La fame del pianeta. Crescita della popolazione e risorse alimentari

Indice

 

La fame del pianeta. Crescita della popolazione e risorse alimentari

L'equazione del Globo, l'incognita dell'Asia.

La popolazione non si arresta, la biologia accetta la sfida alimentare.

L'errore di Malthus, l'illusione dei critici

Nel sacrario della biologia molecolare.

Il mais, eccezione felice.

Nella competizione per i fattori metabolici

Ecologia tra magia e scienza.

box. 5

Nell'Olimpo dei Nobel

Il futuro si chiama "Resurrection"

Usa: il Congresso pensa a una politica agraria diversa, copiando quella dell'Unione Europea.

Agricoltura assediata nella cittadella europea.

Pretende spazio tra frumento, orzo e mais l'ultimo dei cereali: il triticale.

Curiosità botanica, specie di grande coltura.

Sui campi dei sei continenti 9

Mais, sorgo e cipolle sotto il tropico del Cancro.

Un Ford e sei mule.

Contro i "coyotes", una lotta vana.

Limiti biologici e produttività agraria.

La paglia e il grano.

Un fiore, due cariossidi

L'ingegneria del genoma.

Tra Europa e Asia la grande incognita dei mercati agricoli del Globo.

Un antico colosso granario.

In futuro, esportazioni o importazioni?.

Dopo Seattle, risorse agrarie e produzione di derrate.

Tra gli uomini che combattono sulla frontiera della fame.

L'equazione popolazione - alimenti

Raddoppiare ancora?.

Una grande rete scientifica.

Fame nel mondo: manca il cibo o il denaro per acquistarlo?.

Tra storia e futuribile: dalla prima alla seconda Rivoluzione verde.

L'India invita il professor Borlaug.

Popolazione e alimenti

Disponibilità caloriche e paura genetica.

Bibliografia.

Dove il frumento ha conquistato il premio Nobel

Una storia cinquantennale.

Progettare genomi all'elaboratore.

Le condizioni politiche.

Ingegneria genetica: due filosofie per due agricolture.

Sementi businness, sementi per la fame.

Fare polenta o fare mangimi?.

Selezionare sementi stabili

Non può essere pace su un pianeta popolato da affamati

Pane e percezione storica.

Raddoppiare le produzioni

Resta la genetica?.

Indice.

 

 

L'equazione del Globo, l'incognita dell'Asia

 

Concepiamo, ormai, il futuro dell'agricoltura secondo i patti consacrati dall'antico Gatt: graverebbe sull'umanità lo spettro delle eccedenze, di cui sarebbero responsabili, primi tra gli altri,

i soci dell'Unione europea, che per non ingombrare il mondo dei propri surplus hanno accettato di mettere il freno a tutte le produzioni chiave. Pentiti della colpa capitale, i reprobi hanno persino organizzato una conferenza, la storica riunione di Cork, per giurare di mutare la ragione stessa della produzione agricola, che da attività volta alla produzione di alimenti dovrà convertirsi in cura del bel paesaggio modellato dai nostri nonni. Le verità di cui ci si convince troppo repentinamente debbono essere sottoposte a qualche verifica: per farlo bisogna, forse, riguardare l'album fotografico dell'ultimo round del Gatt. Ci accorgeremmo che chi rappresentava l'Europa, un gentiluomo che, a dimostrare la passione per il paesaggio, sedeva al tavolo negoziale in tenuta da golf, discuteva con il partner americano, un cow boy in stivaloni  e cappellaccio, sotto la minaccia della Colt: senza nessun argomento diverso dalla prepotenza gli Stati Uniti dicevano all'Europa: dovete produrre meno, perché al mondo vogliamo vendere noi. Siccome i membri del circolo del golf non amano, notoriamente, le risse, il nostro gentiluomo si affrettava a firmare, e a correre sui verdi prati di Cork a esercitare lo sport preferito.

Gli americani vogliono vendere al mondo, loro e solo loro: hanno i satelliti e gli analisti della Cia, sanno che nei prossimi venti anni si verificherà la più straordinaria crescita dei consumi alimentari della storia dell'umanità, sanno anche che le pianure del Midwest non basteranno a fare tutto il mais e la soia che saranno richiesti sui mercati mondiali, ma, per l'antica ingordigia del cow boy, non vogliono che quella domanda pensino di soddisfarla anche altri.

A dare un'idea, anche approssimativa, ma inconfutabile della domanda che nei prossimi cinque-dieci anni si manifesterà sui mercati del Globo, è sufficiente un computo elementare: due miliardi e mezzo di asiatici stanno mutando la propria dieta, dal regime della ciotola di riso passando a quello delle tre b: butter, beer, beef, cioè latticini, birra e carne, di bovino, di suino o di pollo. Tre b che si traducono in una c, la c dei cereali: mais , la materia prima della carne e del burro, e orzo, quella della birra. Il progresso economico è arrivato in Asia lentamente, fino a dieci anni fa pareva che Cina, Indonesia e Filippine fossero destinare alla permanenza illimitata nell'emisfero del sottosviluppo, poi la locomotiva dell'industria si è messa a ruggire, e tra i paesi asiatici si è aperta la gara per prodursi in tassi di crescita che superano, negli anni di grazia, valori a due cifre. E a differenza degli europei, arrivati alla ricchezza in duecento anni di industrializzazione, i cittadini dell''Asia per ricchezza intendono soprattutto la disponibilità di carne di maiale, di pollo, di latticini e di birra, tanta birra. Tra le due diete la differenza si misura in chilogrammi di cereali: mentre l'indiano che vive di due ciotole di riso consuma, in un anno, duecento chili di riso, l'americano che vive delle tre b consuma, nello stesso tempo, ottocento chili di mais. Ma mentre per cento chili di mais un europeo non è disposto a lavorare più di mezz'ora, il cinese è disposto a lavorare molto di più: quanto non sapremo fino a quando le due domande non si confronteranno a Chicago.

La differenza in chilogrammi di cereali si converte in quella che si misura in metri quadrati: per produrre la ciotola di riso gli abitanti dell'Asia hanno a disposizione, ciascuno, mille metri di arativo, più una piccola superficie di pascoli per i ruminanti. Dispone di qualche metro di più il Vietnam, di qualcuno di meno la Cina, mentre nei paesi occidentali, dove si imbandiscono le tavole con le tre b, i metri di superficie agraria a disposizione sono tra tremila e seimila, metà di seminativo, ma non sempre sono sufficienti: in Italia, l'esempio che ci è più vicino, ogni cittadino dispone di 3.100 metri di campagna, di cui solo 800 in pianura, tanto che importiamo la produzione di 500 metri di pianura per abitante.

Anche considerando che, con le tecniche più moderne, le derrate necessarie a diffondere in Asia la dieta occidentale possano essere sufficienti 2.000 metri aggiuntivi, purché di buona terra, ai 2,5 miliardi di asiatici che pretendono butter, beer e beef occorrerebbero 500 milioni di ettari, che, malauguratamente, sul Globo non esistono. Tutte le terre arabili della Terra sommano 1.450 milioni di ettari, le pianure irrigue non ne coprono che 240 milioni. Se l'Asia non troverà, sul mercato, quanto vorrebbe, ciò che troverà sarà tutto in America: Usa, Canada, Argentina. In un calcolo cui bastano le dita di una mano la verità che, puntando la pistola, il cow boy americano ha imposto di ignorare al compunto gentiluomo frettoloso di tornare al suo campo di golf.

Terra e vita, n° 44, 8 novembre 1997

 

 

 

La popolazione non si arresta, la biologia accetta la sfida alimentare

 

Varcando il fatidico traguardo del Duemila l'umanità lascia alle proprie spalle il cinquantennio della più straordinaria crescita delle disponibilità alimentari della sua storia millenaria. Tra il 1950 e la fine del secolo la produzione di cereali è pressoché triplicata, da 630 milioni di tonnellate giungendo a superare i 1.800, la produzione di carne è è aumentata, solo dal 1966, da 95 a 227 milioni di tonnellate, le catture della flotta peschereccia mondiale sono aumentata di quasi cinque volte, da 19 milioni di tonnellate raggiungendo i 90. L'entità dell'aumento ha consentito di alimentare la popolazione in irresistibile espansione: nel 1950 il Globo contava 2,5 miliardi di abitanti, nel Duemila ne conterà 6 miliardi. Il radoppio della popolazione ha impedito che le disponibilità maggiori si traducessero in un significativo miglioramento della dieta media: misurato in termini di calorie disponibili giornalmente, il mutamento è consistito nell'aumento delle disponibilità da 2.300 a 2.700 calorie. Duemilasettecento calorie, la media mondiale, sono valore inferiore alla soglia della sufficienza nutrizionale: se la media, valore astratto, è insufficiente, essa non può che nascondere milioni di denutriti. Secondo i computi della Fao, i cittadini del mondo che soffrono di malnutrizione sono ottocento milioni,

 

L'errore di Malthus, l'illusione dei critici

Se l'incremento della popolazione ha corrisposto, sostanzialmente, all'antica, esecrata previsione di Malthus, l'aumento delle disponibilità alimentari ha smentito lo scetticismo dell'economista inglese sulle potenzialità del progresso agricolo. Ripartita, però, tra il numero maggiore di bocche, la maggiore quantità non ha potuto tradursi in un miglioramento sostanziale del quadro mondiale della nutrizione: se Malthus è caduto in errore, quanti hanno proclamato l'inconsistenza delle sue previsioni, professando la fede incondizionata nel progresso agricolo, sono caduti in un errore più grave di quello del religioso inglese.

Siccome è certo, peraltro, che la popolazione del Mondo continuerà a moltiplicarsi, e non è improbabile che nei prossimi 50-60 anni se ne debba registrare il nuovo raddoppio, ogni cittadino del Globo dovrebbe proporsi la domanda se la Terra saprà sfamare la famiglia accresciuta dei suoi abitanti. Siccome la Terra, madre ombrosa, non concede, peraltro, facili risposte a chi la interroghi, la domanda può essere più proficuamente diretta agli studiosi di biologia marina per le proteine del mare, a quelli delle discipline agrarie per le produzioni delle colture e degli allevamenti. Ma i primi sono concordi nel reputare che gli oceani siano già sfruttati al limite delle capacità di rigenerazione, e che accrescere i volumi pescati significherebbe compromettere le capacità produttive dei mari: le speranze di sfamare la popolazione crescente riposano, quindi, nella risposta positiva che gli agronomi possano dare al quesito sulle capacità dell'agricoltura di ripetere, nei prossimi cinquant'anni, il prodigio in cui si è prodotta nei cinquanta che stanno alle nostre spalle. Esaminando il contesto in cui la grande crescita produttiva si è realizzata la domanda si converte in un quesito diverso, il quesito sulle possibilità che l'agricoltura del Pianeta possa avvalersi, nel futuro prossimo, dei tre fattori che le hanno assicurato l'aumento delle produzioni nei decenni recenti: l'aumento dell'uso dei fertilizzanti, la dilatazione delle aree irrigue, le creazioni delle genetica.

Negli ultimi cinque decenni l'impiego di fertilizzanti ha conosciuto un aumento imponente, da 14 milioni di tonnellate giungendo a toccare i 145, le superfici irrigue si sono dilatate su tutti i continenti, da 94 milioni di ettari raggiungendo i 240. Nel laborioso impegno a dissetare la terra dagli albori dell'avventura agraria l'uomo aveva irrigato, cioè, meno di cento milioni di ettari in tremila anni: grazie alle macchine moderne, che consentono di tracciare grandi canali e di opporre ai fiumi immani barriere, in cinque decenni ha conquistato all'acqua una superficie superiore del 150 per cento. E i 240 milioni di ettari sui quali l'acqua corre nei mesi più asciutti sono il perno della produzione agraria del Mondo: in Asia il trapianto manuale consente di ottenere, nelle regioni dal clima più propizio, due, tre raccolti di cereali.

Ma gli agronomi concordano nel riconoscere che impiegare una quantità di concimi maggiore di quella distribuita oggi è, probabilmente, inutile, è certamente dannoso: in tutte le aree dove la vegetazione risponde sistematicamente alla concimazione la distribuzione di fertilizzanti ha toccato livelli tali da avvicinare le produzioni ai massimi fisiologici, e da innescare fenomeni di inquinamento delle falde, la cui gravità sconsiglia di accrescere ulteriormente le dosi. Si potrebbero impiegare, sul Globo, più concimi se si potessero ampliare le aree irrigue, dove il fertilizzante è il complemento naturale dell'acqua, ma il secondo dei fattori chiave dell'incremento della produzione soggiace a limiti ancora più rigidi del primo: sul Globo non esistono più grandi pianure dove deviare fiumi equatoriali. Nuovi progetti esistono, ma i risultati di realizzazioni recenti sconsiglia, per la gravità delle conseguenze ecologiche, dal tradurli in realtà. E se anche qualche progetto di dimensioni minori continua ad estendere le aree irrigue, il progresso urbano e industriale sta erodendo, su scala planetaria, le superfici irrigate ad un ritmo che esclude che realizzazioni inferiori possano restituire alla somma algebrica valori positivi.

Ma se dei tre fattori del progresso agricolo recente due debbono ritenersi neutralizzati da limiti insuperabili, è sul terzo, la genetica, che si concentrano, necessariamente, le speranze di progresso, ed è sulle potenzialità future della genetica che ci si deve interrogare per rispondere ai quesiti sulla capacità della Terra di sostenere una popolazione maggiore. Siccome, peraltro, la genetica ha operato, in passato, in un contesto sinergico, componendosi all'incremento dell'uso di fertilizzanti e all'estendimento delle aree irrigue, tutti i quesiti sul futuro delle produzioni alimentari si riassumono nel domandare se la genetica potrà riuscire da sola, domani, a perpetuare il prodigio in cui è si è prodotta, ieri, unendo i propri effetti a quelli di forze non meno potenti.

 

Nel sacrario della biologia molecolare

Avevo proposto la domanda a Francesco Salamini, lo studioso italiano che dirige, a Colonia, la sezione di biologia molecolare del prestigioso istituto Max Planck, uno dei più dinamici centri scientifici di tutti i paesi dell'Occidente, al termine della relazione che sul miglioramento delle piante Salamini svolgeva, all'inizio dell'estate, all'Accademia dei Georgofili, ma la fretta imposta da uno sciopero di macchinisti non ci consentiva di dispiegare il confronto in proporzione alla vastità del tema. Colgo, quindi, l'occasione di un invito di Salamini a Colonia per riproporgli, nel sacrario della biologia immerso, nel tardo autunno, tra olmi e ippocastani vermigli, la domanda che dovrebbe costituire un rovello per ogni cittadino del Pianeta.

Attraverso la selezione e l'ibridazione la genetica tradizionale ha realizzato, esordisce Salamini, risultati straordinari: la produzione di frumento è cresciuta, in quarant'anni, da 50 a 450 grammi per metro quadrato, un balzo imponente, ma con quelle procedure la strada verso nuove conquiste pare, per piante di rilievo capitale, una strada chiusa. Tanto per il frumento quanto per il riso, rileva il mio interlocutore, tutte le conquiste del passato sono state raggiunte indirizzando, nell'organismo vegetale, i prodotti della fotosintesi a trasformarsi in amido nelle cariossidi invece che a convertirsi  in cellulosa negli organi vegetativi. La massa di carboidrati prodotti su ogni unità di superficie non è mutata: è cambiato l'harvest index, non il valore della biomassa. A parità di condizioni di fertilità,  cioè, l'entità della massa vegetale prodotta dalle più moderne creature della selezione non è diversa da quella degli ecotipi della tradizione: una pianta moderna è piccola e compatta, non dispone che dell'apparato epigeo indispensabile per sorreggere la spiga, dove dirige il 55 per cento dei carboidrati che sintetizza, ma la massa totale che produce, radice, stelo e spiga, corrisponde perfettamente a quella di un vecchio frumento, o di un vecchio riso, che innalzavano un'esile spiga a centottanta centimetri dal suolo. Perché riso e frumento possano produrre di più bisogna immaginare piante diverse, ribadisce Salamini, nelle quali i rapporti tra apparato vegetativo e apparato riproduttivo siano radicalmente diversi, quelle piante di cui il Cimmyt, l'istituto internazionale di genetica del frumento, sta cercando di immaginare i prototipi tra i propri campi sperimentali in Messico, di cui l'Irri, l'istituto corrispondente per il riso, si propone di ideare il modello nei propri laboratori nelle Filippine.

 

Il mais, eccezione felice

Gli studiosi di genetica riconoscono, annoto, la verità del rilievo degli osservatori della scena agronomica che constatano, da qualche anno, l'affievolirsi dell'impulso che sospingeva le rese dei cereali, negli anni '70 e '80, a nuove incessanti conquiste? Se per riso e grano il rilievo corrisponde, probabilmente, al raggiungimento di limiti biologici obiettivi, non si può mancare di rilevare la situazione radicalmente diversa per il terzo cereale che ricolma i silos del Globo, ribatte Salamini, il mais. A differenza, infatti, di riso e frumento, il mais offre, da decenni, incrementi costanti di resa senza modificare l'harvest index, cioè il rapporto tra apparato vegetativo e apparato riproduttivo, che resta fisso a valori equivalenti al 50 per cento: per il mais ogni aumento di produzione è un aumento della massa vegetale prodotta, gli aumenti di produzione sono stabili, attorno ad una tonnellata di granella ogni dieci anni, e non v'è nessun segno che induca a ritenere che la curva ascendente sia prossima all'apice.

Ma se per due piante capitali la genetica tradizionale pare essersi avvicinata a limiti naturali di difficile superamento, per sospingere le rese di quelle piante la nuova genetica, quella che manipola il genoma creando, con l'addizione di geni prelevati da organismi diversi, piante che non esistevano in natura, non pare, rilevo, avere ancora offerto alcun contributo: le creature della manipolazione propongono vantaggi significativi per l'economia colturale, non pare siano in grado di forzare i limiti produttivi che l'umanità dovrà infrangere per alimentare i propri membri in incessante aumento. La nuova genetica non ha ancora proposto organismi più produttivi di quelli apprestati dalle metodologie tradizionali, riconosce Salamini, ma sta conseguendo traguardi fondamentali nella difesa delle piante coltivate degli organismi che nei loro confronti manifestano un potere di competizione che si traduce nella sottrazione di luce, acqua, elementi minerali, contenendo, quindi, la produzione di sostanza organica, o che si appropriano della materia organica non ancora trasformata in derrate: i virus, i funghi patogeni, gli insetti e le piante infestanti.

 

Nella competizione per i fattori metabolici

La decurtazione che i raccolti mondiali subiscono a ragione di quella concorrenza è imponente, insiste Salamini: seppure le stime non possano avere la precisione di un dato produttivo, è stato supposto che la produzione mondiale di riso sia tributaria del 50 per cento della propria entità ai concorrenti, circa il 15 per cento ai fughi patogeni, il 20 per cento ai parassiti animali, in primo luogo gli insetti, il 15 per cento alle malerbe. Sarebbero un poco inferiori ai danni inferti al riso quelli subiti dal frumento, che corrisponderebbero al 35 per cento dei raccolti, e quelli registrati dal mais, equivalenti al 38 per cento. Seppure costituente beneficio indiretto, il contributo che le creature della manipolazione genetica resistenti alla competizione potrebbero fornire all'aumento delle produzioni sarebbe un contributo ingente, ribadisce il mio interlocutore, che aggiunge che al vantaggio produttivo sarebbero associati un frequente risparmio economico e cospicui benefici ambientali. Il primo deriverebbe dalla riduzione delle irrorazioni di antiparassitari che conseguirebbe alla resistenza degli organismi coltivati ai competitori, quella riduzione di impiego di formulati chimici che sostanzierebbe la somma dei benefici "ecologici "delle biotecnologie.

Assumiamo ad esempio la coltura di un mais "manipolato", suggerisce il mio interlocutore, cui un gene consenta di demolire la molecola del glyphosate, un tipico diserbante "totale",  cui un altro gene consenta, con la sintesi delle tossine del Bacillus thuringiensis, di resistere agli insetti. Un diserbante selettivo, per il mais come per qualunque altra pianta, deve essere scelto tra cento condizionamenti, e sarà difficilmente una molecola degradabile, mentre un diserbante totale può essere scelto con una libertà molto maggiore, e si potrà scegliere una molecola facilmente degradabile: il glyphosate viene attaccato dai batteri del suolo come una molecola di zucchero. Essendo molecola estranea al metabolismo delle piante sarà difficile che le infestanti possano acquisire la resistenza: l'agrotecnica per il mais resistente potrà perdurare, quindi un numero cospicuo di anni.

 

Ecologia tra magia e scienza

Ma anche la resistenza che il nostro mais ha acquisito contro gli insetti più dannosi, pensiamo alla piralide, sarà peculiarità duratura, prosegue Salamini: gli insetti nocivi svilupperanno, infatti, nei campi di mais, qualche mutante resistente, ma sarà sufficiente coltivare, ogni cento ettari di mais manipolato, un ettaro di mais tradizionale, perché le farfalle infeste vi si riproducano in quantità tale da diffondersi su tutto il  mais resistente, dove non possono provocare danni. Le farfalle che esonderanno dal mais tradizionale saranno caratterizzate dall'antica sensibilità alla tossina, e accoppiandosi con le farfalle mutate, meno numerose, impediranno che si formi una popolazione omozigote resistente, quindi capace di radicarsi e di annullare gli effetti della modificazione genetica. Si sarà salvata una quota ingente della produzione di mais senza irrorare un litro di insetticida: la rivoluzione della biotecnologia è la vera rivoluzione dell'ecologia, sottolinea Salamini: impiego una molecola tossica già esistente in natura, siccome è stata identificata tra i prodotti dell'attività biologica di un battere, rimetto al mais il suo impiego, non altero la consistenza delle popolazioni naturali di patogeni, cui impedisco, però, di operare qualunque danno sulle colture.

Curiosamente, il mio interlocutore mi fissa amaramente ironico, l'opposizione alla biotecnologia si è manifestata più radicale proprio dagli ambienti di fede ecologica, che in Germania sono giunti a distruggere campi sperimentali e a disporre bombe negli istituti di ricerca. Ma come è sorta, ed è esplosa, l'opposizione pare essersi smorzata, in Germania, all'apparizione di alcuni articoli ispirati da una nuova attenzione su alcuni dei giornali che orientano l'opinone "progressista".  Seppure dichiari di ispirarsi alla scienza, la fede ecologicistica è fenomeno che sfugge alle capacità di comprensione di uno scienziato: autorità eminente nella sfera internazionale della biologia molecolare, il mio interlocutore non riesce a comprendere come l'articolo di un giornale, qualunque possa esserne l'ascendente, possa placare l'ansia di migliaia di spiriti tormentati dai pericoli degli organismi "transgenici". Ma, incapaci di riconoscere l'evidenza sperimentale, gli adepti deil credo "ecologico"si rimettono al potere di chi, nel coro dell'informazione, ha la forza di imporre la propria musica: nella società della scienza e dell'informazione,chi della prima ignora le regole deve affidarsi allo stregone del villaggio consacrato dalle leggi impietose della seconda.

