priva, ancora, di un direttore con pienezza di mandato, il Ministero reputa necessaria una riforma, che imporrebbe un contributo maggiore agli enti locali, i quali dichiarano l'impossibilità di prestarlo. La Stazione pare prossima alla soppressione, un evento che sembra ineluttabile quando il Ministero delle Finanze chiede la liberazione dei locali dove l'organismo è provvisoriamente alloggiato. Solo l'intervento del Comizio agrario, che offre qualche stanza nella propria sede, salva l'istituzione, che viene finalmente riordinata, con un nuovo decreto, nel 1879. Quando la Stazione dispone, finalmente, di statuto e di sede, il prof. Gibelli, che ha riassunto con pienezza di titolo le funzioni di direttore, viene trasferito alla direzione dell'Orto botanico di Bologna, e presenta di nuovo le dimissioni. Viene, finalmente, aperto un concorso, ma il bando prevede titoli troppo impegnativi, e il concorso si chiude per tre volte vanamente. Per non interrompere l'attività, quantunque embrionale, viene nominato un altro reggente a titolo provvisorio, il prof. Pirotta, successore di Gibelli all'Orto botanico. Bandito un nuovo concorso, nel 1883 viene proclamato vincitore Otto Penzig: un'istituzione nata con grave ritardo, in un paese privo di ricerca agraria, ha rinviato di tredici anni l'inizio della piena attività per mancanza di sede e di direttore!

Affidata, peraltro, a studiosi di botanica, ha dedicato i pochi sforzi di cui è stata capace alla composizione di un erbario della flora infestante del Modenese, a quella di una collezione dei semi delle medesime specie avventizie e di un'altra di semi delle piante agrarie, realizzazioni meritorie, del tutto incapaci di tradursi in quegli impulsi di progresso agronomico che irradiano le stazioni sperimentali inglesi, francesi, tedesche.

Il laboratorio di analisi ha offerto ai privati referti su campioni di fertilizzanti, sementi e panelli oleosi: un'opportunità inimmaginabile nei centri che, a differenza di Modena, non vantano il privilegio di una delle prime stazioni del Paese!

1.8. Progresso tecnico e cooperazione: l'avventura di un pioniere

Abbiamo registrato, riassumendo le vicende dei beni di manomorta del Ducato estense, l'ingente intervento dei capitali ebraici nell'acquisto di terre la cui compravendita era proibita ai possidenti di professione cattolica. Abbiamo aggiunto che una parte cospicua di quei beni sarà ordinata in aziende di singolare funzionalità agronomica. L'esempio più significativo è quello della tenuta della famiglia Friedmann Sacerdoti nel comprensorio di Nonantola, sulle terre che circondavano l'antica abbazia benedettina, dove all'alba del secolo Gino Friedmann intraprende un'avventura agraria emblematica degli impulsi di progresso che pervadono, in quegli anni, l'agricoltura emiliana.

Friedmann è nato a Modena il 20 maggio 1876 da Angelo, avvocato livornese, e da Emilia Sacerdoti, discendente di una delle famiglie israelite che hanno rivestito, prima dell'Unità, un ruolo significativo nelle finanze del Ducato, e che nel corso dell'Ottocento hanno consolidato ampie proprietà terriere. Di quelle terre i Sacerdoti operano, tradizionalmente, la conduzione con criteri che si distinguono, per efficienza, da quelli della schiera dei piccoli e medi possidenti. Con un altro israelita insigne, Enea Cavalieri, Carlo Sacerdoti è stato tra i membri dei primi consigli di amministrazione della Federazione Italiana dei Consorzi Agrari. La vastità dell'azienda di famiglia, 308 ettari suddivisi in 30 poderi, è tra gli elementi che, imponendo a Friedmann di misurarsi con i problemi di una gestione agraria ampia e complessa, farà di lui il pioniere di soluzioni agronomiche, organizzative e commerciali d'avanguardia.

Laureatosi in giurisprudenza intraprende le prime esperienze nell'agone civilistico, al quale lo sottrae la passione per la terra. I fratelli gli affidano la proprietà familiare, per accrescere la cui redditività intraprende un programma di sviluppo agrotecnico che coinvolge le tre produzioni caratteristiche della campagna modenese: al primo posto l'allevamento, con la connessa trasformazione del latte in formaggio grana, ed il parallelo allevamento suinicolo, al secondo quella vitivinicola, al terzo quella cerealicola.

Sul primo terreno Gino Friedmann si preoccupa di migliorare le caratteristiche genealogiche del bestiame e di razionalizzare, con l'acquisto di attrezzature moderne, i procedimenti di lavorazione dei tre caseifici aziendali. Sul secondo misura l'impossibilità di introdurre procedure di vinificazione razionali nelle cantine mezzadrili, e quella, meno palese, di produrre vini di elevate caratteristiche commerciali coammassando le uve dell'azienda, pure tra le più grandi della provincia, in una sola cantina: mirando ad autentiche dimensioni industriali si fa promotore, nel 1913, della Cantina sociale di Nonantola. Nella provincia esistono già alcune cantine sociali, quella di Mirandola, nata nel 1902, quella di Carpi, nata nel 1903, quella di Santa Croce, nata nel 1907. La loro vitalità non è, tuttavia, prorompente: fino dalla costituzione il sodalizio di Nonantola manifesterà un dinamismo privo di paragone tra le compagini enologiche modenesi. E' il primo successo di Gino Friedmann quale alfiere della cooperazione. Sul terreno della cerealicoltura mira all'incremento delle rese mediante l'uso sistematico dei concimi chimici, in specie quelli fosfatici, e l'adozione delle macchine per la motoaratura e per la trebbiatura a vapore.

Usando le proprie singolari doti di persuasione, ed appellandosi all'avallo che alle innovazioni che introduce forniscono i risultati economici, trasforma le pratiche agrarie invalse sulle terre di famiglia trionfando su ogni resistenza dei mezzadri: la successione, sulla maggior parte dei suoi poderi, di generazioni successive delle stesse famiglie, è l'attestato eloquente delle doti di un conservatore illuminato, che sa ripartire con i lavoratori i benefici del progresso di cui è alfiere.

Agli impegni di imprenditore, e di promotore della cantina sociale dell'agro in cui opera, seguendo le orme dello zio, Carlo Sacerdoti, presidente del Comizio agrario di Modena, unisce l'espletamento di funzioni dirigenziali nelle organizzazioni agricole: nominato, nel corso della guerra, commissario agricolo provinciale, alla soppressione della funzione, nel settembre del 1919, si adopera per la costituzione della Federazione provinciale degli agricoltori, di cui ricopre la presidenza fino al 1921. Come rappresentante degli agricoltori modenesi interviene con analisi e proposte contrassegnate da acume e concretezza alle assemblee della Federazione Italiana dei Sindacati degli Agricoltori, l'organismo promosso da agricoltori ferraresi, bolognesi, reggiani e modenesi che nel 1924 Gino Cacciari sospinge alla fusione con la preesistente Confederazione Generale dell'Agricoltura, creando, la compagine destinata a convertirsi, nel 1926, nella Confederazione Fascista degli Agricoltori.

1.9. Da Modena il manifesto per l’unione delle cooperative

Consolidata l'attività della cantina sociale di cui è presidente, nel 1920 ne trasforma la ragione sociale per estenderne l'attività alla lavorazione del pomodoro, una produzione caratteristica di parte del Modenese, che Friedmann progetta di intraprendere per utilizzare l'apparato della cantina in un periodo, quello della maturazione del pomodoro, di stasi delle attività enologiche. Promuove, contemporaneamente, la costituzione di una cremeria, che dovrà raccogliere e commercializzare il burro che i caseifici sociali dell'agro nonantolano non sono in grado di valorizzare singolarmente. E' la terza concretizzazione fortunata dei convincimenti di un imprenditore sicuro che la coesione degli agricoltori non possa fallire alcuna meta di industrializzazione delle produzioni della terra.

Fermo nella propria certezza, propugna la cooperazione anche per la trasformazione della barbabietola da zucchero, una manipolazione che richiede impianti di impegno finanziario ingente. Cerca invano, però, di unire le volontà necessarie a promuovere la raccolta dei capitali necessari. Considera l'insuccesso uno scacco dell'agricoltura nazionale, che non ha saputo percorrere una strada che in Olanda, ripeterà, si è dimostrata praticabile e fruttuosa. Dei principi di cui ha dimostrato la validità per la propria azienda, per le famiglie dei mezzadri che vi lavorano e per l'economia nonantolana, si fa promotore nell'intera provincia: nel 1920 il suo entusiasmo suscita la creazione della Cantina sociale di Formigine, alla quale seguono, nel 1923, quelle di Modena, di Sorbara, di Limidi e di Settecani. Convinto che la collaborazione possa assicurare cospicue economie ai singoli sodalizi, nel 1922 promuove la costituzione della Federazione nazionale delle cantine sociali, di cui assume la presidenza.

E' un impegno assolutamente originale: disordine dei mercati vinicoli e bassa qualità media dei vini hanno moltiplicato, durante tutta la seconda metà dell'Ottocento, gli auspici di riorganizzazione della produzione enologica. Il decollo delle prime iniziative cooperativistiche è stato, tuttavia, lento e incerto, tale da non indurre nessuno dei primi organismi, impegnato in una difficile lotta per la sopravvivenza, a promuovere la realizzazione di rapporti funzionali con gli organismi similari. Friedmann si impegna nel difficile cimento, convinto dei vantaggi che l'organizzazione di sodalizi che uniscano serietà sociale, funzionalità tecnica e dinamismo mercantile porterebbe ai redditi degli agricoltori, all'economia agricola nel suo complesso, al consumo e all'esportazione. Forte dell'evidenza delle realizzazioni operate, ribadisce i propri convincimenti in una molteplicità di scritti, che pubblica sui maggiori periodici agrari nazionali. Mentre conduce l'azienda e coordina le cantine modenesi, accetta di partecipare alle elezioni amministrative del borgo al centro delle sue terre, vince e diventa sindaco di Nonantola. Si dimette quando la Federazione fascista gli fa sapere che non sono graditi sindaci privi di tessera del Partito.

Nel 1929 completa il disegno di integrazione degli organismi enologici con la creazione, a Modena, della Società per la lavorazione delle vinacce, che assicurerà ai viticoltori delle cantine federate l'utile retraibile da sottoprodotti la cui trasformazione richiede impianti di dimensioni esorbitanti la capacità di una cantina sociale. Nell'anno della costituzione del complesso industriale, la Federazione che ha fondato riunisce 80 delle 100 cantine esistenti nel Paese, ma è l'ultimo successo dell'avvocato modenese nel quadro dell'Italia fascista: all'acuirsi della discriminazione razziale l'attività pubblica di un imprenditore israelita già costretto ad abbandonare le funzioni amministrative, è costretta a smorzarsi fino ad estinguersi. Dopo aver offerto la villa nonantolana per l'accoglienza, semiclandestina, di giovani ebrei sfuggiti all'occupazione tedesca dei Balcani, con una carta di identità falsificata, nel seminario di Nonantola, da un futuro eroe del salvataggio degli ebrei, don Arrigo Beccari, si rifugia in Svizzera. Rientrerà alla fine della guerra e rioccuperà, ottuagenario di vitalità indomita, la propria posizione al centro della vita associativa degli agricoltori modenesi.

Negli anni roventi della lotta mezzadrile sarà ancora alfiere di cooperazione, interverrà a convegni, scriverà articoli appassionati per estendere la cooperazione a nuovi settori di trasformazione dei prodotti agricoli. Presterà un contributo non privo di rilievo a scrivere la storia agraria di anni non meno roventi di quelli in cui, nel primo dopoguerra, ha saputo fare trionfare, nonostante l'asprezza del conflitto di classe, gli ideali di collaborazione sociale cui ha improntato tutta l'azione economica e associativa. Ma in un agone agrario in cui tutte le forze sono ordinate in schiere contrapposte, raccolte attorno a bandiere di natura politica, la proposta di razionalità tecnica ed economica del vecchio avvocato ebreo non conquisterà l'attenzione che ha saputo suscitare in tempi non dissimili eppure già remoti. La sua Federazione di cantine si estingue, lentamente, nella morsa tra la compagine comunista e quella cattolica, dove i sodalizi nati dall'opera di Friedmann finiranno per confluire.

1.10. Gli anni della "battaglia del grano"

Durante il Ventennio la Provincia partecipa alla "battaglia del grano" sotto la guida di Alfonso Draghetti, ultimo dei direttori della Stazione agraria, uno degli agronomi più prestigiosi del tempo. Se gli autentici artefici della tecnologia colturale che sostiene i successi granari del Regime sono Nazareno Strampelli e Dante Gibertini, direttori, rispettivamente, della stazione agraria di Terni e di quella di Forlì, il direttore di quella di Modena è tra gli agronomi che comprendono per primi la chiave della combinazione tra le creature genetiche di Strampelli e la metodologia di concimazione enucleata a Forlì, tanto che è proprio Draghetti a celebrare, il 10 aprile 1938, nella solenne cornice dell'Accademia dei Georgofili, il contributo prestato ai successi granari fascisti dal vittorioso binomio. A propagare nelle campagne modenesi la combinazione felice, i campi sperimentali apprestati nel podere della Stazione a Bomporto offrono un contributo essenziale.

Ricordare il piano sperimentale realizzato da Draghetti a Bomporto significa ricordare, peraltro, un progetto che si distacca dalla strategia agronomica del Regime per la coerenza del disegno ai canoni della rivoluzione agraria europea. In più di una provincia i successi della "battaglia del grano" sono conseguiti, infatti, sacrificando al progresso della cerealicoltura ogni impegno per l'evoluzione dell'allevamento, per tare antiche il segmento più debole del sistema agrario nazionale: fedele alla tradizione modenese, che associa intimamente la cerealicoltura all'allevamento, Draghetti realizza un modello di azienda in cui gli incrementi della produzione granaria sono il frutto della floridezza dell'allevamento, che dalla stalla dirige un flusso ingente di latte al caseificio, assicurando, insieme, ai campi destinati al grano una massa imponente di letame. Enucleando, sulla base dell'esperienza di Bomporto, la propria dottrina agronomica in un organico trattato, la Fisiologia dell'azienda agraria, Draghetti realizza una costruzione teorica che rappresenta la più lucida traduzione italiana della teoria della fertilità di Henry Gilbert e John Lawes, i dioscuri della stazione inglese di Rothamsted che hanno suggellato il compimento della rivoluzione agraria moderna.

1.11. L’alfiere fascista della possidenza modenese

Se sul piano tecnico gli agricoltori modenesi hanno in Alfonso Draghetti la propria guida, su quello politico durante il Ventennio riconoscono il proprio alfiere in Salesio Schiavi, successore di Friedmann a capo dell'organizzazione provinciale dei possidenti agrari. Carpigiano, laureato in legge, Schiavi è un conservatore persuaso che la divisione in classi della società corrisponda alle istanze di un superiore ordine etico, il convincimento che lega al Fascismo più di un possidente cattolico, come è meticolosamente praticante l'avvocato carpigiano. E' convinto, soprattutto, che nelle campagne la mezzadria adempia alle esigenze più alte di collaborazione tra ceto borghese e ceto contadino, costituendo quasi il modello dei rapporti economici che il Fascismo si propone di realizzare con l'ordinamento corporativo. Esordisce nell'arengo pubblico pronunciando una calorosa orazione funebre alle esequie di una "camicia nera" uccisa in uno scontro con militanti socialisti. I proprietari modenesi riconoscono presto in lui la propria guida sindacale, eleggendolo alla presidenza della Federazione provinciale nel 1927, e confermandolo, successivamente, fino al 1945, identificando altresì in Schiavi il rappresentante ideale dei loro interessi nel Parlamento fascista, dove siede nel corso della XXVIII legislatura del Regno.

Se il Ventennio è, per l'agricoltura, l'età della "battaglia del grano", fornisce il quadro più dettagliato dell'agricoltura modenese negli anni del cimento frumentario il corposo volume in cui il Consiglio provinciale dell'economia fissa i risultati di colture e allevamenti tra il 1927 e il 1928. Non sono precisamente anni di successi granari: nel secondo dei due anni la provincia non raccoglie, infatti, che 835.240 quintali di frumento, mille più dell'anno precedente, 834.325, una produzione inferiore a quella del '26, 845.240. Tra le altre produzioni quella delle bietole, nel '28 358.450 q.li, il doppio che nel '26, non costituisce entità tale da contraddistinguere una grande provincia saccarifera, quale Modena aspira ad essere. E' significativa, invece, la produzione di uva, nel '28 1.930.310 q.li, da cui vengono ricavati 1.293.652 q.li di vino, un'entità che appare imponente, ove si rifletta che è ottenuta per intero dalla coltura promiscua, e che rappresenta, per di più, il risultato della ricostruzione delle "piantate" dopo le devastazioni della fillossera. Tra le produzioni diverse, ingente quella di castagne, 56.450 quintali, la prova che, nell'Italia protesa al trionfo granario, sull'Appennino la castagna è ancora, come nei secoli bui del Medioevo, la base dell'alimentazione di intere vallate.

Se non registra anni felici per la coltura del grano, la terna 1926-28 non è propizia nemmeno per l'allevamento bovino, che conosce, in provincia, una perdita di 14.000 capi, da 191.818 a 177.786, una contrazione che riporta il patrimonio modenese assai vicino al livello cui è stato coartato dalle requisizioni di guerra, 169.164. Nel '18 le regole censuarie comprendevano nel computo complessivo anche i vitelli, che sono stati esclusi dalle rilevazioni successive: un elemento che consente agli estensori della monografia di postulare, tra il 1918 e il '28, un aumento di 30.000 capi. Le produzioni più cospicue dei bovini modenesi sono costituite dal formaggio e dal burro: il primo, che sommava 68.000 quintali nel 1914, ne ha registrati 91.000 nel 1927, è sceso a 85.000 nel '28, tre cifre cui corrispondono, per il burro, quelle di 16.000, 21.500 e 20.400 q.li.

Risultano di lettura più ardua le tendenze della popolazione suina, la cui consistenza sale, dal 1908 al 1928, da 91.045 capi a 112.858: siccome la prima cifra comprenderebbe, però, anche i lattonzoli, la sottrazione dei primi imporrebbe di riconoscere, sottolineano gli estensori del rapporto, che anzichè del 20%, l'aumento reale dovrebbe reputarsi prossimo al 400%. Al positivo incremento dei suini si contrappone la staticità degli ovini, che sommano 50.944 capi nel 1908, 49.918 nel '28 dopo avere toccato l'apice di 61.070 nel '26.


 

2. Tra rivoluzione e reazione, lo scontro cruento

2.1. Dove mezzadria equivaleva a ricchezza

Dissoltesi, con il Regime, le organizzazioni corporative che ne erano creature e specchio, a Modena gli agricoltori si riuniscono in un nuovo, libero organismo, per tutelare i diritti di proprietari e gli interessi di concedenti a mezzadria. Nei propositi dei costitutori, e nell'azione dei dirigenti agrari, le due finalità resteranno indissolubilmente congiunte per quasi un trentennio: seppure l'esito dell'uno dei propositi sarà diverso dai risultati dell'altro, l'analisi degli eventi dimostra che sarebbe stato impossibile, nei tre decenni successivi al '45, dissociare uno dall'altro. A metà del Novecento la proprietà della terra è, a Modena, proprietà di poderi mezzadrili, la forma di conduzione che si dilata su 105.000 ettari della superficie agraria provinciale, complessivamente di 194.000, prevalente in pianura, predominante in collina, presente persino sui rilievi appenninici.

L'elevata produttività del podere mezzadrile, frutto del trinomio fertilità, investimenti fondiari, disponibilità di manodopera, rende impensabile, al possidente preoccupato di bene amministrare il patrimonio familiare, una forma di conduzione diversa da quella mezzadrile. Il convincimento del possidente modenese trova un avallo di considerevole solidità nel confronto dell'agricoltura della provincia con quella di altre regioni: in poche aree del Paese allevamento e cerealicoltura, il binomio la cui precarietà infirma l'edificio dell'agricoltura italiana, si integrano in una combinazione più funzionale, cui si somma una produzione viticola che costituisce, in un'area di intenso allevamento, elemento eccezionale. In termini di geografia agraria la polivalenza modenese è conseguenza della collocazione intermedia della provincia tra l'Emila casearia e la Romagna, nella quale si iscrivono anche gli ordinamenti bolognesi, in cui l'allevamento non viene realizzato che per disporre di forza di traino, ed il reddito è affidato alle più intensive combinazioni di colture arboree ed erbacee: area di sutura, il Modenese somma le peculiarità positive delle due regioni agrarie che divide. Come si è consolidata, valorizzando i benefici dell'ubicazione intermedia tra regioni agrarie tanto diverse, nel corso dell'Ottocento, l'agricoltura modenese è, infatti, sistema agrario a triplice specializzazione, una peculiarità che ne accresce i redditi garantendola dalle conseguenze di crisi settoriali. L'area mezzadrile, dove la triplicità di indirizzo regna sovrana, è delimitata, nelle terre meno fortunate più prossime al Po, dalle grandi "boarie" a conduzione con salariati, verso la montagna dai piccoli poderi dai quali faticano a trarre un sostentamento i proprietari contadini: per chi fosse aduso allo scenario mezzadrile era obiettivamente difficile accettare che la conversione verso conduzione diretta o piccola proprietà potesse portare progresso e ricchezza, tutti i canoni di valutazione concordavano nell'indicare nel podere mezzadrile il punto di arrivo dell'evoluzione degli ordinamenti agrari.

