La fame del pianeta. Crescita della popolazione e risorse alimentari

Indice

 

La fame del pianeta. Crescita della popolazione e risorse alimentari

L'equazione del Globo, l'incognita dell'Asia.

La popolazione non si arresta, la biologia accetta la sfida alimentare.

L'errore di Malthus, l'illusione dei critici

Nel sacrario della biologia molecolare.

Il mais, eccezione felice.

Nella competizione per i fattori metabolici

Ecologia tra magia e scienza.

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Nell'Olimpo dei Nobel

Il futuro si chiama "Resurrection"

Usa: il Congresso pensa a una politica agraria diversa, copiando quella dell'Unione Europea.

Agricoltura assediata nella cittadella europea.

Pretende spazio tra frumento, orzo e mais l'ultimo dei cereali: il triticale.

Curiosità botanica, specie di grande coltura.

Sui campi dei sei continenti 9

Mais, sorgo e cipolle sotto il tropico del Cancro.

Un Ford e sei mule.

Contro i "coyotes", una lotta vana.

Limiti biologici e produttività agraria.

La paglia e il grano.

Un fiore, due cariossidi

L'ingegneria del genoma.

Tra Europa e Asia la grande incognita dei mercati agricoli del Globo.

Un antico colosso granario.

In futuro, esportazioni o importazioni?.

Dopo Seattle, risorse agrarie e produzione di derrate.

Tra gli uomini che combattono sulla frontiera della fame.

L'equazione popolazione - alimenti

Raddoppiare ancora?.

Una grande rete scientifica.

Fame nel mondo: manca il cibo o il denaro per acquistarlo?.

Tra storia e futuribile: dalla prima alla seconda Rivoluzione verde.

L'India invita il professor Borlaug.

Popolazione e alimenti

Disponibilità caloriche e paura genetica.

Bibliografia.

Dove il frumento ha conquistato il premio Nobel

Una storia cinquantennale.

Progettare genomi all'elaboratore.

Le condizioni politiche.

Ingegneria genetica: due filosofie per due agricolture.

Sementi businness, sementi per la fame.

Fare polenta o fare mangimi?.

Selezionare sementi stabili

Non può essere pace su un pianeta popolato da affamati

Pane e percezione storica.

Raddoppiare le produzioni

Resta la genetica?.

Indice.

 

 

L'equazione del Globo, l'incognita dell'Asia

 

Concepiamo, ormai, il futuro dell'agricoltura secondo i patti consacrati dall'antico Gatt: graverebbe sull'umanità lo spettro delle eccedenze, di cui sarebbero responsabili, primi tra gli altri,

i soci dell'Unione europea, che per non ingombrare il mondo dei propri surplus hanno accettato di mettere il freno a tutte le produzioni chiave. Pentiti della colpa capitale, i reprobi hanno persino organizzato una conferenza, la storica riunione di Cork, per giurare di mutare la ragione stessa della produzione agricola, che da attività volta alla produzione di alimenti dovrà convertirsi in cura del bel paesaggio modellato dai nostri nonni. Le verità di cui ci si convince troppo repentinamente debbono essere sottoposte a qualche verifica: per farlo bisogna, forse, riguardare l'album fotografico dell'ultimo round del Gatt. Ci accorgeremmo che chi rappresentava l'Europa, un gentiluomo che, a dimostrare la passione per il paesaggio, sedeva al tavolo negoziale in tenuta da golf, discuteva con il partner americano, un cow boy in stivaloni  e cappellaccio, sotto la minaccia della Colt: senza nessun argomento diverso dalla prepotenza gli Stati Uniti dicevano all'Europa: dovete produrre meno, perché al mondo vogliamo vendere noi. Siccome i membri del circolo del golf non amano, notoriamente, le risse, il nostro gentiluomo si affrettava a firmare, e a correre sui verdi prati di Cork a esercitare lo sport preferito.

Gli americani vogliono vendere al mondo, loro e solo loro: hanno i satelliti e gli analisti della Cia, sanno che nei prossimi venti anni si verificherà la più straordinaria crescita dei consumi alimentari della storia dell'umanità, sanno anche che le pianure del Midwest non basteranno a fare tutto il mais e la soia che saranno richiesti sui mercati mondiali, ma, per l'antica ingordigia del cow boy, non vogliono che quella domanda pensino di soddisfarla anche altri.