 

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Nell'Olimpo dei Nobel

L'istituto Max Planck fu fondato nel 1911 dal kaiser Guglielmo per favorire i ricercatori che volessero dedicarsi alle proprie indagini liberi dai vincoli dell'insegnamento. Nel 1945 fu soppresso dagli Alleati per il contributo prestato agli studi voluti dal III Reich, ma l'anno successivo  fu riaperto dal Governo federale. Consta di 72 sezioni, in cui operano 14.000 persone, di cui 6.000 ricercatori, e conta su un bilancio di 1,82 miliardi di marchi. Gli sperimentatori del Max Planck sono stati insigniti di più di 35 premi Nobel. L'organismo di Colonia che si dedica alla biologia molecolare delle piante era stato ideato come centro di miglioramento genetico, ed aveva sede all'Est. Ricreato all'Ovest, e reputato operante su un terreno troppo direttamente applicativo, nel 1978 veniva affidato a Joseph Schell, l'ideatore delle tecniche per il trasferimento dei geni in vitro, e radicalmente ristrutturato. E' diviso in quattro sezioni, in cui operano, complessivamente, 370 persone, di cui 160 ricercatori, e conta su un bilancio di 35 milioni di marchi.

 

 

Il futuro si chiama "Resurrection"

Il prof. Salamini dirige il lavoro di una delle equipe dell'istituto alla ricerca dei meccanismi genetici che consentono al Craterostigma plantagineum, una piccola pianta dei deserti africani che assomiglia vagamente alla "violetta indiana" che acquistiamo dal fioraio, di disseccare, nei periodi di siccità, riducendo il contenuto igroscopico all'1 per cento, e di rinverdire, in meno di un giorno, dopo la pioggia successiva. Essiccatela e chiudetela in un libro: se la biblioteca sarà umida la vedrete emergere dallo scaffale con foglie e fiori: per questo i ricercatori che la studiano la chiamano, con affetto, "Resurrection". La scoperta del suo meccanismo genetico consentirebbe, secondo Salamini, di approntare nuove varietà di cereali e foraggi per le regioni desertiche. Le indagini compiute fino ad ora hanno rivelato che le proteine della membrana cellulare di "Resurrection" assomigliano più a quelle dei semi che a quelle degli organi vegetativi delle altre piante, e che la specie ha un metabolismo degli zuccheri affatto peculiare. Fare rinverdire il Sahara: un obiettivo che varrebbe il Nobel più meritato all'istituto di Colonia e al suo direttore.

 

Terra e vita, n° 5, 7 febbraio 1998

 

 

 

Usa: il Congresso pensa a una politica agraria diversa, copiando quella dell'Unione Europea

 

Meraviglia, perplessità, persino incredulità, le sensazioni che hanno colto l'ascoltatore all'illustrazione dei temi di politica agraria in discussione al Congresso degli Stati Uniti, proposta con lucidità da una signora americana, Jean Yavis Jones, capo dello staff degli esperti di legislazione agraria del Congresso di Washington, all'Accademia nazionale di agricoltura, salutata dal presidente Cavazza e presentata dal professor Galizzi.

La ragione della sorpresa, l'enunciazione di una serie di valutazioni e di propositi che chi ha conosciuto, anche meno superficialmente, la politica agricola Usa negli anni scorsi ha sempre reputato estranei alle preoccupazioni dell'Amministrazione americana, che non ha mai nascosto l'obiettivo di sospingere il primo sistema agrario del mondo verso un'efficienza sempre maggiore, compiacendosi che le aziende più grandi  continuassero a divorare le più piccole, convertendosi in complessi sempre più imponenti, i complessi cui l'Amministrazione affidava il compito di quelle produzioni ingenti ai costi più contenuti da imporre, con brutalità negoziale, sui mercati di tutto il mondo per accrescere le entrate dell'export agricolo tanto importanti a compensare le uscite valutarie di un'economia che acquista sul mercato mondiale una quantità prodigiosa di beni e servizi.

La percezione delle preoccupazioni agrarie dei congressmen che ha offerto al suo uditorio la signora Jones ha presentato note in vibrante contrasto con l'idea consolidata della filosofia agraria del governo americano. E con la franchezza che è virtù eminente dell'anima americana, una virtù che compensa più di uno dei vizi cui si compone, la signora Jones non ha mancato di fare capire la ragione eminente delle preoccupazioni dei deputati che siedono a Washington, che è una ragione elettorale. In un paese in cui ad esercitare il diritto di voto è, sistematicamente, una frazione minore della popolazione, gli agricoltori, depositari del retaggio dell'antica democrazia dei pionieri, elettori diligenti, detengono un peso assai superiore a quello che attribuirebbe loro il numero, il numero di una frazione della nazione che non supera il 2-3 per cento della popolazione complessiva. La franchezza della signora Jones non è giunta a ricordare, ma può sopperire il cronista, che la delimitazione dei collegi elettorali fu disegnata, in passato, con l'intento precipuo di esaltare il valore del voto rurale. Poche migliaia di agricoltori della regione dei Laghi costituiscono, per la tradizionale compattezza, l'ago della bilancia per l'elezione dei rappresentati di collegi elettorali dello stato di New York nei quali esercitano il diritto di voto milioni di abitanti della maggiore conurbazione americana.

Per un membro del Congresso la chiusura di dieci aziende agricole nel proprio collegio può costituire, ha riconosciuto la gentile signora americana, un'obiettiva ragione di ansietà: dieci aziende agricole che chiudono non significano, infatti, solo dieci famiglie che lasciano la terra per la periferia di Chicago o di San Francisco, significano difficoltà economiche per i bottegai del paese, la perdita di dieci clienti per il concessionario dei trattori e per l'agente della società sementiera, la chiusura, per mancanza del numero minimo, della scuola del villaggio, significano, cioè, una ragione di malessere per un'intera comunità, che non mancherà di imputare il proprio disagio a chi la rappresenta a Washington. Dieci agricoltori che abbandonano la terra possono tradursi, per il congressman di un'area rurale, nel crudo imperativo, alle prossime elezioni, di abbandonare il seggio dorato nel più prestigioso parlamento del mondo.

Preoccupazioni sostanzialmente analoghe, quindi, quelle dei parlamentari americani, a quelle dei deputati italiani che pretendono misure per ravvivare l'attività economica nei comuni dell'Appennino pistoiese o delle Crete senesi, dei deputati francesi che si battono per non vedere morire i villaggi del Massif Céntral, di quelli inglesi preoccupati che i Midlands non si convertano in deserto. Preoccupazioni che hanno indotto il Parlamento Usa, l'anno scorso, al varo di imponenti stanziamenti a sostegno del reddito degli agricoltori, che stanno animando una nobile gara, in tempi di prossime elezioni, tra Congresso e Presidente a farsi amici, con miloni di dollari di erogazioni, gli elettori che vestono tuta e berretto con visiera tipici del farmer americano

Il fallimento di Seattle ha segnato,  pare avere riconosciuto, implicitamente, la signora Jones, uno scacco oltremodo grave per la strategia agricola americana, da vent'anni impegnata in un attacco senza tregue delle protezioni agricole dell'Unione europea, alla quale l'aggressività Usa ha imposto di ridisegnare radicalmente la propria politica agraria. Nel 1992 Ray Mac Sharry inventò una politica agricola nuova, l'Europa si impose lo sforzo di mutare regole consacrate da tre decenni, frutto di equilibri politici tanto delicati da apparire immodificabili, scrisse regole nuove, superando tutte le difficoltà, permettendo la conclusione dei negoziati Gatt a Marrakesch e la costituzione dell'organismo nuovo, il Wto, la creatura che avrebbe dovuto sancire il trionfo dei prodotti agricoli Usa su tutto il globo. Ma, mutate le regole, l'Europa ha continuato a tutelare, con mezzi diversi, quell'economia rurale che non intende sacrificare sull'altare del libero scambio, gli Stati Uniti hanno verificato che accrescere la penetrazione dei propri prodotti nell'Antico Continente è obiettivo possibile, trasformarne il flusso in valanga non lo è altrettanto. Hanno constatato, insieme, che ci sono paesi, dove i costi della manodopera sono inferiori ai loro, che, nel nuovo ordine degli scambi mondiali, possono minacciare seriamente settori vitali dell'agricoltura americana. La signora Jones ha lasciato trapelare, ad esempio, lo sgomento per importazioni di carne e bestiame dal Messico a prezzi tali da minacciare l'equilibrio della zootecnia americana, da un secolo la più efficiente del globo.

Durante il dibattito, che la relazione di Jean Yavis Jones ha acceso vivace e penetrante, qualcuno ha rilevato che la filosofia agraria americana che fu incarnata, negli anni dei rialzi senza precedenti dei prezzi dell'età di Nixon , dal ministro Butz, la filosofia dell'efficienza senza vincoli, limiti, contrappesi, dimostrò le proprie conseguenze sociali nella crisi dei prezzi che travolse l'agricoltura americana a metà degli anni '80, quando più di un agricoltore di cui una banca stava per vendere all'asta la terra si sparò, piuttosto di lasciare quella terra, con il Winchester del nonno. La stessa filosofia applicata all'Europa avrebbe fatto, è stato notato, di regioni naturalmente povere, quali il Chianti e le Langhe, o le vallate del Trentino, dove vite e melo alimentano, grazie ad una lungimirante politica di sostegno, la più florida economia rurale, sconfinate boscaglie a disposizione di cinghiali e caprioli. Oggi lo riconosce anche il Parlamento americano, ha assicurato la signora Jones: tutelare, in una società industriale, la vitalità economica delle aree rurali è un obiettivo di civiltà. In America sondaggi attendibili hanno dimostrato che l'abitante delle città accetta volentieri che lo Stato investa il denaro della collettività nel sostegno della vita economica della campagna, purché, ha precisato, quel denaro venga ripartito tra le borse dei piccoli imprenditori agricoli, non venga fagocitato da poche grandi aziende i cui introiti non sono garanzia di vitalità del contesto rurale. Un problema "europeo".

Ma se la relatrice ha attestato un'inattesa comprensione dei legislatori americani per le ragioni della politica agraria dell'Unione eropea, e persino il proposito di imitarne alcune formule, non ha mancato di proporre un elemento ulteriore di interesse sottolineando l'attenzione statunitense per l'apertura di un altro grande mercato, quello cinese, il mercato sul quale si sta realizzando la conversione di un miliardo di uomini dalla più primitiva economia di villaggio ad una nuova economia dei consumi. Un miliardo di uomini che desidera mutare la dieta della ciotola di riso nella dieta delle tre b: beer, butter, beef, che significa cereali trasformati in birra, cereali trasformati in latticini, cereali trasformati in carne di pollo, di vitello e di maiale. Un popolo che muta regime economico getta tutto il denaro che guadagna, lo prova l'esperienza italiana, nei cibi agognati per generazioni e ora a portata di mano, ma per produrre i cereali da trasformare in birra, burro e carne i cinesi mancano delle superfici necessarie, il decimo di ettaro di superficie arabile di cui dispone, statisticamente, ogni cittadino dell'antico Celeste Impero è insufficiente alla loro produzione. Per mutare dieta i cinesi debbono acquistare da chi ha tanta superficie disponibile più di loro, in primo luogo dagli Stati Uniti, il paese del globo che vanta il rapporto più favorevole tra superficie agraria, clima e popolazione. Durante il dibattito seguito alla relazione, all'Accademia di agricoltura è stata avanzata l'ipotesi che la Cina possa acquistare, nei prossimi anni, 20 milioni di tonnellate di cereali all'anno, un decimo del volume negoziato sul globo. Analisti attendibili suggeriscono che tra due, tre lustri, quella quantità potrebbe raggiungere i 200 milioni di tonnellate, l'equivalente al commercio mondiale. Un affare astronomico.

Pace, quindi, tra le sponde dell'Atlantico, per dirigere le energie negoziali oltre il Pacifico? Per la signora Jones non si può dimenticare l'importanza attuale del mercato europeo per inseguire quella potenziale del mercato asiatico, ma la sua relazione prova che da Washington si guarda oltre i limiti del business di oggi, e oltre i relitti dello scontro di Seattle. Un rilievo che imporrebbe anche a Bruxelles di guardare oltre gli orizzonti di Agenda 2000, un testo concepito in funzione del contenzioso con gli Stati Uniti, fondato sulla certezza che nessun mercato nuovo si aprirà mai a modificare le prospettive del commercio cerealicolo. Il 2000 sta correndo, l'agenda concepita mirando al suo traguardo è, forse, già vecchia. Come a Washington, sarebbe forse opportuno che anche i collaboratori dell'illustre professor Prodi si cimentassero nel confronto con la realtà che cambia.

 

AGRIculture, n° 3, maggio giugno 2000

 

 

Agricoltura assediata nella cittadella europea

 

Usando un computer collegato ad Internet il produttore di qualunque bene operante in qualunque paese del globo può, teoricamente, entrare in contatto diretto con il consumatore di qualsiasi altro paese del mondo. Il mercato globale è una realtà, una realtà che avanza irresistibile

creando formule nuove di scambio con una rapidità che precede ogni sforzo di concettualizzazione. Le nazioni del mondo si stanno trasformando in un'unica società con un'unica piazza del mercato, dove tutti possono esporre e acquistare. Come tutte le rivoluzioni economiche della storia, anche questa sta provocando conseguenze politiche di portata capitale: le società si avvicinano e si confrontano, riconoscono analogie e peculiarità, si scoprono sempre più interdipendenti. Opporsi alle conseguenze politiche della grande unificazione economica è possibile solo evocando spettri paurosi: quello del razzismo, quello del nazionalismo, gli spettri che risvegliano nei popoli i sentimenti della contrapposizione, del confronto ideale e militare. La ragione impone di accettare il grande processo in corso, di gestirlo, di dirigerlo, lo sforzo in cui sono impegnate le nazioni e le istituzioni internazionali protese a identificare le formule politiche per dare corpo alle nuove istanze economiche. Contro la ragione, a quel processo si oppongono i rigurgiti di odio nazionalistico che insanguinano tante regioni del mondo, dove la storia, che pretende di svilupparsi sulla strada della collaborazione, si arresta davanti alle ultime barricate dello spirito di contrapposizione e di sopraffazione. Ma è interesse dell'umanità che quelle barricate siano abbattute, dovunque sorgano, più presto possibile.

E' stato proponendo i caposaldi di una filosofia geopolitica ispirata all'intensificazione degli scambi nel segno della cooperazione che Renato Ruggiero, ambasciatore, ministro, direttore generale, per quattro anni, della World Trade Organization, ha svolto, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, la prolusione inaugurale del 247mo anno di attività dell'Accademia fiorentina dei Georgofili.

Perorando con calore la causa della libertà degli scambi, che ha ricordato essere stata coraggiosamente propugnata, nel quadro dell'Europa del Settecento, dai primi associati dell'Accademia fiorentina, Ruggiero ha mostrato di non essere sfiorato da un dubbio solo sulla necessità di assecondare il processo economico che si sviluppa tumultuoso: seppure non abbia potuto disegnare il quadro degli assetti del globo che ne potrà derivare, un quadro in cui i rapporti tra i popoli potranno risultare alquanto diversi da quelli che siamo adusi considerare, ha ripetuto che opporsi all'ampliamento dei mercati equivarrebbe a voler arrestare il moto di progresso dell'economia del globo, a voler soffocare le aspirazioni dei popoli emergenti a partecipare alla produzione e agli scambi, a voler contrastare la domanda universale di partecipazione e di integrazione Quel processo deve essere compreso e governato, ha ribadito, perseguendo la definizione di nuovi valori fondanti dei rapporti internazionali, ed enucleando una dottrina nuova della sovranità politica, che non può essere concepita, oggi, come lo era cento anni addietro, quando un paese poteva reputarsi entità obiettivamente autonoma, siccome la sua economia non dipendeva dagli scambi che per una quota marginale. Nel quadro nuovo una crisi delle borse asiatiche si trasmette a tutta l'economia mondiale: può proclamare la propria assoluta sovranità la nazione di cui il sommovimento del mercato delle materie prime originato in paesi lontani può brutalmente minacciare il benessere?

Bisogna, quindi, assecondare il grande moto mercantile. E' nella logica di questo imperativo che Ruggiero ha sottolineato che il contenzioso aperto, a Seattle, tra l'Unione europea e la folla di paesi che pretendono lo smantellamento dei sostegni che essa assicura alla propria agricoltura deve essere composto. L'Europa è isolata, ha ripetuto, nel quadro degli equilibri mondiali quell'isolamento non è sostenibile a lungo, l'Europa deve negoziare. Ruggiero non lo ha affermato esplicitamente, ma tutti i presupposti della sua argomentazione conducevano a ritenere che l'Europa debba, secondo l'ambasciatore italiano, trattare con la disponibilità a cedere, pronta a rinunciare, quindi, in misura minore o maggiore, alla protezione della propria agricoltura, a lasciare che il proprio mercato interno lo conquistino le derrate dei continenti diversi.

Per ottemperare agli imperativi storici dell'ampliamento degli scambi l'Europa dovrebbe, quindi, produrre meno cereali, carne e latticini, soddisfare una quota maggiore dei propri bisogni sui mercati internazionali. Ma quanto cedere? Quanto comprare? La prolusione di Renato Ruggiero si è arrestata dopo avere suggerito interrogativi cui è inquietante cercare risposta. E' certo, infatti, che ridotti i sussidi alla produzione interna, alla tornata negoziale successiva si scatenerebbe la nuova pretesa di  riduzioni ulteriori. L'Unione europea costituisce, ormai, il maggiore mercato di consumo del globo: un mercato imponente, ricco, solvibile. Qualsiasi concessione si offra a chi vi cerca spazio, essa non sarà reputata che conquista transitoria, da estendere e ampliare appena realizzata. E paradossalmente molti dei paesi che pretendono di vendere all'Europa frutta, primizie, vini e carni guardano all'Europa perché sui propri mercati interni milioni di consumatori non sono in grado di pagare quello che il paese produce, ma vende a consumatori più ricchi. Sfruttando le opportunità di prezzi della manodopera che non consentiranno mai a quella manodopera di acquistare quanto produce. E' stata una delle obiezioni dell'Unione europea nella trattativa naufragata a Seattle.

Non pare obiezione tale da poter essere ignorata. Nel grande processo economico che rimodella gli scambi mondiali plasmando equilibri che ancora non sappiamo prefigurare è, senza dubbio, come sottolinea Ruggiero, arduo sostenere l'isolamento contro tutto il mondo coalizzato. Ma se, a motivare quell'isolamento, sussiste un'obiezione che gli avversari rifiutano di discutere perchè non possono demolirne la cogenza, prima di cedere non è forse irragionevole fare di quell'obiezione lo scudo di una paziente, sagace difesa.

AGRIculture, n° 3, maggio-giugno 2000

 

 

Pretende spazio tra frumento, orzo e mais l'ultimo dei cereali: il triticale

 

Nato in Scozia, nel 1875, come frutto di esperimenti botanici, il primo ibrido tra il frumento e la segale non era fertile. Creò un ibrido fertile, tredici anni più tardi, il tedeco Rimpau, ma la vita agronomica del nuovo cereale ebbe inizio quando la stazione sperimentale sovietica di Saratov ottenne, casualmente, migliaia di ceppi. Fu solo nel 1935 che la nuova pianta ebbe un nome: Tschermak la chiamò Triticale. E' rimasta, fino agli anni Sessanta, una curiosità botanica, poi i genetisti ne hanno scoperto le potenzialità, e oggi assicurano che può costituire una carta vincente nell'impegno a fornire piante nuove per affrontare, sui suoli più avari, la sfida alimentare.

 

Sono venuto a visitare il Cimmyt, sull'Altopiano messicano, per conoscere le nuove frontiere della selezione del frumento e del mais, ma tra le conversazioni sul frumento e sul mais sono condotto ad esplorare gli spazi che sta guadagnando, grazie al proprio vigore, una specie nuova della famiglia dei cereali, l'unica creata dall'uomo dall'inizio del suo dominio consapevole sulle piante, l'ibrido tra il frumento e la segale che un genetista degli anni Trenta, Tschermak, ha suggerito di chiamare Triticale. A illustrarmi i meriti della pianta, ed i successi della sua coltivazione, è il ricercatore danese che dirige, nell'istituto internazionale, gli studi sulla pianta, Arne Hede.

 

Curiosità botanica, specie di grande coltura

Il primo incrocio tra frumento e segale osservato da un botanico occorse in Scozia nel 1875, e fu registrato da Wilson: risultò sterile. Nel 1888 il tedesco Rimpau potè osservare, invece, la costituzione di un ibrido fertile. Ma la storia della nuova pianta sarebbe iniziata, nel 1918, nella stazione sovietica di Saratov, nei cui campi sperimentali apparvero, spontanemente, migliaia di ibridi, che sarebbero risultati fertili. Nel 1937, quindi, il francese Givaudon dimostrò la possibilità di facilitare l'ottenimento di linee fertili con l'impiego della colchichina, la sostanza che induce il raddoppio del numero dei cromosomi. Dopo la stasi imposta dalla guerra, intense ricerche sulla nuova specie, con la costituzione di nuove varietà, ebbero inizio negli Stati Uniti, in Spagna, in Ungheria e in Canada.

Il frumento comprende generi diploidi, tetraploidi ed esaploidi, la segale è esclusivamente diploide: secondo il genere di frumento impiegato nell'ibridazione, il triticale può essere diplode, tetraploide o esaploide, può contenere, cioè. due, tre o quattro corredi cromosomici del frumento, e due della segale. L'altissimo numero delle possibilità genetiche dischiude un immenso spazio alla variabilità della pianta, di cui la genetica ha appena iniziato ad esplorare le potenzialità, mi spiega Hede, che aggiunge che il triticale è stato ritenuto una mera curiosità botanica fino a quando si è cercato di impiegarlo agli scopi per i quali sono usati il grano e la segale, a fare pane. Ma per la costituzione delle sue proteine il triticale non consente l'azione del lievito, non fermenta, non è in grado, quindi, di trasformarsi in pane. Fu quando, spiega il mio interlocutore, si scoprì che il nuovo cereale poteva essere impiegato a fini diversi che il triticale iniziò la propria marcia di conquista degli spazi della cerealicoltura mondiale.

A suggerire che quella marcia possa essere una marcia trionfale il triticale propone  una serie di caratteristiche favorevoli, continua Hede: la grande adattabilità ai suoli marginali, in specie a quelli acidi, che gli deriva dalla segale, l'ottima composizione delle sue proteine, che ne fa un eccellente cereale mangimistico, poi, ancora, la buona qualità pastaria dei triticali derivati dal frumento duro, di cui può considerarsi un competitore diretto. Potrebbe rivelarsi l'arma per produrre, in tutte le regioni in cui la coltura del frumento incontra limiti invalicabili nella povertà dei suoli, quantità ingenti di grano utilizzabile tanto per l'alimentazione umana quanto per quella animale.

 

Sui campi dei sei continenti

Il triticale è entrato come protagonista nei programmi di lavoro del Cimmyt quando, nel 1964, l'istituto messicano siglava un accordo per lo studio della pianta con l'Università del Manitoba. L'impegno era coronato dal primo successo nel 1968, quando nelle parcelle sperimentali della stazione del Cimmyt a Ciano appariva un ibrido di cui le prove successive verificavano le precipue doti culturali. Sarebbe stato chiamato Armadillo. Nel 1974 iniziavano, in  regioni diverse del mondo, tutte caratterizzate da suoli poveri, prove comparative sulla produttività del grano e del triticale, che vinceva l'avversario in più di una parcella. In Marocco, mi spiega lo sperimentatore danese, la nuova specie ha superato, sugli stessi suoli, frumento duro e orzo registrando vantaggi del 20 per cento.

Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta l'intensificazione del lavoro di costituzione ha condotto al miglioramento di tutti i parametri agronomici della specie: la comparazione dei tre migliori triticali dei due periodi rivela che l'altezza della pianta è stata abbassata da 150 a 130 centimetri, che il ciclo vegetativo è stato accorciato da 150 a 130 giorni, la produzione di biomassa è salita da 120 a 140 chilogrammi al giorno, la sua entità alla raccolta da 16 a 18 tonnellate per ettaro, il prodotto in cariossidi da 6 a 8. Il reincrocio di triticali di prima generazione con linee di frumento panificabile ha consentito persino di ottenere  triticali il cui glutine permette l'attività fermentativa del lievito, dai quali si può ottenere, quindi, farina da pane. Comparando le produzioni degli ultimi triticali con quelle delle linee costituite nel primo periodo di serio impegno genetico, si verifica l'aumento del potenziale produttivo dalle 2,4 tonnellate per ettaro della varietà Bronco, creata nel 1968, alle 4,4 di Yoreme, creata nel 1970, alle 6,2 dell'Arm X 308, costituita nel 1973, alle 7,5 del Beagle, del 1975, fino alle 9,7 del Susi 2, del 1992. Ma il potenziale teorico è ancora superiore, mi spiega Hede: sperimentalmente la meta sono, oggi, le 12 tonnellate.

I risultati dell'opera di costituzione stanno diffondendo la coltura in tutto il mondo, conclude il mio interlocutore: nel 1986 si stimava che si coltivassero al mondo1,075 milioni di ettari, di cui 300.000 in Francia, 100.000 in Polonia, 250.000 in Unione Sovietica, nel 1992 si stimava che la coltura si fosse dilatata a 2,467 milioni di ettari, di cui 659.000 in Polonia, 500.000 nell'ex Unione Sovietica, 207.000 in Germania, 180.000 negli Stati Uniti. Solo la Francia ha drasticamente ridotto la superficie. E le rilevazioni più recenti inducono a ritenere che il triticale abbia guadagnato ancora terreno, sostituendo i concorrenti dove le condizioni pedologiche sfavorevoli gli assicurino un vantaggio comparativo, quel vantaggio sul quale può contare per imporsi tra i grandi cereali che assicurano l'approvvigionamento del Globo.

 

Molini d’Italia, LI, n° /, luglio 2000

 

Mais, sorgo e cipolle sotto il tropico del Cancro

 

Visita all'azienda di un giovane agricoltore delle campagne di Celaya. Coltiva cereali e ortaggi, in successione continua, grazie all'acqua di un pozzo che gli consente di irrigare tutti i cinquanta ettari. Ha un trattore nuovo, ma per le operazioni minori preferisce i muli. Le sue produzioni sono elevate, e la qualità eccellente, ma del guadagno si appropriano i "coyotes", i negozianti senza frontiera che comprano per vendere nelle grandi città o negli Stati Uniti.

 

Lasciati i lindi uffici delle istituzioni agrarie della capitale, abbandono Celaya insieme a Benjamin Medina Maldonado, responsabile del gruppo di tecnici che provvede all'assistenza tecnica in uno dei comprensori dello Stato di Guanajuato, percorriamo qualche chilometro sulla grande autopista, l'autostrada che corre verso gli Stati Uniti, costruita col denaro di banche europee, che si ripagano con i più lauti pedaggi, la lasciamo, percorriamo strade minori fino a un villaggio di casupole minuscole, le strade autentici corridoi tra muri continui, una folla di bambini che sciamano in tutte le direzioni. Nei viaggi agrari alle longitudini diverse dell'Occidente non ho visto nulla di paragonabile. Ricordo qualcosa di molto simile al tempo del mio primo soggiorno in Sicilia, all'alba degli anni Sessanta, poi scene analoghe alla periferia agricola del Cairo. Forse le strade di questo villaggio di campesinos messicani sono un poco più pulite, i bambini vestiti meglio di quelli che popolano i miei ricordi siculi ed egiziaci, ma attorno al villaggio le capre brucano tra i rovi e l'immondizia come in tutti i paesi del Terzo Mondo, come in Egitto o, ancora oggi, a Cinisi, trenta minuti dal centro di Palermo. Il villaggio si chiama Santiago de Cuenca

 

Un Ford e sei mule

Il dottor Maldonado conduce la vettura, attraverso la piazzetta con la chiesa e il campanile, oltre le ultime case, attraverso una campagna brulla fino a un casale circondato da qualche albero miserabile, incapace, sotto il sole perpendicolare, di disegnare nella polvere un'ombra più grande di una macchia nera. Davanti all'ingresso staziona un trattore Ford di 92 cavalli. Udito il rumore del motore, dalla casa esce un giovanotto corpulento, una maglietta a righe, che la mia guida mi presenta: Francisco Hortelano Laguna, trentatré anni, sposato, due figli, proprietario di 50 ettari, un'azienda media, nello Stato di Guanajuato, che registra una miriade di piccole proprietà, ma anche estancias di centinaia di ettari. Grazie ad un pozzo generoso, Francisco può irrigare tutta la superficie, a scorrimento, almeno una volta al mese. Coltiva cereali, mais, sorgo e frumento, che coprono tutta l'azienda salvo la parte destinata alla medica. Raccolti i cereali coltiva ortaggi, in specie cipolle, bianche e rosse.

Il nostro ospite ci accompagna a visitare il centro aziendale, tre grandi corrales  di pietra, semidiroccati, forse resti di qualche azienda di età coloniale, uno per la piccola mandria di vacche, uno per i vitelli, uno per le sei mule, che Francisco impiega per i piccoli lavori colturali. Tra i recinti, cumuli di stocchi di mais secchi e di fieno di una leguminosa tropicale dallo stelo e dai baccelli singolarissimi. L'ordine della corte non è quello di un'azienda olandese, ma ricordo che gli agricoltori di Israele, pure tanto lodati, sono ugualmente lontani dal lindore fiammingo.

Ci dirigiamo ai campi, all'inizio di maggio, prima dell'arrivo delle prime piogge, in gran parte brulli. Francisco ci guida al pozzo, che rigurgita un fiume d'acqua tersa in un fosso che la conduce ad un grande medicaio, sommerso come fosse una risaia, popolato di nugoli di uccelli gracchianti. Sul lato opposto della carrareccia un campo di frumento duro, due ettari e mezzo, dall'aspetto compatto e dalle spighe rigonfie. Il dottor Maldonado mi invita a seguirlo tra i ranghi di spighe e, aprendone due, mi mostra il suolo, sagomato a porche per il sorgo, tra i cui resti è stato seminato il frumento, risparmiando l'aratura. Mi stupisce che il sorgo non abbia prodotto ricacci: il campo è omogeneo e pulito, stacco una spiga e la sfrego tra le mani, soffio per disperdere le glume, Francisco mi scruta interrogativo. Osservo le cariossidi, un'ambra perfetta, mi congratulo con il mio ospite: ho visto tanto frumento duro, ma così bello non ne ho visto molto. Forse una volta, nel cuore della Basilicata. Nel corso della coltura, mi spiega Francisco, il campo è stato irrigato quattro volte.

A fianco del campo di frumento mi sorprende un campo in cui lunghe andane di cipolline appassiscono al sole. Il dottor Maldonado ride della mia sorpresa: sono, mi spiega, cipolle coltivate per il trapianto, di cui si lasciano appassire le foglie, per quindici giorni, prima dell'operazione. Le cipolline sono figlie di una cipolla ibrida prodotta localmente, di cui si usa vantaggiosamente anche la seconda generazione. Incuriosito, raccolgo un mazzolino di cipolle, ne scelgo una, tolgo la prima epidermide, mi resta in mano una perla candida, che assaggio, osservato con curiosità dai miei ospiti. E' dolcissima. Piantate alla metà di maggio, le cipolle cresceranno in corrispondenza alla stagione delle piogge, mi spiega Maldonado, richiederanno, perciò, meno irrigazioni di quelle coltivate durante l'inverno, che è stagione asciutta.

 

Contro i "coyotes", una lotta vana

Lasciamo il campo dove appassiscono i semenzali di cipolla, attraversiamo un grande campo brullo in cui un gregge di capre ricerca avidamente i residui del sorgo e qualche malerba, e raggiungiamo un campo di cipolle. Cinque peones riposano, sotto l'ombra che il cappellaccio disegna sotto il sole perpendicolare, immoti come nei film sulle gesta di Emiliano Zapata. E' l'ora della siesta, diritto inalienabile per questi uomini che lavorano per 60 pesos al giorno, 15.000 lire. Alle loro spalle, lunghe file di cipolle vermiglie appena estratte, che alcuni bimbetti continuano, durante la siesta dei genitori, a gettare in grandi sacchi. Ogni bracciante, a quanto capisco, porta con se un bambino, che ripone le cipolle raccolte dal padre aggiungendo qualche peso al guadagno giornaliero.

L'aspetto delle cipolle è eccellente, la produzione si può stimare in 25 tonnellate per ettaro, mi spiega Francisco, mi congratulo, e gli chiedo quanto spera di guadagnare. La risposta è un gesto di sconforto. "Io lavoro, a guadagnare, sulle mie cipolle, sarà un coyote"  proclama. I coyotes, mi spiega il dottor Maldonado, sono, nel linguaggio campesino, i negozianti che battono le campagne per comprare quanto produce questa terra baciata dal sole e irrorata da quest'acqua generosa. Comprano per rivendere a Città del Messico, a Guadalajara e a Monterrey, contro di loro gli agricoltori sono disarmati, sono loro i padroni della campagna. Ma non sono mai state tentate cooperative, chiedo, o qualche altra forma di organizzazione del mercato? Il dottor Maldonado mi guarda stupito della mia meraviglia: qui vige la legge economica degli Stati Uniti, proclama, ognuno è solo nella libertà!

Ripercorriamo i solchi da cui sono state estratte le turgide cipolle vermiglie, raggiungiamo la stradetta a lato della quale il fosso porta i fiotti cristallini alla terra assetata. Ricordo quanto mi è stato spiegato, negli uffici agrari di Celaya, sul valore di quest'acqua, le cui falde si abbassano, ogni anno, inesorabilmente, di quattro metri. Irrigando per aspersione se ne consumerebbe la metà, le cipolle potrebbero irrigarsi con ali gocciolanti, e si risparmierebbe ancora, ma potrà mai, Francisco Hortelano, guadagnare tanto da comprare pompe, tubature, valvole idrauliche?  La risposta è: certamente no. I coyotes, e la dura legge imposta dai Gringos, che al continente si preoccupano di imporre la libertà, non glie lo permetteranno mai. Così tra vent'anni questa terra sarà un deserto.

"Povero Messico -proclamava Porfirio Diaz, uno dei padri della nazione-, tanto lontano da Dio, ma tanto vicino agli Stati Uniti!"

Molini d’Italia, LI, n° 7, luglio 2000

 

 

Limiti biologici e produttività agraria

 

Esistono limiti naturali alla produttività delle piante coltivate? Un organismo costituito per convertire anidride carbonica, acqua ed elementi minerali in materia organica può essere modificato per produrre quantità sempre più ingenti di carboidrati, o la sua costituzione biologica  impone alla manipolazione limiti invalicabili? Confronto, sul complesso problema, con i ricercatori del maggiore centro mondiale per la selezione di nuovi frumenti e nuovi mais

 

Esistono limiti biologici della produttività delle piante agrarie? Se esistono, quanto siamo vicini al loro raggiungimento? Le due domande, intrinsecamente connesse, non sono frutto di quintessenziali divagazioni filosofiche, quali possono apparire all'agronomo impegnato, nello scenario europeo, piuttosto a diminuire che ad accrescere le produzioni: su scala planetaria demografi ed economisti concordano sulla necessità che l'agricoltura del mondo raddoppi, nel prossimo trentennio, le produzioni attuali, non solo per alimentare i due miliardi di esseri umani che si  saranno aggiunti, nel contempo, ai cittadini della Terra, ma per assicurare un'alimentazione più ricca ai due miliardi che oggi sono costretti ad una dieta appena sufficiente, al miliardo che vive sotto i limiti delle denutrizione. Proposta in termini di geografia agraria, la prima domanda può convertirsi nel quesito sulla possibilità di aumentare ulteriormente i rendimenti dei campi di frumento delle regioni della Francia che producono, su centinaia di migliaia di ettari, più di otto tonnellate per unità di superficie, di quelle dell'Italia o del Midwest americano che forniscono, su centinaia di migliaia di ettari, oltre nove tonnellate di mais per ettaro.

 

La paglia e il grano

L'obiezione che può opporsi alle due domande, l'ottenimento, su campi sperimentali, di  produzioni equivalenti a dodici tonnellate di frumento, a venti di mais, è, palesemente,  inconsistente: le produzioni sperimentali si realizzano in condizioni che le situazioni agronomiche di regioni geografiche complessive possono assai difficilmente ripetere: l'optimum idrico che può assicurarsi, sperimentalmente, alla parcella di grano duro di un istituto sperimentale si ripeterà solo eccezionalmente, ad esempio, nelle condizioni climatiche del Tavoliere. Suggerirebbero, peraltro, di dare ai due quesiti risposte positive, asserendo l'esistenza di limiti biologici e l'inesorabile avvicinarsi delle rese delle colture essenziali alla loro soglia, due rilievi agronomici inoppugnabili.

Il primo consiste nel riconoscimento che la coltura alimentare per eccellenza dell'Occidente, quella del frumento, non ha realizzato, in cento anni di successi genetici, alcun incremento della biomassa prodotta. Coltivando un frumento tipico dell'Ottocento, i culmi alti due metri, una spiga esilissima, ed un frumento dell'ultima generazione, alto 80 centimetri, la spiga lunga e compatta, con gli stessi input di acqua e fertilizzanti, difendendo entrambi da qualunque parassita, si ottiene, riconoscono i genetisti, l'identica  biomassa, supponiamo 120 quintali, che nel frumento  ottocentesco consisterà di 30 quintali di cariossidi e di 90 di paglia,  in quello moderno di 80 di cariossidi e di 40 di paglia. I composti quaternari sintetizzati dalle due colture sono equivalenti,  i genetisti, primo tra gli altri Nazareno Strampelli, primo ingegnere della biologia del grano, non hanno fatto che favorire la produzione di cariossidi diminuendo quella di paglia, non hanno accresciuto di un solo chilogrammo la sintesi organica.

Il secondo rilievo riguarda l'altra coltura essenziale per l'alimentazione dell'umanità, quella del riso. Agronomi autorevoli hanno dimostrato che i risi più produttivi, frutto della Rivoluzione Verde, rivelano, nelle migliori condizioni di coltura, rendimenti decrescenti dai Tropici alle regioni equatoriali. Siccome la materia organica che la pianta può sintetizzare corrisponde esattamente alla quantità di luce che può utilizzare, le varietà di riso di costituzione più recente mostrerebbero di produrre di più dove le giornate siano più lunghe, di produrre meno dove le ore di luce siano minori. La genetica avrebbe creato, cioè, risi capaci di sfruttare nel modo migliore le risorse naturali, ma quelle risorse, prima tra tutte le luce, costituirebbero un limite che la genetica sarebbe incapace di superare.

Sono state quelle due domande bioagronomiche, insieme ad una pluralità di quesiti correlati, sugli equilibri futuri tra la popolazione e le risorse del Pianeta, ad indurre chi scrive ad una visita al Cimmyt, il Centro internacional de mejoramiento de maìz y trigo, l'istituzione sperimentale i cui campi si dispiegano a pochi chilometri da Città del Messico, quei campi nei quali  hanno avuto vita i frumenti della Rivoluzione Verde, i frumenti che hanno assicurato al loro costitutore, l'americano Norman Borlaug, il premio Nobel. E dai ricercatori del Cimmyt quelle domande, e quante ad esse si associano, hanno avuto risposte, certamente non assiomatiche e definitive, senza dubbio fondate e convincenti.

 

Un fiore, due cariossidi

La produttività del frumento dipende dal numero delle spighe per metro quadrato e dal peso medio di quelle spighe: si può accrescere la resa per ettaro tanto aumentando la capacità della pianta a svilupparsi in condizioni di alta densità quanto accrescendo il volume della spiga, mi ricorda Bent Skovmand, capo del dipartimento del Cimmyt che raccoglie linee di grano di tutto il mondo e ne classifica le caratteristiche per fornire ai genetisti dell'istituto le opzioni tra le quali progettare le proprie costituzioni. E mi mostra le spighe enormi di una linea di grano che possiede la peculiarità di produrre due cariossidi per ogni fiore, la peculiarità di varietà primitive trapiantata in linee più recenti favorendo, innanzitutto, lo sviluppo delle glume, nei ceppi originari troppo piccole per ospitare cariossidi di dimensioni accettabili. I genetisti del Cimmiy stanno introducendo quella peculiarità, ora, in frumenti diversi, verificando la possibilità di ottenere varietà dal doppio numero di cariossidi. In Tibet, mi informa Skovmand, su terreni di buona fertilità, con la concimazione necessaria e le necessarie irrigazioni, gli ultimi frumenti del Cimmyt hanno prodotto fino a 14 tonnellate per ettaro: è la prova che in tutta l'India il frumento può produrre di più, molto di più.

E' convinto che l'India possa mirare a produzioni alquanto più elevate di quelle raggiunte con i frumenti della prima Rivoluzione Verde, che esorcizzarono dal subcontinente lo spettro della fame, anche Prabhu Pingali, capo del Servizio economico del Cimmyt, che mi spiega che nel proprio paese è in corso la più rapida "occidentalizzazione" della dieta, con la riduzione dei consumi di riso e l'accrescimento di quelli di frumento. Nel 2020 l'India consumerà, secondo analisi attendibili,  96 milioni di tonnellate  di frumento, contro le 73 prodotte nel 1999, e, secondo Pingali, sarà in grado di produrle perchè le nuove varietà consentiranno di elevare le rese attuali, equivalenti a 2,5 tonnellate per ettaro, un dato non insignificante considerando le ampie superfici semiaride e quelle in cui il frumento si coltiva come coltura complementare tra due raccolti di riso. Ma "occidentalizzazione" della dieta equivale,  soprattutto, a consumo di carne, che non significa solo il superamento degli antichi divieti religiosi, ride Pingali, significa disponibilità di mais per alimentare polli e maiali, ed è soprattutto nel mais che le rese indiane, ferme a 2 tonnellate per ettaro, possono salire, ritiene, con l'impiego degli ibridi, fino a triplicare, anche nel doppio raccolto, che il clima consente purchè sia disponibile l'acqua necessaria. A favorire produzioni elevate in secondo raccolto contribuisce, peraltro, l'uso dei coltivatori asiatici di seminare il mais in semenzai e di trapiantarlo in campo, impiegando tutta la famiglia, vecchi e bambini, guadagnando settimane preziose.

 

L'ingegneria del genoma

Per accrescere la produttività del frumento sussiste, aperta davanti a noi, la strada degli ibridi, dichiara Daniel Grimanelli, un ricercatore francese del gruppo biotecnologico del Cimmyt. Di ibridi di frumento si parlò molto trent'anni fà, mi ricorda, ma allora non si disponeva degli strumenti per renderne la produzione economicamente conveniente. Ora quegli strumenti sono praticamente disponibili: gli ibridi consentirebbero di accrescere le produzioni attuali del 20 per cento. E per accrescere le produzioni disponiamo, aggiunge, delle immense possibilità offerte dalla combinazione di geni che possano produrre, insieme, i risultati cui miriamo. Dalle loro origini, le piante coltivate hanno sviluppato milioni di geni diversi, argomenta Grimanelli, un patrimonio che ancora non conosciamo perfettamente, e l'evoluzione continua a creare geni nuovi.

Contro gli ostacoli alla produttività possiamo ricorrere, poi, al patrimonio genetico di piante diverse: stiamo studiando il genoma di una pluralità di piante selvatiche, parenti prossime o remote di quelle coltivate. I loro genomi ci offrono possibilità che riusciamo appena a immaginare. Spesso la produttività di una pianta coltivata è inferiore alle attese perchè quella pianta non riesce a superare le avversità di un ambiente sfavorevole. Basta una condizione negativa: il pH inferiore a certi limiti, la ricorrenza dell'aridità, la povertà d'azoto del suolo. Ma possiamo trovare un parente selvatico che sa superare i limiti del pH, che possiede meccanismi di difesa contro l'aridità, che sa utilizzare le disponibilità di azoto più limitate, possiamo identificare il gene responsabile della resistenza, prelevarlo, studiare dove collocarlo nella pianta che vogliamo migliorare e costituire il nuovo genoma. Avremo superato, così, quello che appariva un limite biologico. E assicurato una fonte di carboidrati a chi in quell'ambiente deve ricavare dalla terra il proprio pane.

Conferma la fiducia dei collaboratori nella capacità delle nuove metodologie genetiche di accrescere i rendimenti delle fondamentali specie agrarie il direttore dell'Istituto messicano, l'australiano Timothy Reeves, che mi illustra la propria filosofia del miglioramento genetico riconoscendo che le principali specie agrarie potrebbero essere prossime, nella propria conformazione fisica e chimica, ai limiti che quella conformazione non potrebbe superare. Dal frumento, quale esso è stato coltivato per millenni e selezionato negli ultimi decenni, non si possono attendere, forse, rendimenti molto superiori a quelli che si ricavano dalla coltura nelle regioni europee che le sono più favorevoli. Ma delle piante coltivate oggi è possibile mutare l'architettura, dichiara, facendone organismi in grado di instaurare rapporti diversi con il suolo, con l'acqua, con la luce e con i gas atmosferici, organismi capaci di produrre un'entità di composti quaternari che le piante tradizionali non sono in grado di produrre, di offrire all'umanità che cresce, e che rivolge all'agricoltura la domanda di quantità di cibo sempre maggiori, quantità maggiori di carboidrati per il consumo diretto e per la trasformazione in derrate animali.

A quella domanda, in più di un continente domanda drammatica, la scienza è certa di poter  fornire risposte positive. Non potrà apprestarle, però, sottolinea Reeves, senza il congruo supporto della politica e dell'economia. Per riuscire, la scienza ha assoluta necessità di sostegno economico, i suoi ritrovati debbono essere diffusi da apparati di divulgazione efficienti. Si può sperare che l'economia, nella sua inquieta ricerca di espedienti per moltiplicare i dividendi, e la politica, nel suo anelito per il consenso quotidiano, sappiano sostenere lo sforzo di chi è impegnato ad accrescere la produzione dei contadini che non sono in grado, su tre continenti, di pagare le sementi, nè hanno mai letto, su un giornale, la cronaca parlamentare?