2.2. Possidenza agraria e sovversione leninista

I propositi di tutela della proprietà e di difesa della mezzadria si saldano in una combinazione indissolubile come reazione alla minaccia che, dai mesi successivi alla Liberazione, irrompe su entrambe, compromettendo, insieme, diritti reali e facoltà di conduzione, iscritte a pari titolo tra le radici del Fascismo che i partiti associati nel C L N si propongono di svellere dalla società italiana. Dopo la Liberazione proprietà e disponibilità della terra vivono una lunga stagione di incertezza: a minacciarne la persistenza sono, con determinazione uguale, tanto i partiti che mirano ad un ordine sociale democratico, che vogliono fondare sulla proprietà contadina, quanto quelli che vorrebbero unire l'Italia al dominio del proletariato rivoluzionario che le conquiste dell'Armata Rossa hanno dilatato fino ai confini orientali del Paese. Gli anni della Costituente, e quelli, successivi, dei governi di Centro e di Centrosinistra, sono stagione di progetti di riforma radicale degli assetti economici e civili, una stagione cruciale della storia italiana, le cui tensioni gli storici non hanno ancora delineato con distacco, la cui analisi obiettiva potrà essere intrapresa, forse, quando il tempo avrà sopito le ultime passioni suscitate dai nodi dello scontro, e tra quei nodi la signoria della terra, col connesso problema dei patti agrari, è stata oggetto di confronto civile e di contesa parlamentare fino oltre la soglia degli anni '80.

Alla comprensione delle vicende che hanno impresso alla società italiana il volto che ci è noto, tanto diverso dalle attese degli uomini che si scontrarono per orientare il futuro del Paese, un contributo non irrilevante potrà derivare dalla ricostruzione della disputa che per il possesso della terra ha opposto, a Modena e nelle province limitrofe, sindacalisti marxisti e proprietari borghesi, impegnati in un confronto il cui esito l'intera classe politica giudicava decisivo per definire gli equilibri sul più vasto terreno di scontro nazionale. Le cento prove dell'impegno profuso, nelle campagne ai piedi della Ghirlandina, dai capitani romani delle schiere contrapposte, dimostrano quale rilievo la città emiliana, rivestisse, con Reggio, Bologna e Ravenna, sul fronte agrario, quindi nell'agone politico nazionale.

Epicentro della battaglia della mezzadria, Modena conserva, peraltro, documenti di singolare rilievo per il suo studio. Frutto della determinazione e della versatilità di Aristodemo Cerea, direttore dell'Associazione Agricoltori durante l'intera stagione del confronto, uno dei campioni dello schieramento agrario, sono costituiti dalle annate del Corriere dell'Agricoltore, il notiziario che muta il titolo, dopo due anni, in quello di Agricoltore Modenese, che dietro l'apparente modestia della veste rivela la capacità del direttore di collegare ogni evento locale alla strategia delle parti sullo scacchiere nazionale, e la Memoria documentata sulla situazione in Provincia di Modena (agitazione mezzadrile), un memoriale che, tuttora inedito, non mancherà, dopo la pubblicazione, di ravvivare il dibattito storico sugli anni di contrapposizione ideale, di scontro politico e di lotta cruenta che si succedono tra il '45 e il '50.

Della contesa per la terra che divampa dopo la Liberazione il memoriale del direttore dell'Associazione degli agricoltori propone una interpretazione inequivocabile additandovi l'attuazione di un disegno eversivo diretto a escludere dalla scena civile il ceto dei possidenti borghesi, e ad assicurare la disponibilità della terra ai propositi di collettivizzazione delle forze marxiste. E' un'interpretazione in radicale contrapposizione con quella che della contesa agraria propongono gli storici del movimento rurale comunista, primo Mario Lasagni, che in Contadini a Reggio Emilia. Le lotte l'organizzazione, il riscatto sociale dal 1877 al 1947, ha proposto una ricostruzione che, per l'analogia dell'ambiente e per l'identità di più di un protagonista, può essere estrapolata a Modena nella più ragionevole presunzione di corrispondenza. Per tentare una valutazione critica è necessario, preliminarmente, fissare date e fatti essenziali.

2.3. I centoquattordici fondatori

Le truppe tedesche in rotta lasciano alle proprie spalle Modena il 22 aprile, meno di due mesi dopo, mentre nelle campagne si mietono campi di grano la cui povertà denuncia la scarsità, alla semina, di concimi e semente, proprietari e braccianti ignorano quale prezzo dovrà essere attribuito al lavoro delle grandi squadre che, aia dopo aia, provvederanno ad alimentare le trebbiatrici a punto fisso per ricavare dalle biche di covoni sacchi di grano e balle di paglia. E', soprattutto, per l'urgenza di definire le tariffe bracciantili che l'11 giugno si riuniscono in via Selmi 25, sede della futura associazione, alla presenza del notaio Zauli, centoquattordici signori che il notaio qualifica possidenti, i quali discutono brevemente sulla bozza di uno statuto, che il notaio trascrive in carta bollata, che investono, quindi, all'unanimità, due dei presenti, Sergio Saltini e Francesco Gaddi, del ruolo di scrutatori, e procedono, con voto segreto, all'elezione di un "comitato direttivo provvisorio".

Lo scrutinio attribuisce un seggio a Renzo da Carrobbio, esponente dell'antica nobiltà estense, proprietario di una grande tenuta a Massa Finalese, di professione diplomatico, uno al conte Umberto Pignatti Morano, al dottor Gustavo Riva, a Oriello Cavazzuti, Guido Pozzetti, Mentore Aldrovandi e Francesco Benassi. Avendo ricevuto in numero più consistente di suffragi, Da Carrobbio viene nominato presidente del consesso. La prima scelta del comitato è la nomina del direttore dell'Associazione: l'incarico viene affidato ad Aristodemo Cerea, il funzionario inviato a Modena nel '44 dalla Confederazione fascista dell'agricoltura, quindi nominato commissario all'alimentazione, che alla Liberazione ha perduto entrambi gli incarichi e l'unico stipendio. Si rivelerà scelta determinante per il corso futuro dell'azione dell'Associazione, che grazie a Cerea assumerà il ruolo di baluardo nello scontro nazionale per la libertà del possesso della terra per la sua gestione mezzadrile.

Assolvendo ai propositi per cui è stato istituito, il comitato incontra i rappresentanti della Federterra, la branca agraria della ricostituita Confederazione Generale Italiana del Lavoro, con cui conviene le tariffe delle "squadra d'aia", 18 lire all'ora per gli uomini da 18 a 65 anni, 13 per le donne della stessa età e per gli uomini tra i 15 e i 18, 11 lire per le donne di età inferiore a 18 o superiore ai 65 anni. Cerea ribadirà ripetutamente che, siglato il contratto per i braccianti, i proprietari contavano sullo svolgimento più tranquillo della campagna di trebbiatura: fosse solida sicurezza o vana sicumera, la fiducia dei possidenti modenesi si dissolve, nel volgere di pochi giorni, quando giungono alla sede della neocostituita Associazione le prime segnalazioni della pretesa dei capi lega che dirigono le "squadre d'aia" di ripartire il grano trebbiato nella proporzione del 65 per cento a favore del mezzadro e del 35 a favore del proprietario, invece del 50 e 50 previsto del contratto mezzadrile secondo i canoni tradizionali, suggellati dal capitolato concordato tra i sindacati fascisti che rappresentavano, rispettivamente, concedenti e mezzadri.

Alle prime notizie altre se ne aggiungono in un crescendo turbinoso, cui si compone la constatazione che richieste analoghe vengono avanzate dai mezzadri delle province vicine, Reggio e Bologna, e della Toscana. Le controversie sull'aia si risolvono secondo i rapporti di forza che si verificano in ogni borgo, in ciascuna azienda: dove la squadra d'aia riesce a intimorire il concedente la ripartizione si compie senza riserve, dove il concedente sa opporre una resistenza più tenace viene siglato un foglio di carta in cui le parti dichiarano che la ripartizione è provvisoria, in attesa che sul metro di ripartizione si accordino le organizzazioni che rappresentano i contraenti.

Il conflitto si traduce, inevitabilmente, in ragione di scontro tra le parti politiche: impegnato a conservare l'unità delle forze che si sono associate nel Comitato di Liberazione Nazionale, il presidente del Consiglio, Ferruccio Parri, avanza, all'inizio di settembre, una proposta di compromesso, che l'organizzazione nazionale dei proprietari, ricostituita, dopo la liberazione di Roma, col nome di Confida, si dichiara pronta a sottoscrivere, che, il 20 settembre, rifiuta di accettare, invece, la Federterra. La trattativa è, peraltro, confusa, le parti si invertono, con il rifiuto della Confida a nuove proposte: incerto, Parri non riesce a imporre un compromesso. Il fallimento del negoziato acuisce lo scontro, che assume note ancora più aspre dopo che gli organi centrali della CGIL annullano l'accordo suggellato dai responsabili della Federterra a Reggio Emilia, stabilendo un precedente che in pochi mesi conoscerà la replica fedele a Mantova, a Ravenna e per l'intera Toscana.

La vicenda, essenziale per comprendere la dinamica dello scontro, è narrata con precisione di dettagli da Lasagni: preoccupato del dilagare della conflittualità, che ostacola il flusso del grano verso i magazzini di ammasso, con l'autorità conferitagli dal C L N il prefetto, Vittorio Pellizzi, convoca le parti, che costringe alla trattativa più serrata. La bozza sulla quale si discute è favorevole ai mezzadri, ma i rappresentanti dei proprietari si irrigidiscono, e, per preoccupazioni di ordine pubblico, il prefetto impone un testo che non prevede concessioni significative, che è sottoscritto il 2 novembre. Secondo Lasagni tra i mezzadri ansiosi di vedere superato il capitolato suggellato dalle organizzazioni corporative si diffonde il malcontento, cui il 5 novembre dà voce, in un affollato comizio, Giuseppe Di Vittorio, che, trovandosi in Emilia, interviene nella vertenza per proclamare che sull'accordo devono pronunciarsi, con scrutini per comune, i mezzadri. Accettando l'umiliazione della rescissione dell'accordo sottoscritto, rinfrancati dal tribuno romano, il 17 novembre i responsabili sindacali stabiliscono, come condizione per risolvere la vertenza, la divisione dei prodotti secondo la proporzione del 60 e 40 per cento.

Sull'alternativa tra l'accordo siglato e la nuova richiesta i mezzadri reggiani sono chiamati a un generale plebiscito. La prospettiva di vedersi attribuito il sessanta per cento del prodotto del podere non cade nell'indifferenza: con l'eccezione del voto contrario di un solo paese, che Lasagni registra con scrupolo, i coloni reggiani ricusano il patto sottoscritto in prefettura, approvano entusiasticamente l'invito dei propri rappresentanti a pretendere i nuovi canoni di riparto: per Lasagni il giusto ripristino dell'equilibrio contrattuale conquistato nel 1921, infranto con la violenza dallo squadrismo.

A Modena lo scontro ha inizio senza che una trattativa venga, di fatto, neppure iniziata: convinti che la pretesa che viene avanzata, tale da sovvertire la natura del contratto, sia da respingere, incerti sull'utilità di qualunque controproposta, che, ove fosse accolta dal sindacato provinciale, potrebbe essere censurata dalla trasferta di un dirigente romano, i rappresentanti degli agricoltori modenesi incontrano i sindacalisti della Federterra senza neppure aprire un confronto. Per il confronto non dimostrano alcun interesse neppure gli uomini del sindacato, ai quali sono sufficienti gli incontri preliminari per proclamare che l'Associazione non sarebbe disponibile alla trattativa, ribadire l'obiettivo del radicale mutamento delle quote di riparto e perseguire il proprio obiettivo mediante l'azione diretta in campagna, decisi a costringere singolarmente i proprietari ad accettare le rivendicazioni mezzadrili.

Sono due, quindi, le scelte della Federterra nella vertenza che accenderà, per tre anni, lo scontro più crudo nelle campagne: la delegittimazione dell'organizzazione dei concedenti, la coazione individuale dei proprietari. Adempiendo alla prima, l'Associazione degli agricoltori sarà additata come covo di fascisti con cui sarebbe superfluo dialogare, contro cui si deve combattere una guerra senza tregue, l'apprezzamento che si radicherà nella base contadina tanto da spingere per cinque volte folle agitate ad invadere e a devastare la sede dell'organizzazione degli "agrari". Adempiendo alla seconda si realizzerà quell'azione di coercizione personale che costituirà, ripetendosi per centinaia di possidenti, la trama della vertenza.

Segna l'apertura delle ostilità secondo la duplice strategia il comizio che Giorgio Volpi, segretario regionale della Federterra, tiene, il 19 novembre, dal balcone del Municipio in Piazza Grande: "Lavoratori, io vi ho già detto che vogliamo risolvere la vertenza. -proclama il dirigente sindacale secondo il resoconto stenografico pubblicato dal Corriere dell'Agricoltore- Andate alle vostre case, riunite le vostre assemblee e le vostre leghe. Andate tutti dai vostri proprietari. Il lavoro non vi assilla molto, avete molto tempo da perdere e se è necessario ogni giorno recatevi dai vostri proprietari finchè non hanno firmato il patto colonico. I proprietari fino al giorno d'oggi, a Roma quando vi erano gli alleati hanno riempito di denunce e di petizioni perché non potevano andare in campagna...Ebbene, se allora si è permesso di dirlo quando non c'era ragione, noi possiamo tollerarlo che possano dirlo andando avanti che ci sarà ragione. L'Italia non subirà alcuna conseguenza della mancanza di questi elementi dalle loro aziende...Questo è l'indirizzo che vi dà la Federterra, che nel suo seno raccoglie due milioni e mezzo di famiglie coloniche...Quindi, lavoratori, andate alle vostre case, iniziate questa opera di persecuzione, perché ciò che hanno fatto gli agrari fino ad oggi, che hanno tentato di dividere i lavoratori, di prendere questo esercito a pezzetti, non ci sono riusciti...Noi vogliamo isolare gli agricoltori coscienti dalla parte reazionaria”

2.4. La coercizione prassi negoziale

Come dimostra il memoriale di Cerea, all'indomani del comizio la costrizione fisica dei concedenti ad accettare le nuove quote di riparto, un procedimento già sperimentato dove capilega più focosi si sono trovati di fronte a proprietari la cui rigidità rinfocolava la veemenza, diventa, nelle campagne modenesi, prassi sindacale. Folle di mezzadri, accresciute da braccianti e attivisti, si accalcano all'ingresso delle abitazioni dei proprietari, pretendono, con lunghe attese non di rado accompagnate da schiamazzi, il colloquio, costringono il concedente ad accogliere in casa rumorose delegazioni, non di rado gli impongono di seguire lo sciame alla Camera del lavoro, dove assediano la stanza in cui si svolgono le trattative fino al cedimento della controparte, che si sente costretta dalla folla tumultuosa ad accettare quanto le viene imposto di firmare.

Il lungo confronto tra il concedente costretto alla trattativa collettiva e la folla che lo circonda è spesso accompagnato, secondo il memoriale, da minacce all'incolumità del "padrone", velate eppure inequivocabili. Il valore documentario del memoriale di Cerea consiste, in misura cospicua, nella puntigliosa rievocazione di 143 "trattative", per ciascuna delle quali precisa il nome del concedente, l'ubicazione del podere, spesso il nome del capolega che conduce il negoziato, la sede della trattativa, ricordando l'intensità raggiunta dal confronto, e menzionando il tipo delle minacce, che vanno dalla dichiarazione della volontà di sequestrare l'azienda, per affidarla ad una "commissione aziendale", all'invito, più inquietante, a guardarsi dal porre a repentaglio l'incolumità.

La minaccia contro la sicurezza personale è elemento non secondario della vertenza, nel corso della quale l'Associazione denuncia l'assassinio di diciotto possidenti, il ferimento di altri, per più di uno asserendo che l'esecuzione sarebbe da porre in correlazione con un atteggiamento particolarmente rigido di fronte alle pretese mezzadrili. Postulando la connessione tra vertenza e assassinii il memoriale di Cerea rievoca lo scontro come espressione della più cruda lotta di classe, combattuta da un sindacato di ispirazione marxista deciso a sopraffare, anche a prezzo del sangue, la classe con cui intende saldare i conti che nel 1921 le squadre fasciste hanno preteso di chiudere col manganello.

E' conclusione diametralmente opposta a quella cui conduce il volume di Lasagni, che degli assassinii di proprietari non fa alcuna menzione e che sostiene, verbalmente, che tra vertenza mezzadrile e esecuzioni di "agrari" non sussisterebbe alcuna connessione, costituendo gli omicidi del '45-'48 manifestazione di "schegge impazzite" delle forze partigiane, della cui azione non potrebbe imputarsi alcuna responsabilità nè al Partito Comunista nè ai sindacati contadini. La veemenza dello scontro dovrebbe spiegarsi, per lo storico marxista, con l'esplosione del risentimento compresso, durante il Ventennio, per il ripristino di una subordinazione che era già stata forzata, e non si sarebbe manifestata che contro le controparti più intransigenti, in centinaia di casi la vertenza risolvendosi bonariamente tra le parti. I 143 casi registrati, con meticolosità, da Cerea, in una provincia che conta quindicimila famiglie coloniche, presuppone, matematicamente, migliaia di composizioni dirette, operate contro la solidarietà di classe.

I dati sullo scontro sono inequivocabili: formulare, di quei dati, un giudizio obiettivo si propone impegno oltremodo arduo. Non potrà esimersi dal tentarlo, peraltro, chi dei primordi della Repubblica vorrà scrivere la storia, spiegando le ragioni per cui, anzichè annunciare l'alba della pacificazione nazionale, la Liberazione ebbe a segnare l'inizio di uno stillicidio di delitti che in oltre tre anni disseminò, specie in Emilia Romagna, migliaia di vittime. Chi assumerà il difficile compito dovrà dimostrare, soprattutto, se gli assassinii siano elemento connesso o indipendente dalla lotta politica, se siano legati o indipendenti, cioè, dalla strategia del Partito Comunista. Che allora è partito che professa un'ideologia rivoluzionaria, incompatibile con ogni idea di democrazia pluralista, cui pure il suo vertice ha proclamato di aderire nel noto summit di Salerno: l'espressione di quella "doppiezza" di Togliatti e degli uomini che lo circondano che il Partito Comunista abbandonerà, tra mille riguardi alle schiere di militanti irremovibili nella fede sovietica, solo sotto la guida di Enrico Berlinguer. E la "doppiezza" di Togliatti è elemento che non può non disorientare lo storico più sagace.

In un saggio recente, che riassume studi precedenti, Guido Crainz ha sostenuto che gli omicidi degli anni della Liberazione sarebbero la risposta popolare all'impunità assicurata dalle autorità ai criminali fascisti: giustizia sommaria come reazione alla mancata giustizia secondo i canoni, per quanto approssimativi all'indomani di una guerra civile, del diritto. L'ipotesi individua, senza dubbio, un elemento essenziale del problema, non offre una risposta soddisfacente agli interrogativi sulle valenze dell'agitazione mezzadrile, quegli interrogativi che si riassumono nella domanda della matrice sindacale, quindi economica, o eversiva, quindi politica, del moto che agita le campagne.

Ricercata sulla scorta del memoriale di Aristodemo Cerea, quella risposta non può evitare di riconoscere che i capi lega che conducono le trattative con possidenti costretti a ricevere una delegazione in casa, o a seguire una folla tumultuosa alla Camera del lavoro, sanno bene che l'esecuzione di "agrari" non è casualità remota, è evento che si ripete ogni notte, e sapendolo non mancano, secondo il memoriale, di ricordare alla controparte l'eventualità per forzarne il volere.

Al dato che il documento impone di riconoscere è giocoforza aggiungere che i responsabili del sindacato contadino, che generalmente hanno militato nei gruppi partigiani, non di rado con responsabilità di comando, sanno che i propri associati conservano armi e sono capaci di impiegarle: avendo scelto una strategia che rifiuta la contrattazione collettiva e punta alla coercizione personale non possono ignorare che ogni confronto accende gli animi, rinfocola odii antichi, attizza desideri di vendetta. Chi dimostrasse, come non sarebbe, probabilmente, arduo dimostrare, che tutti gli "agrari" uccisi avevano militato nelle file fasciste, magari partecipato a violenze squadristiche, non proverebbe l'ortodossia democratica della strategia sindacale, dimostrerebbe che l'eliminazione fisica degli avversari è eventualità che la strategia del sindacato comunista ha accettato di includere tra le variabili del conflitto: un conflitto condotto nelle forme della più cruda lotta di classe, non una vertenza giocata secondo le regole della contrattazione sindacale.

Seppure sia da escludere, cioè, come postula Lasagni, il nesso diretto tra vertenza e assassini, quindi la disposizione del Partito Comunista di eliminare gli avversari più tenaci, è altrettanto da escludere che i sindacalisti della Federterra ignorino l'eventualità che lo scontro personale ecciti una mano armata, e si deve riconoscere, invece, che non solo l'eventualità li dissuade dalla strategia del confronto individuale, ma che dell'eventualità si servono, ed è la responsabilità più grave, come argomento per estorcere una firma che in una libera contrattazione la controparte non accetterebbe di sottoscrivere. Lasagni, che ha partecipato attivamente allo scontro, lo celebra come epopea del "contadino uscito dalla lotta di liberazione", un moto, sottolinea, che solo gli ingenui potevano considerare "fuoco di paglia", siccome sarebbe stato "duro scontro di classe, tra il vecchio e il nuovo nelle campagne": i mezzadri sarebbero stati portatori del diritto inalienabile a liberarsi del giogo di un contratto medievale in versione fascista, lo scontro avrebbe assunto la durezza che conobbe solo per la protervia di chi di quel contratto era deciso a perpetuare l'iniquità. La violenza assassina sarebbe stata frutto del disordine in cui si consumavano cento vendette personali: quando, sottolinea, a Campagnola, ignoti avrebbero malmenato, di notte, il maggior possidente locale, Pignagnoli, tutti i mezzadri si sarebbero raccolti attorno alla sua abitazione per esprimere la propria solidarietà.