A dare un'idea, anche approssimativa, ma inconfutabile della domanda che nei prossimi cinque-dieci anni si manifesterà sui mercati del Globo, è sufficiente un computo elementare: due miliardi e mezzo di asiatici stanno mutando la propria dieta, dal regime della ciotola di riso passando a quello delle tre b: butter, beer, beef, cioè latticini, birra e carne, di bovino, di suino o di pollo. Tre b che si traducono in una c, la c dei cereali: mais , la materia prima della carne e del burro, e orzo, quella della birra. Il progresso economico è arrivato in Asia lentamente, fino a dieci anni fa pareva che Cina, Indonesia e Filippine fossero destinare alla permanenza illimitata nell'emisfero del sottosviluppo, poi la locomotiva dell'industria si è messa a ruggire, e tra i paesi asiatici si è aperta la gara per prodursi in tassi di crescita che superano, negli anni di grazia, valori a due cifre. E a differenza degli europei, arrivati alla ricchezza in duecento anni di industrializzazione, i cittadini dell''Asia per ricchezza intendono soprattutto la disponibilità di carne di maiale, di pollo, di latticini e di birra, tanta birra. Tra le due diete la differenza si misura in chilogrammi di cereali: mentre l'indiano che vive di due ciotole di riso consuma, in un anno, duecento chili di riso, l'americano che vive delle tre b consuma, nello stesso tempo, ottocento chili di mais. Ma mentre per cento chili di mais un europeo non è disposto a lavorare più di mezz'ora, il cinese è disposto a lavorare molto di più: quanto non sapremo fino a quando le due domande non si confronteranno a Chicago.

La differenza in chilogrammi di cereali si converte in quella che si misura in metri quadrati: per produrre la ciotola di riso gli abitanti dell'Asia hanno a disposizione, ciascuno, mille metri di arativo, più una piccola superficie di pascoli per i ruminanti. Dispone di qualche metro di più il Vietnam, di qualcuno di meno la Cina, mentre nei paesi occidentali, dove si imbandiscono le tavole con le tre b, i metri di superficie agraria a disposizione sono tra tremila e seimila, metà di seminativo, ma non sempre sono sufficienti: in Italia, l'esempio che ci è più vicino, ogni cittadino dispone di 3.100 metri di campagna, di cui solo 800 in pianura, tanto che importiamo la produzione di 500 metri di pianura per abitante.

Anche considerando che, con le tecniche più moderne, le derrate necessarie a diffondere in Asia la dieta occidentale possano essere sufficienti 2.000 metri aggiuntivi, purché di buona terra, ai 2,5 miliardi di asiatici che pretendono butter, beer e beef occorrerebbero 500 milioni di ettari, che, malauguratamente, sul Globo non esistono. Tutte le terre arabili della Terra sommano 1.450 milioni di ettari, le pianure irrigue non ne coprono che 240 milioni. Se l'Asia non troverà, sul mercato, quanto vorrebbe, ciò che troverà sarà tutto in America: Usa, Canada, Argentina. In un calcolo cui bastano le dita di una mano la verità che, puntando la pistola, il cow boy americano ha imposto di ignorare al compunto gentiluomo frettoloso di tornare al suo campo di golf.

Terra e vita, n° 44, 8 novembre 1997

 

 

 

La popolazione non si arresta, la biologia accetta la sfida alimentare

 

Varcando il fatidico traguardo del Duemila l'umanità lascia alle proprie spalle il cinquantennio della più straordinaria crescita delle disponibilità alimentari della sua storia millenaria. Tra il 1950 e la fine del secolo la produzione di cereali è pressoché triplicata, da 630 milioni di tonnellate giungendo a superare i 1.800, la produzione di carne è è aumentata, solo dal 1966, da 95 a 227 milioni di tonnellate, le catture della flotta peschereccia mondiale sono aumentata di quasi cinque volte, da 19 milioni di tonnellate raggiungendo i 90. L'entità dell'aumento ha consentito di alimentare la popolazione in irresistibile espansione: nel 1950 il Globo contava 2,5 miliardi di abitanti, nel Duemila ne conterà 6 miliardi. Il radoppio della popolazione ha impedito che le disponibilità maggiori si traducessero in un significativo miglioramento della dieta media: misurato in termini di calorie disponibili giornalmente, il mutamento è consistito nell'aumento delle disponibilità da 2.300 a 2.700 calorie. Duemilasettecento calorie, la media mondiale, sono valore inferiore alla soglia della sufficienza nutrizionale: se la media, valore astratto, è insufficiente, essa non può che nascondere milioni di denutriti. Secondo i computi della Fao, i cittadini del mondo che soffrono di malnutrizione sono ottocento milioni,