 

AGRIculture, n° 4, luglio-agosto 2000

 

Tra Europa e Asia la grande incognita dei mercati agricoli del Globo

 

Con una superficie di 22 milioni di chilometri quadrati, oltre il doppio di quella degli Stati Uniti, e una popolazione di 290 milioni di abitanti, equivalente a quella della Comunità europea, l'antica Unione Sovietica costituiva una delle realtà politiche preminenti del planisfero. La dissoluzione del regime comunista, con la formazione di quindici stati indipendenti, e le difficoltà a convertire l'economia collettivista in economia di mercato, hanno gravemente alterato la vita economica dell'antico complesso. Tra le conseguenze più rilevanti, il crollo delle attività agricole, con la correlata contrazione delle disponibilità alimentari

 

Negli ultimi dieci anni i prezzi internazionali dei cereali sono stati, complessivamente, contenuti, i grandi produttori hanno conosciuto difficoltà a collocare le quantità disponibili per la vendita. Se ne è dedotto, generalmente, che le capacità produttive globali sarebbero oggi, ampiamente superiori alla domanda. Se l'illazione ignora l'immensa domanda potenziale dell'Asia, dove la conquista dei primi stadi del benessere è destinata a convertire in senso europeo i consumi tradizionali,  imponendo l'acquisto di quantità ingenti di cereali da trasformare in carne e latticini, essa trascura altresì che nel confronto tra offerta e domanda è venuta a mancare, repentinamente, la presenza del primo importatore mondiale, l'Unione Sovietica, che fino al proprio tracollo acquistava volumi imponenti di cereali, nel 1991 40 milioni di tonnellate, un quinto del totale che i bastimenti cerealieri trasportano dai paesi esportatori a quelli importatori.

 

Un antico colosso granario

Coprendo 22,3 milioni di chilometri quadrati, una superficie maggiore della somma di quelle degli Stati Uniti, della Cina e del Messico, l'Unione Sovietica costituiva il primo colosso geopolitico del Globo. La sua superficie agraria era superiore di pochi milioni di ettari, tuttavia, a quella degli Stati Uniti. Tra le sue terre, alcuni dei suoli più fertili del Mondo, le "terre nere" della Steppa, ma il suo clima è tra i più difficili con cui debba confrontarsi l'agricoltura sull'intero Pianeta. Le temperature minime invernali sono tali, infatti, da uccidere, se manchi una sufficiente copertura nevosa, i cereali più resistenti, e le precipitazioni nevose non sono, in Russia, sempre abbondanti. Nonostante quell'handicap, la Russia degli kzar era grande esportatrice di cereali, ma allora, si deve ricordare, i mugik mangiavano pane "nero" di segala, e conducevano attraverso la Steppa, su grandi carri, il frumento ad Odessa, che contendeva a Philadephia e a Buenos Aires il ruolo di primo porto cerealicolo del Mondo. Nel 1912 il 30 per cento del frumento importato dall'Europa era stato imbarcato nel porto russo.

Conquistato il potere, i rivoluzionari sovietici erano certi che il sistema collettivistico, grandi aziende in cui tutto sarebbe stato organizzato secondo i dettami della scienza, avrebbe fatto della Confederazione la prima potenza agricola del Pianeta. Per creare il sistema che sognavano sterminarono intere classi di contadini, quelle che Lenin chiamava le classi dei "contadini ricchi", imposero ai superstiti la più rigida organizzazione statale, affrontarono spese imponenti per attrezzare le aziende che progettavano, ma i loro progetti si dimostrarono utopie proprio a conclusione dello sforzo più gigantesco per realizzarli, lo sforzo imposto all'Urss da Nikita Kruscev. Come conseguenza i cittadini sovietici, allora 250 milioni,  dimostrarono di non voler più credere  che l'agricoltura di cui stampa e radio proclamavano l'efficienza avrebbe mai consentito di lasciare alle spalle la dieta fondata sui cavoli e sulle patate: fu per riguadagnare il consenso collettivo che gli strateghi del Kremlino decisero di dare vita ad un apparato di allevamento fondato, secondo i moduli occidentali, sui cereali foraggeri. Siccome il paese  non era in grado di produrre mais e orzo necessari, quei cereali sarebbero stati cereali importati.

L'ingresso dell'Unione Sovietica sui mercati cerealicoli fu evento drammatico: il regime, che aveva proclamato di essere in grado di esportare, dissimulò tanto abilmente, nel 1963, le proprie intenzioni, ed acquistò, da negozianti americani, in tale segreto, che quando le borse conobbero l'entità delle transazioni si impennarono nella più rovente vampata di prezzi degli ultimi decenni. L'Occidente, dove i prezzi dei generi alimentari presero il galoppo, dovette riconoscere, umiliato, di pagare per il pane e la carne che l'avversario russo offriva ai propri cittadini, senza essere in grado di produrli, ai prezzi più modesti. Nonostante la cocente umiliazione, i servizi di spionaggio occidentali si fecero ancora giocare dalla diplomazia sovietica del grano nel 1972, ma dopo il secondo scacco gli Stati Uniti imposero ai Sovietici un accordo che li obbligava a dichiarare in anticipo le necessità di acquisto. La minaccia di lasciare senza mais il nuovo imponente apparato di allevamento non mancò di potere persuasivo. Ma quell'allevamento, che continuava a crescere, costituiva, in termini mangimistici, un'autentica assurdità: incapaci di selezionare il bestiame, i Sovietici impiegavano, per produrre un chilogrammo di carne di pollo, di maiale o di vitellone, una quantità di cereali due volte maggiore di quella necessaria agli allevatori statunitensi ed europei. Solo un regime dispotico, capace di mantenere in vita, con la coercizione, un'economia inefficiente, poteva permettersi l'astronomico spreco di cereali.

 

In futuro, esportazioni o importazioni?

Dissoltosi il sistema sovietico, a tutti gli analisti economici sono apparse evidenti le immense difficoltà sussistenti, per i nuovi stati indipendenti, a conservare in vita un sistema costruito sancendo la dipendenza  diretta di ogni kolkoz e sovkoz della Confederazione dagli ordini del Ministero dell'agricoltura di Mosca, che provvedeva a rifornire ciascuno, a qualunque latitudine e longitudine, di sementi, pezzi di ricambio e fertilizzanti. Per verificare lo stato dell'agricoltura, e le necessità alimentari, delle repubbliche dell'Asia centrale che la dissoluzione della Confederazione sovietica ha rigettato nel Terzo Mondo, il Cimmyt, l'istituto internazionale per il frumento e il mais con sede in Messico, ha inviato negli stessi paesi, nel 1999, una missione guidata da Jim Longmire, un economista dell'Università australiana del Queensland meridionale, che durante il lungo soggiorno ha verificato l'attendibilità delle valutazioni di quanti avevano stimato che il prodotto lordo del contesto di stati ora dissoltosi si sia contratto, nei primi cinque anni dopo il tracollo, del 30/50 per cento, e che, dopo una fugace ripresa a metà del decennio, l'insieme delle  economie dei quindici paesi già uniti nell'Urss  sia precipitato in una nuova crisi, tale da imporre, per la gravità, il paragone con  quella che colpì l'Occidente nel '29.

Sul piano agricolo il crollo si è manifestato nella drastica contrazione della produzione di cereali, che da raccolti che si situavano tra i 160 ed i 200 milioni di tonnellate è caduta a 110. Ma ancora più ingente della caduta della produzione è stata la contrazione dell'allevamento. L'allevamento "scientifico" fondato su "fabbriche zootecniche" in cui si trasformavano cereali americani in carne di pollo, di maiale e di vitello, è stato praticamente cancellato. In dieci anni l'insieme dei quindici paesi ha perduto il 60 per cento del patrimonio animale. I 54 milioni di unità (computate convertendo pecore e maiali in unità bovine) allevati oggi nei quindici stati indipendenti sono costituiti, in gran parte, dal bestiame che gli operai dei kolkoz, tuttora sussistenti come cooperative, allevano in proprio, facendolo pascolare sulle terre della cooperativa. Il consumo di cereali foraggeri è ridotto ad un terzo di dieci anni fa: 40 milioni di tonnellate contro 150. Come conseguenza, spiega il rapporto di Longmire, il consumo di carne dei 290 milioni di abitanti dei quindici paesi è caduto, mediamente, del 65 per cento.

Seppure, quindi, tanto la produzione quanto l'importazione di cereali abbiano registrato drastiche contrazioni,  la riduzione degli impieghi foraggeri ha consentito di  conservare  sui livelli tradizionali il consumo umano, che ha risentito solo marginalmente della riduzione delle disponibilità. Il disordine economico dei nuovi paesi induce a supporre, peraltro, sottolinea Longmire, l'esistenza di vaste sacche di miseria, nelle quali procurare il pane quotidiano alla famiglia costituisce, probabilmente, meta oltremodo ardua.

Cosa si può prevedere nel futuro dell'antico colosso? Dopo avere verificato sul terreno  le ipotesi formulate dagli economisti, lo studioso australiano smentisce l'ottimismo di chi reputa che le antiche repubbliche sovietiche possano ripristinare rapidamente il proprio apparato agricolo, giudica irreale il pronostico di chi ritiene che possano in pochi anni riproporsi sulla scena mondiale nel ruolo esportatore della Russia degli kzar. Ritiene probabile, invece, che le difficoltà a creare un allevamento nuovo impongano agli antichi paesi membri dell'Urss di acquistare sul mercato mondiale, nelle quantità che permettano le loro modeste risorse finanziarie, carni macellate. All'autosufficienza alimentare i quindici paesi dell'antico impero comunista non possono mirare che nel medio termine. Ma quale può reputarsi, per il grande contesto geopolitico, la durata di ciò che si definisce medio termine? Alla domanda Longmire dichiara di non poter rispondere. Da dieci anni nelle campagne dei quindici paesi non si rinnovano macchine e attrezzature, l'intero apparato produttivo è obsoleto: per rilanciare l'agricoltura occorreranno investimenti imponenti, ed anche i più ricchi dei paesi del manipolo potrebbero trovare più conveniente dirigere le proprie risorse verso settori diversi, ad esempio le miniere, potenzialmente fonte di entrate valutarie ingenti, con le quali comprare le derrate agricole per la cui produzione in regime di mercato gli stessi paesi non dispongono di alcuna esperienza.

Un grande affare, quindi, in futuro, per chi, sul mercato mondiale, sarà in grado di offrire mezzene bovine e suine, carcasse ovine, containers di polli surgelati. Sarà casuale che nei correnti negoziati Wto gli Stati Uniti alzino la voce perchè il grande concorrente, l'Unione Europea, riduca le proprie potenzialità produttive? Dopo i clamorosi insuccessi del passato, la Cia ha imparato, probabilmente, a considerare con attenzione i problemi dell'agricoltura russa. Quello che l'Europa produce al di là delle proprie necessità costituirebbe, secondo la filosofia americana, un inaccettabile surplus. Cereali, oleaginose e mezzene che producano, al di là delle proprie necessità, gli Stati Uniti sono, invece, scorte necessarie per una presenza strategica sui mercati del Globo. Due entità che sarebbe impertinente pretendere di confrontare.

 

Molini d’Italia, LI, n° 8, agosto 2000

 

Dopo Seattle, risorse agrarie e produzione di derrate

 

Quando ho ricevuto l'invito a partecipare a questo incontro ho letto la tematica che mi veniva richiesto di affrontare come cultore di storia delle scienze agrarie:  Dopo Seattle, le prospettive della produzione e degli scambi di derrate agricole, ho riflettuto a lungo e ho esclamato: Dopo Seattle, tanto frastuono per nulla!

L’asserzione mi è parsa inaudita, dopo tanto clamore di giornali e televisione, mi sono chiesto se fosse semplice paradosso o asserzione fondata su rilievi obiettivi, ma per risolvere il quesito non era sufficiente la competenza sulla storia delle scienze agrarie, neppure a protrarne il limite ai tempi più vicini, era necessario affacciarsi alle frontiere delle conoscenze da cui dipende la produttività dell’agricoltura del mondo oggi e domani. Per farlo ho voluto incontrare, perciò, il più autorevole scienziato italiano di miglioramento delle piante agrarie, il professor Salamini, direttore del laboratorio di biologia molecolare dei vegetali dell’Istituto  Max Plank di Colonia, con cui ho lungamente conversato e che mi ha suggerito di ampliare la mia riflessione con una trasferta in Messico, al Cimmyt, il grande istituto internazionale che seleziona nuovi mais e nuovi frumenti per le regioni tra i tropici, le cui piante coprono milioni e milioni di ettari in quattro continenti. Al Cimmyt operano scienziati di trenta paesi, ho potuto conversare con sudamericani, australiani, francesi, danesi, italiani e asiatici. Al termine delle mie conversazioni mi sono convinto che la mia reazione non fosse infondata. Ne posso spiegare le ragioni con un semplice computo. A Seattle si sono scontrati due schieramenti agropolitici: da una parte gli Stati Uniti e alcuni alleati, dall'altra l'Unione Europea. Attorno una folla di comparse sostanzialmente disinteressate. Gli Stati Uniti contano 280 milioni di abitanti, con il Canada,l'Australia, e il contributo determinante della Nuova Zelanda,tre milioni di abitanti, il più petulante tra i satelliti degliStati Uniti, non si arriva a 350 milioni di abitanti, la consistenza che supera, di dici milioni di abitanti, l'Unione Europea.

Quale l'oggetto del contendere? Entrambi gli schieramenti sostengono la propria agricoltura con ingenti stanziamenti statali, siccome l'esperienza di tutti i paesi industriali insegna che se si vuole preservare la vita civile elle campagne, difendere il territorio e l'ambiente è necessario sostenere l'agricoltura. Ma dalla fondazione della Comunità Europea gli Stati Uniti hanno intrapreso una dura campagna di ostilità proclamando: Voi sovvenzionate l'agricoltura, non avete diritto di vendere ai nostri clienti, noi siamo più efficienti, i nostri agricoltori hanno diritto di vendere ai vostri consumatori: voi dovete produrre meno.

La Comunità ha sempre risposto: anche voi sovvenzionate l'agricoltura, noi vogliamo mantenere in vita le nostra campagne. La replica americana: Voi la sovvenzionate di più. Noi siamo più efficienti, voi dovete produrre meno! Ricordo questo monotono ritornello, noi siamo più efficienti, voi dovete produrre meno, ripetuto cento volte, vent'anni fà, nella conversazione con un sottosegretario di Stato all'agricoltura, a Washington, come supremo canone di filosofia  agropolitica.

E' difficile pensare che la disputa possa mai avere fine: l'U E ha continuato, dietro i ricatti americani, a modificare la propria politica agraria, sempre difendendo il proprio tessuto agrario, gli S U continueranno sempre a pretendere nuove modifiche.

Alla prima ragione di contesa se ne aggiunge una subordinata: gli S U producono grandi quantità di derrate impiegando le sementi prodotte dalla nuova genetica, che l'U E

non vuole acquistare. Gli S U minacciano: o dimostrate che sono cibi pericolosi o li dovete comprare. La U E ribatte: non siamo in grado di dimostrare niente, ma i nostri consumatori non li vogliono. Gli S U: dovete rimettervi a un panel scientifico, e imporre ai consumatori quello che deciderà. La U E replica: i nostri consumatori non intendono sottostare ad alcun panel scientifico. Una contesa, anche la seconda, che non è dato prevedere possa avere mai soluzione.

Ma torniamo al nostro computo: abbiamo registrato pressapoco 350 milioni di produttori e consumatori su ciascuno dei due fronti. Aggiungiamo il Giappone, che come i due contendenti sostiene in modo massiccio l'agricoltura, ma ha tanta poca terra da dover contare sugli acquisti negli S U: non arriviamo a 850 milioni di cittadini del pianeta. Ma sul pianeta siamo oltre 6 miliardi: gli altri 5 miliardi e 200-300 milioni, i cittadini dei paesi che a Seattle non sono stati che comparse disinteressate, hanno interessi alimentari comparabili, dobbiamo chiederci, ai litiganti, o diversi? La risposta è che gli interessi non sono diversi, sono radicalmente opposti. Mentre tra S U e U E si discute chi debba produrre di meno, l'esigenza del pianeta è produrre di più.

Sulla terra 400 milioni di uomini, quelli che vivono con un reddito al di sotto della soglia fatidica di un dollaro al giorno, dispongono di meno di 2.100 calorie quotidiane, che significa fame e turbe da denutrizione, 4 miliardi, che dispongono di 2.700 calorie, provano un vigoroso, atavico appetito. In Asia, dove vive oltre la metà degli abitanti della terra, almeno 2 miliardi di uomini, che intravedono all’orizzonte un primo benessere, pretendono di cambiare la propria alimentazione, passando dalla dieta della ciotola di riso quotidiana, condita con germogli di bambù e semi di soia, alla dieta occidentale, la dieta delle tre b: butter, beef, beer, burro e latticini, carne di vitellone, pollo, maiale, birra, tre b che si sostanziano  in una sola c: cereali, cereali, cereali da trasformare. Un consumatore americano ingerisce, in un anno 800 chili di cereali  trasformati in derivati, mentre un africano dispone di meno di 180 chili da consumare in polentine.

Esperti autorevoli e organismi internazionali concordano che il pianeta dovrebbe raddoppiare le produzioni agricole nei prossimi due decenni. Solo raddoppiandole si potrà soddisfare le urgenze di chi soffre la denutrizione, il desiderio di arricchire la dieta di chi prova appetito, i bisogni della maggiore popolazione futura: ricordiamo che per il fenomeno che i demografi definiscono momento  della popolazione, la prevalenza di classi d’età di alta fertilità, tra le fasce tropicali la popolazione aumenta ancora, in vent'anni potrebbero aggiungersi alla popolazione del globo 1-1,5 miliardi di esseri umani.

E' possibile, ci si deve chiedere, raddoppiare le produzioni? L’agricoltura del pianeta può realizzare la meta? Una risposta sicura deve essere lasciata a chi potesse contare sui poteri divinatori della sfera di cristallo: quanto si può fare, razionalmente, senza disporre del prodigioso strumento, è identificare i meccanismi della crescita delle produzioni negli ultimi cinquant'anni, che per i rapporti tra popolazione e alimenti sono stati i più straordinari della storia dell'umanità, e verificare in quale misura essi possano continuare ad operare.

Ho sottolineato che gli ultimi cinquant'anni sono stati i più straordinari, per i rapporti tra popolazione e risorse alimentari, della storia dell'umanità. Tre dati per dimostrarlo: la popolazione del globo è più che raddoppiata: da 2,5 a oltre 6 miliardi di abitanti, la produzione di cereali è triplicata, da 600 a 2900 milioni di tonnellate. La disponibilità pro capite non è aumentata in proporzione, grandi quantità di cereali si sono trasformate in beer, butter, beef per chi li poteva pagare. La disponibilità calorica è passata da 2.300 a 2.700 unità pro capite: siccome è una media è, palesemente, molto poco.

Ma quali i fattori della crescita? Fondamentalmente quattro. La dilatazione delle superfici arative, sottratte alla foresta e alla prateria: tra il 1950 e il 1995 165 milioni di ettari, sei volte la superficie agraria della Francia. Il secondo: la dilatazione delle superfici irrigate: dalle prime dighe di Assurbanipal in tremila anni all'alba del secolo l'uomo aveva costruito dighe e canali per irrigare 40 milioni di ettari, che nel 1950 superavano i 110,  nel 1999 i 260: oggi il fulcro della produzione mondiale: 17 per cento della superficie, 40 per cento della produzione.

Terzo, l'incremento dell'impiego di fertilizzanti:in cinquant’anni da 14 a 146 milioni di tonnellate. All’incremento si sono unite grandi trasformazioni della geografia dell’impiego. Il primo consumatore mondiale, per decenni gli Stati Uniti, è, oggi la Cina, che senza fertilizzanti, per l'esiguità della superficie, conterebbe oltre un miliardo di cittadini vivente sotto le 2.000 calorie.

Ultimo fattore la  genetica, che ha creato varietà che hanno raddoppiato i raccolti o i cicli di coltivazione, permettendo, nelle aree monsoniche, una coltura di frumento tra due colture stagionali di riso: le sementi della Rivoluzione verde. Potranno questi fattori continuare a operare nei prossimi vent'anni? La risposta è dubitativo: per giudizio unanime di geografi e agronomi, nuove terre da

sottoporre all'aratro non ne esistono molte: l'agricoltura erode ancora foreste e praterie, ma secondo analisti autorevoli è maggiore, ormai, lo spazio che cemento e asfalto sottraggono all'agricoltura che, algebricamente, perde terreno. Grandi fiumi da sbarrare per irrigare grandi pianure non esistono più: gli ultimi grandi progetti suscitano opposizioni sociali vigorose e sollevano obiezioni ecologiche radicali, e seppure nuovi sbarramenti vengano realizzati, è più l'acqua, ormai, che città e industrie sottraggono all'agricoltura che quella che i nuovi sbarramenti assicurano all'agricoltura. L'acqua a disposizione dell'agricoltura sta contraendosi.

I fertilizzanti: esistono regioni, dove si vive la fame, che ne usano quantità irrisorie, che dovranno aumentare, ma su scala globale non si può pensare ad un nuovo aumento comparabile a quello degli ultimi decenni: il carico sui sistemi idrologici è già oltremodo pesante. Resta la genetica. Studiosi autorevoli sostengono che il miglioramento delle piante coltivate avrebbe già condotto più di una in prossimità dei suoi limiti biologici, che ancora di più non potrebbero produrre, i genetisti proclamano di poter fare ancora molto, e si dichiarano pronti a dimostrarlo. Ove si accolga la loro fiducia il quesito iniziale  sulle capacità dell’agricoltura del pianeta di raddoppiare le produzioni si deve tradurre, perciò, in uno diverso: potrà la genetica, da sola, sopperire al venire meno dei fattori sinergici? Una domanda che si scompone in due ulteriori. Quali fini assegnare alla genetica, una disciplina oltremodo duttile? Di quali strumenti dotarla? Di quelli dell'incrocio naturale, seppure controllato, il cappuccio di garza per isolare le spighe e il pennellino per impollinarle? O di quelli dell'ingegneria molecolare, che traspone un gene dal cromosoma  di una pianta a quello di un’altra? L’alternativa tocca una  problematica rovente, una problematica da affrontare, peraltro, senza ipocrisie se si voglia comprendere quali strumenti possano consentire, nei prossimi venti anni, l’imponente accrescimento delle produzioni agricole imposto dai bisogni alimentari.