Nonostante le obiezioni critiche, il memoriale di Aristodemo Cerea propone problemi ineludibili: il direttore dell'Associazione degli agricoltori è uomo di parte che sa di combattere contro uomini di parte, e degli avversari conosce l'ideologia, che è l'ideologia eversiva della lotta di classe. Alla domanda se le forme scelte dalla Confederterra per condurre la vertenza corrispondano alla prassi di un sindacato che accetta le regole dei conflitti economici nella cornice della democrazia pluralistica, o a quella di un sindacato che, "cinghia di trasmissione" di un partito rivoluzionario, non ha ancora operato la scelta tra eversione rivoluzionaria, eventualmente armata, e confronto democratico, è arduo dissolvere agli argomenti con cui Cerea suffraga la seconda risposta.

Se molti concedenti sottoscrivono i patti loro imposti, l'Associazione conserva l'intransigenza più incondizionata. Forte di una pronuncia governativa che stabilisce che le firme estorte non sanciscono alcuna modifica del patto mezzadrile, addita la prova del disegno eversivo che attribuisce agli avversari nella circolare con cui, la prima settimana d'ottobre, Palmiro Togliatti, che siede sulla poltrona di guardasigilli, prescrive ai pretori di non procedere per denunce di possidenti contro violenze e sopraffazioni di mezzadri, invita gli associati alla resistenza, moltiplica le denunce alle autorità nazionali e al comando alleato, fino all'invio di una delegazione a Roma, nel marzo del '46, per chiedere agli organi di governo che nelle campagne modenesi siano ristabiliti il diritto e la sicurezza.

2.5. Dalla corte all’aula di tribunale

Le autorità di polizia hanno eluso le richieste di intervento dei possidenti che hanno lamentato violazioni di domicilio, minacce, in qualche caso sequestri, spesso hanno consigliato, anzi, al proprietario che ne richiedeva l'intervento di sottoscrivere quanto gli veniva imposto. Qualche denuncia ha seguito, tuttavia, l'iter procedurale, e il primo capolega costretto al banco egli imputati in un'aula penale, Mario Cappi, imputato con Tarciso Frattini, rappresentante del C L N di Solara, di violenza ai danni di un concedente, viene condannato, seppure blandamente, insieme al coimputato, nell'ultima settimana di aprile: un evento che induce a maggiore prudenza le decine di sindacalisti contro i quali pendono denunce uguali.

Con le more consuete, le cause penali proseguiranno, peraltro, il proprio corso, e nell'ottobre del '49 il Tribunale di Modena concluderà con un profluvio di condanne il "processo dei 63", tale il numero degli imputati per violenza privata e violazione di domicilio ai danni di due degli agricoltori più influenti della provincia, il marchese Rolando Rangoni e il conte Forni. Seppure a pene simboliche, tutti gli imputati sono condannati. Insieme ai rischi penali, la coazione non assicura contratti inoppugnabili, siccome il Governo ha statuito che i patti estorti possano essere impugnati. La duplice constatazione induce i responsabili sindacali a rivedere la propria strategia.

Corrisponde, con emblematica sincronia, alla conclusione del primo processo, la menzione dell'ultimo tentativo di costringere un concedente al riparto nella misura del 60-40 segnalato dal memoriale di Cerea. E' la registrazione del caso di Remo Annovi di Migliarina di Carpi, che il 22 aprile '46 rifiuta la firma e viene minacciato dal mezzadro.

Dal giardino della villa padronale, o dall'anticamera del palazzo modenese, lo scontro si sposta nelle sedi delle confederazioni sindacali romane e nelle anticamere ministeriali. Nel settembre del '45 Parri ha tentato di risolvere la vertenza proponendo un arbitrato ministeriale, ma ha fallito per l'intransigenza delle parti. Insediatosi in dicembre, De Gasperi convoca le parti per una serie di incontri, che moltiplica con determinazione nei primi mesi del ‘46. Di fronte alla indisponibilità di entrambe pronuncia, in luglio, il proprio "lodo", che modifica di tre punti, per l'annata 45-46, le proporzioni del riparto, con l'esplicita riserva che la clausola non costituirà precedente per modificare le quote di riparto nelle annate successive. La Federterra accoglie la pronuncia come grande vittoria, la Confida rigetta la pronuncia asserendo di non avere sottoscritto alcun compromesso arbitrale che rimettesse al Presidente del Consiglio la potestà di decidere una vertenza che considera meramente sindacale: continuerà a definire "giudizio", infatti, anziché lodo, la pronuncia, che rifiuterà di accogliere fino alla conversione in legge, che un gabinetto dimissionario statuirà, per decreto, il 7 maggio del '47.

2.6. Mezzadria: inizia la proroga senza fine

Un mese prima del decreto che converte in legge il lodo che una delle parti rifiuta di considerare tale, un altro provvedimento legislativo statuisce, il 1 aprile '47, la proroga dei rapporti di mezzadria giunti a scadenza, impedendo, quindi, con la disdetta, la liberazione dei fondi dalla famiglia colonica. Ricalcando il precedente varato durante il conflitto, il decreto segna l'inizio della successione di proroghe che, contro ogni rimostranza dei concedenti, rimetterà, nei lustri successivi, la durata del contratto alla discrezione del mezzadro. Motivazione formale delle successive proroghe, l'attesa di quella riforma del contratto che, tra scontri parlamentari e pronunce della Corte Costituzionale, non si compirà che nel 1982. I mezzadri si trasformano in occupanti dei fondi ope legis: seppure non possano trasformare, come hanno promesso i proclami di partito, il possesso in proprietà, dell'intangibilità del possesso, cui la legge non consentirà che rare eccezioni, molti si avvarranno per indurre il concedente a vendere, e acquistare la terra con un favorevole mutuo quarantennale, o per pretendere una "buonuscita", di cui servirsi per trasformarsi, emigrati in città, in piccoli esercenti commerciali. Nel grande fiume dell'Italia rurale che si riversa nelle città, i mezzadri che avranno saputo giocare le proprie carte godranno, tra le schiere dei braccianti che arrancheranno a braccia, del privilegio di dirigersi ai lidi urbani su natanti che non saranno sempre semplici scialuppe.


 

 

3. Lotta per la terra nell’Italia della ricostruzione

3.1. Due personalità, due protagonisti dello scontro sociale

Chi esamini documenti e testimonianze dell'esordio dell'Associazione degli agricoltori modenesi non può non riconoscere la singolarità delle doti dei due uomini che ne hanno assunto la guida, Renzo da Carrobbio, il primo presidente, e Aristodemo Cerea, il funzionario dell'apparato annonario provinciale negli anni della guerra al quale viene offerta la direzione dell'Associazione, di cui sarà, per quasi quattro lustri, l'animatore instancabile. Ricco patrizio e autorevole diplomatico, il primo è, vero presidente, l'uomo della moderazione e della misura: nei mesi di drammatico confronto con il sindacato marxista non rinuncia, appena se ne offra l'opportunità, a riproporre il dialogo e la pacificazione, alla quale invita con calore nell'interesse superiore della Nazione.

Dotato di attitudini opposte, Cerea è l'agguerrito capitano delle forze agrarie nello scontro, che reputa ineludibile, con la sovversione, contro la quale non si stanca di animare la fermezza degli associati e la determinazione di delegati di zona e funzionari dell'Associazione, che incoraggia a combattere sfidando i rischi, sempre incombenti, dell'agguato, che può concludersi con le percosse o con il colpo di arma da fuoco.

Se Renzo da Carrobbio, richiamato in servizio dalla Farnesina, declina il mandato dopo un solo anno di attività, Cerea continuerà, nel succedersi di presidenti che non sempre costituiranno figure di rilievo, a consolidare l'organizzazione e a rafforzarne i legami con la confederazione nazionale, presso la quale rivestirà incarichi rilevanti senza sottrarre attenzioni alla sua creatura modenese. Tra gli strumenti di cui saprà avvalersi, un ruolo di particolare significato lo storico deve riconoscere al periodico dell'Associazione, che nasce come settimanale, con il titolo di Corriere dell'Agricoltore, il primo settembre 1945, che il primo febbraio 1947 muta denominazione diventando L'Agricoltore Modenese, convertendo anche la cadenza, che sarà prima quindicenale per divenire mensile quando il confronto nelle campagne avrà perduto i caratteri di scontro quotidiano, e agli associati non sarà più necessario che un puntuale foglio di informazioni tributarie e mercantili.

Dimostrando l'intuito dell'autentico giornalista, del periodico dell'Associazione Cerea sa fare un organo di informazione dagli orizzonti senza confronto più ampi del bollettino locale. Al suo editoriale, che inquadra sempre gli eventi modenesi nella cornice dello scontro nazionale, giustappone sistematicamente l'espressione delle grandi voci della scena agraria, che trae, con lucidità di scelta, dai quotidiani nazionali e dai periodici agricoli delle organizzazioni romane: la peculiarità che fa delle annate del foglio dell'Associazione modenese non solo la fonte più doviziosa per ricostruire le vicende dell'agricoltura nella Provincia, ma una testimonianza eloquente della storia politica e sindacale dell'agricoltura italiana.

 

3.2. L’attesa della riforma agraria

Il direttore dell'Associazione modenese propone una delle prime prove della propria maestria nell'editoriale con cui, nel numero del 14 gennaio '46, enuclea, in una sintesi lucidissima, i propositi di politica agraria dei partiti che si misurano nella Costituente, definendo la chiave del confronto agrario dei lustri successivi: "Si parla di riforma agraria I socialisti e i comunisti, fiancheggiati dal Partito d'azione, sono per la soppressione pura e semplice... della proprietà terriera, con l'eccezione...della piccola proprietà diretta coltivatrice. Il Parito Repubblicano vuole anche esso soltanto la conservazione della piccola proprietà...Il Partito Democratico Cristiano intende dare impulso alla piccola e media proprietà allo scopo di rafforzare una libera e sana classe di contadini. I liberali mirano alla formazione di una nuova classe di piccoli e medi imprenditori e proprietari...Il programma dei socialisti che si identifica con quello dei comunisti si propone in particolare: di istituire un demanio che -posto a disposizione di un Organismo Statale- verrebbe opportunamente ripartito tra i coltivatori..." Aristodemo Cerea, militante conservatore, ha compreso fino dai primi presagi la natura del conflitto che, assumendo il ruolo che ha accettato, si è impegnato a combattere.

Poche settimane più tardi, il 25 marzo, la presidenza convoca un'assemblea straordinaria per esaminare, con gli associati, i termini del confronto in corso, misurare i risultati dell'opera di organizzazione, proporre gli obiettivi del lavoro da compiere. Da Carrobbio enuclea il quadro che la realtà impone di misurare con parole che non potrebbero essere più espressive, insieme accorate e suadenti: "A tutt'oggi -ricorda- l'Associazione Agricoltori della Provincia di Modena conta 4558 soci. Non sono molti, dovrebbero essere infinitamente di più. Però, se teniamo conto dell'indole particolare degli agricoltori che sono spaventosamente individualisti e assenteisti, del clima morale e fisico nel quale gli agricoltori...continuano a vivere...dobbiamo essere abbastanza soddisfatti. Questi soci rappresentano in tutto 101.000 ettari...E devo mettere in particolare rilievo che fra i 4558 soci sono 1700...quelli appartenenti alla categoria dei coltivatori diretti."

Il fantasma della "riforma fondiaria" evocato fino dai primi lavori della Costituente assume rapidamente, per i possidenti agrari, le sembianze dello spettro. Ne configura la minaccia, nell'assemblea straordinaria dell'Associazione convocata il 22 maggio '46, Alberto Donini, segretario generale della Confida, che spiega all'uditorio che è iniziato lo scontro per definire della riforma obiettivi e strumenti. L'allarme di Donini è in perfetta assonanza con le preoccupazioni di Cerea, che nei mesi successivi riproduce sul notiziario modenese gli articoli con cui il segretario della Confida spiega che la proposta della riforma agraria segnerebbe il raggiungimento del "limite" varcando il quale le parti della società nazionale si contrapporrebbero in uno scontro di violenza incontrollabile, il convincimento che condividono con il segretario generale i successivi presidenti della Confida, l'avvocato Attilio Sansoni e il marchese Marino Rodinò di Miglione, che lo sostituirà all'acme della rovente disputa per la Riforma.

All'inizio di agosto Renzo da Carrobbio lascia i conflitti agrari per dedicare sagacia e tatto al confronto internazionale. La scelta del successore non è agevole: un'assemblea straordinaria presieduta dall'ing. Stufler insedia, nella seconda settimana dello stesso agosto, un comitato di presidenza che nominerà, in una data che è arduo precisare, presidente Rodolfo Escher, coadiuvato, col ruolo di vicepresidenti, dal conte Umberto Pignatti Morano e dall'avvocato Emilio Duò. Sarà, tra il 1947 e 48, un presidenza breve e travagliata: intimorito, a quanto pare di comprendere dalla lettura del periodico, dalle ripetute minacce, Escher declina l'incarico, dopo un anno di mandato, ad un comitato presieduto dal colonnello Ruggerini. Solo nell'agosto del '48 l'Associazione trova, finalmente un nuovo presidente, nella persona del dottor Francesco Molinari, che affiancano, come vicepresidenti, il conte Pignatti e il dottor Enzo Mattioli.

3.3. Mezzadria, avvenire oscuro

E' sul numero del 15 agosto '46 del notiziario che, con l'intuito abituale, Cerea trascrive dal periodico della Confida, il Corriere dell'Agricoltura, un articolo dal titolo emblematico dello scontro che si gioca nelle campagne modenesi: L'avvenire della mezzadria "L'avvenire della mezzadria è oscuro. -ha scritto il redattore romano di cui il foglio modenese non riferisce il nome- Come tante volte è stato ripetuto, o essa trova un clima di collaborazione o muore, non si regge una associazione nella quale i soci siano continuamente l'un contro l'altro armato..." L'asserzione ha significato profetico: senza spirito di collaborazione la mezzadria è condannata. Il commentatore romano non dice che la collaborazione mezzadrile si è fondata, per secoli, sulla soggezione del mezzadro alla controparte, di cui una lunga successione di ordinamenti giuridici, da quello dei comuni medievali allo stato corporativo, hanno assicurato la preminenza. L'omissione non menoma la verità del rilievo: avvicinate, in un quadro giuridico che attenua la diseguaglianza, le posizioni delle parti, la vitalità del contratto è subordinata all'instaurazione di un clima di cooperazione. O si stabilirà un nuovo spirito di collaborazione o il destino del contratto è segnato. L'articolo trascritto dal periodico romano impone la propria considerazione perché il notiziario degli agricoltori modenesi sosterrà, nella trentennale campagna contro la soppressione della mezzadria, una posizione significativamente diversa, proclamando la vitalità e la validità del contratto nonostante ogni prova dell'impossibilità della collaborazione tra due classi tra le quali è stato scavato un fossato politico ormai invalicabile. In trent'anni di polemiche Aristodemo Cerea, polemista accorto, non riuscirà a pubblicare una sola lettera di un mezzadro che propugni la validità del contratto.

Ma la difesa della mezzadria sarà motivo e strumento, avremo occasione di ribadire, della difesa del possesso della terra, la ragione per la quale ai proclami, che L'Agricoltore Modenese ripeterà in ogni edizione, dell'ideale perfezione del contratto, è doveroso guardare col giusto senso critico. A definire la portata, per la provincia emiliana, del problema, si deve ribadire che, nel 1948, 15.400 famiglie mezzadrili, che sommano 84.175 persone, sono insediate su un numero equivalente di poderi, che si dilatano su 105.000 ettari, la parte preminente della superficie agraria provinciale, soprattutto ove si consideri che l'area mezzadrile occupa le terre migliori della pianura bassa e alta, della collina e della montagna. Sono prevalentemente ubicati nella pianura più bassa, infatti, i 34.000 ettari condotti in economia diretta e in compartecipazione, mentre sono ubicati prevalentemente in montagna i 55.000 ettari di proprietà contadina. Su quei 55.000 ettari vivono 13.000 famiglie con 60.000 componenti.

Il confronto dei dati mostra che seppure mediamente più numerose, le famiglie mezzadrili dispongono, per ciascun membro, di una superficie maggiore delle famiglie di contadini proprietari: 1,24 ettari contro 0,91, una differenza che si dilata ove si consideri che, prevalentemente montane, le proprietà contadine comprendono castagneto, bosco e prati incapaci di produrre più di uno sfalcio.

 

3.4. Una repubblica di coltivatori diretti

Seppure la pronuncia del "lodo" di De Gasperi abbia spostato l'epicentro dello scontro mezzadrile nelle sedi del confronto politico, nelle campagne emiliane, quindi in quelle tra la Secchia e il Panaro, si protrae una tensione che non manca di tradursi, ad ogni gesto di sfida di una delle parti, in crudo scontro fisico. Imponendo ai concedenti il riparto nelle proporzioni di 60-40 i capolega hanno autorizzato i mezzadri a trattenere quote di prodotto che i concedenti rivendicano direttamente o per via legale, contestazioni e contese si moltiplicano, e nel clima di scontro di classe prosegue lo stillicidio degli assassinii. La prima settimana di maggio del 1946 registra l'uccisione, a Castelfranco, di Vito Savoia, il 15 giugno l'esecuzione di A Vecchi a Staggia, il 3 ottobre l'uccisione, a Novi, di Cornelio Ferrari, uno dei maggiori proprietari della Bassa.

Mentre Confida e Federterra si confrontano sull'applicazione del "lodo" del presidente del Consiglio, Antonio Segni, ministro dell'agricoltura dal gabinetto De Gasperi, riunisce una commissione di esperti nominati dalle due parti, che incarica di definire i cardini di un nuovo contratto di mezzadria. Sulla base dei lavori svolti impone alle parti di sottoscrivere, il 24 giugno '47, un accordo di "tregua mezzadrile" cui nessuna delle due si riterrà obbligata. Il ministro ritenterà di imporre un accordo il 21 giugno '48: l'esito sarà, ancora, deludente. Senza cedimenti, con sarda tenacia il ministro democristiano continuerà a riunire la commissione anche dopo il secondo fallimento.

Solo un'indagine sulle carte personali di Segni potrebbe stabilire se lo statista democristiano reputi possibile, al moltiplicarsi delle prove di intransigenza, che la commissione possa giungere ad un accordo, o se, consapevole dell'impossibilità di conciliare le posizioni opposte, protragga i lavori per dimostrare l'assenza, nelle parti, di volontà di compromesso, e rendere ineludibile un intervento legislativo. Qualunque sia stato il disegno del ministro, l'intransigenza delle parti risulta insuperabile, e nei primi giorni di dicembre del '48 Segni propone il proprio disegno di riforma a un Parlamento in cui confida, forse, nella compattezza della maggioranza uscita dalle urne il 18 aprile. Contro ogni previsione di disciplina parlamentare il disegno del ministro dell’agricoltura accenderà uno degli scontri più aspri dei primi, travagliati anni della Repubblica: forse la prima manifestazione di quell'attitudine all'infedeltà di partito che farà delle democrazia italiana la più ondivaga delle democrazie dell'Occidente.

Dalla considerazione parallela delle origini del Fascismo e del pericolo del Comunismo lo statista sardo ha tratto il convincimento che solo una società il cui asse portante sia costituito da un capillare ceto di piccoli proprietari possa esorcizzare i rischi opposti di totalitarismo, e reputa che per gettare le fondamenta di quella democrazia popolare che in Italia non è mai esistita sia necessario un radicale processo di trasferimento della terra dai possidenti borghesi ai conduttori contadini. E' una concezione della democrazia che può apparire ingenua, a un cinquantennio dalla sua formulazione, a oltre vent'anni dal compimento del tumultuoso moto dell'industrializzazione: quando, nel Paese segnato dalla disfatta, nemmeno il più acuto intuito politico può immaginare la forza che quel processo assumerà nell'arco di un lustro, a quel disegno lo storico non può imputare l'ingenuità che pare ovvio attribuirgli oggi.

3.5. Un duplice progetto, le braccia di una tanaglia

Fermamente convinto della necessità di mutare il quadro fondiario per consolidare la democrazia, Segni perseguirà il proprio progetto formulando, parallelamente al disegno di riforma dei patti agrari, quello di una radicale riforma fondiaria, diretta all'esproprio di tutte le proprietà superiori a dimensioni medio-piccole, qualsiasi ne sia l'intensività di coltivazione, qualunque sia il regime contrattuale che vi è applicato. Impegnati a contrastare le pretese dei sindacalisti marxisti, i possidenti italiani dovranno confrontarsi con un pericolo non meno grave promanante dai ranghi del governo democristiano.

La storia del duplice scontro attende ancora chi ne esamini il corso, ne fissi le fasi, identifichi, per ciascuna, i vincitori e gli sconfitti: non è improbabile che chi affronterà l'impresa debba riconoscere, al suo compimento, che il democristiano Antonio Segni è stato il propugnatore del più radicale disegno rivoluzionario della storia della Repubblica, un disegno che, insieme alle ultime vestigia del latifondo nobiliare, che verranno dissolte dalla Legge Stralcio, avrebbe cancellato dalla scena fondiaria tutta la media proprietà borghese. A difesa contro l'estremismo democristiano la possidenza borghese troverà, paradossalmente, l'alleato più solerte nell'estremismo marxista, che, proteso all'obiettivo della collettivizzazione della terra, che il Partito Comunista abbandonerà, con la prima dichiarazione formale, solo nel 1958, vede nella diffusione della piccola proprietà la più esecrabile delle eventualità: se è politicamente esaltante espropriare i latifondi della nobiltà assenteista, e le grandi aziende degli imprenditori borghesi, è politicamente impossibile sottrarre i minifondi ai piccoli proprietari contadini.