 

L'errore di Malthus, l'illusione dei critici

Se l'incremento della popolazione ha corrisposto, sostanzialmente, all'antica, esecrata previsione di Malthus, l'aumento delle disponibilità alimentari ha smentito lo scetticismo dell'economista inglese sulle potenzialità del progresso agricolo. Ripartita, però, tra il numero maggiore di bocche, la maggiore quantità non ha potuto tradursi in un miglioramento sostanziale del quadro mondiale della nutrizione: se Malthus è caduto in errore, quanti hanno proclamato l'inconsistenza delle sue previsioni, professando la fede incondizionata nel progresso agricolo, sono caduti in un errore più grave di quello del religioso inglese.

Siccome è certo, peraltro, che la popolazione del Mondo continuerà a moltiplicarsi, e non è improbabile che nei prossimi 50-60 anni se ne debba registrare il nuovo raddoppio, ogni cittadino del Globo dovrebbe proporsi la domanda se la Terra saprà sfamare la famiglia accresciuta dei suoi abitanti. Siccome la Terra, madre ombrosa, non concede, peraltro, facili risposte a chi la interroghi, la domanda può essere più proficuamente diretta agli studiosi di biologia marina per le proteine del mare, a quelli delle discipline agrarie per le produzioni delle colture e degli allevamenti. Ma i primi sono concordi nel reputare che gli oceani siano già sfruttati al limite delle capacità di rigenerazione, e che accrescere i volumi pescati significherebbe compromettere le capacità produttive dei mari: le speranze di sfamare la popolazione crescente riposano, quindi, nella risposta positiva che gli agronomi possano dare al quesito sulle capacità dell'agricoltura di ripetere, nei prossimi cinquant'anni, il prodigio in cui si è prodotta nei cinquanta che stanno alle nostre spalle. Esaminando il contesto in cui la grande crescita produttiva si è realizzata la domanda si converte in un quesito diverso, il quesito sulle possibilità che l'agricoltura del Pianeta possa avvalersi, nel futuro prossimo, dei tre fattori che le hanno assicurato l'aumento delle produzioni nei decenni recenti: l'aumento dell'uso dei fertilizzanti, la dilatazione delle aree irrigue, le creazioni delle genetica.

Negli ultimi cinque decenni l'impiego di fertilizzanti ha conosciuto un aumento imponente, da 14 milioni di tonnellate giungendo a toccare i 145, le superfici irrigue si sono dilatate su tutti i continenti, da 94 milioni di ettari raggiungendo i 240. Nel laborioso impegno a dissetare la terra dagli albori dell'avventura agraria l'uomo aveva irrigato, cioè, meno di cento milioni di ettari in tremila anni: grazie alle macchine moderne, che consentono di tracciare grandi canali e di opporre ai fiumi immani barriere, in cinque decenni ha conquistato all'acqua una superficie superiore del 150 per cento. E i 240 milioni di ettari sui quali l'acqua corre nei mesi più asciutti sono il perno della produzione agraria del Mondo: in Asia il trapianto manuale consente di ottenere, nelle regioni dal clima più propizio, due, tre raccolti di cereali.

Ma gli agronomi concordano nel riconoscere che impiegare una quantità di concimi maggiore di quella distribuita oggi è, probabilmente, inutile, è certamente dannoso: in tutte le aree dove la vegetazione risponde sistematicamente alla concimazione la distribuzione di fertilizzanti ha toccato livelli tali da avvicinare le produzioni ai massimi fisiologici, e da innescare fenomeni di inquinamento delle falde, la cui gravità sconsiglia di accrescere ulteriormente le dosi. Si potrebbero impiegare, sul Globo, più concimi se si potessero ampliare le aree irrigue, dove il fertilizzante è il complemento naturale dell'acqua, ma il secondo dei fattori chiave dell'incremento della produzione soggiace a limiti ancora più rigidi del primo: sul Globo non esistono più grandi pianure dove deviare fiumi equatoriali. Nuovi progetti esistono, ma i risultati di realizzazioni recenti sconsiglia, per la gravità delle conseguenze ecologiche, dal tradurli in realtà. E se anche qualche progetto di dimensioni minori continua ad estendere le aree irrigue, il progresso urbano e industriale sta erodendo, su scala planetaria, le superfici irrigate ad un ritmo che esclude che realizzazioni inferiori possano restituire alla somma algebrica valori positivi.