 

Intervento al convegno internazionale La bussola di Simbad, Rimini, 28, 29, 30 ottobre 2000

 

 

Tra gli uomini che combattono sulla frontiera della fame

 

La seconda metà del secolo appena concluso ha costituito periodo senza precedenti nella storia dell'umanità: la popolazione è raddoppiata, l'agricoltura del pianeta ha assicurato alimenti sufficienti alla parte preponderante dei nuovi abitanti della terra. Nei prossimi cinquant'anni i demografi non prevedono il raddoppio ulteriore degli abitanti del globo, ma raddoppieranno quelli delle aree tropicali, tra i quali si conta quasi un miliardo di esseri umani che lottano invano contro l'insufficienza del cibo. Assicurare il pane, o il riso quotidiano, a tutti i cittadini del pianeta è la sfida  che anima l'attività dei sedici centri della maggiore organizzazione di ricerca agraria del mondo

 

 

Nel 1798 Thomas Robert Malthus pubblicava il proprio Saggio sul principio della popolazione: nella storia della letteratura economica e politica nessun volume ha suscitato polemiche altrettanto accese, è stato oggetto di confutazioni tanto violente, nessun libro  ha saputo riproporre, nonostante le polemiche, l'essenza della propria tesi in anni tanto lontani dalla pubblicazione, mantenendo vivo un dibattito che conserva oggi il vigore che conobbe all'alba del Diciannovesimo secolo. Nessun libro, si deve aggiungere, nella storia del pensiero economico è stato meno letto dagli oppositori, accesi di tanto sdegno contro la sua tesi capitale da non peritarsi nemmeno di conoscere le argomentazioni con cui lo studioso britannico l'aveva proposta. Nei suoi termini essenziali, quella tesi asserisce che in assenza di vincoli alimentari e sanitari la popolazione umana tende a raddoppiare ogni venticinque anni, una rapidità cui sarebbe impossibile corrispondesse, secondo Malthus, lo sviluppo delle produzioni agrarie.

 

L'equazione popolazione - alimenti

Dall'anno della pubblicazione del famoso saggio la popolazione del globo è raddoppiata, peraltro, due volte e mezzo, la produzioni di alimenti è cresciuta nella medesima misura. Se, peraltro, una parte preponderante della popolazione del globo viveva, all'epoca dell'economista britannico, sul confine incerto della denutrizione, non è certamente minore la proporzione degli abitanti del pianeta che vivono sul confine della denutrizione all'alba del Ventunesimo secolo, e se i demografi reputano improbabile, nel secolo che ha appena avuto inizio, il raddoppio ulteriore degli abitanti del globo, sono pressochè concordi nel prevedere che raddoppieranno quelli che vivono tra i due tropici, l'area dove gli economisti collocano i popoli che conoscono i regimi alimentari più gravemente deficitari, e dove gli agronomi concordano nel reputare più arduo l'aumento delle produzioni agricole. L'equazione tra i bisogni umani e le risorse necessarie a soddisfarli ha visto, nell'arco di due secoli, mutare radicalmente molte variabili e molte costanti: a chi ne tenti le soluzioni essa ripropone, con la medesima drammaticità, gli interrogativi che proponeva il  Saggio  dell'economista inglese.

Ha prestato il contributo più prepotente a restituire attualità agli interrogativi posti da Malthus la singolare rapidità dell'ultimo raddoppio della popolazione mondiale, che tra il 1950 e il 1990 ha realizzato il balzo da 2,5 a 5 miliardi di creature umane. Contro le previsioni dello studioso inglese al prodigioso aumento del numero degli abitanti del pianeta ha corrisposto, negli stessi anni, un aumento più che proporzionale delle disponibilità alimentari: la produzione di cereali, la base dell'alimentazione umana, è, nello stesso arco di tempo, triplicata, passando da 600 a 1850 milioni di tonnellate.

Raddoppio dei consumatori, triplicazione della disponibilità di frumento, riso e mais: la situazione alimentare complessiva avrebbe dovuto, astrattamente, assumere connotati tranquillizzanti. La realtà non corrisponde, però, al calcolo matematico: gran parte della produzione che si è aggiunta alle disponibilità tradizionali è stata destinata alla conversione in alimenti di matrice animale, o microbiologica, nei paesi ricchi, i paesi dove è invalsa la dieta delle tre b: beer, butter, beef,  birra, burro, carne di allevamento, tre prodotti che significano mais trasformato, quel mais di cui un americano consuma, convertito in derrate derivate, quasi 800 chili all'anno, entità imponente contro i 180 chili che il contadino dell'America latina mangia, durante un anno, trasformato in tortillas, la piadina della povertà. Ricercando, della  produzione agricola complessiva, un indice di consumo medio, si può rilevare che se nel 1969-71 l'abitante del globo disponeva, mediamente, di 2.440 calorie al giorno, nel 1990-92 la disponibilità media era salita a 2.730: il dato medio eguaglia le 2.000 calorie di più di uno dei paesi dell'Africa e dell'Asia e le 4.000 di più di uno dei paesi ricchi, i paesi dove 4.000 calorie ingerite da un individuo umano corrispondono alle 10-12.000 fornite agli animali che hanno prodotto formaggio, burro e uova, di cui quell'individuo consuma filetto o braciole.

Quali fattori hanno consentito alla produzione mondiale lo straordinario balzo che le ha consentito di conservare le correlazioni precedenti con la popolazione? Essenzialmente sono stati quattro: la loro analisi corrisponde all'elencazione delle variabili dell'equazione dell'alimentazione del pianeta. Il primo consiste nell'estensione delle superfici coltivate, che tra il 1950 e il 1975 si sono dilatate da 1.320 a 1.400 milioni di ettari. L'espansione si è verificata soprattutto a spese delle foreste tropicali ed equatoriali. La sua cessazione dopo il 1975 è fenomeno apparente: nuove superfici forestali vengono trasformate, ancora oggi, in seminativi, ma l'acquisto di nuova terra all'agricoltura è annullato dalla sottrazione di terreni agricoli da parte delle città che crescono, delle reti stradali che si dilatano, delle industrie che si insediano in paesi dove erano sconosciute, annullando, algebricamente, la conquista di terre nuove da parte dell'agricoltura.

Il secondo dei fattori dell'equazione agricola globale è l'estendimento dell'irrigazione: all'inizio del secolo, frutto di tremila anni di lavori  di escavazione e arginatura da parte di milioni di uomini armati di una pala, i contadini del mondo potevano irrigare quasi 50 milioni di ettari, la superficie raddoppiava nella prima metà del secolo, toccando 94 milioni di ettari, che salivano a 239 nel 1990. Consentiva l'imponente realizzazione la costruzione di  dighe di dimensioni senza precedenti sui maggiori fiumi del mondo, tra tutti si possono ricordare il Nilo ed il Volga, realizzazioni che trasformavano aree semidesertiche nelle aree più fertili del mondo. Il contributo delle nuove superfici irrigue alla produzione agricola globale è imponente: ha origine nelle aree irrigue, che non costituiscono che il 17 per cento della superficie coltivata, il 40 per cento della produzione di alimenti, ma grandi pianure prossime a grandi fiumi il planisfero non ne offre più molte, dove esse esistano la costruzione degli invasi imporrebbe lo spostamento di decine di migliaia di abitanti, che si oppongono tenacemente ai progetti. Le grandi realizzazioni dei decenni passati hanno prodotto, per di più, conseguenze ambientali tali da animare un'opposizione alquanto vivace, nell'opinione mondiale, contro opere nuove, un'opposizione che impedisce agli organismi finanziari internazionali di fornire ai governi che, incuranti di ogni resistenza, vorrebbero procedere, il sostegno economico necessario.

Il terzo fattore dell' equazione agroalimentare è l'aumento dell'impiego dei fertilizzanti, cresciuto, tra il 1950 e il 1989, da 14 a 146 milioni di tonnellate, una coppia di cifre che testimonia un fenomeno imponente, il quale ha avuto dimensioni persino maggiori di quanto dicano le cifre, siccome il titolo dei concimi impiegati è significativamente aumentato, si pensi all'impiego massiccio dell'urea, il cui titolo di azoto è vicino al 50 per cento del peso del composto. Il fenomeno si è manifestato con modalità singolari: la Cina si è imposta come primo consumatore mondiale di fertilizzanti superando gli Stati Uniti, il paese che vanta la prima agricoltura del mondo: il primato cinese dei fertilizzanti è stato, con la dilatazione dell'irrigazione, tra le leve che hanno assicurato un'alimentazione sicura e abbondante a un miliardo e trecento milioni di uomini i cui genitori si sono misurati crudamente, fino a trent'anni fà, con la fame e la denutrizione.

Il quarto dei fattori del progresso delle produzioni agricole è stato l'impiego delle sementi selezionate, le creature della genetica vegetale, quei frumenti e quei risi che, prodotti da pionieri che avevano compreso che in Asia e in Africa occorreva sostituire le varietà tradizionali, incapaci di utilizzare i fertilizzanti e l'acqua, hanno  consentito,  tra gli anni '60 e gli anni '70, la "rivoluzione verde", quella triplicazione delle produzioni i cui effetti sono stati particolarmente ingenti in Cina ed in India, assurte rapidamente ai primi posti nell'elenco dei produttori mondiali di riso e frumento.

 

Raddoppiare ancora?

La "rivoluzione" del riso e del frumento è stata evento straordinario della storia dei rapporti tra l'uomo e le piante coltivate, nei cui annali è destinata ad essere ricordata insieme alla migrazione del frumento, all'alba del Neolitico, dall'Asia Minore all'India ed all'Europa, a quella della patata e del mais, dopo la scoperta dell'America, in Europa, in Asia ed in Africa. Essa non ha solo reso possibile, infatti, l'incremento delle produzioni in tutti i paesi che disponessero dell'acqua necessaria, e che hanno sostenuto la crescita realizzando le indispensabili fabbriche di fertilizzanti, ha consentito di abbreviare i cicli di produzione del riso inserendo, nelle regioni dove sussisteva una stagione morta caratterizzata da temperature sufficienti,  una coltura di frumento tra due colture di riso, moltiplicando ulteriormente le disponibilità alimentari. Una vittoria che la società umana ha giustamente celebrato attribuendo al maggiore dei protagonisti della selezione delle nuove creature vegetali, l'americano Norman Borlaug, il premio Nobel.

Una grande vittoria dell'uomo nello sforzo ancestrale per trarre dalla terra quanto essa spontaneamente non gli offrirebbe, una vittoria che all'alba del 2000 pare avere esaurito, peraltro, i propri effetti: gli agronomi impegnati nei paesi dello scacchiere della malnutrizione sono concordi nel ritenere che le varietà di frumento e di riso che hanno compiuto il prodigio degli anni '60 non siano in grado di sfamare l'umanità che, soprattutto nelle fasce tropicali, continua inarrestabile la propria crescita. La complessa equazione che connette popolazione e risorse agrarie rivela, da alcuni anni, l'assottigliarsi dei margini di vantaggio della crescita delle produzioni rispetto a quella della popolazione: la produzione agricola del pianeta si è sviluppata,  infatti, al tasso annuale del 3 per cento negli anni '60, a quello del 2,3 negli anni '70, a quello del 2 per cento dopo il 1980.

La grande Conferenza mondiale sull'alimentazione, che si celebrava a Roma nel 1974, concludeva i propri lavori proclamando la necessità del raddoppio della produzione agricola entro il 2000: l'impegno non è stato mantenuto. Se si vuole assicurare una dieta sufficiente a tutti gli uomini che abiteranno la terra nel 2030, tra 8 ed 9 miliardi, l'obiettivo mancato negli ultimi cinque lustri si ripropone, inderogabile, nei prossimi due-tre decenni. E' soprattutto necessario raddoppiare la produzione ai tropici, dove sono stati compiuti progressi straordinari, ma dove nello sforzo di accrescere le produzioni le risorse sono state sfruttate senza alcuna preoccupazione per la loro conservazione, dove non è solo necessario produrre di più, ma è indispensabile produrre rispettando gli equilibri naturali.

Nella rassegna dei fattori dell'equazione della produzione agricola abbiamo rilevato che la terra non dispone di nuove aree da sottoporre allo sfruttamento agricolo, che non esistono più grandi fiumi sui quali realizzare invasi capaci da irrigare pianure sconfinate, che l'impiego di fertilizzanti ha toccato valori imponenti: impiegarne di più comporterebbe, su scala planetaria, rischi gravi di inquinamento delle acque dei fiumi e dei mari. E nella disamina che abbiamo effettuato non abbiamo considerato l'impiego di anticrittogamici, insetticidi e diserbanti, impiegati, ormai, massicciamente su scala mondiale, con l'utilizzazione, nei paesi più poveri, delle molecole che i paesi ricchi hanno bandito perchè dannose all'ambiente. Ma l'ambiente del mondo è uno solo: una pluralità di studi ha provato che il danno ambientale in India o in Burundi si ripercuoterà, inesorabilmente, sugli equilibri del  pianeta.

Conserva un potenziale considerevole, tra i fattori della nostra equazione, la genetica, che adottando gli strumenti della biologia molecolare ha enormemente accresciuto le proprie potenzialità, seppure i genetisti impegnati nei centri di selezione riconoscano che, mediante le tecniche tradizionali, i predecessori dei decenni scorsi hanno sfruttato gran parte del potenziale biologico delle principali specie coltivate, lasciando ai successori margini di incremento delle produzioni che non possono reputarsi illimitati.

Chi interroghi gli studiosi impegnati sul fronte dell'incremento delle produzioni mondiali  percepisce la consapevolezza che, esauriti gli spazi per accrescere le superfici coltivate, per dilatare le aree irrigue e per aumentare l'impiego dei fertilizzanti, l'imperativo di accrescere ancora le produzioni imponga un uso combinato della genetica, che dovrà congegnare piante capaci di sfruttare più intensamente le risorse specifiche di ogni ambiente, superandone le remore peculiari, e delle tecniche agronomiche, che dovranno assicurare alle piante l'espressione delle potenzialità intrinseche utilizzando nel modo più congruo terra, acqua e fertilizzanti, nel rispetto delle risorse, che lo sfruttamento più intensivo, quello sfruttamento che impone il numero degli abitanti del pianeta, non può esaurire, lasciando in eredità ai suoi abitanti futuri una terra convertita in deserto. Gli agricoltori americani amano ricordare che la terra non è patrimonio che si riceve in eredità dai genitori, ma che si ottiene in prestito dai figli.

 

Una grande rete scientifica

Produrre di più, salvaguardare le risorse: sono obiettivi la cui sola enunciazione corrisponde al riconoscimento delle immense difficoltà che il loro conseguimento impone di superare. Quel riconoscimento suggerisce, spontanea, la domanda di chi possa impegnarsi a realizzarli. Chi conosca i terreni di impegno ed il grado di funzionalità degli apparati della ricerca agronomica sa che le nazioni evolute vantano organizzazioni di ricerca funzionali, che si preoccupano esclusivamente, però, di soddisfare la domanda di cognizioni nuove degli agricoltori del proprio paese, che le nazioni meno evolute, quelle in cui il bisogno di progresso agronomico è più drammatico, non dispongono, generalmente, che di apparati di ricerca inadeguati. E' stato per sopperire alle insufficienze degli strumenti di sperimentazione dei paesi in cui la ricerca agronomica deve proporsi le mete più ambiziose che la collettività internazionale ha apprestato, nei decenni scorsi, la rete di organismi riuniti nel Cgiar, il Consultive group on international agriculture research, che raccoglie sedici istituzioni ciascuna delle quali si propone l'obiettivo del progresso in un settore specifico della sfera agronomica, la coltura del riso o quella del mais, quella della patata o quella delle specie in grado di sopravvivere nelle aree subaride, lo sfruttamento razionale delle foreste, gli allevamenti animali o quelli delle specie ittiche, l'impiego razionale dell'acqua dove le sue disponibilità siano più esigue.

Sedici organismi di ricerca le cui sedi sono disseminate da Nairobi a Città del Messico, da Colombo a Lima, dall'Aia a Bogar, in Indonesia, da Bouaké, in Costa d'Avorio, a Roma, dove il Cgiar ha collocato il proprio centro per la raccolta e la conservazione del materiale genetico. Sedici centri, migliaia di ricercatori e coadiutori, 340 milioni di dollari di bilancio complessivo, assicurato da tutti i paesi che si preoccupano delle sorti future del consorzio umano. Conoscere il lavoro che si realizza nei centri della rete mondiale della sperimentazione agronomica non può non costituire ragione di interesse per chiunque espleti nella sfera agraria il proprio impegno scientifico, didattico, produttivo. Per intraprendere quella conoscenza può effettuarsi la visita di uno dei centri Cgiar: tra tutti quello che esprime l'attrazione maggiore è quello i cui frumenti hanno ricevuto il significativo riconoscimento del premio Nobel. E' una visita che per chi si preoccupi dei rapporti futuri tra l'uomo e le risorse agrarie può risultare esperienza appassionante.

 

Previdenza agricola, L, ottobre 2000

 

 

 

Fame nel mondo: manca il cibo o il denaro per acquistarlo?

 

Ogni titolo assicura i privilegi del grado: un principe palermitano poteva tenere il cappello in testa davanti al viceré spagnolo, un membro di Montecitorio non paga  il biglietto  del treno. Di un privilegio diverso, e non meno onorevole, gode chi sia insignito del premio Nobel per l'economia, cui è concesso  di tenere una lettura accademica proponendo, con magistrale eleganza, una tesi di assoluta ovvietà, per essere onorato dall'uditorio come il vate di verità mai udite.

Ha imposto la constatazione il conferimento della laurea honoris causa, da parte dell'Università di Firenze, al professor Amartya Sen, indiano, presidente  del più prestigioso college di Oxford, insignito del   supremo riconoscimento dell'Accademia di Stoccolma  nel 1998, che  nella circostanza ha tenuto, secondo il rituale accademico, una lezione sulla materia dei propri studi. Il tema: Food entitlement and agricultural production, una locuzione di traduzione non agevole per la mancanza, in  italiano, di  un vocabolo  equivalente all'inglese entitlement, che si può tradurre con "disponibilità" o con "capacità di disporre", ma che ai due significati unisce la  nota ulteriore di "situazione economica". In sostanza, quindi, capacità di procurarsi il cibo e produzione agricola.

La tesi del neolaureato professor Sen, l'asserzione che non è la sufficienza o l'insufficienza della produzione di alimenti a determinare le situazioni di denutrizione e le carestie che attanagliano, con frequenza drammatica, regioni intere dell'Africa, paesi diversi dell'Asia e del Sudamerica, quanto, piuttosto, la  situazione economica complessiva  delle famiglie che denutrizione e carestie subiscono. Un coltivatore il cui raccolto sia distrutto da un'alluvione può essere incapace di nutrire la famiglia, ha spiegato Sen, anche se le disponibilità alimentari del paese non siano, complessivamente,  insufficienti. La famiglia di un bracciante agricolo può conoscere la fame se la produzione cui il capofamiglia dedicava il proprio lavoro sia colpita da una crisi mercantile che non comprometta, tuttavia, il raccolto delle derrate alimentari. E in una popolazione denutrita le donne possono pagare il prezzo di una carestia più gravemente degli uomini perché le regole sociali le collocano in uno stato inferiore, riducendo, rispetto agli uomini, l'entitlement femminile per il cibo.

Produrre alimenti in misura adeguata alla domanda non costituirebbe, sul Pianeta, problema insormontabile per il professor Sen, che ha sottolineato che i tassi di incremento della popolazione, che spaventano quanti affrontano il tema fissandosi sul differenziale tra crescita della popolazione e accrescimento delle produzioni alimentari, si stanno riducendo in tutto il mondo, che quindi l'aumento del cibo supera l'aumento della popolazione, un'asserzione che ha ripetuto proclamando che la crescita di alimenti pro capite avrebbe conosciuto, negli ultimi decenni, valori costantemente positivi.

L'essenza della tesi si sostanzia in un rilievo sul quale non si può che concordare pienamente con l'illustre relatore: su tre continenti del Pianeta il problema capitale non è tanto, o non solo, quello di produrre alimenti, il problema essenziale è innescare un autentico sviluppo economico. In  quei tre continenti oltre un miliardo di uomini  vive con un  reddito inferiore o poco superiore ad un  dollaro al giorno: ci si può chiedere chi possa essere tanto ingenuo  da ridurre le  necessità

di quegli uomini alla più equa distribuzione di riso e  fagioli. Oltre a riso e fagioli quegli uomini chiedono  case,  acqua potabile, abiti e servizi sociali, per disporre dei quali hanno bisogno, innanzitutto, di un lavoro remunerativo. Lo sviluppo non è, cioè soltanto un problema di cibo, che pure costituisce il bene che soddisfa la prima delle esigenze, quella senza appagare la quale l'assolvimento di ogni necessità diversa è inutile.

Tra i grandi meriti del professor Sen elencati nelle motivazioni della laurea fiorentina spiccava la singolare circostanza di un docente che ha ricoperto, contemporaneamente, nel più famoso college inglese, il corso di lezioni in economia e quello in filosofia. La filosofia indiana gode di una tradizione augusta: sono notorie, peraltro le abissali differenze della sua ispirazione da quella  della filosofia occidentale, uno dei cui canoni, dal tempo di San Tommaso dottore sottile, è l'imperativo a distinguere i problemi, affrontandoli, separatamente, uno alla volta.

Adottando l'elementare precauzione, è chiaro che se esiste, sul Pianeta, una problematica globale dello  sviluppo, esiste, più specificamente, anche un problema della produzione di alimenti. E se pure fosse coerente ai canoni della sapienza indiana affrontare i problemi nella loro interezza, tutti insieme, i buoni risultati del pensiero occidentale inducono a non abbandonare l'antica precauzione di distinguere quesito da quesito. Affrontare, con strumenti specifici, gli interrogativi sulla produzione delle derrate agricole, indipendentemente dai problemi generali dello sviluppo, un è esercizio inutile, è, probabilmente, procedura congruente. In particolare non è gratuito interrogarsi  sull'evoluzione, per il professor Sen marginale, dei rapporti tra il tasso di crescita della popolazione ed il tasso di crescita delle produzioni alimentari.

Ma interrogarsi su quei rapporti impone di rilevare che l'asserzione di Amartya Sen che negli ultimi decenni si  sarebbe registrato un incremento costante della  produzione di alimenti pro capite è in radicale contrasto con i dati del rapporto predisposto dalla Fao, nel 1995, per il Summit mondiale sull'alimentazione, nel quale si spiega che negli anni '60  la produzione alimentare aumentava del 3% all'anno, negli anni '70 del 2,3%, tra il 1980 e il 1992 è aumentata  soltanto del 2%,  e che successivamente non avrebbe ritrovato lo slancio antico. Come conseguenza il divario tra tasso di crescita della popolazione  e tasso di aumento delle disponibilità alimentari si sarebbe, recentemente, ridotto fino quali ad annullarsi.

I cereali, peraltro, base della dieta degli abitanti del Pianeta, avrebbero  conosciuto un rallentamento  dell'impulso alla crescita superiore a quello della  produzione alimentare complessiva, tanto che la produzione  pro capite sarebbe passata da 302 chilogrammi nel 1969-71 a 342 tra il 1984-86, per scendere, successivamente, a 326 tra il 1990 e il 1992. Né successivamente si sarebbe verificato un recupero. Il contrario di quanto postulato dal professor Sen, che non ha precisato  su quali dati fondasse le proprie asserzioni. Non reputa attendibili i dati Fao? Non lo ha spiegato, ne ha detto a quali altri dati si debba fare riferimento.

Se, con l'ossequio dovuto ad un premio Nobel, la considerazione per  una laurea dell'Università di Firenze e il rispetto per la filosofia indiana, si voglia obbedire all'antica massima di affrontare i problemi uno per volta, e sul tema precipuo delle produzioni agricole ascoltare, oltre ad un grande economista, un grande agronomo, chi scrive suggerisce di prestare attenzione alle valutazioni del professor Timothy Reeves, direttore del più importante istituto per la genetica dei cereali del mondo, uno degli specialisti che conoscono i campi seminati di tutti i continenti, che suole ripetere che per sfamare il Pianeta bisognerà raddoppiare le produzioni nei prossimi trenta anni, che le possibilità agronomiche sussistono, ma che per sfruttare le opportunità della scienza occorrerebbe un generale, coerente, impegno politico, ed un titanico sforzo finanziario, un impegno ed uno sforzo che il professor Reeves reputa improbabile saranno espletati dalla comunità internazionale. Anche perché v'è chi proclama,  autorevolmente, che accrescere i raccolti  non costituirebbe problema di eccessive difficoltà.