Ai convincimenti di Antonio Segni corrispondono specularmente quelli del Partito Comunista e del suo satellite socialista: l'opposizione che il disegno del ministro democristiano accenderà nella sinistra non sarà casuale, sarà la prova che anche il Partito Comunista concorda col ministro democristiano nel giudicare la società contadina sognata da Segni impenetrabile al Marxismo. Le elezioni del '48 hanno dimostrato, peraltro, l'immensa forza elettorale della Coldiretti di Paolo Bonomi, il condottiero delle forze contadine che ha impedito alla sinistra la conquista del consenso popolare nelle campagne. E' stata, per il Partito Comunista, sconfitta rovente: essa non conduce, peraltro, ad alcuna resipiscenza dottrinale. Al vertice del Partito è solo Ruggero Grieco a propugnare, contro i dogmi collettivistici, seppure nella fedeltà alla distinzione leninista tra "contadini ricchi", da considerare nemici, e "contadini poveri", da considerare alleati dei proletari, di competere con Bonomi nell'organizzazione dei piccoli proprietari, un disegno che il vertice del Partito non accetterà pienamente che negli anni '70.

E' solo l'innaturale alleanza con l'esecrato Comunismo, se queste considerazioni attingono alle istanze profonde che dirigono la complessa vicenda, a salvare la proprietà borghese di cui si erge a difesa, sul piano nazionale, la Confida di Rodinò, a Modena l'Associazione che ha in Aristodemo Cerea il condottiero più intransigente e più lucido. Tanto lucido da identificare in Antonio Segni un nemico non meno temibile degli odiati sindacalisti della Federterra.

3.6. Il disegno di legge

Inoltrato alle commissioni competenti delle Camere nelle ultime settimane del '48, il progetto di Riforma fondiaria di Antonio Segni accende, fino dal primo confronto, tensioni e resistenze che ritardano, per un anno intero, il dibattito. E' solo nel novembre del '49 che Cerea può pubblicare, su due numeri successivi del periodico dell'Associazione, il progetto definitivo, il documento destinato alla discussione in aula. L'enfasi con cui il direttore dell'Associazione degli agricoltori sottolinea il pericolo rappresentato, dal documento, per tutta la media proprietà, trova la giustificazione più palmare nella lettura della premessa programmatica che accompagna il disegno, che enuncia propositi che spiegano l'opposizione incondizionata che, con la borghesia agraria italiana, il mondo agricolo modenese opporrà al disegno dell'uomo politico sardo.

"Dell'intera superficie della Repubblica (ha 30.102.000) -argomenta la relazione ministeriale dopo un accurato confronto tra la situazione agraria nazionale e quella dei paesi vicini, primo tra gli altri la Francia- la terra produttiva a disposizione delle imprese agricole...è di 27.757.400, ma di questi ben 5.503.300 ha sono boschi, 1.566.700 ha sono incolti produttivi, ha 5.504.400 sono prati e pascoli permanenti... 12.959.400 sono seminativi; 2.329.000 sono costituiti da colture legnose ed arboree speciali...

Il regime fascista ha cercato di eludere i problemi politico-sociali della terra con diversi mezzi, essenzialmente fondati sulla concezione di acquistare nuove terre senza disturbare la proprietà privata esistente. L'aver affidato la esecuzione della bonifica a Società concessionarie ed ai Consorzi dei proprietari (con voto per censo, e non per testa) ha messo la bonifica nelle mani dei grandi proprietari fondiari, i quali molte volte avevano l'interesse di ostacolarla.

Ma la bonifica impone tali oneri alla collettività che essa pone il problema se non sia necessario superare la fase privatistica...per arrivare ad altro concetto pubblicistico, riconoscente che nell'opera di bonifica integrale la terra è l'elemento di minor valore economico...

Il grave difetto d'origine di questo sistema è quello di voler risolvere il problema del passaggio della terra con giudizi individuali di giusti e reprobi, contro i quali giudizi si oppongono tutte le risorse delle difese tecniche e giuridiche dirette a dimostrare che, nel singolo caso, non si verificano le condizioni per la applicazione delle sanzioni espropriative... Non è più questione, quindi, di miglioramento produttivo di terreni a coltura arretrata (arretratezza che molte volte è effetto non della volontà dell'attuale proprietario ma delle condizioni delle terre, storiche, economiche, igieniche) ma di modificazioni strutturali dei rapporti tra terra e lavoro in modo che (al massimo compatibile con le condizioni tecniche ed economiche) l'impresa del lavoratore agricolo si svolga su terreni di proprietà dello stesso lavoratore e si riduca il numero dei lavoratori, semplici dipendenti di un'impresa agraria. Ma questa modificazione della struttura della proprietà fondiaria non deve essere conseguenza di mezzi indiretti, ma diretto fine di un procedimento di trapassi coattivi. Da ciò il principio dello scorporo della proprietà fondiaria, il che è appunto attuazione dell'art. 44 della Costituzione.

Infine il sacrificio dell'interesse dei singoli si giustifica non con ragioni individuali (di merito e demerito) e non con intenti meramente produttivi (come nelle leggi sulla bonifica e sul latifondo), ma come un comune contributo di coloro che più hanno al bene comune, nell'interesse di un miglioramento sociale che appare dovuto alle categorie agricole lavoratrici. Da questo discende una conseguenza: che non è possibile limitare ad alcune zone d'Italia lo scorporo della proprietà e la formazione della nuova proprietà contadina, ma occorre una certa uguaglianza distributiva dell'onere fra le varie parti d'Italia e dei benefici della riforma stessa e comprendere nella riforma zone ad agricoltura così estensiva come intensiva.

Questo non significa che, essendo lo scorporo in relazione alle grandi proprietà esistenti nelle singole regioni e quindi diverso da regione a regione, non sia da prevedere la possibilità di spostamenti interni di lavoratori agricoli."

3.7. La cultura agraria contro Antonio Segni

A dimostrare l'incongruenza economica del progetto di espropriare vaste fattorie mezzadrili e aziende in economia condotte secondo i più evoluti dettami della tecnica, il mondo agrario impegna tutti i mezzi del più serrato confronto democratico. Favorisce i propositi di opposizione la professione di fede della maggior parte degli esponenti più insigni della cultura economica ed agraria, i protagonisti della mussoliniana "battaglia del grano", salvo qualcuno, scomparso drammaticamente, all'alba degli anni '50 tutti nella pienezza dell'attività scientifica e del vigore polemico.

Si schierano nel grande confronto nazionale Arrigo Serpieri, ancora maestro incontrastato delle conoscenze per il razionale governo del territorio, Eliseo Jandolo, Vittorio Peglion, Alfonso Draghetti, Vittorio Ronchi: le loro intransigenti prese di posizione, che Cerea trascrive puntualmente sull'Agricoltore Modenese componendo l'antologia più doviziosa del pensiero agrario nazionale sulla proprietà della terra, oppongono alle tesi degli ideologi democristiani una barriera che la passione politica stenta a valicare, assicurando alla fronda di partito in Parlamento la più doviziosa messe di giustificazioni "scientifiche" all'infedeltà di schieramento.

Si unisce al coro degli economisti agrari che si oppongono alla riforma Luigi Sturzo, dopo il ritorno dall'esilio in irresolubile dissidio con i propri eredi alla guida della Democrazia Cristiana, si schiera contro la riforma anche uno studioso di fede socialdemocratica, Aldo Pagani, che per la singolarità della posizione l'organizzazione degli agricoltori scrittura come primadonna per la messa in scena di una scoppiettante serie di convegni. Partecipa quasi controvoglia al dibattito Mario Bandini, incerto nella difesa della riforma contro il coro dei colleghi, tace Giuseppe Medici, modenese, presidente dell'Istituto nazionale di economia agraria ma influente senatore democristiano, e coadiutore di Segni nella realizzazione del grande disegno.

Avversato dall'opposizione marxista, combattuto dalla cultura agraria, osteggiato dai cento parlamentari preoccupati dei voti del ceto possidente, il progetto di Segni, caposaldo del disegno democristiano di riforma della società italiana, pare affondare nelle sabbie mobili del Parlamento, dalle quali lo trae verso la riva, il 6 ottobre 1950, l'ordine del giorno proposto, al Senato, da Ruini e Gasparotto, che propongono di limitare, preliminarmente, le espropriazioni alle terre in cui regna il latifondo. E' l'idea della legge "Stralcio", la prima tappa dell'attuazione del disegno di Segni, che una tacita convenzione stabilisce che di quel disegno rappresenti il definitivo compimento.

3.8. L’approvazione dello “stralcio” attenua lo scontro

Illustra agli agricoltori modenesi il significato dell'ordine del giorno Giuseppe Medici che, abbandonando il riserbo conservato nel fervore della polemica, in un'intervista al periodico modenese spiega ai propri elettori che l'emendamento Gasparotto-Ruini esorcizza ogni pericolo di espropriazione nelle campagne che si dilatano ai piedi della Ghirlandina. L'intervista al futuro ministro dell'agricoltura è una nuova prova dell'abilità del direttore dell'Agricoltore Modenese a collegare funzionalmente le circostanze dell'agricoltura provinciale agli eventi della scena agraria nazionale:

"questa è la legge per il latifondo -spiega Giuseppe Medici- ...l'ordine del giorno da me sostenuto...accettato dal Governo, dimostra che la provincia di Modena è esclusa dalle zone dove sarà applicata la legge... Una parte delle persone che qui da noi non trovano utile impiego e perciò sono causa di grave inquietudine sociale potranno, se vorranno, avviarsi verso le maremme, dove c'è penuria di manodopera recando così, il prezioso contributo di una grande esperienza..."

La posizione del senatore modenese rivela un'esemplare linearità ideale: scongiurata l'espropriazione delle terre della sua provincia, che reputa coltivate con la necessaria intensività, Medici assume la presidenza dell'ente Maremma, preposto all'espropriazione e alla ripartizione dei latifondi nell'area in cui il progetto di Segni inciderà più profondamente, trasformando il volto secolare di intere province. Assolverà con lucidità e dinamismo ad un compito altrettanto gravoso dell'enormità degli interessi, personali e patrimoniali, che coinvolgerà e modificherà.

Lo schizzo dei primi anni di vita dell'Associazione modenese sarebbe incompleto se non registrasse l'esito di una scadenza capitale per il definirsi degli equilibri nelle campagne all'alba della Repubblica, le prime elezioni al Consorzio agrario provinciale. Dopo l'emanazione del nuovo ordinamento della Federconsorzi e dei consorzi agrari, stilato da Segni all'indomani del 18 aprile, nelle succursali del Consorzio agrario modenese si vota per la designazione dei delegati nella prima settimana di giugno. Nelle sedi in cui si aprono i comizi l'Associazione ottiene 186 delegati, contro i 140 della Confederterra ed i 116 della Coldiretti: la prova più eloquente della forza dell'apparato organizzativo apprestato da Aristodemo Cerea, che negli equilibri della provincia ha saputo imporre un ruolo che soltanto pochissimi tra gli organismi affiliati alla Confida hanno saputo guadagnare.

Siccome lo statuto dei consorzi agrari prevede che la lista che abbia ottenuto la maggioranza nomini la maggioranza dei consiglieri, la seconda nomini quelli rimanenti, la terza resti priva di rappresentanti, nel primo triennio della nuova gestione del Consorzio la maggioranza dell'Associazione, che esprime il presidente, l'ing. Notari, si confronta con i delegati della Confederterra. Alla tornata successiva, nel febbraio del '53, la Coldiretti recupera i voti necessari alla nomina dei consiglieri di minoranza, la Confederterra resta esclusa. Alla votazione finale i delegati dell'organizzazione comunista inscenano una manifestazione di protesta: giornalista sempre pronto, Aristodema Cerea verga un corsivo di sorridenti elogi per il sindacalista che, a nome della delegazione, ha espresso lo sdegno per l'esclusione, Renato Ognibene, il futuro organizzatore contadino, proclamando che, usando la competenza di addetto dell'azienda tramviaria municipale, ha padroneggiato con maestria i concetti chiave della politica e dell'economia agraria.


4. Il ceto agrario contro la società che cambia

4.1. Il paladino della mezzadria

Il 28 gennaio 1949 la Confederazione italiana dell'agricoltura, in sigla Confida, si è convertita in Confederazione generale dell'agricoltura, in sigla Confagricoltura. L'attributo di generale manfesta il proposito di rappresentare tutte le categorie operanti nel policromo mondo rurale. La Confederazione comprende, infatti, organizzazioni di concedenti a mezzadria e di affittuari, di tecnici e di coltivatori diretti. E' l'esiguità dell'ultima categoria, numericamente la più consistente dello scenario agrario, ad assegnare all'aggettivo un significato vagamente pleonastico: sono poche, infatti, le associazioni provinciali che, come quella di Modena, annoverano solidi manipoli di piccoli proprietari che lavorano i propri campi, mentre in numerosi sodalizi il possesso di un antico blasone è reputato requisito essenziale per l'iscrizione.

Sulla scena nazionale i coltivatori diretti si raccolgono nelle schiere della Confederazione di Paolo Bonomi, solo un numero esiguo aderisce alla Confagricoltura. E stante il rilievo preminente, in termini numerici, dei proprietari contadini sui possidenti patrizi e sugli imprenditori borghesi, la Coldiretti eserciterà un peso politico che sarà significativamente maggiore di quello della Confagricoltura. Ad accrescere il differenziale di valenza parlamentare tra le grandi organizzazioni degli agricoltori saranno due scelte strategiche di Bonomi, il quale ha voluto al proprio fianco, quale segretario generale, uno degli uomini di maggiori capacità delle organizzazioni agrarie del Regime, Luigi Anchisi, che dai ruderi dell'ordinamento corporativo ha saputo trarre tutti i funzionari di più spiccato carisma organizzativo, e che rimette la presidenza delle federazioni provinciali a uomini politici di professione, che accettano di ripagare il supporto elettorale con una fedeltà parlamentare sconosciuta alle latidutini diverse della Democrazia Cristiana.

Della nuova Confederazione Generale ha conservato la presidenza Marino di Rodinò, che, nel 1950, nel dibattito sulla Riforma, dirige l'organizzazione in rotta di collisione con il Governo. L'opposizione diventa contrapposizione frontale nei mesi successivi, mentre ai proprietari degli ultimi latifondi pugliesi e toscani vengono recapitati i decreti di esproprio emanati in ottemperanza alla legge "Stralcio", fino a rendere la frattura insostenibile per una forza la cui maggioranza non vuole interrompere ogni dialogo con il partito che ha vinto la sfida del 18 aprile. Nel giugno del '52, al termine di una crisi traumatica, dopo trattative cui Paolo Bonomi vanterà di non essere stato estraneo, Marino Rodinò di Miglione rassegna il ruolo presidenziale, di cui viene insignito Alfonso Gaetani d'Oriseo, che della Confagricoltura reggerà il timone per diciassette anni, un mandato di longevità eccezionale al vertice di un'organizzazione professionale, espressione delle capacità di un tribuno capace di evocare certezze e di suscitare passioni, assumendo quelle scelte di opposizione che pretende la base sociale, senza varcare il limite che lo porrebbe fuori dal terreno di dialogo con le forze governative.

La Confagricoltura di Gaetani sarà forza recisamente avversa alla Democrazia Cristiana, ma solidamente legata a quello, tra i partiti di governo, che rappresenta la conservazione, il Partito Liberale di Giovanni Malagodi, che ai voti assicuratigli dagli agricoltori dovrà molto del proprio peso nella compagine dei governi di Centro. Quando al Centro succederà il Centrosinistra, la Confederazione di Gaetani si troverà a difendere un fortilizio sempre più isolato dalle retrovie del confronto nazionale, fino all'isolamento che sarà impegno del successore di Gaetani, Alfredo Diana, di superare riguadagnando un ruolo al centro del dibattito politico nazionale.

4.2. Un binomio conservatore

La lunga età di Gaetani è, per l'Associazione di Modena, il tempo di due uomini uniti da una profonda sintonia di convincimenti. Il primo è Aristodemo Cerea, il direttore che ha sopperito, alle origini dell'Associazione, alla volatilità delle presidenze, il secondo è Salesio Schiavi, il parlamentare del Ventennio che riassume, in età repubblicana, la guida del sodalizio che ha già condotto negli anni delle corporazioni. Chi ripercorra le vicende dell'Associazione è incerto se attribuire un ruolo di protagonista ad una terza figura. quella di Enzo Mattioli. Agricoltore d'avanguardia, dirigente appassionato, più volte riconfermato nel mandato, Mattioli possiede più di un titolo per vantare quel ruolo. Induce all'opzione negativa la considerazione della statura del presidente a fianco di quella del direttore: accanto alla personalità prepotente di Aristodemo Cerea il brillante presidente di Finale resta un comprimario, incapace di assumere quella preminenza che Cerea riconoscerà, invece, a Salesio Schiavi.

Eletto presidente nel '48, il dottor Franceso Molinari viene riconfermato nella carica dall'assemblea del luglio 1950, viene sostituito da Mattioli il 16 maggio del '52. Trentottenne, laureato in giurisprudenza e in agraria, un binomio inusuale, Mattioli, conduttore di un'azienda di avanguardia a Finale, è il rappresentante emblematico della migliore imprenditoria agraria padana. Insieme a lui, assumono il ruolo di vicepresidenti due esponenti della più antica possidenza modenese, Pier Elia Cuoghi e Luigi Agazzotti: le condizioni di un mandato di particolare dinamismo. Gli anni della presidenza Mattioli non sono ancora, però, gli anni del rinnovamento dell'agricoltura modenese, sono gli anni della strenua difesa della mezzadria, e nella contesa sulla mezzadria Aristodemo Cerea, regista accorto, preferisce puntare i riflettori dell'apparato che governa su di un solo protagonista, il campione nazionale del certame dei patti agrari, il conte Alfonso Gaetani. Se pure rivesta con padronanza il proprio ruolo, il prestigio di Mattioli resta deliminato in un ambito locale.

Durante la pure non breve presidenza di Mattioli L'Agricoltore Modenese, che anche diradando, progressivamente, le edizioni, Cerea redige con la maestria abituale, è l'organo di stampa personale del presidente della Confagricoltura, i cui articoli campeggiano in prima pagina, le cui interviste a qualunque quotidiano o periodico sono fedelmente trascritte, i cui incontri con gli uomini del Governo sono annunicati da titoli vistosi, illustrati in minuziosi resoconti di cronaca. Enzo Mattioli scompare, quarantaquattrenne, l'11 febbraio del '59. Assume la presidenza, fino alla scadenza del mandato, Pier Elia Cuoghi, il quale la rassegna, nel dicembre 1960, all'Assemblea che con una votazione plebiscitaria, recita la cronaca, rende il titolo, dopo trentatrè anni dal compimento del primo mandato, all'avvocato Salesio Schiavi. Schiavi eserciterà il ruolo riassunto, con fecondo vigore, per cinque anni: un caso senza dubbio eccezionale di fecondità sindacale.

Nonostante il vigore, l'età suggerisce a Salesio Schiavi di pregare l'assemblea che presiede il 22 dicembre '65 di eleggere chi lo sostituisca: il candidato che raccoglie i maggiori consensi è il nipote del vecchio avvocato, il dottor Mario Schiavi, che riveste già la carica di presidente dell'Associazione provinciale degli allevatori. La successione del nipote allo zio suggerisce, tuttavia, qualche remora formale, l'assemblea nomina Salesio Schiavi, per acclamazione, presidente onorario, ed affida la presidenza ad interim ad Achille Fiocchi e Leonello Grossi.

La reggenza consolare, varata all'unanimità in attesa delle assise primaverili, si protrae fino al 26 maggio del '67, quando Fiocchi viene investito della pienezza del mandato. La sua presidenza resta presidenza interinale: il primo agosto del 1969 il titolo è attribuito a Mario Schiavi. Nelle circostanze di maggiore significato l'Associazione sarà rappresentata da un presidente che avrà, al proprio fianco, il padre, presidente onorario, ormai figura carismatica del mondo agrario emiliano.

4.3. Gli anni dell’esodo e della meccanizzazione

L'età di Gaetani, a Modena gli anni di Cerea e Schiavi, è l'età del tumultuoso esodo dalle campagne, della meccanizzazione, dei "piani verdi", dell'interminabile guerra parlamentare per la riforma dei patti agrari, delle procellose "adunate" agrarie bandite, a Roma, a Verona, anche a Modena, per contestare la soppressione della mezzadria, il tracollo del mercato caseario o di quello della carne. E' l'età della più prorompente trasformazione degli equilibri rurali e degli ordinamenti produttivi, l'età in cui, come ama ripetere Giuseppe Medici, con un balzo travolgente l'agricoltura italiana getta alle proprie spalle i canoni della coltivazione cantati da Virgilio adottando quelli di attività moderna, solidamente unita all'industria tanto per l'approvvigionamento dei mezzi tecnici che le sono indispensabili quanto per lo smercio dei propri prodotti, sempre più destinati al consumo solo dopo complesse manipolazioni industriali.

E' l'età della Conferenza nazionale del mondo rurale, il confroto voluto da Fanfani, in polemica con Bonomi, sul futuro dell'agricoltura, celebrato a Roma dall'8 al 24 giugno 1961, che segna la condanna della mezzadria e il sorgere dell'astro degli "enti di sviluppo", l'istituzione cui le forze del Centrosinistra affidano il futuro agrario del Paese. Immagiati per portare a compimento la riforma fondiaria, iniziata con la legge "Stralcio" ma non compiuta, riveleranno presto la natura di creature del rissoso spirito italico, sempre pronto a ripetere le contumelie tra Guelfi e Ghibellini: in quanto tali gli "enti di riforma" conosceranno un'eclisse altrettatno repentina del loro sorgere, soverchiati dagli organismi in cui lo spirito di parte della gente italica troverà l'incarnazione più efficace negli anni futuri: le regioni.