Ma se dei tre fattori del progresso agricolo recente due debbono ritenersi neutralizzati da limiti insuperabili, è sul terzo, la genetica, che si concentrano, necessariamente, le speranze di progresso, ed è sulle potenzialità future della genetica che ci si deve interrogare per rispondere ai quesiti sulla capacità della Terra di sostenere una popolazione maggiore. Siccome, peraltro, la genetica ha operato, in passato, in un contesto sinergico, componendosi all'incremento dell'uso di fertilizzanti e all'estendimento delle aree irrigue, tutti i quesiti sul futuro delle produzioni alimentari si riassumono nel domandare se la genetica potrà riuscire da sola, domani, a perpetuare il prodigio in cui è si è prodotta, ieri, unendo i propri effetti a quelli di forze non meno potenti.

 

Nel sacrario della biologia molecolare

Avevo proposto la domanda a Francesco Salamini, lo studioso italiano che dirige, a Colonia, la sezione di biologia molecolare del prestigioso istituto Max Planck, uno dei più dinamici centri scientifici di tutti i paesi dell'Occidente, al termine della relazione che sul miglioramento delle piante Salamini svolgeva, all'inizio dell'estate, all'Accademia dei Georgofili, ma la fretta imposta da uno sciopero di macchinisti non ci consentiva di dispiegare il confronto in proporzione alla vastità del tema. Colgo, quindi, l'occasione di un invito di Salamini a Colonia per riproporgli, nel sacrario della biologia immerso, nel tardo autunno, tra olmi e ippocastani vermigli, la domanda che dovrebbe costituire un rovello per ogni cittadino del Pianeta.

Attraverso la selezione e l'ibridazione la genetica tradizionale ha realizzato, esordisce Salamini, risultati straordinari: la produzione di frumento è cresciuta, in quarant'anni, da 50 a 450 grammi per metro quadrato, un balzo imponente, ma con quelle procedure la strada verso nuove conquiste pare, per piante di rilievo capitale, una strada chiusa. Tanto per il frumento quanto per il riso, rileva il mio interlocutore, tutte le conquiste del passato sono state raggiunte indirizzando, nell'organismo vegetale, i prodotti della fotosintesi a trasformarsi in amido nelle cariossidi invece che a convertirsi  in cellulosa negli organi vegetativi. La massa di carboidrati prodotti su ogni unità di superficie non è mutata: è cambiato l'harvest index, non il valore della biomassa. A parità di condizioni di fertilità,  cioè, l'entità della massa vegetale prodotta dalle più moderne creature della selezione non è diversa da quella degli ecotipi della tradizione: una pianta moderna è piccola e compatta, non dispone che dell'apparato epigeo indispensabile per sorreggere la spiga, dove dirige il 55 per cento dei carboidrati che sintetizza, ma la massa totale che produce, radice, stelo e spiga, corrisponde perfettamente a quella di un vecchio frumento, o di un vecchio riso, che innalzavano un'esile spiga a centottanta centimetri dal suolo. Perché riso e frumento possano produrre di più bisogna immaginare piante diverse, ribadisce Salamini, nelle quali i rapporti tra apparato vegetativo e apparato riproduttivo siano radicalmente diversi, quelle piante di cui il Cimmyt, l'istituto internazionale di genetica del frumento, sta cercando di immaginare i prototipi tra i propri campi sperimentali in Messico, di cui l'Irri, l'istituto corrispondente per il riso, si propone di ideare il modello nei propri laboratori nelle Filippine.