 

Previdenza agricola LI, gennaio 2001

 

 

 

Tra storia e futuribile: dalla prima alla seconda Rivoluzione verde

 

L'India invita il professor Borlaug

La Rivoluzione verde, la diffusione delle nuove varietà di cereali che hanno consentito di nutrire, tra il 1960 e il 2000, la popolazione vivente tra le fasce tropicali, due miliardi di uomini che si sono convertiti in quattro accrescendo il consumo quotidiano da 2400 a 2700 calorie, attende chi ne scriva la storia. Un economista indiano operante nel contesto del Cimmyt, l'istituto internazionale per il miglioramento del mais e del frumento che ha sede nel cuore del Messico, Prabhu Pingali, ha proposto di fissarne l'inizio in corrispondenza all'acquisto, nel 1966, di 18.000 tonnellate di frumento messicano da parte del Ministero dell'agricoltura dell'India. All'inizio degli anni '60, riferisce Pingali, il Parlamento indiano era impegnato in dispute degne di un consesso bizantino sulla direzione da imprimere allo sviluppo dell'agricoltura: a chi proponeva di dare impulso all'irrigazione v'era chi rispondeva che l'irrigazione richiedeva motopompe, macchine occidentali, a chi proponeva di promuovere l'uso dei fertilizzanti qualcuno ribatteva che anche i fertilizzanti erano creature dell'industria europea, e che diffonderne l'uso avrebbe accresciuto le importazioni di prodotti dell'Occidente. Sarebbe stata la prospettiva di una carestia di proporzioni apocalittiche a suggerire la soluzione del dibattito sulla quintessenza dello sviluppo agricolo, operando la scelta definitiva per una nuova agronomia.

Raggiunta l'indipendenza, riferisce ancora Pingali, mentre le dispute filosofiche rimandavano ogni impegno concreto, per sviluppare l'agricoltura, l’India aveva conosciuto una serie successiva di carestie, e il pessimo raccolto del 1965 riduceva le disponibilità alimentari pro capite al livello più basso dalla seconda Guerra Mondiale. Mentre ferveva il dibattito parlamentare, le stazioni sperimentali indiane avevano eseguito prove di coltura delle varietà di frumento create, in Messico, dall'americano Norman Borlaug sotto gli auspici della Fondazione Rockfeller, che nel 1943 aveva finanziato un programma di miglioramento genetico delle piante essenziali dell'agricoltura messicana. Di taglia "seminana", quindi in grado di maturare raccolti cospicui senza allettare, i frumenti di Borlaug, già ampiamente diffusi in Messico, avevano superato del 30 per cento la produzione media delle varietà indiane, che, troppo alte, non sopportavano l'impiego di fertilizzanti, e, concimate, si prostravano al suolo. I risultati avevano indotto il Governo indiano ad invitare Borlaug per una visita ufficiale, che si era compiuta nel 1963. La certezza che al secondo raccolto deficitario sarebbe seguita una carestia di dimensioni senza precedenti induceva il Governo a rigettare i dubbi sui connotati "occidentali" di uno sviluppo agricolo fondato sulla genetica e sui fertilizzanti, il ministro dell'agricoltura, C. Subramaniam, disponeva l'acquisto di 18.000 tonnellate di frumento da seme dal Messico, un paese del Terzo Mondo, peraltro, le cui sementi non potevano essere qualificate sementi "occidentali".

L'orgoglio indù era salvo, secondo Pingali quella nave di frumento avrebbe salvato l'India dalla fame, un'asserzione difficilmente condivisibile siccome con 18.000 tonnellate di frumento non si seminano che 1.000 ettari, sui quali, anche ottenendo una resa superiore del 30 per cento a quella delle varietà locali, non si può produrre tanto frumento da risolvere i problemi alimentari di un paese di 400 milioni di abitanti. Non v'è dubbio, peraltro, che riseminando tutto il frumento prodotto al primo anno, al terzo raccolto se ne  può ottenere tanto da contribuire significativamente a sfamare un paese dalle dimensioni demografiche dell'India.

Norman Borlaug aveva ottenuto i frumenti con cui aveva moltiplicato la produzione messicana secondo le procedure della genetica classica, le procedure applicate da Louis de Vilmorin in Francia nell'Ottocento, da Nazareno Strampelli, in Italia, durante la "battaglia del grano", l'unica battaglia coronata da successo delle guerre di Mussolini, sempre sfortunato nella scelta dei generali, cui circostanze felici offrirono i servizi di Strampelli, pronto, per parte sua, a dare ai suoi frumenti i nomi dei parenti prossimi del Duce, al tempo della "battaglia del grano" condizione di successo anche per una pianta di nuova creazione. Quei metodi consistono, essenzialmente, nell'identificazione di un obiettivo,  ad esempio la costituzione di un frumento a taglia bassa di elevata produttività, nella scelta delle linee parentali di cui procedere all'incrocio, nel caso assunto ad esempio una linea di elevata produttività ed una di taglia bassa, nella realizzazione dell'incrocio tra centinaia di spighe delle due linee, nella verifica in campo, tra le migliaia di combinazioni che si realizzano tra i dei due corredi genetici, di quelle che associno i caratteri desiderati nei rapporti più favorevoli.

Data la pluralità dei geni coinvolti nell'espressione dei due caratteri, alcuni dei quali possono essere incompatibili, tra le migliaia di combinazioni che si ottengono, per elementari ragioni statistiche, dall'incrocio casuale, non è scontato sia sempre presente la combinazione ideale, che, magari, ottenuta, può dissolversi alla seconda generazione. Si può credere di averla ottenuta decine di volte, per riscontrare, decine di volte, con prove parcellari di dimensioni sufficienti, di avere colto un abbaglio. I grandi genetisti, Vilmorin, Strampelli, Borlaug, sono sempre stati, un poco, maghi della riproduzione vegetale, esseri dotati di una percezione singolarissima, capaci di intuire, davanti ad una spiga non ancora in fiore, di essere di fronte al tipo che si erano proposti di ottenere. Ma anche ai maghi della riproduzione vegetale può capitare di ripetere per anni lo stesso incrocio senza ottenere la combinazione sperata. Il lavoro di ibridazione e fissazione secondo le tecniche tradizionali richiede decenni di attesa dei risultati, che difficilmente corrispondono esattamente ai propositi: il risultato migliore è una pianta che coincida "pressapoco" al modello che ci si proponeva.

Consentono di realizzare la combinazione che si desideri liberando dall'onere di verificare e scartare tutte quelle alternative le tecniche della nuova biologia molecolare, i cui sviluppi più recenti permettono, identificato il gene che si voglia introdurre nel patrimonio di una pianta determinata, di prelevarlo dalla pianta che ne sia in possesso e di inserirlo, nel corredo genetico della pianta da migliorare, nell'esatta posizione del cromosoma in cui potrà esplicare le proprie potenzialità. Le nuove metodologie sono venute perfezionandosi, negli anni più recenti, con una rapidità che sarebbe stato difficile prevedere solo dieci anni addietro, aprendo al rimodellamento delle piante coltivate prospettive assolutamente nuove, prospettive che è interessante valutare nella cornice degli interrogativi sulla capacità dell'agricoltura del Globo di realizzare quell'incremento delle produzioni che è urgente in tutti i paesi posti tre le fasce tropicali, un incremento che è incerto possa contare su mezzi diversi.

Nell'ultimo cinquantennio la popolazione del globo è raddoppiata, tra il 1950 e il 1990, passando da 2,5 a 5 miliardi, cui un miliardo si è aggiunto nel decennio successivo. La produzione di cereali è, contemporaneamente,  quasi triplicata, passando da 600 a 1900 milioni di tonnellate, ma le disponibilità alimentari non sono aumentate in proporzione identica, gran parte della nuova produzione essendo stata destinata alla trasformazione in latticini, carne d'allevamento e birra nei paesi più ricchi: mentre negli Stati Uniti il consumatore medio dispone, ogni anno, di 800 chilogrammi di cereali, che ingerisce trasformati in beef, beer, butter, vi sono paesi dell'Africa e dell'America latina dove il consumo medio di cereali non supera i 180 chilogrammi, ingeriti, evidentemente, in forma diretta, come ciotola di riso o tortilla di mais.

L'analisi dei fattori che hanno contribuito all'imponente crescita delle produzioni dimostra che essa ha potuto contare su quattro elementi capitali: la dilatazione delle superfici coltivate, tra il 1950 e il 2000 ampliatesi di 165 milioni di ettari, quella delle superfici irrigate, che dall'escavazione dei primi canali in Caldea e in Egitto tre millenni di lavoro umano avevano portato a 50 milioni di ettari all'alba del secolo, che raddoppiavano nel 1950, toccavano i 260 milioni nel 1999, l'aumento dell'impiego di fertilizzanti, tra il 1950 e il 1989 salito da 14 a 146 milioni di tonnellate, un aumento che ne cela uno maggiore, siccome il titolo dei fertilizzanti più recenti è mediamente maggiore di quello dei concimi di impiego comune negli anni '50. Quarto dei fattori propulsivi, le creazioni della genetica, che hanno consentito di accrescere i rendimenti di tutte le piante coltivate, in primo luogo dei membri della famiglia da cui dipende, direttamente o indirettamente, l'alimentazione umana, i cereali. E' stato per il contributo prestato al miglioramento delle produzioni di frumento che nel 1970 Norman Borlaug è stato insignito del premio Nobel.

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Popolazione e alimenti

La storia della produzione di alimenti nel ciquantennio della Rivoluzione verde deve ancora essere scritta: quando lo sarà dovrà essere misurato il contributo specifico di ciascuno dei quattro fattori al grande balzo delle produzioni agricole. Quel cinquantennio è destinato, peraltro, a restare iscritto nella storia dei rapporti tra l'uomo e le risorse naturali quale età senza precedenti e senza possibilità di repliche. Senza precedenti perché nel suo cammino millenario l'umanità non aveva mai realizzato, in tempi tanto brevi, un incremento paragonabile delle disponibilità alimentari, senza possibilità di repliche perchè di quei quattro fattori tre non potranno esprimere, nei decenni futuri, un'efficacia comparabile a quella manifestata nei decenni trascorsi. Salvo, forse, il Sudamerica, nuove superfici da conquistare all'agricoltura non esistono più, sui sei continenti, per consenso unanime di agronomi e geografi. Quanto l'agricoltura possa sottrarre ancora alle foreste equatoriali non compenserà, in futuro, le superfici che nei paesi di cui è in corso l'industrializzazione aree urbane, industriali e reti viarie sottrarranno alle coltivazioni. Nuove imponenti realizzazioni irrigue non sono sicure in nessun continente, gli ultimi grandi progetti debbono confrontarsi con l'opposizione più tenace tanto all'interno dei paesi che li hanno apprestati, per il rifiuto delle popolazioni interessate ad abbandonare le aree destinate agli invasi, quanto all'esterno, per le conseguenze ecologiche temute da naturalisti e climatologi, le cui preoccupazioni non possono non influenzare le istituzioni finanziarie internazionali che dovrebbero erogare le somme necessarie alla realizzazione dei progetti.

Un incremento ulteriore del consumo di fertilizzanti sarebbe, peraltro, difficilmente compatibile con gli equilibri naturali: vi sono, senza dubbio, paesi dove l'impiego attuale è tale da rendere impensabile il progresso delle produzioni senza apporti più significativi dei principi chimici della fertilità, ma su scala planetaria l'incremento nelle aree dove si verifichi una reale carenza dovrebbe essere compensato da un uso più equilibrato nelle aree dove il consumo è oggi particolarmente elevato, in specie nelle grandi aree maidicole europee e nordamericane, dove i seminati ricevono apporti di azoto superiori ai 300 chilogrammi per ettaro, una quantità che le colture non assorbono completamente, il cui esubero non può non raggiungere le falde freatiche.

Se tre dei fattori che hanno alimentato il progresso delle produzioni negli ultimi cinquant'anni debbono reputarsi praticamente neutralizzati, l'incremento futuro non può fondarsi che sul quarto, la genetica. Ma quell'incremento demografi e uomini politici auspicano sia rapido e ingente: voci autorevoli proclamano la necessità di raddoppiare le produzioni agricole in trent'anni, l'obiettivo che fu proposto all'agricoltura del Globo, nel 1974, dalla Conferenza sull'alimentazione indetta dall'Onu a Roma, un obiettivo che è stato mancato, che sarà tanto più arduo conseguire nei primi tre decenni del 2000. Ma a una meta tanto ambiziosa non può certamente mirarsi attendendo i risultati di un lavoro di ibridazione realizzato secondo le metodologie tradizionali, con i loro tempi decennali o ventennali: se la genetica è rimasto l'unico dei fattori di incremento delle rese dei cereali, il miglioramento genetico deve essere affrontato con la rapidità che consente solo la nuova biologia molecolare, con la sua capacità di produrre un ibrido, identificato il gene nuovo da introdurre in una pianta qualsiasi, in poche ore.

Sospingendo la vista nei decenni prossimi, all'annullamento, che si è verificato, di alcuni dei fattori capitali dell'aumento delle produzioni nel cinquantennio trascorso, si deve sommare l'effetto di coazioni e limiti nuovi, primi tra gli altri il depauperamento dei suoli che si constata nei paesi collocati tra le fasce tropicali, dove la terra è sottoposta ad una pressione agricola senza precedenti dall'alba della coltivazione, e la crescente competizione che per la disponibilità delle risorse idriche oppone all'agricoltura l'industria e le esigenze civili. In molti paesi l'agricoltura sta sfruttando risorse idriche di falda, che consuma in misura superiore alla rigenerazione naturale, in altri sarà presto costretta a sostituire l'impiego di acque vergini con acque reflue, che potranno contenere componenti chimiche tossiche, capaci, in tempi lunghi, di saturare i colloidi del terreno e di risultare nocive alle colture.

L'insieme del quadro pare obbligare a riconoscere che il progresso genetico dovrà procedere con una rapidità che, potendo contare su fattori complementari, non appariva indispensabile in passato, che non sarebbe, del resto, stata possibile. Gli obiettivi che l'agricoltura proporrà all'attività di costituzione vegetale saranno, per di più, assai più complessi che in passato, pretendendo  la combinazione di una produttività elevata con la capacità di resistere a fattori limitanti, supponiamo, ad esempio, varietà di mais di capaci di rendimenti elevati in condizioni di scarsa disponibilità di acqua e fertilizzanti. La combinazione impone di associare serie di caratteri genetici, quindi contesti di geni, tanto complesse da rendere impensabile l'ottenimento della pianta desiderata mediante l'ibridazione spontanea, procedessero alla scelta delle linee derivate anche genetisti della statura di Strampelli o Borlaug. Obiettivi tanto complessi possono essere perseguiti solo mediante i mezzi dell'ingegneria genetica.

 

Disponibilità caloriche e paura genetica

Di fronte all'entità degli obiettivi, all'urgenza della loro realizzazione, all'impossibilità di fondarne il perseguimento sull'insieme dei fattori che hanno sospinto l'incremento delle rese in passato, in misura cospicua non più utilizzabili, appare quantomeno velleitario il grido d'allarme di chi paventa che le nuove metodologie di conversione dei corredi genetici delle piante possano arrecare danni alla salute dell'uomo. Tradisce l'inconsistenza del timore la vacuità scientifica delle argomentazioni di chi alza quel grido, sempre fondate su una conoscenza del tutto superficiale dei processi di cui denuncia la pericolosità, accompagnata, peraltro, al sistematico rifiuto al confronto con gli specialisti di biologia. Chi denuncia i pericoli dei procedimenti della biologia molecolare lo fa, cioè, balbettando ragioni scientifiche che è incapace di formulare coerentemente, rifiutando, per principio, gli argomenti di chi, con padronanza di conoscenze, si impegna a spiegare quanto i critici estemporanei dimostrano di ignorare.

Ma più ancora che inconsistente sul terreno scientifico, l'allarme appare del tutto ignaro degli imperativi alimentari della popolazione del Pianeta. Nata e diffusa in paesi dove i problemi dell'approvvigionamento alimentare sono stati rigettati nel passato remoto, dove sono più pressanti i rischi di sovralimentazione che i pericoli di sottoalimentazione, la paura genetica si rivela, più che problema della sfera alimentare, disagio psicologico di una frazione di una piccola parte dell'umanità, i settecento milioni di esseri umani di razza bianca che vivono sulle sponde opposte dell'Atlantico. Settecento milioni di uomini su sei miliardi, uno dei quali costretto a misurarsi quotidianamente con l'arduo problema della ciotola di riso, tre visceralmente ansiosi di abbandonare la dieta della ciotola di riso per una dieta più varia, in cui compaiano le tre b che costituiscono privilegio dell'Europa e dell'America settentrionale.

Ove se ne estendano i limiti oltre le date fissate da Pingali, la prima Rivoluzione verde è stata il processo che, al raddoppio, in meno di cinquant'anni, della popolazione mondiale, ha accompagnato la triplicazione della disponibilità di cereali, che non si è tradotta, tuttavia, nell'innalzamento dei consumi alimentari  di tutti gli abitanti del Globo, che nella media hanno migliorato la propria dieta di 300 calorie quotidiane. Che una minoranza della minoranza che ha goduto del progresso delle produzioni come di beneficio esclusivo pretenda di proscrivere gli strumenti con cui la maggioranza della popolazione mondiale può migliorare la propria dieta appare quantomeno paradossale.

Esaurito l'effetto cumulativo dei fattori che del grande processo hanno costituito il propellente, se l'umanità, il numero dei cui membri continua a moltiplicarsi, dovrà essere sfamata tra trent'anni, è indispensabile che alla prima segua una seconda Rivoluzione verde, che non potendosi estendere le superfici coltivate, in specie le aree irrigue, nè accrescere l'uso dei fertilizzanti, dovrà fondarsi su un impiego più razionale di tutte le terre coltivate, tutelando la feracità dei suoli, impiegando funzionalmente risose idriche sempre più scarse, somministrando i fertilizzanti secondo tecniche che uniscano efficienza e parsimonia.

Ma, insieme all'impiego più funzionale dei fattori della produzione di cui non è possibile accrescere le disponibilità, il perno degli sforzi non potrà non corrispondere all'adozione generalizzata degli strumenti della genetica per creare cereali corrispondenti alle esigenze specifiche di ogni regione agraria, cereali che rispondano, cioè, alle peculiari condizioni di lunghezza del giorno e di acidità dei suoli, di povertà di macro e microelementi, di scarsità di acqua di ogni specifica area geografica. Se vi sarà, cioè, seconda Rivoluzione verde, essa sarà, necessariamente, la rivoluzione della genetica. Tra i tropici quattro miliardi di uomini, che in trent'anni saranno saliti almeno a sette, ne attendono i risultati. Frange esagitate della frazione che gode, nei paesi occidentali, dei piaceri esclusivi della dieta delle tre b continueranno a protestare chiassosamente: se potranno consumare beef, butter, beer, i popoli dell'Asia, dell'Africa, dell'America meridionale ignoreranno tranquillamente le loro grida.

 

Bibliografia

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-Pingali Prabhu, Shah Manisha, India and Mexico: an agricultural partnership, Cimmyt, Mexico, 1998

-Pinstrup Andersen Per, Pandya Lorch Rajul, Can Everybody Be Well Fed by 2020 without Damaging Natural Resources?, Cimmyt, Mexico, 1997

-Saltini Antonio, I semi della civiltà. Frumento, riso e mais nella storia delle società umane, Avenue Media, Bologna 1996

-Saltini Antonio, La popolazione non si arresta, la biologia accetta la sfida alimentare, in Terra e Vita, N.o speciale 5, 1998

-Saltini A., Limiti biologici e produttività agraria, in Agricolture, n° 4, lug-ago 2000

 

Rivista di storia dell’agricoltura, XLI, n° 1, giugno 2001

 

Dove il frumento ha conquistato il premio Nobel

 

Nato dal centro sperimentale costituito, nel 1943, dalla Fondazione Rockfeller per promuovere lo sviluppo dell'agricoltura messicana, cresciuto per l'intervento finanziario di un numero crescente di nazioni, il Cimmyt costituisce una delle realtà sperimentali più prestigiose dello scenario agronomico internazionale. Nei suoi laboratori e nei suoi campi hanno avuto origine, negli anni '60, i frumenti ed i mais che hanno permesso di sfamare l'India, la Cina, il Messico e il Brasile, negli stessi laboratori e negli stessi campi si lavora, oggi, per selezionare frumenti e mais capaci di alimentare, domani, la popolazione in inarrestabile crescita dei paesi tropicali. La sua fama attrae ricercatori di tutti i continenti, che nel centro messicano portano le proprie esperienze, apprendono le metodologie di lavoro più aggiornate per la manipolazione genetica delle piante coltivate

 

 

Quando Hernàn Cortés e il pugno di avventurieri che condivisero con lui la conquista del Messico giunse alla capitale degli Atzechi la vista che gli si presentò era quella dell'insediamento urbano più straordinario che occhi di uomo avessero mai potuto osservare: la città sorgeva sulle rive di un immenso lago, attorno al lago si dispiegavano catene di colli armoniosi, oltre quei colli si ergeva, inaccessibile nelle sue nevi,  la mole della montagna sacra, il grande vulcano, il Popocatepetl. Oggi Città del Messico è il più sconfinato conglomerato di strade, case, mercati del mondo, una conurbazione la cui vastità ha superato ogni dimensione umana,  la caligine dell'aria nasconde i colli e il vulcano lontano, il grande lago è stato disseccato per seminarvi piante alle quali il suolo si è dimostrato inospitale: lasciata la metropoli la superstrada solca una grande steppa, che l'autista vi informa essere stata ricoperta, prima dell'inutile prosciugamento, da acque cristalline. Al termine della corsa attraverso la steppa vi accoglie la periferia squallida e sporca di una città che potrebbe dirsi grande se non si dilatasse, tanto vicina, la metropoli delle metropoli, la superate, l'autista svolta in un viale alberato e vi informa che siete a El Batan, la sede del Cimmyt.

 

Una storia cinquantennale

Gli edifici tra i quali chi vi ha condotto vi indica la vostra residenza costituiscono il singolare ibrido tra un campus americano e un insediamento coloniale britannico: grandi spazi aperti, costruzioni dal disegno elementare, bianche, prive di ogni vanità architettonica. Solo quando, collocata la valigia nella stanza della guest house, vi recate, attraverso un prato che fiancheggia i campi destinati al frumento e al mais, al complesso che ospita uffici e laboratori,  percepite, dalla selva di bandiere e dalla monumentalità della facciata, di essere entrati in un grande centro internazionale, l'impressione che confermeranno, durante la vostra visita, l'incontro con sperimentatori di tutto il mondo, la dotazione dei laboratori, la ricchezza delle collezioni di sementi. Di quella percezione ritrovate le fondamenta nella storia dell'organismo di cui avete varcato le soglie.