La lunga età di Alfonso Gaetani è, infine, l'età dell'inclusione dell'agricoltura nazionale nella cornice agraria della Comunità Europea, un processo di cui lo storico non può non riconoscere la lucida determinazione degli architetti, primo tra tutti Alcide De Gasperi, di cui deve registrare le innumerabili incoerenze di realizzazione nell'opera degli esecutori, la folla dei ministri degli esteri e dell'agricoltura, impegnati, nel confronto con i colleghi europei, a esibirsi in un tatticismo che cerca invano di celare l'assenza di ogni disegno nazionale di politica agraria. E alla Confagricoltura di Alfonso Gaetani deve riconoscersi il merito di avere proclamato da tutte le tribune che, affrontato senza una strategia coerente, in luogo dei vantaggi che avrebbe potuto assicurare all'economia agraria, il collegamento con le agricolture del contesto comunitario avrebbe prodotto cedimenti irreparabili nell'edificio del settore primario.

4.4. Una forza di contestazione

Ma la lungimiranza delle diagnosi comunitarie di una forza economica lontana dalle leve del potere legislativo e amministrativo si risolve in lucidità di contestazione, confermando il ruolo e la posizione, sullo scacchiere sociale, di un'organizzazione che vive una diuturna opposizione. Se, tra gli anni '50 e gli anni '60, l'agricoltura vive due processi speculari, l'agonia degli assetti antichi, l'emergere di equilibri nuovi, la Confagricoltura presieduta dal conte Gaetani è impegnata, in uno sforzo quotidiano, a denunciare gli elementi di crisi, le fratture, il dissolversi delle certezze antiche investite dalla testa d'ariete dell'industrializzazione del Paese, dalle scelte dei partiti di governo decisi alla storica punizione della proprietà terriera. Nelle cento allocuzioni del presidente della Confagricoltura non è dato reperire una sola volta il compiacimento di chi sta innovando e rinnovando, costruendo ordinamenti agricoli senza precedenti nella storia.

Sancisce l'esordio della presidenza, e ne definisce lo stile, sei mesi dopo l'insediamento, l'affollata manifetazione di protesta convocata, il 18 dicembre '52, nel teatro romano delle adunate tribunizie, l'Adriano. All'evento Cerea dedica la prima pagina di tre numeri successivi del periodico, trascrivendo il commento del convegno stilato da Vittorio Ronchi per Mondo Agricolo:

"Nell'accingerci a commentare il recente superbo Convegno degli agricoltori, ci è innanzitutto doveroso rivolgere un caldo elogio alla Confederazione - ha scritto Ronchi, da alto comissario all'alimentazione convertitosi in estensore di panegirici- la quale...ha saputo organizzare una veramente formidabile riunione, destinata di certo a lasciare una profonda traccia negli sviluppi storici dell'agricoltura italiana. L'aver radunato a Roma più che diecimila agricoltori ed averne ottenuto una chiara, stupenda manifestazione di fede e di volontà decisamente tese verso alcuni precisi e alti obiettivi, costituisce un merito veramente eccezionale ...Spettacolo indimenticabile di forza, di sincerità, di fervore patriottico, di mirabile decisa volontà di vivere e di contribuire... alla rapida soluzione del pauroso stato di precarietà in cui sta vivendo il Paese..."

4.5. Le campagne nello scontro elettorale

Alfonso Gaetani precisa la propria strategia l'anno successivo, quando imprime alla Confederazione la più frenetica attività nel corso della campagna elettorale che precede il voto del 7 giugno. In perfetta sintonia con la presidenza romana, Cerea enuclea, nell'articolo di fondo dell'Agricoltore Modenese del 16-31 maggio, la posizione dell'organizzazione all'importante scadenza della giovane democrazia italiana. A titolo dell'editoriale, trascrive la parola d'ordine lanciata, a Roma, dal presidente confederale: "Giunto è il momento di imporci al rispetto della pubblica opinione e di fare assegnare all'Agricoltura Italiana il posto di dignità che le spetta nella vita della Paese" Al proclama presidenziale aggiunge alcune note di commento, come d'abitudine improntate a ruvida chiarezza: "Lo sviluppo della campagna elettorale...ha portato tutti i problemi del momenento sul piano della viva e, spesso, veemente discussione politica...Indubbiamente il programma confederale di produttività, varato il 18 Dicembre 1952...ha costituito la base di riferimento per la impostazione del programma del PLI...Anche la D C ha rivolto la sua particolare attenzione all'agricoltura e agli agricoltori, senza però fare affermazioni nette e precise quali, forse, molti agricoltori aspettavano..."

La Confagricoltura di Gaetani è segno di attenzioni particolari da parte del gabinetto di Mario Scelba, che governa brevemente l'Italia tra il '54 e il '55. Il complesso di inferiorità verso la Coldiretti, i cui congressi sono sempre affollati di ministri e sottosegretari, viene superato in una tiepida giornata romana del novembre 1954, quando Alfonso Gaetani pronuncia la propria allocuzione all'assemblea straordinaria della Confederazione alla presenza del presidente del Consiglio, attorniato da ministri e presidenti di partito: Medici, Villabruna, Tremelloni, De Caro, Malagodi. L'Agricoltore Modenese ripropone, in prima pagine, l'intera relazione presidenziale: "Sopratutto nelle zone più progredite -proclama Gaetani- la crisi iniziatasi nel 1952 si è andata aggravando e ciò anche in relazione...come per esempio la liberalizzazione indiscriminata degli scambi...Non bisogna dimenticare che il 40 per cento del nostro terreno è montagnoso, il 40 per cento è di superficie a scarsissima fertilità, ed il restante 20% di pianura si è dovuto redimere in gran parte attraverso grandi opere di bonifica...A queste difficoltà di ambiente fisico vanno agginte quelle di ambiente umano. E' infatti noto che il 43% della popolazione attiva è dedito in Italia all'agricoltura, mentre in nessun altro stato civile si registra un tale affollamento..."

4.6. Lungimiranza comunitaria

Nonostante denunci la liberalizzazione degli scambi come causa primaria della crisi agricola, tra gli anni '50 e gli anni '60 la Confagricoltura è l'unica forza a pretendere una politica agraria di ispirazione produttivistica: mentre i governanti paiono affrontare l'avventura europea senza alcuna preoccupazione per l'inferiorità tecnica ed economica dell'agricoltura nazionale nei confronti di quelle di Francia, Germania e Olanda, la Confederazione di Gaetani non perde occasione per richiamare l'attenzione sull'urgenza di colmare lo iato che separa l'apparato produttivo italiano da quello dei paesi con cui esso dovrà integrarsi. Paradossalmente, l'auspicato recupero dovrebbe realizzarsi, secondo il presidente della Confagricoltura, impiegando, tra i mezzi essenziali, il contratto di mezzadria restituito alla primitiva dignità.

Realistico discorso di Gaetani ad Arezzo e ad Ancona -titola Cerea l'articolo di fondo dell'edizione dell'1-31 dicembre 1955 in occasione di due delle manifestazioni di protesta con cui si esprime lo stile del presidente confederale. E nel sottotitolo precisa che Per battere la concorrenza internazionale occorre ridurre i costi. Necessaria a questo scopo una adeguata politica statale "...Noi possiamo ottenere dei vantaggi dalla partecipazione al mercato più vasto -trascrive dalla relazione del presidente- ad una sola condizione: che i nostri costi di produzione, e perciò i nostri prezzi di vendita, siano eguali, se non inferiori, a quelli dei concorrenti...La crisi di cui soffriamo...è proprio derivata da questa situazione di sfasamento tra i nostri prezzi interni e i prezzi internazionali che dominano nel nuovo e più vasto mercato..."

"Il dottor Gaetani -prosegue la cronaca di Cerea-...ha fatto poi l'elogio della mezzadria. "Sarebbe irreparabile follia -egli ha affermato- compromettere o ridurre l'efficienza di questo contratto che si è rivelato il più utile strumento del progresso..."

Alfonso Gaetani riassume, con enfasi accorata, la propria concezione dell'agricoltura nella prolusione che tiene, in occasione del "Convegno economico nazionale dell'agricoltura" che si celebra il 25 ottobre '56 al teatro della Federconsorzi, e che Cerea rievoca con un titolo nello stile del suo giornalismo incalzante ed efficace: La grave crisi agricola determinata dagli eccessi della demagogia può solamente risolversi con una concreta politica economica Presentando il relatore del convegno, l'economista Epicarmo Corbino, il presidente della Confagricoltura proclama che "Sono molti anni, ormai, che l'agricoltura è in crisi. Da lunghi anni l'agricoltura lotta, mobilita ogni risorsa nell'attesa del momento della ripresa. Ma questo momento non è venuto e non viene... Le grandi Confederazioni dell'Industria e del Commercio hanno tenuto, in questa situzione, a riconfermare la loro operosa, concreta solidarietà...Noi agricoltori ci rendiamo perfettamente conto della gravità della situazione. Sappiamo che questa crisi è molto più di un temporaneo turbamento negli equilibri del settore. Sentiamo che essa denuncia una rottura irrevocabile del vecchio equilibrio, una profonda trasformazione di tutta la situazione che è alla base delle nostra attività... E c'è da segnalare ancora il problema di carattere generale posto dall'aspirazione della borghesia dei piccoli centri rurali a raggiungere livelli di vita quasi cittadini Questa piccola borghesia ...di artigiani, commercianti, piccoli professionisti non può pagare il lusso cui aspira; ma poichè ha nelle mani le leve delle imposte e sovrimposte, fa pagare questo lusso ai contribuenti agricoli."

In perfetto unisono con la voce del presidente confederale, quella di Cerea commenta con note da accompagnamento funebre, sull'Agricoltore Modenese del 15-30 novembre 1960, i conti dell'annata che giunge a conclusione: "La grave situazione agraria -rileva- richiede caratteri di ...urgenza decisiva. L'annata che si va chiudendo presenta un bilancio nettamente negativo: il che rende la situazione generale dell'economia agricola ulteriormente aggravata...Le sensibili perdite di produzione conseguenti ad un eccezionale andamento stagionale ...va ad aggiungersi alla flessione dei prezzi in settori basilari, quali quello zootecnico e il lattiero-caseario...Sono di questi giorni le ulteriori direttive per le riconversioni colturali diramate dalla Direzione Generale della Produzione del Ministero dell'Agricoltura e Foreste...Se il problema cerealicolo dovrà comunque portare... a una riduzione degli investimenti... quale è la ragion in base alla quale a si è continuato...a ditribuire grani da seme nelle zone povere?...Se i produttori debbono dare particolare rilievo agli allevamenti, quale può essere lo stato d'animo di coloro che producono carne e latte di fronte alla crisi economica del settore lattiero-caseario, del settore suinicolo, e alla pesantezza del settore bovino?...Mentre nella Comunità Europea le altre Nazioni hanno, da anni, impostato adeguati provvedimenti dotandoli di sufficienti finanziamenti, nel nostro Paese si sta ancora discutendo sulla approvazione di un "Piano Verde" permeato in buona parte di quelle incrostazioni demagogiche che tendono a sottrarre anche quel poco messo a disposizione alle poche aziende più idonee..."

 

4.7. La grande metamorfosi

In concorde sintonia con denunce e rivendicazioni del presidente confederale è, insieme al direttore, anche il presidente degli agricoltori modenesi: ma Salesio Schiavi non è controfigura di un uomo dei palazzi romani, possiede un'autonoma statura politica, rappresenta un'imprenditorialità borghese che ha affrontato la trasformazione delle proprie aziende con determinazione assai maggiore della grande proprietà patrizia. Rimpiange anch'essa l'ineguagliabile perfezione sociale della mezzadria, ma siccome ha compreso che quella perfezione è, ormai, retaggio della storia, senza cedere allo sconforto che assale i proprietari blasonati si è impegnata alla congegnazione di sistemi di gestione nuovi. Esprimendo, nonostante l'età, un vigore tutto giovanile, insieme agli elementi che dimostrano la gravità della crisi Salesio Schiavi non manca di ricordare, in ogni occasione, la portata dello sforzo di riconversione, l'entità dei risultati che l'imprenditorialità agraria sta realizzando accorpando gli antichi poderi mezzadrili in ampie aziende a conduzione diretta. E di compiacersi dei segni che mostrano nella nuova realtà aziendale l'espressione di una tecnica, di un'economia, di una capacità gestionale nuove.

"...Nel settore lattiero-caseario -scrive commentando, sul primo numero del '65 del periodico provinciale, l'annata agraria 1964-, per fatti economici e per la eccessiva lievitazione dei costi, nonchè per la legislazione eversiva che ha inciso nel settore dei Contratti Agrari, è proseguita la contrazione sia del patrimonio zootecnico che della produzione, che si calcola, nell'anno in corso, di circa il 9%. Il settore vitivinicolo, tradizionale modenese della vite maritata all'albero, è stato notevolmente -anzi ormai radicalmente- modificato attraverso la coltura specializzata...l'andamento produttivo del settore vinicolo, che avrebbe potuto oggi raggiunger quote superiori ai 2 milioni di quintali, per gli eventi stagionali...è stata superiore al 63...e però sempre inferiore alla produzione del 1962...62 q.li 1.870.000, 63 677.000, 64 1.600.000."

E' tuttavia, nella relazione del 22 dicembre 1965, quella con cui si accomiata dagli agricoltori modenesi, che Salesio Schiavi propone il quadro più eloquente della grande trasformazione che il settore ha saputo realizzare grazie alla tenacia degli imprenditori dei quali il vecchio patriarca non si è mai stancato di ravvivare l'orgoglio professionale. I 105.000 ettari di poderi mezzadrili del '48 si sono contratti, sottolinea, a 62.000, la conduzione diretta dei piccoli proprietari ha guadagnato diecimila ettari, da 55.000 salendo a 65.000, la conduzione diretta con salariati ha conquistato, invece 12.000 ettari, salendo da 55.000 a 67.000."Sono poche cifre -commenta- ma chi sa cosa voglia dire la trasformazione agraria è in grado di valutare l'immenso problema che gli agricoltori hanno affrontato per la modifica delle attrezzature e delle strutture e l'immissione di capitali che sono occorsi..."

Riferito il computo, che il presidente degli agricoltori modenesi propone in un momento cruciale della grande metamorfosi, l'obiettività statistica non consente di dimenticare che il Censimento del 1960 ha fissato in 117.315 la superficie condotta da proprietari coltivatori, un dato che altera radicalmente il quadro provinciale. A spiegazione della divergenza potrebbero tentarsi delle ipotesi, di cui l'entità del divario dissolve il valore. Mentre la trasformazione dello scenario agrario si sta compiendo, i rilievi statistici che dovrebbero consentire di governare il processo sono, deve constatarsi, di affidabilità alquanto aleatoria.

A ribadire, peraltro, l'entità della trasformazione in corso, nella stessa relazione Salesio Schiavi ricorda che la somma delle domande effettuate presso l'Ispettorato provinciale per contributi a spese di miglioramento ha toccato i 49.897 milioni, e che la meccanizzazione, che nel '48 contava 4.212 macchine e motori, ne annoverava 15.070 nel '58, ne registra 34.098 nel '65.

Parallelamente alla trasformazione dei moduli di conduzione si è compiuta una prodigiosa crescita della produzione: se nel '48-50 la somma di tutte le produzioni dell'agricoltura modenese toccava i 5-5,5 milioni di quintali, negli anni '60 la sommatoria ha superato i 10,5-11 milioni di quintali. Seppure misura alquanto grossolana, la somma ponderale di tutte le produzioni è espressione eloquente dei successi dello sforzo produttivo dell'agricoltura della Provincia. Siccome compone, in un coacervo rudimentale, le barbabietole e la carne di pollo, il latte e le pere, non è pleonastico cercare di definire le produzioni che si compongono nei dati proposti da Schiavi.

4.8. L’esplosione delle produzioni

Dall'esame delle cifre si verifica che, come conseguenza del trauma bellico, la Provincia di Modena non produceva, nel '45, che 768.839 q.li di frumento, la produzione risaliva a 995.625 nel '48, aumenta ancora, fino a 1.495.000, q.li nel '52, si stabilizza a 1.324.300 nel '65. Alle medesime date la produzione di mais segna 90.000, 216.430, 232.000 e 57.100 q.li, quella di barbabietole 71.590, 531.480, 1.514.900 e 4.692.500 q.li, quella di canapa, antica protagonista dell'agricoltura modenese, 39.378 q.li, 52.903, 47.900 per crollare a 60 q.li, quella di pomodoro, solido pilastro delle aziende più dinamiche della Bassa, 34.200 q.li, 144.400, 111.000 e 122.400.

Se la canapa scompare, peraltro, dalle campagne modenesi, realizza uno sviluppo prepotente la frutticoltura, che limitata, negli anni '40, alla coltura del ciliegio a Vignola, si dilata sulle alluvioni più fertili della Secchia e del Panaro, i terreni che hanno costituito il regno della canapa, assurgendo a voce precipua del bilancio agricolo modenese. In termini di geografia agraria, i termini nei quali abbiamo verificato la collocazione intermedia della Provincia, tra Emilia zootecnica e Romagna arboricola, l'avvento della frutticoltura costituisce, per le campagne della Ghirlandina, l'accentuazione delle similarità alla Romgna, quindi la dislocazione verso oriente, e l'accentuazione delle differenze rispetto all'Emilia zootecnica.

Le varietà diverse di frutta, ciliege, susine, pere e mele, sommano, nel '66, una produzione di 1.754.000 q.li Conserva il peso economico antico, seppure abbandonando la tradizione della "piantata" per il vigneto specializzato, la produzione di uva da vino: i 650.087 q.li del '45 sono scesi, in conseguenza dello sradicamento di vecchi filari, a 645.671 nel '48, ma risalgono a 767.650 nel '52, quindi a 1.665.000 nel '66.

Nella stessa successione temporale, la produzione di latte, caduta a 920.000 q.li nel '45, risaliva a 1.780.000 nel '48, tocca i 2.162.000 nel '52, i 3.443.900 nel '65, quella di carne bovina dai 39.205 q.li del '49, salea a 92.090 nel '52, si stabilizza a 80.833 nel '65, quella di carne suina si produce in un'ascesa ancora più spettacolare, dai 123.141 q.li del '49 salendo a 181.026 nel '52, quindi a 237.864 nel '65.

A conclusione della rassegna di cifre che propone, Salesio Schiavi asserisce che durante il lungo arco del dopoguerra gli agricoltori modenesi avrebbero sistematicamente reinvestito l'equivalente dell'8 per cento della produzione lorda vendibile, portando il rapporto tra produzione lorda vendibile e capitali di scorta dal valore corrispondente al 10 per cento del 1950 al 29 per cento del 1961.

Misurata la portata degli incrementi della produzione, e l'entità degli investimenti effettuati, l'esatta valutazione storica del loro rilievo impone di ricordare che nel ventennio tra la Liberazione e la metà degli anni '60 l'agricoltura modenese ha vissuto il crollo dell'economia montana, che alla fine del conflitto assicurava un contributo ancora significativo alle produzioni zootecniche, ha superato l'emergenza di conflitti sindacali condotti senza esclusione di colpi, dalla vertenza mezzadrile del '45-'48 a quella bracciantile del '54, quando, per l'ultima volta nella sua storia, l'Associazione agricoltori si è fatta, come all'alba del secolo, centrale di collocamento di "liberi lavoratori", ha conosciuto l'esito di due ondate di gelo esiziali alla viticoltura, nel febbraio del '56 e in quello del '63, le conseguenze della rotta del Panaro a Camposanto nel '52, la grande alluvione della Secchia e del Panaro, il 20 aprile 60.


 

 

 

 

5. Tra scontro politico e agone mercantile

5.1. Una classe all'opposizione

L'entità della metamorfosi dell'agricoltura modenese tra l'alba degli anni '50 e la metà degli anni '60, una metamorfosi forse più profonda di quella di altre province, eppure comparabile allo sviluppo delle aree all'avanguardia del progresso agrario padano, impone a chi ne ricerchi le valenze storiche la domanda se le denunce del passivo delle aziende e della rovina delle famiglie agrarie che Alfonso Gaetani ripete settimanalmente alla Nazione, che Aristodemo Cerea amplifica nell'opinione pubblica di Modena, abbiano consistenza economica o costituiscano esercizio dell'arte del lamento, praticata per ottenere dallo Stato sovvenzioni e contributi.

La risposta alla domanda non è nè agevole nè univoca: per non essere semplificatoria deve distinguere situazioni diverse, riproducendo le luci e le ombre di un quadro oltremodo complesso. Tra il 1950 e il 1965 l'agricoltura italiana conosce il più tumultuoso processo di trasformazione della propria storia secolare. Milioni di contadini lasciano la terra, decine di migliaia di famiglie benestanti vedono i cespiti che hanno assicurato la prosperità di bisavoli, avi e genitori, uno, due, dieci poderi mezzadrili, disseccarsi repentinamente. Nessuna esperienza consente di distinguere, nel processo, fenomeni di breve e fenomeni di lungo periodo: ogni risposta è, in qualche misura, un azzardo.

Qualche proprietario di poderi in collina, dove i redditi sono stati, per secoli, più sicuri, tenta di resistere, affronta la conduzione diretta, si indebita per comprare trattori, ma i trattori non ripagano i mutui, vende agli antiquari mobili e suppellettili della villa di campagna, fino a quando la banca lo invita a vendere la terra. L'acquirente è un coltivatore diretto che paga, a valori di mercato, una manciata di milioni. Pochi possono resistere fino all'offerta di un capitano della nuova industria alla ricerca di immobilizzazioni per godere di un migliore fido bancario. Ma il capitano d'industria non paga, necessariamente, più del coltivatore diretto.