 

Il mais, eccezione felice

Gli studiosi di genetica riconoscono, annoto, la verità del rilievo degli osservatori della scena agronomica che constatano, da qualche anno, l'affievolirsi dell'impulso che sospingeva le rese dei cereali, negli anni '70 e '80, a nuove incessanti conquiste? Se per riso e grano il rilievo corrisponde, probabilmente, al raggiungimento di limiti biologici obiettivi, non si può mancare di rilevare la situazione radicalmente diversa per il terzo cereale che ricolma i silos del Globo, ribatte Salamini, il mais. A differenza, infatti, di riso e frumento, il mais offre, da decenni, incrementi costanti di resa senza modificare l'harvest index, cioè il rapporto tra apparato vegetativo e apparato riproduttivo, che resta fisso a valori equivalenti al 50 per cento: per il mais ogni aumento di produzione è un aumento della massa vegetale prodotta, gli aumenti di produzione sono stabili, attorno ad una tonnellata di granella ogni dieci anni, e non v'è nessun segno che induca a ritenere che la curva ascendente sia prossima all'apice.

Ma se per due piante capitali la genetica tradizionale pare essersi avvicinata a limiti naturali di difficile superamento, per sospingere le rese di quelle piante la nuova genetica, quella che manipola il genoma creando, con l'addizione di geni prelevati da organismi diversi, piante che non esistevano in natura, non pare, rilevo, avere ancora offerto alcun contributo: le creature della manipolazione propongono vantaggi significativi per l'economia colturale, non pare siano in grado di forzare i limiti produttivi che l'umanità dovrà infrangere per alimentare i propri membri in incessante aumento. La nuova genetica non ha ancora proposto organismi più produttivi di quelli apprestati dalle metodologie tradizionali, riconosce Salamini, ma sta conseguendo traguardi fondamentali nella difesa delle piante coltivate degli organismi che nei loro confronti manifestano un potere di competizione che si traduce nella sottrazione di luce, acqua, elementi minerali, contenendo, quindi, la produzione di sostanza organica, o che si appropriano della materia organica non ancora trasformata in derrate: i virus, i funghi patogeni, gli insetti e le piante infestanti.

 

Nella competizione per i fattori metabolici

La decurtazione che i raccolti mondiali subiscono a ragione di quella concorrenza è imponente, insiste Salamini: seppure le stime non possano avere la precisione di un dato produttivo, è stato supposto che la produzione mondiale di riso sia tributaria del 50 per cento della propria entità ai concorrenti, circa il 15 per cento ai fughi patogeni, il 20 per cento ai parassiti animali, in primo luogo gli insetti, il 15 per cento alle malerbe. Sarebbero un poco inferiori ai danni inferti al riso quelli subiti dal frumento, che corrisponderebbero al 35 per cento dei raccolti, e quelli registrati dal mais, equivalenti al 38 per cento. Seppure costituente beneficio indiretto, il contributo che le creature della manipolazione genetica resistenti alla competizione potrebbero fornire all'aumento delle produzioni sarebbe un contributo ingente, ribadisce il mio interlocutore, che aggiunge che al vantaggio produttivo sarebbero associati un frequente risparmio economico e cospicui benefici ambientali. Il primo deriverebbe dalla riduzione delle irrorazioni di antiparassitari che conseguirebbe alla resistenza degli organismi coltivati ai competitori, quella riduzione di impiego di formulati chimici che sostanzierebbe la somma dei benefici "ecologici "delle biotecnologie.

Assumiamo ad esempio la coltura di un mais "manipolato", suggerisce il mio interlocutore, cui un gene consenta di demolire la molecola del glyphosate, un tipico diserbante "totale",  cui un altro gene consenta, con la sintesi delle tossine del Bacillus thuringiensis, di resistere agli insetti. Un diserbante selettivo, per il mais come per qualunque altra pianta, deve essere scelto tra cento condizionamenti, e sarà difficilmente una molecola degradabile, mentre un diserbante totale può essere scelto con una libertà molto maggiore, e si potrà scegliere una molecola facilmente degradabile: il glyphosate viene attaccato dai batteri del suolo come una molecola di zucchero. Essendo molecola estranea al metabolismo delle piante sarà difficile che le infestanti possano acquisire la resistenza: l'agrotecnica per il mais resistente potrà perdurare, quindi un numero cospicuo di anni.