Il Cimmyt, Centro internacional de mejoramiento de maìz y trigo, è il discendente del centro di ricerca che nel 1943 la Fondazione Rockfeller creò, nelle vicinanze di Città del Messico, per sviluppare sementi capaci di aumentare le produzioni fondamentali del Messico, un paese i cui contadini vivevano in condizioni di inumana miseria, incapaci di produrre il cibo per sè e per la schiera di bimbetti che pullulavano nell'abituro, più simile, allora, alla capanna di un contadino atzeco che alla dimora di un agricoltore americano o olandese. All'impegno finanziario della fondazione americana si sarebbe aggiunto, negli anni successivi, il contributo di organismi governativi ed intergovernativi, con i quali il Centro avrebbe sostenuto il lavoro di un costitutore di genio, Norman Borlaug, i cui frumenti avrebbero permesso, a metà degli anni '60, di alleviare l'atavica fame della Cina e dell'India, un risultato che avrebbe valso al grande genetista, nel 1970, il premio Nobel, tra i tanti riconoscimenti della fondazione svedese senza dubbio uno di quelli dalle motivazioni più solide.

Provano  la fondatezza di quelle motivazioni i 50 milioni di ettari che nei paesi più poveri vengono seminati, ogni anno, con le varietà create dal Centro o da organismi che hanno impiegato materiale genetico del Centro, il 70 per cento della superficie a grano di quello che viene definito il Terzo Mondo: il computo esclude la Cina, che comunque coltiva un milione di ettari di frumenti derivati da quelli dell'Istituto. La suffragano i 13 milioni di ettari di mais del Centro seminati nelle aree tropicali, equivalenti al 50 per cento della superficie seminata, nel Terzo Mondo, con mais prodotti dalla selezione genetica.

Entro nella grande sala di ingresso, alle pareti fotografie e diagrammi che testimoniano la presenza del Centro in tutti i continenti, mi ricevono Patricia Lopez, segretaria del direttore, e Linda Ainsworth, responsabile dell'accoglienza dei visitatori, che mi affida al dottor Francisco  Magallanes, responsabile tecnico delle colture sperimentali, per una visita ai campi dell'istituto. Sono cinquanta appezzamenti dalle dimensioni medie poco superiori ad un ettaro, alla metà di maggio pronte per la semina del mais e del frumento, che sull'altopiano messicano si effettua nelle settimane che precedono le prime piogge, che i cicloni d'estate portano, generalmente, all'inizio di giugno. Tra  i campi sagomati a porche per accogliere i semi delle varietà costituite, in laboratorio, durante l'anno, in un grande campo il vento agita le spighe quasi mature di una serie di frumenti seminati in novembre: il clima tropicale consente di seminare quando si voglia, purchè si disponga dell'acqua per irrigare le piante che si vogliono coltivare fuori dalla stagione umida. In ogni parcella di frumento, mi spiega la mia guida, vengono collocati, in fila singola, i semi di 6.000 nuove costituzioni, in quelle di mais i semi di 2.300 costituzioni. Cerco, mentalmente, di verificare il numero delle nuove linee di cui si sperimenta, ogni anno, nelle parcelle del Centro, la prima risposta in campo, ma i numeri sono superiori alle possibilità del calcolo mentale.

 

Progettare genomi all'elaboratore

Per chi nutra il desiderio di penetrare i termini dell'equazione tra la popolazione e le risorse del pianeta una visita al Cimmyit è esperienza straordinaria: nel corso della mia permanenza posso conversare della lotta contro la denutrizione in America Latina con Gregorio Martinez Valdes, responsabile dei rapporti dell'istituto con gli organismi governativi, delle possibilità di ripetere, in India, il prodigio della Rivoluzione Verde, con Prabhu Pingali, responsabile della ricerca economica del Cimmyt,  delle insormontabili difficoltà che frenano il progresso agrario in Africa con Jean Marcel Ribaut, un ricercatore francese impegnato nei programmi del Centro per il Continente Nero. Ma la chiave scientifica del lavoro del Cimmyt me la offre Alessandro Pellegrineschi, un giovane laureato dell'Università della Tuscia giunto a El Batan dopo esperienze non meno significative in paesi europei e africani. Quella chiave consiste nella possibilità di progettare, all'elaboratore, nuovi genomi offerta dagli strumenti della biologia molecolare.

La genetica classica, protagonista degli straordinari incrementi delle rese realizzati, dall'alba del secolo, nei paesi evoluti, nella seconda metà del Novecento in quelli del Terzo Mondo, sapeva individuare con lucidità i propri obiettivi, argomenta Pellegrineschi, la creazione, ad esempio, di un frumento di alta produttività e di taglia bassa. Fissato l'obiettivo, sceglieva il frumento dalla produttività più prossima a quella desiderata ed un frumento dalla taglia prescelta e procedeva alla loro ibridazione. Da quell'ibridazione avevano origine centinaia di combinazioni tra i caratteri dei due ceppi, tra quelle combinazioni il genetista doveva scegliere quella più vicina al modello ideale che si era proposto e fissarla in un genoma stabile, una serie di operazioni che, tra esiti più o meno lontani dall'obiettivo, poteva richiedere vent'anni di lavoro, qualche volta abbreviati dalle doti speciali dei grandi costitutori: Vilmorin, Burbank e Strampelli non furono solo scienziati, furono veggenti capaci di intuire, dalla conformazione di un germoglio, le caratteristiche di una varietà vegetale.

Alle sue origini, vent'anni addietro, la biologia molecolare individuò la possibilità di trasferire un gene da una pianta ad un'altra, elaborando, per realizzare l'obiettivo, complessi procedimenti che si servivano di un vettore vivente, un battere impiegato come navetta per il trasferimento. Le nuove metodologie di laboratorio consentono di asportare, semplicemente e rapidamente, un gene dal cromosoma di una pianta e di trasferirlo in quello di un'altra. Il genoma del riso è, ormai, interamente conosciuto, prosegue Pellegrineschi, quelli del frumento e del mais lo sono in gran parte: la conoscenza del genoma consente di  operare con padronanza topografica nella pluralità dei cromosomi e nella miriade dei geni: il mais, sottolinea, possiede circa sessantamila geni. Volendo attribuire ad una varietà di elevata produttività la capacità di resistere all'aridità, sappiamo, prosegue il mio interlocutore, in quali siti ricercare il carattere che ci interessa, possiamo verificare le peculiarità dei geni che ci proponiamo di trasferire e possiamo operare il trapianto. Disponendo delle risorse genetiche della collezione del Cimmyt, una delle più ricche al mondo, potendo richiedere agli altri centri di conservazione del germoplasma le varietà di cui si vogliano utilizzare i caratteri, varietà primitive o frutto di decenni di miglioramento, è possibile progettare piante nuove, realizzando le combinazioni che si ritengano corrispondere alle esigenze di qualsiasi area di coltura, predefinendo produttività e resistenza alle costrizioni climatiche e parassitarie, e procedendo, in laboratorio, alla loro effettuazione. Individuato un gene utile al progetto, che nella varietà di origine si esprima debolmente, è altresì possibile associarlo ad altri che ne accentuino l'espressione. Le nuove conoscenze consentono,  cioè, di progettare genomi e di realizzarli con operazioni rapide, predisponendo il materiale per la prossima semina. Un anno dove ne occorrevano venti.

Ma fino a quale punto, chiedo al mio interlocutore, è possibile combinare la massima produttività con la massima resistenza alle cause che la limitano? Può una pianta dotata del patrimonio genetico necessario ad affrontare un ambiente ostile possedere anche i geni che le consentano, in condizioni ottimali, di assicurare produzioni eccezionali? Astrattamente no, risponde Pellegrineschi, ma proprio perchè possiamo progettare un genoma e realizzarlo in laboratorio possiamo mirare all'equilibrio tra produttività e resistenza ottimale per l'ambiente per cui lavoriamo, creare la pianta più produttiva che le condizioni con cui ci confrontiamo siano in grado di alimentare. Le condizioni dei paesi per i quali al Cimmyt si lavora per assicurare nuove sementi sono, generalmente, condizioni difficili, condizioni che impongono al frumento e al mais di misurarsi con la povertà del suolo, con l'aridità, con la salinità, con una molteplicità di parassiti: in quelle condizioni il frumento non può produrre come nella Beauce, nè il mais come in Iowa, ma chi vive in quei paesi ha assoluta necessità di disporre di più cibo, e al Cimmyt siamo impegnati a creare genomi che consentano a quella gente di produrre più cibo. Più rapidamente possibile, perchè nel Terzo Mondo la popolazione cresce, e l'agricoltura della fame è agricoltura di rapina, che altera, spinta dalla disperazione, le risorse fondamentali,  prima di tutto il suolo, che, distrutto, non darà più nulla neppure alle generazioni future.

Mi balena alla mente il ricordo delle polemiche europee contro le piante transgeniche, i cui avversari non sono mai entrati nella capanna di un contadino messicano o nigeriano, sei bimbetti che debbono dividere la polentina di mais. Il ricordo trae seco, per associazione, quello del professore tedesco di "agricoltura biologica" al quale chiesi, nel corso di un dibattito, se pensasse che l'agricoltura "biologica" fosse in grado di risolvere i problemi dei paesi affetti da carenze alimentari. "Le carenze alimentari non sono problema che debba interessare noi tedeschi!" rispose indispettito. Penso, per un attimo, di proporre l'argomento al mio interlocutore, per un attimo soltanto: stiamo parlando di cose troppo serie, perchè divagare su futilità?

 

Le condizioni politiche

Riassume e compendia la molteplicità dei problemi che ho potuto esaminare conversando con ricercatori impegnati a creare frumenti e mais per l'Africa, l'Asia e l'America Latina la mia conversazione con il direttore generale del Centro, l'australiano Timothy Reeves, che mi riceve mostrandomi, sul tavolo che separa le poltrone che ci ospitano, un frumento dalle spighe di dimensioni enormi. Quelle dimensioni sono dovute alle caratteristiche dei fiori, ciascuno dei quali ha generato due cariossidi anzichè una sola, una caratteristica di alcuni frumenti primitivi che la genetica ha scoperto e che intende impiegare per fare frumenti nuovi, la cui produttività assicuri raccolti più alti di quelli che gli agricoltori della terra ottengono, oggi, sui propri campi.

Ma non sussistono, chiedo al professor Reeves, limiti naturali? Esiste la possibilità biologica di superare i rendimenti più elevati, di spingere ancora più in alto produzioni ingenti come quelle di certe regioni francesi, il Pas de Calais e la Piccardia, che superano, su superfici vastissime, le otto tonnellate di frumento per ettaro? Quella francese è una produzione ingente, conferma Reeves, ma non vedo come possa essere ritenuta invalicabile. Con la pianta di frumento che conosciamo potremmo essere prossimi ad un limite, ma possiamo immaginare piante dall'architettura diversa, che stabiliscano rapporti diversi con il suolo, con la luce, con l'aria e con l'acqua, e realizzarle.

Quindi la genetica può vincere la sfida della popolazione del pianeta che continua ad aumentare, deduco dall'asserzione del mio interlocutore. Non ho alcun dubbio, conferma Reeves: non è la genetica da sola, però, che può vincere il confronto. La sfida deve essere affrontata combinando la genetica  con l'insieme delle metodologie agronomiche. Il Cimmyt non è impegnato solo sul fronte genetico, mi spiega, è impegnato a offrire ai paesi più poveri semi nuovi insieme alle metodologie per coltivarli, metodologie calibrate per ogni regione agraria  per ottenere di più dalla terra salvaguardandone la fertilità. Su scala planetaria la perdita di fertilità dei suoli dilaga con forza devastante, riconosce il direttore del Cimmyt, l'acqua è sempre più scarsa, la salinità minaccia regioni nuove. E' contro questi avversari che siamo impegnati a congegnare piante nuove e tecniche nuove.

Con il convincimento di poter vincere, insisto. Nutro il convincimento che la scienza possa vincere, ribadisce Reeves, le incognite sono, piuttosto, di natura politica ed economica. Manca, nei responsabili politici, la percezione della gravità del problema alimentare, manca, il mio interlocutore sottolinea le parole, nei responsabili politici, la consapevolezza che i successi della Rivoluzione Verde possano rivelarsi effimeri, effimeri perché la popolazione cresce ancora, effimeri perchè i suoli si deteriorano, effimeri perchè l'agricoltura sta soffrendo sempre più gravemente della limitatezza delle risorse idriche. In tutto il mondo i responsabili politici stanno riducendo gli stanziamenti per la ricerca agricola, che il quadro delle necessità imporrebbe di accrescere. Pare che i governanti non si rendano conto che il mondo dovrebbe raddoppiare la produzione agricola in trent'anni, e che l'80 per cento dell'aumento dovrà realizzarsi tra i tropici, quindi in condizioni agronomiche difficilissime.

Ma se le difficoltà sono immani, se le sfere di governo sono incapaci persino di percepirne la drammaticità, su quali ragioni fondare l'ottimismo? Lo chiedo al mio interlocutore. Le difficoltà sono immense, Timothy Reeves mi fissa grave, ma la scienza ha gli strumenti per vincere la sfida,  può vincere la sfida.

Previdenza agricola, n° 2, febbraio 2001

 

 

Ingegneria genetica: due filosofie per due agricolture

 

Con tecniche identiche, nei centri di selezione genetica più avanzati del mondo si lavora mirando ad obiettivi radicalmente diversi: le grandi società sementiere a produrre piante che assicurino, sui suoli più fertili, la massima produzione in associazione all'impiego di fertilizzanti, diserbanti, anticrittogamici, i centri che lavorano per produrre sementi per il Terzo Mondo mirando a piante che consentano quanto è possibile confrontandosi con tutte le avversità, la povertà del suolo e la scarsità di acqua, l'impossibilità di chi le coltiva di acquistare un quintale solo di fertilizzanti

 

Un assioma assai radicato nel chiassoso mondo che si oppone al progresso della tecnologia agronomica proclama che il patrimonio genetico della Terra sarebbe in pericolo: le grandi società della chimica sarebbero impegnate ad appropriarsi del patrimonio delle varietà tradizionali, ne brevetterebbero i geni e si riserverebbero l'esclusivo potere di ricombinarli nelle piante del futuro. Come in molti proclami di chi pretende di intervenire in sfere nelle quali manca di ogni competenza, il bando contro il monopolio genetico delle società multinazionali contiene un embrione di verità, alterato e impiegato per trarne deduzioni che non hanno riscontro nella realtà. Nel quadro internazionale della costituzione vegetale chi l'argomento abbia penetrato oltre la superficie riconosce che esistono due categorie di operatori, che si ispirano a due filosofie genetiche, che producono e distribuiscono due classi di sementi, costituite per assolvere a finalità radicalmente divergenti. I primi sono le multinazionali della chimica, i secondi gli organismi internazionali che operano per offrire nuove sementi al Terzo Mondo, dove gli agricoltori non hanno il denaro per comprare ogni anno sementi nuove, e dove insieme alle sementi non sono in grado di acquistare fertilizzanti, anticrittogamici e erbicidi.

 

Sementi businness, sementi per la fame

In termini un poco semplificati si possono distinguere gli obiettivi delle due classi di operatori rilevando che le società chimiche sono impegnate a produrre sementi che assicurino, in adeguate condizioni di fertilità, le produzioni più elevate in combinazione all'impiego di dosi elevate di fertilizzanti, di antiparassitari e di erbicidi, sementi, peraltro, che gli agricoltori debbano acquistare tutti gli anni, che gli organismi che selezionano sementi per il Terzo Mondo si propongono di produrre piante capaci di crescere in condizioni di bassa fertilità, di sfruttare al massimo l'azoto apportato, ai Tropici, dalle piogge, che resistano all'aridità che alle latitudini tropicali minaccia sistematicamente le colture, che siano, soprattutto, stabili, consentendo agli agricoltori di riutilizzare il seme che hanno raccolto. Se, per realizzare i propri obiettivi,  le multinazionali della chimica possono investire, nella raccolta di grandi collezioni di sementi e  nella costituzione di nuove varietà, cifre imponenti, gli organismi che lavorano con finalità opposte dispongono anch'essi, frutto del sostegno finanziario di governi lungimiranti,  di straordinarie raccolte di sementi antiche e nuove, di laboratori moderni, di uomini che lavorano con la passione con cui si perseguono le grandi mete, uomini che hanno firmato, negli ultimi decenni, i risultati clamorosi della Rivoluzione Verde. Per quei risultati il loro decano, l'americano Norman Borlaug, è stato insignito del premio Nobel.

Per misurare la distanza che separa le finalità del lavoro delle due classi di costitutori chi abbia avuto l'occasione di visitare uno o più di uno dei centri di selezione dei grandi produttori di sementi, in specie quelli statunitensi, può penetrare la realtà opposta visitando uno degli organismi impegnati nella genetica per il Terzo Mondo: tra tutti la scelta è coerente cada sul Cimmyt di Città del Messico, il centro dove hanno avuto vita i frumenti del Nobel, dove i successori di Borlaug stanno elaborando le sementi che dovranno soddisfare la richiesta crescente di pane e di riso dell'Africa, dell'Asia, dell'America Latina.

L'essenza del lavoro, nelle schiere contrapposte di centri genetici, è la medesima: individuare, nelle collezioni di sementi raccolte su tutti i continenti, i geni da inserire in una varietà che possa assicurare, in una o più aree di coltura, l'aumento delle rese,  e trasferirli in un nuovo genoma, progettare, secondo una metafora espressiva, nuovi genomi,  componendoli mediante gli elementi tratti da piante di tutto il mondo. Se analoghi sono gli obiettivi di lavoro,  identici sono anche i metodi, quelle procedure della biologia molecolare che consentono, oggi, di identificare un gene in una pianta e di trasferirlo nel genoma di una pianta diversa, determinando, con l'accurata scelta della posizione in cui lo si installi nelle catene di dna, se debba operare nelle radici, nello stelo o nelle foglie, se debba esprimersi vigorosamente o più debolmente.

Se le finalità di lavoro sono, astrattamente identiche, sono, invece, radicalmente diverse le peculiarità dei geni che nelle due categorie di laboratori i ricercatori si propongono di combinare. Nelle società sementiere si mira, infatti, a reperire geni che assicurino la massima produttività in condizioni ottimali di tutti gli input, il massimo di fertilizzanti e il massimo d'acqua, e si associano quei geni alla resistenza agli erbicidi che si vogliano vendere insieme alle sementi, prevedendo, per ottenere la massima produttività, l'impiego, sui seminati, di insetticidi e anticrittogamici. Nei centri in cui si progettano genomi  per il Terzo Mondo l'obiettivo essenziale è, invece, la combinazione di geni che assicurino la resistenza ai fattori avversi, quei  fattori contro i quali i coltivatori dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina sono impotenti: la povertà dei suoli, l'insufficienza della fertilizzazione, la penuria d'acqua, e tutte le avversità parassitarie, insetti, crittogame e malerbe, contro le quali i contadini del Terzo Mondo non possono usare i prodotti chimici che non hanno il denaro per acquistare. La genetica di chi lavora per il Terzo Mondo è la genetica per un'agricoltura senza chimica, o per un'agricoltura che impieghi le dosi essenziali dei due principi essenziali, l'azoto e il fosforo.

La ricerca sistematica dei geni della resistenza alle avversità nei parenti botanici del mais e del frumento ha consentito al Cimmyt risultati di immenso rilievo. Tra i più significativi, la capacità delle nuove varietà di competere vigorosamente contro le infestanti, ricoprendo il terreno più rapidamente e sottraendo loro acqua e azoto: un obiettivo diametralmente opposto a quello della selezione commerciale, che con la semente vuole vendere il diserbante.

 

Fare polenta o fare mangimi?

Oltre a mirare alla resistenza alle cause avverse nei centri di selezione per il Terzo Mondo si lavora per produrre sementi più nutrienti: il mais coltivato in Africa e in America Latina non serve, inserito in un mangime integrato, ad alimentare bestiame, serve a sfamare uomini, e le carenze nutrizionali della cariosside di mais possono provocare in quegli uomini, soprattutto nei bambini, che necessitano di tutti gli elementi della crescita,  deficienze e malattie oltremodo gravi. Al Cimmyt si lavora, quindi, per mais più ricchi di aminoacidi e di ferro, un elemento della nutrizione di cui sono particolarmente carenti le diete africane. Abbiamo buoni rapporti con le società sementiere, mi conferma Timothy Reeves, direttore del Cimmyt, ma quando proponiamo loro di collaborare, rispondono, quasi sempre, che gli obiettivi per cui lavoriamo noi non le interessano: per loro includere microelementi nelle cariossidi non ha alcuna importanza, li aggiungeranno i mangimisti alle loro miscele.

Identificati i geni da includere nel genoma che si voglia realizzare, anche gli obiettivi della loro combinazione differiscono radicalmente nelle due categorie di centri di selezione. Le società sementiere si propongono, infatti, di costituire linee pure dalle quali ottenere ibridi che esaltino i caratteri delle linee parentali, ma che ad ogni generazione segreghino un numero tale di combinazioni, per lo più sfavorevoli, da imporre agli agricoltori l'acquisto annuale della semente. Nei centri che apprestano sementi per il Terzo Mondo si mira, invece, ad includere i geni favorevoli in genotipi stabili, di cui i coltivatori africani e sudamericani possano riutilizzare ogni anno la semente senza che se ne alterino significativamente i caratteri. L'obiettivo non è semplicissimo, nei campi i cereali sono sempre soggetti ad un certo grado di ricombinazione per effetto di impollinazioni incontrollabili: è la ragione per la quale al Cymmyt si studia un fenomeno raro e singolare della riproduzione degli organismi vegetali, l'apomissia, che, scoperto il segreto che la regola,  si potrebbe utilizzare per produrre sementi assolutamente stabili.

 

Selezionare sementi stabili

L'apomissia, mi spiega Jean Marcel Ribaut, uno sperimentatore francese del gruppo biotecnologico del Cimmyt, è la duplicazione, da parte della pianta madre, del proprio corredo di cromosomi senza intervento della meiosi, il processo che rimescola i geni dell'ovulo e del polline riuniti all'atto della gamia, il processo per cui tra i discendenti di due viventi contraddistinti da caratteri diversi si verificano le combinazioni di quei caratteri previste aritmeticamente dalle leggi di Mendel. Il fenomeno si verifica in alcune specie selvatiche, mi spiega il ricercatore francese, e stiamo cercando di comprenderne il meccanismo per introdurlo nei cereali coltivati: sarebbe lo strumento per produrre piante assolutamente stabili, le piante che occorrono dove il coltivatore non è in grado di sostituire la sua semente. In Messico il Governo, che non dispone dei mezzi per fornire sementi migliorate a tutti i coltivatori poveri,  ha lanciato il programma "kilo por kilo", offre agli agricoltori più poveri un chilo di semente migliorata per un chilo del loro mais. I mais che distribuisce sono gli antichi mais atzechi o maya migliorati con l'inserimento di geni di resistenza alla siccità e alle malattie, in gran parte mais del Cimmyt, che dopo qualche anno di coltura perdono, tuttavia, l'efficienza originaria. Mais apomittici consentirebbero di conservare, intatta, la propria efficienza fino a quando i centri di assistenza non fossero in grado di offrire ai coltivatori sementi migliori.