Il proprietario di uno, due, tre poderetti mezzadrili nella pianura più fertile si accorge di non avere alcun futuro: se riesce a liberarsi vantaggiosamente dei mezzadri cade in una gestione diretta inevitabilmente antieconomica. Anch'egli non può che vendere. Il Parlamento ha trasformato, si deve sottolineare, l'affitto in contratto capestro, rendendo impraticabile quella che in astratti termini economici sarebbe la soluzione più razionale alle difficoltà della famiglia possidente che non intende intraprendere una gestione imprenditoriale. Decine di migliaia di famiglie che, se potessero affittare a condizioni eque, conserverebbero volentieri l'antico patrimonio fondiario, sono costrette a disfarsene: l'eventualità che l'agricoltura del futuro possa essere l'agricoltura di grandi affittuari borghesi suscita eguale orrore tra le file dell'integralismo fondiario democristiano e tra quelle dell'ortodossia marxista.

Escluse le aree declivi, dove antichi patrimoni si dissolvono repentinamente, nelle migliori terre di pianura tra chi vende qualcuno riesce a farlo a condizioni favorevoli, qualcuno si impantana tra i nuovi diritti di prelazione, e dal pantano immobiliare salva quanto può. Il valore di due, cinque, dieci poderi è, comunque, valore considerevole, che nel vortice del "miracolo industriale" è facile reinvestire, e moltiplicare di nuovo: chi perde nello smobilizzo fondiario può recuperare quanto ha perduto, se è sufficientemente accorto, nel nuovo impiego cui destina il capitale ricavato dagli antichi poderi. Anche i proprietari di terra attorno ai centri urbani in espansione scoprono presto il "boom" edilizio, si disinteressano della conduzione, liquidano un valore immobiliare largamente superiore, ormai, al valore agrario e lasciano l'agricoltura.

Il proposito di integrare una risposta meramente storico-sociale con rilievi storico-economici imporrebbe minuziose analisi campionarie, per la cui effettuazione la Provincia di Modena offrirebbe, peraltro, il terreno più fecondo. Nella Provincia comprensori interi vengono fagocitati dalla crescita industriale e residenziale, nascono dal nulla distretti manifatturieri che assumono rapidamente rilievo nazionale: la ceramica di Sassuolo, la maglieria di Carpi, la meccanica di Modena. Quanti, dei capitali che alimentano le attività nuove, costituiscono la conversione di capitali agrari? Con quali modalità e in quali tempi la terra viene sostituita, nel patrimonio della borghesia modenese, da immobili urbani, da partecipazioni ad attività manifatturiere?

Senza analisi specifiche ogni risposta costituirebbe, palesemente, mera illazione. Se i rilievi suggeriti sono, comunque, ragionevoli, se ne deve desumere che la rovina dei patrimoni agrari che denunciano, con costernazione, Alfonso Gaetani e Aristodemo Cerea, con qualche conferma di Salesio Schiavi, non sono lo spettro evocato da spiriti malinconici, o l'espediente escogitato da un ceto di profittatori per impetrare sovvenzioni: agricoltori che perdono, negli anni '50 e negli anni '60, ce ne sono, e probabilmente non sono pochi.

5.2. Chi cede, chi guadagna, investe, rinnova

Ma accanto a quelli che chiudono i conti in passivo ci sono anche, ed è quello che, nel fervore della polemica, sembrano dimenticare i patroni d'ufficio della borghesia rurale, gli imprenditori agrari che, usando gli strumenti della tecnologia per soddisfare una domanda alimentare insaziabile, guadagnano, e che guadagnando reinvestono. Coloro che guadagnano sono tanti, peraltro, che, mentre decine e decine lasciano il settore, nel suo complesso il settore è capace di redditi dai quali può sottrarre la quota della produzione che suppone trasformata in investimenti, con una lucida prova di onestà intellettuale, l'avvocato Salesio Schiavi.

Ma anche distinguendo verità economica e trasfigurazione polemica nelle espressioni di uomini che difendono un mondo che sta perdendo la preminenza goduta nei secoli, le annate dell'Agricoltore Modenese, testimonianza sociale e politica di grande eloquenza, pongono lo storico di fronte ad interrogativi ulteriori. E' solo per la perdita delle prerogative economiche antiche, benessere, sicurezza, decoro, che il vecchio mondo della borghesia agraria, che pure tanta vitalità esprime nel rinnovamento degli ordinamenti, è, tanto radicatamente, un mondo all'opposizione? Aristodemo Cerea è personalità di indiscutibile spicco, ma è, intrinsecamente, personalità di rottura, è un uomo in guerra, contro il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana, contro i governi di Centro e quelli di Centrosinistra: chi sceglie Cerea, animatore e giornalista, quale proprio rappresentante, sceglie l'opposizione più intransigente.

Col distacco del diplomatico, alla prima assemblea degli agricoltori modenesi Renzo da Carrobbio ha definito i possidenti che lo hanno posto alla propria testa immensamente assenteisti. Un ceto forse "assenteista", ma consapevole dell'antico ruolo sociale, quel ruolo che vede decurtato ad ogni scelta agraria del Parlamento, non sceglie casualmente Aritsodemo Cerea a proprio alfiere, sceglie Cerea perchè constata di costituire, nella Repubblica dei grandi partiti popolari, forza di opposizione. E vuole che l'opposizione cui è costretto sia tenace e combattiva.

Lo spirito con cui è stato scelto Cerea è lo stesso spirito che spinge, negli anni del "boom" economico, gli agricoltori modenesi a eleggere alla propria testa lo stesso uomo che li ha guidati al tempo dei gagliardetti: la dimostrazione del desiderio di ancorarsi, in anni di tumultuoso cambiamento, alle certezze del tempo in cui l'organizzazione degli agricoltori costituiva pilastro degli equilibri civili della Provincia, il suo presidente uno degli arbitri della sua vita politica. Che Salesio Schiavi sappia percepire e rappresentare con tanta padronanza il rinnovamento tecnico ed economico è prova, da un lato, della vitalità di un rappresentante sindacale, dimostra, dall'altro, che chi lo ha eletto compone al rimpianto del passato la capacità di affrontare il futuro: dimostra altresì che, anche affrontando, con determinazione, il futuro, quel mondo lo affronta con spirito di opposizione.

Nelle annate dell'Agricoltore Modenese, testimonianza eloquente delle manifestazioni della possidenza agraria, l'espressione di una forza di opposizione che, nata nello scontro con il sindacalismo leninista, conserva, nell'agone democratico, i caratteri dell'intransigenza fino alle soglie degli anni '70. La constatazione impone di approfondire una domanda già sfiorata: la condotta politica di uomini e partiti contro i quali quell'opposizione si esprime giustifica tanta avversione? L'acredine agraria è atteggiamento correlato solo al dissolversi, progressivo e inevitabile, del peso sociale della borghesia rurale, o è reazione ad atteggiamenti di forze diverse, che verso gli interessi agrari protraggono attitudini ostili?

Formulata con la chiarezza necessaria, la domanda impone una risposta inequivoca: nei primi due decenni della Repubblica tanto i partiti di maggioranza quanto quelli di opposizione al mondo agrario continuano a guardare con avversione, verso le sue prerogative manifestano una perdurante volontà punitiva, che si consolida e protrae verso l'azienda agricola che non sia azienda contadina anche dopo che la fisionomia del titolare di quell'azienda ha radicalmente mutato la propria fisionomia.

5.3. Imprenditori agrari e partiti popolari

Negli anni del "miracolo economico" il piccolo imprenditore è il protagonista della società italiana: tutti i partiti ne contendono le simpatie: la destra lo adula, il centro lo ricolma di favori, la sinistra lo corteggia. E' rilievo inoppugnabile la precocità, tra Modena e Carpi, dei riguardi delle giunte socialcomuniste per i piccoli ed i medi imprenditori.

Ma se il falegname divenuto mobiliere, il fabbro convertitosi in produttore di rimorchi agricoli o il calzolaio divenuto calzaturiere, solo al centro delle attenzioni politiche, l'imprenditore agricolo che gestisce un capitale equivalente, ricavandone proventi senza confronto minori, non che di diffidenza, è fatto segno di avversione: se divide ancora la terra con un mezzadro vive la trentennale attesa dell’espropriazione, se gestisce l'azienda in economia deve misurarsi con una conflittualità sindacale assolutamente sconosciuta alla piccola impresa, paragonabile a quella che i sindacati dirigono ai grandi gruppi che il lessico marxista definisce "monopoli". Ma Agnelli e Pesenti delegano dell'incombenza dello scontro i direttori del personale, e la polemica sindacale non disturba la tranquillità della villa di Saint Moritz o Saint Tropez, mentre il proprietario di venti ettari per mungere le sue bestie deve affrontare uno scontro che ha le connotazioni dello scontro fisico, che non può non alimentare l'avversione contro la Sinistra ed il Centro che, in Parlamento, vota con i Comunisti le leggi contro l'affitto.

Pesa, sulla borghesia agraria, il peccato d'origine dell'adesione al Fascismo, ma nel 1960 il Fascismo è passato lontano, e dallo stesso peccato d'origine sono stati assolti magistrati e professionisti, finanzieri e direttori di giornale che esercitano quotidianamente il proprio magistero di maestri di democrazia. Gli agricoltori non possono capire perchè sia solo con la proprietà agraria che la classe politica ritiene di dovere ancora saldare i conti del Ventennio.

Non si può rievocare compiutamente la storia della borghesia agraria modenese senza l'impegno a ricercare la matrice di un malessere perdurante, il malessere di chi si sente costretto all'opposizione: La perdita di peso economico dell'agricoltura è circostanza ineludibile dello sviluppo economico, la punizione della proprietà fondiaria non è, invece, tre lustri dopo la fondazione della Repubblica, esigenza imposta dalla necessità di consolidare la democrazia. E' imposta con iattanza, è subita con avversione.

Ecco, forse, le scaturigini dello spirito di opposizione che testimoniano le annate del periodico di Cerea, quello spirito di opposizione che si esprime in forma emblematica, alle scadenze successive della vita dell'Associazione, nel ricordo dei diciotto agricoltori uccisi in concomitanza al primo conflitto sindacale del dopoguerra. Senza spiegare il malessere, e senza comprendere lo spirito di opposizione, il rito, che ripetono, alle assemblee annuali, i presidenti successivi, costituirebbe obbligo di circostanza: il contesto in cui si ripete dimostra, invece, che in quel ricordo l'Associazione non celebra solo il proprio passato, trova le ragioni del proprio presente.

Ricorda i diciotto colleghi caduti tra il '45 e il '48 Enzo Mattioli nella lettera che indirizza agli associati in occasione del decennale dell'Associazione, nella quale, in sintonia a Cerea, imputa la responsabilità di quegli assassinii alla "violenza demagogica che non ha risparmiato nessun mezzo ...per conseguire lo scopo di instaurare una tirannia di pretta marca orientale" Lo stesso Mattioli li ricorda ancora, menzionando i nomi di ciascuno, nell'assemblea del marzo 1956, li ricorda, quindi, Salesio Schiavi nell'assemblea del dicembre '65. E quando il presidente in carica assolve al rito, gli agricoltori modenesi ascoltano quell'elenco in commosso, compunto silenzio.

Indipendentemente dalle circostanze personali, sangue è corso, nelle campagne emiliane, perchè la società nazionale si è divisa, sulla proprietà della terra, in un conflitto lacerante tra chi la voleva individuale, chi la voleva collettiva, chi non accettava che la sussistenza di proprietà contadina, chi pretendeva la continuità della proprietà borghese. Il principio della proprietà individuale, e la legittimità della proprietà borghese, hanno trionfato anche per la pervicace resistenza dei possidenti agrari, quella resistenza che ha sfidato i dogmi ideologici e le alleanze politiche più spergiudicate, ha saputo pagare per la terra anche un prezzo di sangue.

5.4. Nel quadro nuovo si rinnovano i compiti dell'Associazione

Se polemica politica e scontro sociale si impongono sulle ragioni dell'economia dalle origini dell'Associazione fino alla presidenza di Salesio Schiavi, le circostanze dell'economia divengono predominanti, in un clima di scontro politico meno acceso, durante la presidenza di Mario Schiavi. Rilevando la differenza è necessario, ancora una volta, sottolineare la sintonia della presidenza dell'Associazione modenese con quella nazionale, negli anni di Schiavi affidata ad Alfredo Diana: le due presidenze conoscono il varo, a due mesi di distanza, nella stessa attesa di un lungo, fruttuoso lavoro futuro. Iniziato sotto gli auspici più felici, l'impegno del marchese Diana conseguirà, con risultati che travalicheranno le attese, il proposito di sottrarre l'organizzazione della possidenza all'isolamento cui l'ha condotta la strategia di Alfonso Gaetani, un obiettivo il cui raggiungimento farà della Confagricoltura, negli anni dell'agonia politica di Paolo Bonomi, la prima voce dell'agricoltura nazionale, una conquista di cui non si manca di percepire l'eco, nella Provincia di Modena nell'età, che sarà più breve delle attese, di Mario Schiavi.

Il neopresidente dimostra di avere appreso la lezione del padre: pronunciando la prima relazione che propone agli associati, il 10 luglio '70, illustra la metamorfosi economica e tecnologica in corso nelle campagne proponendo una delle analisi più lucide che sia dato reperire tra tutte le fonti alle quali se ne richieda la testimonianza.

Il primo problema cui dedica la propria attenzione è, ancora quello della mezzadria: segna la differenza rispetto a tutte le relazioni precedenti la constatazione che, dopo la lunga agonia, il contratto interessa, ormai, una superficie secondaria, che correlativamente riveste, quindi, un ruolo radicalmente ridimensionato. Alla fine del '69 il contratto non interessa più che 4.600 nuclei familiari, che, con 16.000 unità, sono insediate su 32.000 ha. Le famiglie mezzadrili, se ne può desumere, non sono più copiose di braccia come nel '45, ma i poderi mezzadrili sono ancora ampi e produttivi: nonostante lo spirito di collaborazione sia stato dissolto dalla lunga contesa, dove una famiglia coltiva ancora un fondo a mezzadria è quasi sempre perchè è un fondo ricco, e, con le nuove quote di riparto, il bilancio familiare dimostra la convenienza a protarre un rapporto che lo spirito del tempo ha, ormai, ricusato.

In confronto, ancora rilevante è il numero dei braccianti 23.577, che, realizzando, in media, 123 giornate ciascuno, sommano, in un anno, 2.916.505 giornate di lavoro. Dei 72.000 ettari perduti dalla mezzadria 50.000, secondo Mario Schiavi, sono ricaduti nella conduzione con salariati, 22.000 sono stati acquisiti da famiglie di cotivatori diretti, il cui numero complessivo avrebbe toccato la punta massima, equivalente a 17.557 famiglie, nel '64, per contrarsi, poi, a 15.075.

"Il confronto...mette in evidenza -sottolinea il presidente dell'Associazione-, per coloro che conoscono le implicazioni conseguenti alla modifica dei sistemi di conduzione, quanto e quale sia stato l'impegno connesso ai capitali di scorta, attrezzature e investimenti, assunto dagli imprenditori che, dall'anno 60 in poi, hanno operato con notevole intensità nella modifica degli ordinamenti colturali, sia per le colture speciali...sia per il riassestamento dei terreni per le colture specializzate. Ciò indubbiamente con scarso e, comunque, non sufficiente incoraggiamento per la discriminazione in essere nei confronti dei diversi tipi di impresa. Il periodo indubbiamente più interessante...del periodo precedente è quello che va dal 1960 a chiusura del 1969. Alla accentuazione dell'esodo dell'agricoltura verso gli altri settori, avvenuto in seguito al cosidetto "boom" industriale" in modo non certamente coordinato e razionale, e interessante quasi esclusivamente gli elementi più giovani e validi, la nostra agricoltura ha supplito con lo sviluppo della meccanizzazione..."

Tra il '60 e il '69 ha registrato la massima intensità, prosegue Schiavi, il processo di meccanizzazione: da 21.370 unità, per 266.060 Hp totali, le macchine a servizio dell'agricoltura provinciale sono salite a 46.370, con 795.768 Hp. Per disporre delle macchine si rinuncia anche all'efficienza del loro impiego: della potenza disponibile si calcola non sia utilizzato più del 20-25 per cento. Parallelamente all'intensificazione della meccanizzazione dal '62 al '69 il consumo di carburanti è cresciuto da 171.987 a 226.900 q.li, con una riduzione proporzionale del consumo per unità di potenza disponibile. La sommatoria di tutte le produzioni della provincia, che nel '60 corrispondeva a 10.798.320 q, nel '66 ha raggiunto i 15.672.843, il valore su cui pare attestata: nel '69 il volume totale è stato di 15.405.030.

5.5. Crescono le produzioni, si contrae la superficie

Ma stabilità di produzione lorda significa, data la contrazione che si è verifica nella superficie disponibile, un prodigioso aumento delle produzioni unitarie: "Se si considera l'alleggerimento produttivo della massima parte della zona montana, la sottrazione di aree altamente produttive in pianura -per lo sviluppo nel forese -sottolinea Mario Schiavi- ...ad una restrizione della superficie produttiva, corrisponde un notevole incremento delle produzioni unitarie dovute principalmente ...all'espandersi dell'impresa con mano d'opera salariata, cioè di quella impresa capitalistica tesa alla industrializzazione dell'agricoltura, che non gode, negli ambienti politico- sindacali, di quella considerazione che invece dovrebbe meritare."

I 120 miliardi cui somma la produzione lorda vendibile rappresentano il 21 per cento del reddito della Provincia, contro il valore di 11,3 della media nazionale, e ciò nonostante che Modena si collochi al dodicesimo posto nella classifica delle province italiane per entità del reddito complessivo. Coerentemente al quadro di una provincia dalla vivace attività industriale, i salari agricoli hanno registrato incrementi ingenti, particolarmente sensibili nel corso degli anni '60: eguagliato a 100 il salario del '60, quello del '66 risulta uguale a 239, quello del '69 a 273. I contratti di lavoro si sono trasformati, precisa Schiavi, premiando la specializzazione.

Il grande sviluppo della produzione a Modena ha significato grande sviluppo della cooperazione: le cantine sociali lavorano l'80 per cento delle uve prodotte, l'Unione Cantine Sociali ne riunisce quattordici, tutte di dimensioni significative. Il 90 per cento del latte è diretto alla trasformazione in caseifici sociali. Dopo la ristrutturazione dell'Istituto sperimentale per la zootecnia, che ha soppresso la sede di Modena, del Centro per la fecondazione artificiale ha assunto la gestione, con successo, l'Associazione Allevatori

Ma se la Provincia può vantare strutture cooperative di primo piano, Mario Schiavi reputa doveroso segnalare che l'apparato di impianti al servizio del comparto mostrerebbe ancora più inequivocabili i segni dell'efficienza se le fazioni politiche non operassero per sottrarre le disponibilità finanziarie pubbliche all'ampliamento degli impianti già funzionali, che potrebbero moltiplicare le potenzialità, per creare strutture nuove legate a bandiere alternative, che vogliono infiggere nella campagne modenesi a radicarvi qualche parte inappagata dallo spazio che detiene: "La massima parte di tali attrezzature -ribadisce Mario Schiavi- è sorta e si è consolidata nel tempo, per la costanza e la tenacia dei produttori agricoli...E' bene, però, dire che esiste una notevole preoccupazione per l'eccessivo dirigismo...e per quella discriminazione politica che spesso destina le scarse risorse finanziarie, non al miglioramento...allargamento e ammodernamento delle strutture...esistenti, ma ad attrezzature concorrenziali sotto il profilo meramente politico per le varie estrazioni che purtroppo si manifestano in un ambito come il nostro...Ritengo quindi di non peccare di modestia se affermo che l'agricoltura modenese, pur attraverso le vicissitudini che hanno inciso gravemente sulle possibilità di sviluppo ed ammodernamento...ha saputo camminare e porsi fra quelle all'avanguardia nel processo produttivo, in riferimento, tanto alla situazione nazionale che a quelle più progredite nell'ambito comunitario..."

E' in occasione dell'assemblea del 30 giugno 1972 che Mario Schiavi assolve ad uno dei compiti più delicati della propria presidenza congedando, tra gli applausi degli associati, Aristodemo Cerea, e presentando il nuovo direttore, Roberto Petrucci. Cerea conserverà per un anno la direzione del periodico, che non è più, nei tempi nuovi, il foglio guerriero degli anni '50, quando sulle sue pagine echeggiavano le grandi polemiche cui prendevano parte Sturzo e Serpieri, Peglion e Pagani. La fisionomia diversa del giornale è il segno più eloquente dello spirito dei tempi nuovi, frutto di una mutazione che negli anni successivi procederà irruenta.

5.6. Una nuova prassi sindacale

Adeguandosi ai tempi nuovi, l'Associazione che dirigerà Roberto Petrucci muterà radicalmente la propria fisionomia: non più conflitti sindacali roventi, più contesa civile che confronto economico, ai quali cercava di imporre una soluzione il prefetto, dopo che si erano dimostrati vani gli incontri tra e parti e la mediazione dell'Ufficio del lavoro. Seppure quella degli "agrari" sia una delle controparti cui i sidacati riservano ancora la contrapposizione più cruda, i contratti si negoziano e si concludono, da allora, nella sede dell'Associazione, che negli stessi anni abbandona il palazzo di via Selmi, quasi un simbolo di antiche irruzioni e devastazioni, e si sposta nella nuova palazzina posta, funzionalmente, a lato del Mercato Bestiame, luogo di appuntamento settimanale degli imprenditori agricoli modenesi.

Nella nuova sede, negli anni di Petrucci l'Associazione diverrà sempre meno polo di resistenza sindacale, e di lotta sociale e politica, e sempre più centro di erogazione di servizi tributari e previdenziali. Allo scadere del '73 è stata approvata la normativa che impone anche agli agricoltori di operare, all'erogazione, la trattenuta fiscale sul salario che già operano gli altri datori di lavoro: solo la grande azienda, che dispone di un ragioniere, è in grado di provvedere autonomamente, la maggior parte degli agricoltori dovrebbe ricorrere ai servizi di un professionista, che può offrire, con vantaggio, l'organizzazione professionale. Agli adempimenti sulla busta paga si uniscono, nel , quelli sull'Iva, mentre la denuncia dei redditi diventa sempre più complessa, e impone, anch'essa, il ricorso a competenze che è vantaggioso si raccolgano presso l'organizzazione che delle aziende associate cura, sempre più, l'insieme dei problemi tributari.

Con una scelta imprevista e inattesa, Mario Schiavi declina il mandato, "per motivi di carattere familiare e di salute" nell'agosto del '74. Assume la presidenza interinale il vicepresidente Giovanni Maggiolo, che è altresì presidente della sezione dei coltivatori diretti aderenti all'Associazione: uno dei primissimi, e, anche in seguito, oltremodo rari, casi di insediamento di un coltivatore al vertice di un'organizzazione affiliata alla Confagricoltura. Dopo un anno di reggenza Maggiolo cede la carica al presidente che elegge l'assemblea del 14 dicembre '74, Alberto Levi Junior, titolare di una grande azienda di allevamento, rappresentante di quell'imprenditoria agraria di professione ebraica che ha costituito peculiarità della Provincia di Modena e che si identifica con la luminosa figura di Friedmann. Levi conserverà la guida dell'Associazione per meno di tre anni, consegnandola, il 5 giugno '77, ad Alfonso Palmieri, coltivatore diretto, che la conserverà fino al 24 febbraio '93, realizzando il mandato più longevo della storia dell'Associazione, che nei tre lunghi lustri registrerà il procedere della trasformazione iniziata con gli anni '70.

5.7. La fiammata dei prezzi: grano come petrolio

Gli anni della presidenza Levi sono gli anni del tumultuoso sommovimento dei mercati seguito alla più grande incetta di grano della storia, quella operata dagli agenti commerciali sovietici nel cuore del Corn Belt americano nel 1972, e alla guerra del Kippur, il precedente della crisi petrolifera che completa il soqquadro dell'economia internazionale, percorsa dalla febbre di un'irrefrenabile inflazione. Offre una testimonianza eloquente di un momento drammatico per gli assetti agrari la relazione del presidente all'assemblea del 31 marzo '76. Dopo gli anni del tracollo dei prezzi, il 1975 ha registrato, annota Levi, la ripresa delle quotazioni di tutte le derrate chiave: i bovini da macello hanno recuperato, secondo le classi merceologiche, valori compresi tra il 28 e il 42 per cento delle quotazioni dell'anno precedente, i suini il 15 per cento, il Parmigiano il 27, l'ortofrutta, secondo le specie, dal 21 al 65 per cento, e ciò nonostante il significativo aumento delle quantità prodotte, equivalente al 67 per cento per le mele, al 57 per le pesche, al 54 per le susine, al 2,5 per le pere. Per il frumento, una produzione che a Modena conserva, nonostante la rivoluzione degli ordinamenti, una cospicua importanza, la produzione è aumentata del 14,5 per cento, i prezzi del 6,4, la barbabietola ha registrato una produzione di 8,2 milioni di q.li, con una polarizzazione media di 12,7 gradi, e un prezzo medio di 2.545 lire per q.le: l'alta produzione ponderale ha contratto la resa in saccarosio. Paradossalmente, la dilatazione dei ricavi non rappresenta fonte di guadagni, consente, semplicemente, il recupero dei maggiori costi: durante l'anno la svalutazione è stata misurata nel 18 per cento.

Se, felicemente, il turbamento mercantile e monetario verrà sedato, superando le inevitabili divergenze, dagli sforzi congiunti della Commissione Europea e dei paesi membri, propone temi di riflessione significativi, per fissare l'attenzione sui mutamenti di lungo periodo, la relazione di Palmieri all'assemblea del 1978, nella quale alcuni rilievi centrali sono dedicati alla disputa, non ancora conclusa, dei patti agrari, con un tono che, se attribuisce al problema un rilievo ancora ingente tra gli elementi di equilibrio del settore, non ne fa più il perno essenziale dell'economia agricola. La differenza di tono palesa l'ampiezza dei mutamenti intervenuti, e l'entità del cammino percorso dall'imprenditorialità agraria:

"...la vicenda dei Patti Agrari interessa moltissimo la nostra Provincia -sottolinea Palmieri-. Nell'ambito di tale vicenda, cosa che non vuole essere compresa dai politici, esistono in realtà due problemi: -uno vero, reale, importante: quello dell'affitto; -l'altro fittizio, demagogico: della mezzadria e della colonia. L'affitto è lo strumento indispensabile per una agricoltura moderna...La riforma dell'affitto del 1971 ha bloccato la mobilità dei terreni e resa assai difficile in Italia una tale evoluzione...Per la Mezzadria, invece, è completamente diverso. Qui si vogliono adottare misure punitive, che mortificano la libertà d'impresa e scoraggiano l'investimento del risparmio in agricoltura...Quale colpa può essere addossata ai concedenti per una conduzione, spesso tuttora validissima, cui essi stessi sono stati costretti per l'assurda quarantennale vincolo della proroga legale?...E' in verità preoccupante che nel Programma del nuovo Governo si parli di Agricoltura solo per confermare la volontà di arrivare al superamento della Mezzadria e della Colonia..."

Perchè il presidente dell'Associazione agricoltori di Modena, una Provincia, abbiamo constatato, in cui mezzadria era sinonimo di produttività agricola e di oculata gestione patrimoniale, possa definire la questione mezzadrile problema fittizio, mutamenti ingenti debbono essere intervenuti nel tessuto agrario. Ed è emblematico che nel perorare l'accantonamento delle polemiche su un contratto ormai superato, lo stesso presidente denunci con calore, invece, l'irrazionalità delle misure che hanno sterilizzato l'affitto, un contratto senza la cui vitalità non può esservi agricoltura moderna. Ma la perorazione a favore dell'affitto di Alfonso Palmieri è in insanabile contraddizione con gli intenti delle organizzazioni contadine socialcomuniste, le accorte registe della conversone forzosa della mezzadria, la misure attraverso la quale si propongono di maturare tutti i benefici, in termini di poderi sottratti all'antica proprietà a favore dei propri iscritti, riservandosi di convertirsi in solerti paladine dell'affitto quando di terra da sottrarre agli "agrari" non ce ne sarà più, e anche all'antico mezzadro divenuto proprietario grazie a quarant'anni di proroga farebbe piacere trovare, attorno al podere, terra da affittare nel rispetto della libertà contrattuale, sua e altrui, di cui anche la sua organizzazione si è scoperta paladina.

5.8. Mezzadria, si affievoliscono le ragioni dello scontro

Se per oltre trent'anni i problemi connessi al contratto di mezzadria hanno costituito tema essenziale delle preoccupazioni degli agricoltori modenesi, è con la relazione che Palmieri indirizza all'assemblea del 30 marzo 1988, che si celebra alla presenza del presidente confederale, Stefano Wallner, che il tema viene, finalmente e formalmente, collocato ai margini degli interessi degli imprenditori agricoli. Ha posto le condizioni per la soluzione dell'annosa vicenda la legge 203 del 1982 sull'affitto dei fondi rustici: sottoposta, come i provvedimenti precedenti, a giudizio di congruenza costituzionale, dalle censure della Consulta la legge è uscita parzialmente modificata, ma proprio nella veste modificata ha offerto le condizioni perché nelle campagne italiane rinascesse dalle ceneri un mercato dei fondi offerti in affitto.

"La nostra Organizzazione - sottolinea il presidente degli agricoltori modenesi - assiste con interesse alla espansione...dei terreni affittati. Questo significa che dopo la emanazione della ormai famosa legge 203 del 1982, molte cose sono cambiate riguardo la conduzione dei fondi rustici.

Ricordo che, nella nostra Provincia, alla vigilia dell'uscita di quella legge, le aziende a conduzione mezzadrile erano numerose, oltre 1.500, e i concedenti a mezzadria occupavano un largo spazio rappresentativo nella nostra Organizzazione.

Ora, a quasi sei anni di distanza, a seguito del costante interessamento della nostra Associazione possiamo certo dire che il temuto terremoto, se mai c'è stato, è stato nelle cifre, ma assai meno nei rapporti tra le parti.

La legge 203 ha, nonostante tutto, consentito una ripresa del mercato degli affitti, che era quasi congelato da un ventennio di proroghe di legge. Questo sta permettendo alla nostra struttura fondiaria, storicamente afflitta da una eccessiva polverizzazione, di cominciare a marciare verso un processo di concentrazione di tipo europeo..."

È, eminentemente, a ragione dell'attenuarsi progressivo del confronto per il possesso della terra che, durante la lunga presidenza di Palmieri, l'Associazione compie la metamorfosi che da cittadella di lotta politica, e di resistenza economica la converte in centro di servizi a favore di imprenditori che governano aziende di dimensioni sempre maggiori, che debbono confrontarsi con problemi tecnici, tributari disciplinari sempre più complessi, e che delegare funzioni amministrative sempre più rilevanti a chi garantisca la competenza necessaria al loro migliore espletamento. E' la trasformazione che, sul piano operativo, porta a compimento, in ventidue anni di servizio, il secondo direttore, Roberto Petrucci.

5.9. Per il Consorzio, uno scontro tra alleati

Se si è attenuato il confronto con l'avversario storico, il sindacalismo comunista, gli anni di Palmieri e Petrucci sono anni di scontro con un antico alleato, la Confederazione provinciale dei coltivatori diretti: ragione del contendere, il ruolo reciproco nella gestione del Consorzio agrario. Conquistata dall'Associazione alle prime elezioni dopo il torpore dell'età fascista, per i mutati rapporti di rappresentanza la presidenza del Consorzio è stata ceduta alla Coldiretti, che con l'Associazione ha sempre gestito il consorzio in fattiva collaborazione. All'alba degli anni '70 un presidente di matrice Coldiretti particolarmente spigoloso infrange il clima di cooperazione imponendo una nuova atmosfera di competizione. Al termine del triennio l'Associazione reagisce denunciando le intese che hanno portato alla sistematica presentazione di liste concordate, e minaccia di presentare, alle prossime elezioni, una lista in contrapposizione alla Coldiretti.

Gli uffici delle confederazioni romane reagiscono con fastidio e apprensione: il grande edificio dei consorzi agrari è, sempre più, un fragile castello di carte, che un incidente banale, nella provincia più remota, può fare pericolosamente oscillare. Ma i duellanti modenesi non demordono, lo scontro si protrae fino allo scadere del '96, quando, ascoltando le voci romane, le parti si accordano convenendo che la presidenza sia affidata alla Coldiretti nella persona del cav. Livio Bortolotti, che sarà affiancato da un vicepresidente dell'Associazione di elevato peso specifico: il ruolo sarà affidato a Alberto Levi jr.

La presidenza Palmieri, registra, peraltro, nel proprio lungo corso, una cristallizzazione del vertice che si accentua progressivamente, facendo dell'Associazione quasi il circolo di pochi grandi produttori di carne suina e bovina. Il processo determina qualche disattenzione nella difesa degli interessi dei produttori di latte e della viticoltura, ma soprattutto della frutticoltura, che assume un rilievo crescente soprattutto a seguito dello spostamento del baricentro dell'agricoltura modenese vero la Bassa, un fenomeno che segue il soffocamento dell'agricoltura, nella pianura alta, da parte dell'industrializzazione prorompente. Quando, all'alba degli anni '90, l'imprenditorialità della fascia settentrionale, a preminenti interessi frutticoli, chiede il riequilibrio della rappresentatività, il vertice dell'Associazione si divide in una fronda che la presidenza non riesce a comporre.

5.10. Un momento di disagio

Lo stato di disagio si traduce in paralisi quando, alla richiesta di Palmieri di essere sostituito, un'autentica rivolta di palazzo pare fare di un manipolo di associati e di fuzionari di zona gli arbitri della successione. La "congiura" produce il disorientamento del vertice, che appare incapace di apprestare una successione che rispecchi gli equilibri provinciali: di fronte all'eventualità di una scissione, la circostanza che ha concluso i dissidi di alcune delle unioni provinciali più solide della Pianura Padana, da Roma la Confederazione invia a Modena un commissario, che sedati i contrasti ed effettuati i sondaggi necessari convoca l'assemblea e assiste allo scrutinio. Il 24 febbraio 1993 assume la presidenza il professor Antonio Piccinini, docente di economia agraria, conduttore di un'azienda di cospicue dimensioni, in parte di proprietà in parte affittata, l’imprenditore cui il commissario romano ha indirizzato le scelte degli associati disorientati per ristabilire fiducia e efficienza nei rapporti tra la base e la presidenza. In quest'opera, congedato Roberto Petrucci, che ha raggiunto i limiti del servizio, dal 1994 coadiuva Piccinini il terzo direttore dell'Associazione, Annibale Feroldi, che insieme alla terza generazione di funzionari e impiegati, rappresenta i tecnici della gestione, delle norme tributarie, della disciplina per la tutela dell'ambiente di cui richiedono il servizio agricoltori che non ricercano più cavalieri e pedoni per combattere la propria guerra politica e sindacale, ma specialisti delle sfere dalla cui padronanza dipende, in misura crescente, il bilancio di un'impresa economica.

5.11. La nuova gestione

L'esordio della nuova gestione deve misurarsi con alcuni problemi che, lungamente rinviati, minacciano la funzionalità e la stessa sussistenza dell'Associazione. L'ufficio che riscuote le quote associative è, da tempo, alquanto conciliante con i soci morosi, che negli anni si sono miltiplicati pregiudicando il bilancio. Il nuovo presidente impone un rigore nuovo, e, per sanara il disavanzo accumulato, chiede agli associati un contributo straordinario, che i soci accettano di versare con lealtà. Per contenere le spese viene ridotto il personale di uffici di interesse non vitale, vengono riordinate le competenze, rinnovato l'apparato informatico a servizio degli uffici preposti a tributi, erogazione delle paghe al personale delle aziende associate, pratiche comunitarie. All'ultimo servizio il nuovo presidente dedica una cura particolare: convinto, come studioso, dell'incoerenza della riforma della politica comunitaria varata, nel 1992, dal commissario Mc Sharry, conosce, come imprenditore, quale significato possa avere, nel bilancio aziendale, l'uso consapevole dei premi comunitari, la complessità dei cui meccanismi può dissuadere l'imprenditore disattento dall'usufruire di benefici cui ha diritto. L'informazione e l'istruzione delle pratiche, che l'associazione può realizzare nella padronanza dei meccanismi comunitari, rappresenta servizio di preminente interesse per il bilancio delle aziende associate.

Ma al di là delle misure di riorganizzazione la preoccupazione maggiore di Antonio Piccinini, studioso di economia prima che organizzatore sindacale, è di penetrare la realtà agricola della Provincia, le ragioni del suo dinamismo, di prevedere le strade della sua evoluzione, per porre l'azione dell'associazione in sintonia con il settore di cui rappresenta le istanze:

"L'agricoltura modenese ha chiuso il 1993 - riferisce nella prima relazione, il 4 marzo 1994 - con una produzione lorda vendibile di circa 925 miliardi di lire. Il complesso agroindustriale indotto da questa produzione nella nostra provincia è stimabile ad oltre 6.000 miliardi, sulla base dei parametri medi nazionali, molto di più considerando la specifica importanza del settore a Modena.

Le giornate lavorate, sia da parte del conduttore che dei dipendenti, sono state oltre 4,5 milioni, di queste 900.000 sono state prestatate da salariati sia fissi che avventizi, con una netta diminuzione rispetto all'anno passato. Va inoltre segnalato, oltre al dato congiunturale, come sia in atto, da anni, un calo del numero di aziende che impiegano mono d'opera esterna, sia delle giornate complessivamente lavorate. E' un dato di difficile interpretazione, che indica la crisi di alcune aziende, ma anche un processo di ristrutturazione in atto con ricorso al contoterzismo, e un aumento della produttività del lavoro.

Le aziende agricole impegnate nella produzione sono circa 20.000, sulla base dei dati del censimento del 1990. Da una ulteriore analisi appare come 7.600 aziende rappresentano l'84% della SAU con una superficie media di 20 ettari, che è una cosa ben diversa da quella di pochi ettari che emerge da una media generale. Le dimensioni delle nostre aziende, pur inferiori a quelle europee, cominciano ad essere competitive.

La forma di conduzione prioritaria è quella dell'azienda famigliare, con terreni sia in proprietà sia in affitto. Non a caso, ormai, l'azienda famigliare è, sia numericamente che come ettari, una parte rilevante della nostra Associazione."

"La nostra agricoltura - insiste Piccinini nella relazione dell'anno successivo -, per produttività ed efficienza, è certamente allineata con le agricolture più avanzate.

L'agricoltura modenese ha chiuso il '94 con una produzione lorda vendibile stimata intorno ai 1.000 miliardi di lire, con un aumento di 13 punti percentuali sul '93. Il valore della produzione si divide equamente tra produzioni zootecniche e vegetali con un lieve prevalere delle zootecniche. Il latte è il 26%, i suini il 22%, 23% le arboree, le orticole il 7%, ma valutiamo questo dato sottostimato.

Per contro, alcuni dati a livello aggregato, indicano un calo complessivo dei consumi intermedi dell'agricoltura modenese valutabile intorno allo 0,5% annuo.

Possiamo prendere in esame due esempi importanti: in questi ultimi anni la quantità consumata di fitofarmaci mostra cali percentuali superiori all'1% annuo; - la spesa per fertilizzanti, considerata a prezzi costanti, è in flessione, in sintonia con la tendenza regionale. Dal 1990 si assiste, infatti, nella nostra provincia, ad un calo dei consumi superiore al 3% annuo.

Oltre ai livelli di produttività, un'importante caratteristica dell'agricoltura modenese è l'impronta fortemente dinamica: lo dimostrano l'ampliamento progressivo della dimensione aziendale e la grande facilità di riconversione colturale delle nostre aziende."

"Gli agricoltori modenesi sono dei forti lavoratori - aggiunge il presidente rivolgendosi all'assemblea il 15 marzo 1966-, con un grande gusto e coraggio per l'innovazione tecnologica. Le riprove sono sotto gli occhi di tutti. In pochi anni interi settori sono stati trasformati con rapidità e decisione che nulla hanno da invidiare ai settori industriali avanzati. Tra i tanti esempi citiamo la viticoltura, in cui i nuovi impianti bassi e meccanizzabili stanno trasformando il paesaggio, con una diffusione rapidissima nonostante gli elevati investimenti. La frutticoltura è un'altro settore vivacissimo, con rapida sostituzione di specie, varietà nuove, tecniche di allevamento. E' scomparso il melo, avanza il pero di qualità, si provano decine di varietà di susine...

Nel settore del latte l'adozione dell'unifeed anche per il latte per il parmigiano reggiano è una innovazione difficile, ma che potrà dare se ben attuata grandi risultati economici. Non parliamo poi della suinicoltura, settore tecnico complesso, ma anche di professionalità profonda.

Nelle colture di pieno campo i modenesi si sono gettati nelle tecniche di limitata lavorazione e di semina su sodo..."

In pochi dati, in alcune immagini il fotogramma più eloquente di un contesto produttivo che, con 1.000 miliardi di produzione e un'indotto tanto maggiore, è autentico gigante economico, e che la propria forza sa protrarre e accrescere con la determinazione professionale, la creatività tecnica, la padronanza gestionale.

 

 


 

6. Agricoltura, agrindustria, spazio rurale

6.1. I nuovi traguardi della produttività

Cinquant'anni di storia di un'organizzazione imprenditoriale, cinquant'anni di trasformazione della fisionomia dei protagonisti, che si contraggono di numero moltiplicando, specularmente, le attitudini imprenditoriali e le dimensioni della propria attività, cinquant'anni di metamorfosi dell'ordito aziendale, del tessuto agrario della provincia: mutano gli assetti produttivi, mutano le specializzazioni, muta la topografia delle produzioni. Seppure mostrando l'effetto di profondi fenomeni di trasformazione, l'agricoltura modenese conserva, peraltro, quel carattere di polivalenza, o , se si preferisce, di specializzazione plurima, che ne fanno caso eccezionale nel panorama nazionale: trasformandosi, però, resta l'agricoltura dell'allevamento, della viticoltura e della frutticoltura, la produzione che ha sostituito l'antico cespite della canapa. Confrontando i dati proposti dai predecessori con quelli delle relazioni di Antonio Piccinini, e i rilievi dei servizi statistici provinciali, a conclusione dell'itinerario storico è significativo tratteggiare il profilo che l'agricoltura modenese propone nell'ultimo scorcio del secolo.

Costante tra le cento metamorfosi, il primo dato che conferma la persistenza antica è quello della produzione di frumento, 1.612.800 q.li nel 1982, 1.400.000 nel 1995, un terzo in più della produzione del '48, seppure ottenuta su una superficie ridotta, per l'incremento delle rese, a poco più di un terzo di quella originaria. Nel 1982 il mais produce 287.700 q.li, un quantitativo analogo a quello che si raccoglieva nel '48, ma la produzione triplica, repentinamente, negli anni più recenti: nel 1995 il raccolto è di 972.000. Salvo l'ultima impennata, che è difficile classificare come fenomeno temporaneo o mutamento duraturo, si può dire che a Modena l'avvento degli ibridi, negli anni '70, non ha significato, come a Venezia o a Udine, l'esplosione della produzione: ha consentito di mantenere la produzione tradizionale riducendo la superficie. La rivoluzione degli ibridi è stata, nella Provincia emiliana, rivoluzione della foraggicoltura, consentendo, con l'impiego di superfici relativamente modeste, la nascita del ristallo bovino e quella dell'allevamento per il latte alimentare, una produzione che si è affiancata a quella del tipico Parmigiano senza sottrarre terreno alla più antica. L'impennata recente della produzione di granella potrebbe costituire conferma di un cedimento dell'allevamento che costituirebbe il primo vero mutamento radicale del quadro agrario modenese.