Consentire al coltivatore di riprodurre la propria semente: è l'espressione di una filosofia antitetica a quella delle multinazionali della chimica, rilevo. Assolutamente antitetica, riconosce Ribaut, ma le multinazionali non si preoccupano della nostra concorrenza, sottolinea: campesinos e fellah del Sud del Pianeta non sono tra i produttori che i giganti chimici abbiano interesse ad includere tra i propri clienti.

 

Previdenza agricola, giugno-luglio 2001

 

 

 

Non può essere pace su un pianeta popolato da affamati

 

Pane e percezione storica

Della società in cui viviamo, la società occidentale quale ha preso forma sulle sponde opposte dell’Atlantico, è stata proposta una pluralità di definizioni, ciascuna ideata per enucleare l’aspetto che chi la proponeva riteneva esprimesse  l’elemento che distinguerebbe la civiltà dell’ultimo scorcio del Ventesimo secolo da tutte le società precedenti. Sono state coniate, così, le locuzioni società globale, di società dell’informazione, di società opulenta, di società dello svago. Credo che lo storico dei rapporti tra l’uomo e le risorse naturali non possa reputarsi soddisfatto, nella prospettiva dalla quale osserva i fenomeni sociali, da nessuna delle definizioni suggerite da economisti e sociologi, e a chi gli chieda una locuzione che identifichi le peculiarità della civiltà occidentale contemporanea nei confronti delle risorse agrarie debba rispondere che essa dovrebbe essere definita la società del pane senza valore. Dall’alba delle società sedentarie, nel corso di sette millenni, le persone umane di condizione media, l’assoluta maggioranza degli uomini e delle donne, hanno condotto una lotta aspra e incerta per disporre dei centocinquanta-duecento chilogrammi di frumento, riso o mais, necessari a scongiurare la fame, li producessero direttamente o li scambiassero con i beni diversi che fossero in grado di produrre, la famiglia agricola o operaia ha dovuto impiegare, nel lungo arco temporale, gli sforzi di tutti i propri membri, dai bambini di dieci anni ai vecchi di settanta, per disporre dei sei-dieci quintali di cereali necessari al nucleo familiare. Oggi nei paesi occidentali quelle quantità di cereali si scambiano con il frutto di poche ore di lavoro: all’operaio è sufficiente, mediamente, un’ora di lavoro per procurarsi il quintale di grano che costava, al lavoratore delle società che hanno preceduto la nostra, cinque mesi di fatica.

Il frumento, quindi, nella nostra società, il pane, ha perduto il valore antico, il ruolo di genere essenziale, e nella percezione collettiva è decaduto a bene di disponibilità sicura e di rilievo marginale di fronte alla pluralità dei bisogni percepiti come più rilevanti. Le manifestazioni del superamento del ruolo primario del pane, in termini generali dell’insieme dei beni alimentari, sono molteplici e inequivocabili. La sensibilità collettiva insorge contro l’impiego dei mezzi chimici che distruggono, in un campo di grano, papaveri e fiordalisi, senza alcuna preoccupazione per la contrazione che la presenza delle erbe infestanti determinerebbe nel raccolto del frumento, rifiuta, senza  prove obiettive di nocività, l’impiego di sementi che siano derivate da manipolazione genetica, contestando l’istanza di accrescere i raccolti sostenuta dal mondo agricolo. Quale necessità sussisterebbe di accrescere le produzioni, chiedono ai lettori, dalle rubriche dei settimanali, i paladini del pensare comune: i raccolti sono in eccedenza rispetto ai bisogni, e se le produzioni cerealicole europee non fossero sufficienti, ci sono gli agricoltori americani, quelli canadesi e quelli argentini pronti a cedere, ai prezzi più modici, navi senza numero di frumento, mais e orzo.

            Il sentimento comune, ignaro, da lungi decenni, della crudeltà  della penuria, infastidito, piuttosto, dalle eccedenze produttive smaltite a spese del contribuente, non manca di un fondamento obiettivo: i paesi occidentali hanno conosciuto, nel secolo appena concluso, un progresso agricolo prodigioso, che si è dimostrato in grado di soddisfare la domanda più esigente. Combinandosi col raggiungimento della stabilità demografica esso giustifica la sufficienza con cui la coscienza collettiva rifiuta ogni impegno per accrescere le produzioni agricole. Ma la percezione del senso comune nei paesi dell’Occidente non è la percezione comune dell’umanità, la sicurezza alimentare è prerogativa esclusiva di sei-ottocento milioni di uomini, un’esigua minoranza, poco più di un decimo di un’umanità che consta di sei miliardi di uomini, cinque dei quali vivono disponendo mediamente 2.750 calorie al giorno, un’entità con cui possono essere appagate le necessità nutrizionali essenziali, senza concessioni ai piaceri della tavola, mezzo miliardo vive senza disporre che di 2.100 calorie quotidiane, un’entità che consente la sopravvivenza nel confronto quotidiano con la fame e con tutte le turbe fisiche che della fame sono conseguenza. Per l’umanità nel suo insieme il pane, o il riso, ha lo stesso valore di bene essenziale e prezioso che aveva per i nostri avi, e per gli avi dei nostri avi.

In Asia, dove vive metà della popolazione mondiale, due miliardi e mezzo di uomini, che stanno avvicinandosi alla soglia del benessere, concepiscono quel benessere innanzitutto come mutamento della dieta tradizionale, con il superamento del regime alimentare fondato sulla ciotola di riso condito con legumi e l’adozione della dieta occidentale fondata sulle tre b: beer, butter, beef,  birra, burro e carne di vitellone, o di pollo, tre b che si traducono nella sola c dei cereali necessari alla produzione intensiva di latticini, a quella di carni di allevamento, a quella di birra. L’adozione della dieta occidentale da parte della la popolazione dell’Asia sarebbe autentico cataclisma economico, uno degli eventi dalle conseguenze più travolgenti nella storia dei rapporti tra l’uomo e le risorse del Pianeta, che analisti autorevoli negano essere in grado, qualunque grado di tecnologia venga adottato, di produrre le quantità di cereali che sarebbero necessarie per sostituire, in Asia, la dieta delle tre b alla dieta della ciotola di riso.

Se è vero, perciò, che viviamo in una società globale, dove ragionare in termini nazionali, o continentali, costituirebbe prova di miopia, e atteggiamento gravido di pericoli futuri, dobbiamo riconoscere nel sentimento di sicurezza alimentare che domina le nazioni collocate sulle due sponde dell’Atlantico una percezione a metà tra l’ignoranza e la sicumera. Per il dominio delle risorse agricole i popoli si sono sempre scontrati con ferocia: i grandi imperi del passato sono stati, innanzitutto, imperi del grano, la signoria  dei mari è stata perseguita, in misura rilevante, per il controllo delle rotte del grano: una pace duratura non può che fondarsi sull’equa distribuzione di frumento e riso, sull’eguale disponibilità di calorie quotidiane. Auspicare la concordia tra chi sciupa, siccome è difficile il consumo integrale, 4.500 calorie al giorno, e chi non dispone che di 2.700, conosce, tramite i mezzi della società della comunicazione, la vista delle tavole occidentali traboccanti di beef, butter, beer, e prova, a quella vista, il bisogno prepotente di fruire di quanto pare che una terra avara gli neghi, o chi, costretto a sopravvivere con 2.100 calorie, conosce il pianto quotidiano dei bambini affamati, non pare essere prova di solida razionalità. Se pace è prodotto della giustizia, la giustizia deve distribuire, innanzitutto, i beni che appagano le esigenze essenziali, e nessuna esigenza è più fondamentale di quella del pane , o del riso. Né si può reputare che il desiderio di una bottiglia giornaliera di birra, o di un pollo ogni tre giorni, si situino, soddisfatto il bisogno di pane, molto lontano nella scala delle esigenze fondamentali.

 

Raddoppiare le produzioni

Nella storia dei rapporti tra l’uomo e le risorse alimentari la seconda metà del secolo che si è appena chiuso rappresentano il periodo delle trasformazioni più straordinarie, di una rivoluzione senza precedenti. Avvicinandosi al tasso di accrescimento teorico supposto da Robert Malthus la popolazione del Globo è più che raddoppiata,  passando da 2,5 a 6 miliardi di uomini, ma smentendo il pessimismo del religioso anglicano sulla possibilità che le produzioni agricole seguano l’incremento demografico, la produzione di cereali, fondamento della nutrizione umana, è triplicata, da 600 raggiungendo i 2.900 milioni di tonnellate. Aritmeticamente tutti gli abitanti del Pianeta disporrebbero della più solida sicurezza alimentare: il computo aritmetico non considera, però, che dei tre cereali fondamentali coltivati sui sei continenti, quello prodotto in quantità maggiore, il mais, è stato impiegato, in prevalenza, per la trasformazione in beer, butter, beef destinati a quel decimo della popolazione della Terra che vive sulle due sponde dell’Atlantico, o in quell’appendice dell’Occidente che è il Giappone moderno.

Il risultato del processo è appariscente nel confronto tra il consumo di cereali di un cittadino americano, 800 chilogrammi, che non possono, palesemente, essere ingeriti direttamente, ma solo dopo la conversione in derrate animali, e quello di un abitante dell’Africa, che non dispone che di 180 chili di sorgo e mais da convertire in polentine. Siccome la conversione biologica determina la perdita da due terzi fino a sei settimi della materia prima, è evidente che se l’abitante dell’Africa trasformasse la durra di cui dispone in carne di pollo, quella carne non gli assicurerebbe che qualche centinaio di calorie quotidiane, al di sotto del limite della denutrizione.

Al termine di cinque decenni di crescita senza precedenti nelle produzioni alimentari, il quadro planetario dell’alimentazione non è più confortante, oggi, che negli anni drammatici che seguirono il secondo conflitto mondiale: l’inventario della disponibilità caloriche che abbiamo tratteggiato dimostra  l’enormità dei bisogni da soddisfare. E’ vero, si può rilevare, che i tassi di incremento demografico stanno riducendosi su tutti i continenti, ma nonostante la contrazione gli organismi internazionali prevedono che nei prossimi trent’anni almeno due miliardi di abitanti si aggiungeranno a quelli attuali, e che l’addizione avrà luogo eminentemente nei paesi che oggi soffrono di situazioni più gravemente deficitarie.

Sommando le poste passive del futuro bilancio alimentare del Globo, i bisogni degli affamati di oggi, quelli di chi pretende di mutare la propria dieta attuale, quelli dei nuovi abitanti del pianeta, esperti autorevoli postulano la necessità di raddoppiare le produzioni alimentari nell’arco dei prossimi trent’anni. Raddoppiare le produzioni in trent’anni fu l’obiettivo che, dopo la crisi alimentare del 1972, che colpì con durezza i paesi incapaci di scambiare petrolio, o oro, con grano, propose ai governi del Pianeta la conferenza sull’alimentazione celebrata a Roma nel 1973. I progressi realizzati da allora sono stati indubbiamente ingenti, ma l’obiettivo è stato mancato: potrà essere realizzato nei prossimi tre decenni? Proporre una risposta è arduo: l’unica strada per formularla pare essere l’analisi dei fattori che hanno consentito l’incremento del cinquantennio appena concluso, e la verifica della possibilità che essi siano impiegati per un incremento ulteriore.

            Negli anni Cinquanta a chiunque chiedesse se fosse possibile produrre più cereali qualsiasi agronomo laureato da una università di sufficiente serietà avrebbe risposto, senza esitazione,  che l’incremento era possibile, e che erano quattro i fattori che si dovevano combinare per il suo perseguimento. Il primo, l’estendimento, tramite nuovi dissodamenti, delle superfici arative, il secondo, l’ampliamento delle superfici irrigue, il terzo, la diffusione dell’impiego dei fertilizzanti, il quarto, l’impiego di sementi selezionate. Nei cinque decenni del prodigioso aumento delle produzioni i dati attestano che le superfici arative hanno strappato alle foreste e alle praterie 165 milioni di ettari, cinque volte la superficie agricola della Francia, che le superfici irrigue hanno realizzato il più straordinario balzo della storia, dai 110 milioni di ettari irrigati dall’età di Hammurabi raggiungendo i 260, che il consumo di fertilizzanti è decuplicato passando da 14 a 146 milioni di tonnellate, che la genetica ha selezionato sementi in grado di produzioni doppie o triple di quelle delle varietà tradizionali, le nuove sementi diffuse dalla “rivoluzione verde” in tutti i paesi del Globo, in particolare nei giganti agricoli asiatici, l’India e la Cina.

 

Resta la genetica?

            Verificati i fattori della moltiplicazione delle produzioni cerealicole nella seconda metà del Ventesimo secolo dare risposta al quesito sulla possibilità di utilizzare i medesimi fattori per progressi ulteriori della produzione di derrate agricole non impone indagini particolarmente ardue. Un’analisi alquanto semplice impone di riconoscere che almeno tre degli elementi della crescita nei cinque decenni trascorsi debbono reputarsi, alla sutura tra i due secoli, praticamente inattivati. L’agricoltura del Pianeta non potrà contare, innanzitutto, sull’estendimento ulteriore delle superfici coltivate: botanici, geografi e climatologi concordano, infatti, sulla necessità di arrestare l’erosione delle aree forestali per aprire nuovi campi all’aratro. Se, peraltro, i paesi dell’Asia e dell’America meridionale che dispongono di vaste aree forestali e che si misurano con gravi problemi alimentari rigettano le ingiunzioni della comunità internazionale a preservare gli spazi forestali, e continueranno a convertire foreste equatoriali in seminativi, in tutti i paesi in cui l’agricoltura non può più conquistare un solo ettaro, milioni di ettari vengono convertiti in aree industriali e urbane o in arterie di comunicazione. In Giappone, un paese dalla superficie esigua, dalla popolazione ingente e dal regime alimentare occidentale, la superficie agraria è stata ridotta in misura tanto ingente che l’alimentazione nazionale dipende interamente, ormai, dalle importazioni cerealicole dagli Stati Uniti, che con Canada e Argentina imbarcano verso il Paese del Sole levante 28 milioni di tonnellate di cereali. L’antico protagonista della sfida militare all’America potrebbe essere ridotto alla fame, domani, da uno sciopero dei portuali di Houston. Non manca, tra gli analisti del quadro agropolitico,  chi reputa che l’industrializzazione farà della Cina, dove ogni cittadino non dispone che di un decimo di ettaro di suolo arabile,  un Giappone dalle dimensioni decuplicate: una circostanza che sovvertirebbe, il computo è agevole, gli equilibri alimentari, e politici, del Pianeta.

Se mancano ormai, sul piano planetario, le superfici forestali o pascolative da convertire in seminativi, ancora più incerta appare l’eventualità di estendere ulteriormente le superfici irrigue. Economisti illustri reputano che la scarsità di acqua costituirà il vincolo più severo al progresso economico futuro di continenti interi. Le città che si estendono, le industrie che si moltiplicano contendono, inevitabilmente, l’acqua all’agricoltura, cui saranno sottratte le risorse accumulate negli invasi costruiti per irrigare risaie e piantagioni frutticole, ed è difficile immaginare che l’agricoltura possa estendere, con le risorse ridotte, le aree servite da canali di irrigazione. Produrre un chilogrammo di sostanze commestibili richiede, biologicamente, l’impiego di quantità tre-cinquecento volte maggiori di acqua, cui vanno aggiunte le quantità perdute per evaporazione, percolazione, scorrimento. Riducendo le perdite, la tecnologia irrigua dei paesi più evoluti è in grado di ottenere le medesime produzioni con volumi di acqua enormemente inferiori a quelli necessari alle tecniche tradizionali, ma le attrezzature, tubature, pompe, filtri, irrigatori, indispensabili per sostituire i sistemi tradizionali sono enormemente costose, e sono numerosi, sul planisfero, gli esempi di regioni agrarie che stanno esaurendo le risorse di acque di falda, che si potrebbero preservare applicando le tecniche della microirrigazione, ma che i coltivatori locali non sono in grado di applicare per l’impossibilità di acquistare le apparecchiature necessarie.

In tema di impiego di fertilizzanti si impone la distinzione fondamentale tra le regioni del globo dove il consumo è già corrispondente alle esigenze, o dove le ha soverchiate creando problemi di inquinamento delle falde freatiche, e le regioni i cui agricoltori non sono in grado di acquistare un solo quintale di fertilizzanti chimici: si impone la menzione dell’Africa e quella dell’America latina. Se nei primi in futuro dovranno essere esperiti gli sforzi più coerenti per rendere l’impiego dei concimi sempre più efficiente, così da ottenere le produzioni maggiori impiegando le dosi minori, nei secondi è evidente che i fertilizzanti costituiscono fattore fondamentale per qualunque incremento delle produzioni, che in quei paesi imperativi drammatici impongono di elevare.

Anche in tema di fertilizzanti è necessario, peraltro, uno sguardo al colosso demografico mondiale, la Cina, che ha superato l’impiego di fertilizzanti degli Stati Uniti, imponendosi come primo consumatore mondiale, una delle condizioni dell’intensificazione delle pratiche agricole che ha consentito al paese più popoloso del Globo di soddisfare le necessità alimentari dei propri cittadini nonostante l’esiguità della superficie disponibile per ciascuno di essi. Se non avesse raggiunto quel primato, un miliardo di cinesi dovrebbe sommarsi agli abitanti del Globo costretti a vivere con 2.100 calorie. Se sussistono paesi in cui il consumo di fertilizzante dovrebbe, auspicabilmente, contrarsi, ne sussistono altri, quindi, in cui esso dovrebbe dilatarsi. Complessivamente, dobbiamo desumerne, il consumo non dovrebbe crescere in misura ingente: neppure l’aumento del consumo di fertilizzanti potrà essere, quindi, fattore capitale dell’accrescimento delle rese agrarie del prossimo trentennio.

Dei quattro fattori del progresso passato resta, quindi, la genetica. Ho sottolineato che negli anni Cinquanta sussisteva tra gli agronomi il pieno consenso sugli strumenti ai quali affidare l’aumento delle produzioni. I pareri degli agronomi sono alquanto più dissonanti oggi: quantunque tutti riconoscano, seppure in misure diverse, che tre dei fattori della crescita dei cinquant’anni trascorsi debbono considerarsi disattivati, v’è chi reputa che il quarto, la genetica, sia alla vigilia di conquiste di portata tale da consentirle di sopperire al venir meno degli elementi complementari, ma v’è chi, pure riconoscendo il carattere straordinario delle acquisizioni della genetica fondata sulla biologia molecolare, dubita che essa possa sospingere, da sola, un balzo delle produzioni comparabile a quello che la sinergia tra i quattro elementi ha consentito nel secolo scorso.

All’entusiasmo degli alfieri della genetica gli scettici obiettano che le pratiche tradizionali di miglioramento dei vegetali, fondate sull’ibridazione e sulla successiva selezione, pratiche affidate alla sensibilità di operatori che non hanno mancato di circondare le proprie creazioni di un alone di magia, avrebbero raggiunto, per molte delle specie agrarie tradizionali, i limiti biologici delle piante oggetto di miglioramento, quei limiti che non potrebbero essere alterati per ricavare da fattori ambientali immodificabili, l’entità della luce e del calore disponibili ad ogni latitudine, la natura dei suoli, le disponibilità idriche, quelle di fertilizzanti, produzioni di entità maggiore di quelle attuali.
Anche tra i paladini della nuova genetica si riconosce, peraltro, che alle due specie alimentari fondamentali, frumento e riso, non si potrebbe chiedere più di quanto si ottenga oggi senza introdurre nelle due piante modifiche strutturali o biologiche capitali, senza farne, cioè piante assolutamente diverse da quelle create dai coltivatori modificando, nei millenni, le specie selvatiche primigenie.

Se la soluzione delle urgenze alimentari che è dato registrare sul planisfero non può più contare su tre dei fattori degli incrementi produttivi del secolo trascorso, se non resta, quindi, per accrescere le produzioni, che la genetica, che pure non è certo possa assolvere ai compiti che le sarebbero affidati, pare evidente che per esprimere tutte le proprie potenzialità la ricerca genetica dovrebbe essere sostenuta da un impegno internazionale concorde e coerente. Quell’impegno non sussiste, però, siccome la nuova genetica  è scienza che suscita paure profonde, è tecnologia aspramente contestata.

La contestazione è particolarmente violenta nei paesi che sommano quel decimo della popolazione umana per il quale ilo problema dell’alimentazione si risolve nel rito settimanale della visita a un supermercato traboccante, o nelle incertezze della scelta della trattoria più attraente, è pressoché inesistente nei paesi dove il problema alimentare è problema di fame, o del desiderio inappagato di carne e birra.

Di un pericolo sconosciuto è impossibile dimostrare scientificamente l’impossibilità a verificarsi. I cittadini dell’Occidente satollo temono che l’impiego delle creature dell’ingegneria genetica produca conseguenze mostruose che, chimere inafferrabili,  nessuno scienziato è in grado di esorcizzare. Ma è difficile contestare il diritto dei cittadini dei paesi dell’opulenza a opporsi all’impiego del denaro pubblico per creare frumenti e risi diversi da quelli modellati dal tempo dei coltivatori neolitici: premunirsi contro l’insorgere di mostri e chimere è precauzione del tutto legittima. Ma limitando la ricerca genetica i cittadini dei paesi opulenti sterilizzano l’ultimo dei fattori con cui si potrebbe sospingere il progresso delle produzioni  alimentari. E’ peraltro necessario, in tema di ricerca genetica, confutare un luogo comune, il convincimento diffuso che la genetica sia lo strumento esclusivo delle multinazionali che guadagnano miliardi  vendendo sementi sui sei continenti. A quelle multinazionali interessano gli agricoltori in grado di acquistare, con il seme, fertilizzanti, diserbanti e anticrittogamici, non interessano i contadini dell’Asia e dell’Africa, per i quali predispongono sementi che producano di più ma che richiedano la quantità minore di concime i centri di ricerca creati, su tutti i continenti, dagli sforzi internazionali: uno dei risultati più significativi di quel tanto, o poco, di concordia che la comunità planetaria ha conosciuto nell’ultimo cinquantennio. Un grande apparato scientifico, una ragione di orgoglio della società internazionale, una macchina esigua rispetto all’immensità dei bisogni. Ma è proprio quell’apparato a risentire delle remore opposte nelle nazioni evolute a finanziare la ricerca genetica: lo dichiarano i responsabili della ricerca internazionale,  primo tra tutti Thimoty Reeves, direttore del Cymmit, il centro di ricerca i cui frumenti hanno alleviato la fame dell’India, i cui mais hanno lenito quella del Messico.

E’ necessario, per infirmare la falsa sicurezza alimentare dei paesi dai supermercati straripanti, e sostenere la ricerca internazionale, che la carestia dilaghi alle porte di casa? Ma, se è vero che viviamo in una società globale, la carestia non ha già raggiunto la porta di casa?

 

Testo composto per l’Annuario della pace 2003, edizioni Asterios, dove è stato pubblicato manipolato e alterato dal redattore, grande giornalista costretto a fare, infelicemente, il professore di scuola media per non avere mai ricevuto l’incarico della direzione del Corriere della sera