6.2. I primati dell’allevamento

Capitale, nel quadro della specializzazione plurima, l'allevamento: nel 1970 in Provincia di Modena vengono rilevati 183.765 bovini, 381.422 suini, 10.791 ovicaprini, 1.236.988 avicoli. Il Censimento dell'82 registra 183.517 bovini, 721.173 suini, 8.054 ovini e caprini, 824.563 avicoli. Nel 1994 il Servizio Agricoltura della Provincia stima la presenza di 133.645 bovini, 758.200 suini, 14.110.000 ovicaprini, non computa gli avicoli, che il Censimento del '90 ha fissato in 950.820. I primi dati delle prime due serie, relativi alla popolazione bovina, mostrano un fenomeno singolare: la repentina contrazione di un patrimonio che ha conservato nei decenni una sorprendente costanza. Il dato del 1970 corrisponde, infatti, al numero di bovini registrato nel 1926, quando, tuttavia, in quel numero rientrava una quota significativa di buoi da lavoro e di vacche a duplice attitudine, dal cui latte non si ricavavano che 68.000 quintali di formaggio, meno della metà di quello prodotto nel 1983, 174.946.

La straordinaria stabilità della popolazione bovina tra il '26 e l''83 nasconde, cioè, trasformazioni ingenti, le più significative legate al crollo dell'economia mezzadrile, che ad ogni podere associava, indissolubilmente, la stalla alle colture erbacee ed arboree. Ancora nel '48, 60.000 famiglie mezzadrili significavano altrettante stalle, alle quali dovevano aggiungersi quelle dei coltivatori diretti, press'a poco una per famiglia, sebbene di dimensioni esigue: 2-3 bestie per stalla Nel 1982 le aziende con vacche da latte si sono contratte, in tutta la Provincia, a 5.847, e allevano 142.969 capi, di cui 70.668 femmine in età produttiva, un numero sensibilminte inferiore a quello sussistente negli anni precedenti il conflitto e a quello che, riparate, le distruzioni della guarra, si registra nel '52, quando la Provincia produce 2.162.000 q.li di latte, una produzione identica a quella trasformata in Parmigiano nel 1982, 2.149.790, e nel '95 2.850.000. Alla terza data la produzione è realizzata con animali che, seppure il Disciplinare del Parmigiano Reggiano non consenta le punte produttive fisiologicamente possibili, producono, ogni anno, una quantità di latte che è almeno raddoppiata.

Si può notare che la Provincia realizza un significativo aumento della produzione di latte neli anni '60, conseguendo, nel 1965, la produzione di 3.433.900 quintali, l'espressione di una tendenza alla specializzazione casearia che pare mutare il volto dell'agricoltura modenese, ma che si interrompe con il ripristino dell'equilibrio tradizionale. Ove si ignori la temporanea espansione della produzione casearia, componendosi con l'incremento della produzione individuale di latte, la stabilità, fino agli anni '80, del numero dei bovini testimonia la moltiplicazione degli animali da carne, in specie dei vitelli e vitelloni da ristallo, secondo i rilievi del 1982, che non corrispondono, peraltro, a quelli del Censimento, 46.060 capi, di cui 16.000 di origine nazionale, 30.060 di provenienza estera.

Straordinariamente stabile tra il 1926 e il 1982, la consistenza dei bovini si contrae di 50.000 capi nell'ultimo decennio, e del totale 13.000 capi sono mucche da latte. I due dati rivelano un fenomeno singolare: la tenacia della tradizione allevatrice consente a Modena di superare senza perdite la chiusura delle stalle mezzadrili, ma cede al ripetersi delle crisi mercantili. Dopo la dilatazione della frutticoltura negli anni '60 è il secondo mutamento significativo nell'equilibrio tra le produzioni agricole della Provincia, un evento che altera la fisionomia storica dell'agricoltura modenese, che, ove costituisse espressione di una tendenza non effimera, dislocherebbe, nella geografia agraria padana, il sistema modenese verso Bologna e la Romagna, terra di vino e di frutta, allontanandola dall'area emiliana in cui, tra Piacenza e Reggio, celebra i propri fasti l'allevamento fondato sul binomio bovini-suini.

Non si può esaurire l'analisi dell'assetto dell'allevamento bovino senza sottolinearne la persistenza nell'area appenninica, dove, in analogia alle province di Parma e Reggio Emilia, e a differenza delle altre dieci regioni toccate dalla dorsale che si dispiega lungo la Penisola, l'allevamento prospera grazie ai prezzi assicurati dai caseifici che producono il Parmigiano tipico, per il cui ottenimento il latte ricavato in area montana presenta un'idoneità affatto peculiare.

A completamento delle osservazioni sull'allevameneto da latte non può mancare neppure la menzione dell'esperienza delle "stalle sociali", una vicenda tipicamente emiliana. La stalla "sociale" è creatura caratteristica delle elucubrazioni di ideologi regionali decisi a rifiutare l'assioma per cui, in tutte le agricolture moderne, la stalla dalla maggiore solidità economica è quella di un coltivatore diretto che dispone di 50 ettari e alleva 100 capi. Fermi nel rifiuto di dimensioni che presentano inaccettabili connotazioni capitalistiche, gli strateghi dell'agricoltura emiliana concepiscono, negli anni '70, l'idea di unire le produzioni foraggere di una molteplicità di piccole aziende in grandi industrie per la produzione del latte, dove i foraggi dei soci vengano trasforamti in latte grazie alle cure di tecnici e maestranze la cui fede politica è ricompensata da stipendi sicuri.

Desiderosi di non lasciarsi sfuggire i generosi contributi offerti per la nuova creatura dell'ingegneria agropolitica, s'impegnavano nella competizione con i dirigenti delle organizzazioni contadine socialcomuniste quelli della Coldiretti, che prestavano il proprio contributo di associati alla costituzione, in Provincia, di 22 organismi, il numero toccato nel 1985, rapidamente dissoltosi di fronte all'ammontare del denaro pubblico necessario a ripianare i bilanci anche negli anni in cui il prezzo del latte fosse più favorevole.

Non avendo concorso all'euforica ebbrezza di socialità zootecnica, l'Associazione degli agricoltori, naturalmente paladina di un modello di allevamento corrispondente a quello olandese, francese e tedesco, può vantare, come indiscutibile benemerenza, di non aver partecipato a diffondere un'illusione, nè contribuito a dissipare un fiume di denaro che avrebbe potuto produrre, speso in altre direzioni, effetti tanto più benefici. Accanto alla cinquantennale stabilità dell'allevamento bovino, che cede, repentinamenti, negli anni più recenti, le tre serie di dati provano la prodigiosa dilatazione di quello suino, la cui reale consistenza, nessuno, si mormora, vorrebbe sapere, come pare provare il dato rilevato dal Censimento del '90, 564.202 capi, incompatibile con quelli pubblicati dagli uffici provinciali. Che la popolazione suina della Provincia continui a crescere è difficilmente credibie, siccome da almeno tre lustri l'affollamento degli allevamenti ha prodotto l'insorgere di problemi ambientali che, inducendo le autorità comunali a misure di controllo sempre più rigorose, hanno indotto più di un'azienda ad abbandonare i piani di ampliamento, se non a contrarre le dimensioni raggiunte. Nella comparazione delle tre serie suggeriscono rilievi significativi anche i dati sugli avicoli: tradizionalmente versatile, l'allevatore modenese tenta, negli anni '60 la carta dell'avicoltura moderna, che non pare trovare, però, condizioni economiche e ambientali, ideali, tanto che il numero dei capi allevati, che dietro il primo impulso ha ampiamente varcato, nel 1970, la soglia del milione, si contrae, quindi, in misura significativa, riavvicinandosi al milione, in circostanze nuove, nel 1990.

6.3. Le arboree, vite e fruttiferi

Secondo caposaldo, tradizionalmente, dell'agricoltura modenese, la viticoltura produce, nel 1982, 2.019.000 quintali d'uva, la prova ancora, di una persistenza solidissima: l'uva prodotta in Provincia corrispondeva a 1.295.000 quintali nel '38, scendeva a 645.671, in conseguenza delle distruzioni della guerra, dieci anni più tardi, risaliva a 1.665.000 nel '52. Repentinamente, la produzione dimezza, poi, nel 1985, in conseguenza di avversità climatiche e di una crisi che si protrae, pervicace, negli anni successivi. Nel '95 la produzione è di 1.280.000 q.li, un valore destinato, probabilmente a salire fino al recupero delle produzioni storiche, in tempi non remoti: il viaggiatore che attraversa le campagne modenesi verifica, da due anni, che vigneti nuovi hanno cominciato a risorgere in una campagna che, senza più un piede di vite, l'occhio stentava a riconoscere. E' la prova della tenacia delle radici della vite tra le consuetudini dell'agricoltore modenese, da sempre un allevatore abituato a combinare con le opere sui campi di medica quelle del vigneto, che non gli impone, peraltro, per l'antica tradizione delle cantine sociali, le cure del cantiniere.

Infine la frutta, l'ultima nata, abbiamo rilevato, delle specializzazioni molteplici dell'agricoltura modenese, espressione dei legami della Provincia con Bologna e la Romagna. Le produzioni delle specie diverse sommano 1.574.000 q.li nel '65, abbiamo rilevato, 2.164.000 q.li nell''82, quando al primo posto tra le specie coltivate il pero, emblematica coltura a tecnologia avanzata, si è sostituito al ciliegio, l'antico pilastro della frutticoltura vignolese, purtroppo resistente ai tentativi di razionalizzazione colturale. Nel 1995 la frutticoltura ha prodotto complessivamente, 2.2571.000 q.li, una produzione superiore di un terzo a quella del '65, la dimostrazione della sua iscrizione in un contesto segnato, nel tempo da singolare stabilità.

Nel quadro di una produzione tanto articolata non può mancare una nota sulla barbabietola, elemento complementare delle tre voci chiave dell'agricoltura della Provincia, tradizionalmente priva dei grandi impianti saccariferi di Ferrara e Bologna, ai quali ha sempre convogliato una mole cospicua di radici, eppure grande produttrice. Quadruplicata negli anni '60, pure risentendo dei capricci del clima e degli umori delle controparti che decidono il prezzo, la produzione bieticola resta, successivamente, ingente: la Provincia produce 1.514.900 q.li nel '52, ne produce 8.275.000 nel '75, 9.700.00 nell''82, 6.750.000 nel '95.

6.4. Si contrae la superficie agraria

Abbiamo sottolineato l'orgoglio con cui Salesio Schiavi può vantare, nel 1965, il prodigioso aumento della produzione lorda delle aziende modenesi: da 5,5 milioni di quintali di derrate degli anni '48-50 agli 11 milioni della metà degli anni '60 Da allora le produzioni si sono stabilizzate: l'agricoltura modenese non ha più accresciuto il volume della produzione, ha conservato, salvo le fluttuazioni che abbiamo rilevato, le più rilevanti per le barbabietole, le produzioni conseguite. La sostanziale stabilità dei prodotti ricavati dalla terra si protrae, si deve notare in lustri di incessante incremento delle rese unitarie, che un'agricoltura evoluta continua a dilatare superando traguardi tecnici sempre più arditi. Siccome tra le variabili di un sistema agricolo sussistono correlazioni obbligate, è palese che se dall'unità di superficie l'agricoltore modenese continua ad ottenere rese maggiori, ma l'insieme provinciale non accresce la produzione, deve essere mutato, necessariamente, un fattore diverso. Il fattore che è venuto a mancare all'agricoltura modenese è la superficie, che dal 1948 è stata coinvolta in un'ingente contrazione.

La decurtazione è stata significativa in montagna, seppure, grazie alla resistenza della zootecnia, l'abbandono non abbia interessato che le aree obiettivamente inadatte alla foraggicoltura, ha interessato zone vastissime in pianura, dove l'agricoltura ha ceduto spazi ingenti alla dilatazione delle aree residenziali, a quella delle industrie e dei servizi. L'esatta quantificazione del fenomeno non è, peraltro, agevole per la differenza dei metri di misurazione usati negli anni successivi alla guerra e in quelli più recenti. Nel 1949 gli uffici statistici attribuiscono alla Provincia una "superficie agraria e forestale" di 248.382 ettari, 5.000 meno che nel 1929, la fame di terra ne determina l'ampliamento, negli anni successivi, bonificando qualche residuo di palude in pianura, arando qualche incolto in montagna, tanto che il valore sale a 250.450 nel 1963.

Si constata il prevalere degli effetti dell'abbandono e dell'edificazione verificando l'entità della "superficie agricola utilizzata", il metro adottato successivamente: stimata in 174.193 ettari dal censimento del 1961, si riduce a 162.257 in occasione di quello dell'82, a 153.423 in quello del '90. La perdita è di oltre 20.000 ettari in venti anni. Il dato sopravaluta, probabilmente, la superficie abbandonata in montagna, spesso concessa in comodato con rapporti verbali, ma sottostima, per le more dei rilievi catastali, l'occupazione edilizia in pianura: ove di postuli che l'agricolura modenese abbia perduto, dall'inizio della crescita industriale al 1995, 25.000 ettari, essa avrebbe visto dissolversi, in un arco temporale in termini storici tanto breve, quasi un settimo del proprio substrato fisico. Data, peraltro, la singolare resistenza dell'allevamento in montagna, dove le aziende sono diminuite di numero mantenendo un uso assai intensivo del territorio, la superficie perduta deve reputarsi, in prevalenza, superficie di pianura, sottratta all'agricoltura più intensiva dal cemento e dall'asfalto.

Provincia emblematica dello sviluppo industriale, Modena ha visto il dissolversi delle peculiarità agricole di interi, vasti comprensori, primo tra gli altri quello che dai margini del comune di Castelnuovo Rangone si distende tra Mararanello, Fiorano e Sassuolo, un tempo epicentro dell'agricoltura modenese, oggi unica distesa di imponenti complessi ceramici, nei cui interstizi le emanazioni di fluoro e i fumi di piombo rendono impossibile la coltura delle piante più sensibili, pericolosa quella delle specie che vegetano nonostante l'inquinamento dell'aria, che accumula composti tossici nella sostanza organica prodotta.

Il fenomeno sfugge alla percezione collettiva, che non misura la progressiva erosiane di spazi agricoli, e che, candidamente, pretenderebbe addirittura la riduzione dell'intensività di coltivazione, il tema sul quale la contrazione degli spazi agricoli impone, invece, un'ineludibile riflessione. E' indiscutibile, infatti, che un'agricoltura che ha perduto, in cinquant'anni, 25.000 ettari, una superficie immensa in un tempo relativamente breve, se considerato nei termini temporali in cui si computano i capitali fissi di una Nazione, dispone, dopo quella perdita, una capacità produttiva proporzionalmete inferiore alla prima data. Seppure possa ancora produrre, infatti, quanto produrrebbe disponendo di superfici più ampie, può farlo secondo combinazioni oltremodo più rigide dei fattori coinvolti: dispone, cioè, di un'elasticità incomparabilmente minore.

Per fornire quanto offre attualmente, l'agricoltura non può ridurre l'intensità di impiego degli input della tecnologia intensiva: fertilizzanti, antiparassitari, anticrittogamici. Nè il Paese, tanto gravemente deficitario di derrate agricole, che importa in condizioni già gravose per la bilancia commerciale, può rinunciare alla produzione corrente, inseguendo le chimere di un'agricoltura emancipata dalla dipendenza dalla chimica. La dieta italiana è dieta ricca, meno doviziosa di carne e uova di quella delle nazioni del Nordeuropa, eppure non lontana da loro, e qualunque paese che dipenda, per l'approvvigionamento di derrate animali, da una superficie modesta, è indissolubilmente dipendente dalle condizioni della produttività più intensa. In caso di crisi internazionale anche lieve, il suo equilibrio vacilla, come vacillò l'equilibrio agroaliemtnare italiano nella crisi del '73-'74, una crisi che decurtò le forniture di petrolio, ma non interruppe quelle alimentari, che segnarono solo aumenti dei prezzi.

Costituisce un merito del dirigenti dell'Associazione agricoltori avere sempre segnalato l'erosione dello spazio agricolo come un problema da non ignorare, anche quando le amministrazioni locali ignoravano la dissoluzione dei caratteri agricoli di comprensori interi, o, addirittura, vantavano come conquista civile ogni ettaro sottratto all'agricoltura per realizzare villete a schiera o "villaggi industriali". Sottolinea l'importanza del fenomeno Mario Schiavi nella relazione del 10 luglio '70, quando del problema non si è accorto ancora neppure uno dei pure numerosi docenti di economia agraria, richiama l'attenzione sul problema, l'11 aprile 1980, Alfonso Palmieri rilevando l'entità della trasformazione dello scenario agrario della Provincia: "Va sempre tenuto presente -sottolinea all'occasione- che il terreno è un bene limitato che non può essere ricostituito. In Provincia di Modena negli ultimi 10 anni sono stati sottratti all'agricoltura 16.000 ha..."

6.5. Una capitale dell’agroindustria

Se la produzione agricola, stanti i vincoli spaziali, ristagna, se ne può ricavare benefici economici maggiori accrescendone il valore finale attraverso la trasformazione agroindustriale. Nel secondo dopoguerra Modena è venuta imponendosi come grande polo di trasformazione agroindustriale. A completare lo schizzo del comparto al traguardo del cinquantesimo anno dalla fine del conflitto non può mancare la considerazione della produzione lorda vendibile e la correlata stima del correlato reddito industriale. Nel 1995 l'Ufficio statistico provinciale ha stimato il primo valore corrispondente a 1.206.804 milioni, per 299.742 milioni derivante dalle coltivazioni arboree, per 237.127 da quelle erbacee, per 356.250 dal latte, per 229 540 dalla carne suina, per 72.900 dalla carne bovina, per 585 dagli ovicaprini, per 10.660 dagli avicunicoli. E' la produzione lorda di una delle prime provincie del Paese per produttività agraria. La produzione agroindustriale connessa alla produzione agraria non è oggetto di computi sistematici. Sulla base dell'impiego del moltiplicatore che si riscontra valere per altre realtà italiane, Antonio Piccinini la stima equivalente a 5.000-6.000 miliardi. Alla ricerca di elementi per precisare l'ipotesi, un termine di confronto significativo è offerto dalla sommatoria delle attività agroindustriali di Parma, cui, date le molte similarità, è ragionevole supporre che Modena si avvicini significativamente. Nella prima provincia agroindustriale emiliana i funzionari della Camera di Commercio stimano che l'insieme delle attività agricole, agroindustriali e alimentari sommi un fatturato di 8.000 miliardi, cui debbono aggiungersi i 4.000 dell'impiantistica legata alla trasformazione delle derrate agricole.

Seppure Parma possa contare su giganti agroalimentari delle dimensioni della Barilla e della Parmalat, della grande rete dei salumifici, Modena annovera l'Inalca, ormai la prima industria di macellazione nazionale, un gruppo che conta un numero crescente di imprese satelliti, un complesso di salumifici che, tra Castelnuovo Rangone e Montese, può competere con l'area di Felino e Langhirano, due grandi stabilimenti conservieri. E seppure la comparazione sia più difficile, anche per l'impiantistiche alimentare Modena vanta complessi non privi di rilievo.

Se nessun ufficio statistico ha mai effettuato, peraltro, la stima del fatturato dell'agroalimentare modenese, un indizio significativo fornisce il numero delle unità locali, la somma delle aziende, cioè, e delle loro sedi distaccate, nel 1955, 1.564 a Modena contro le 1.566 di Parma: l'eguaglianza avvalorerebbe la supposizione della similarità. Correggendo l'illazione, la considerazione del numero degli addetti nello stesso anno, 9.053 a Modena contro 13.061 a Parma, suggerisce, tuttavia, di reputare la realtà modenese inferiore di 1/3-1/5 a quella parmense. Se Parma ricava dall'agroindustria circa 8.000 miliardi, Modena dovrebbe ricavarne un valore situabile tra i 6.000 ed i 7.000: un valore lievemente superiore a quello stimato dal professor Piccinini.

Alla somma delle attività agroindustriali che si compongono in un contesto tanto significativo, il ceto imprenditoriale che si esprime nell'Associazione agricoltori è cointeressato con ruolo di protagonista. E', anche questa, una realtà che le relazioni successive dei presidenti dell'Associazione sottolineano sistematicamente. A Parma, che si è ricordata per il primato agroalimentare, studi accurati hanno mostrato la genesi dell'industria alimentare nelle attitudini alla diversificazione dell'antico ceto degli affittuari-cascinai, un ceto che a Modena non ha conosciuto fasti equivalenti. Ma se a Modena è stato meno palese, nello sviluppo economico, il ruolo del "mercante di campagna", proprio per questo, forse, è stata più intensa la partecipazione dell'imprenditorialità agraria alla creazione di cooperative di trasformazione, per il latte, il vino e l'ortofrutta, le cui dimensioni conoscono pochi equivalenti nell'agricoltura italiana.

Sfatando il mito dell'individualismo, l'agricoltore borghese è stato, a Modena, dai tempi del primo impegno di Friedmann, attivo cooperatore: un vanto per l'imprenditorialità rurale della Ghirlandina, un titolo di orgoglio per l'Associazione agricoltori, che non riunisce solo proprietari, nè solo coltivatori o allevatori, ma operatori che partecipano, riuniti in solide cooperative, alla prima trasformazione e alla commercializzazione dei propri prodotti. La solidità dell'agricoltura modense può essere individuata, in questi termini, proprio in quel supporto cardinale che costituisce l'elemento di debolezza dell'agricoltura italiana rispetto alle concorrenti europee. Dall'humus di opposizione politica ed economica coltivato da Aristodemo Cerea e da Salesio Schiavi è cresciuto un pollone che si dimostra pronto al trapianto nel grande campo dei confronti europei prima delle plantule alimentate, con influssi meno prepetenti, in tutti i suoli diversi della Penisola.


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