 

Ecologia tra magia e scienza

Ma anche la resistenza che il nostro mais ha acquisito contro gli insetti più dannosi, pensiamo alla piralide, sarà peculiarità duratura, prosegue Salamini: gli insetti nocivi svilupperanno, infatti, nei campi di mais, qualche mutante resistente, ma sarà sufficiente coltivare, ogni cento ettari di mais manipolato, un ettaro di mais tradizionale, perché le farfalle infeste vi si riproducano in quantità tale da diffondersi su tutto il  mais resistente, dove non possono provocare danni. Le farfalle che esonderanno dal mais tradizionale saranno caratterizzate dall'antica sensibilità alla tossina, e accoppiandosi con le farfalle mutate, meno numerose, impediranno che si formi una popolazione omozigote resistente, quindi capace di radicarsi e di annullare gli effetti della modificazione genetica. Si sarà salvata una quota ingente della produzione di mais senza irrorare un litro di insetticida: la rivoluzione della biotecnologia è la vera rivoluzione dell'ecologia, sottolinea Salamini: impiego una molecola tossica già esistente in natura, siccome è stata identificata tra i prodotti dell'attività biologica di un battere, rimetto al mais il suo impiego, non altero la consistenza delle popolazioni naturali di patogeni, cui impedisco, però, di operare qualunque danno sulle colture.

Curiosamente, il mio interlocutore mi fissa amaramente ironico, l'opposizione alla biotecnologia si è manifestata più radicale proprio dagli ambienti di fede ecologica, che in Germania sono giunti a distruggere campi sperimentali e a disporre bombe negli istituti di ricerca. Ma come è sorta, ed è esplosa, l'opposizione pare essersi smorzata, in Germania, all'apparizione di alcuni articoli ispirati da una nuova attenzione su alcuni dei giornali che orientano l'opinone "progressista".  Seppure dichiari di ispirarsi alla scienza, la fede ecologicistica è fenomeno che sfugge alle capacità di comprensione di uno scienziato: autorità eminente nella sfera internazionale della biologia molecolare, il mio interlocutore non riesce a comprendere come l'articolo di un giornale, qualunque possa esserne l'ascendente, possa placare l'ansia di migliaia di spiriti tormentati dai pericoli degli organismi "transgenici". Ma, incapaci di riconoscere l'evidenza sperimentale, gli adepti deil credo "ecologico"si rimettono al potere di chi, nel coro dell'informazione, ha la forza di imporre la propria musica: nella società della scienza e dell'informazione,chi della prima ignora le regole deve affidarsi allo stregone del villaggio consacrato dalle leggi impietose della seconda.

 

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Nell'Olimpo dei Nobel

L'istituto Max Planck fu fondato nel 1911 dal kaiser Guglielmo per favorire i ricercatori che volessero dedicarsi alle proprie indagini liberi dai vincoli dell'insegnamento. Nel 1945 fu soppresso dagli Alleati per il contributo prestato agli studi voluti dal III Reich, ma l'anno successivo  fu riaperto dal Governo federale. Consta di 72 sezioni, in cui operano 14.000 persone, di cui 6.000 ricercatori, e conta su un bilancio di 1,82 miliardi di marchi. Gli sperimentatori del Max Planck sono stati insigniti di più di 35 premi Nobel. L'organismo di Colonia che si dedica alla biologia molecolare delle piante era stato ideato come centro di miglioramento genetico, ed aveva sede all'Est. Ricreato all'Ovest, e reputato operante su un terreno troppo direttamente applicativo, nel 1978 veniva affidato a Joseph Schell, l'ideatore delle tecniche per il trasferimento dei geni in vitro, e radicalmente ristrutturato. E' diviso in quattro sezioni, in cui operano, complessivamente, 370 persone, di cui 160 ricercatori, e conta su un bilancio di 35 milioni di marchi.

 

 

Il futuro si chiama "Resurrection"

Il prof. Salamini dirige il lavoro di una delle equipe dell'istituto alla ricerca dei meccanismi genetici che consentono al Craterostigma plantagineum, una piccola pianta dei deserti africani che assomiglia vagamente alla "violetta indiana" che acquistiamo dal fioraio, di disseccare, nei periodi di siccità, riducendo il contenuto igroscopico all'1 per cento, e di rinverdire, in meno di un giorno, dopo la pioggia successiva. Essiccatela e chiudetela in un libro: se la biblioteca sarà umida la vedrete emergere dallo scaffale con foglie e fiori: per questo i ricercatori che la studiano la chiamano, con affetto, "Resurrection". La scoperta del suo meccanismo genetico consentirebbe, secondo Salamini, di approntare nuove varietà di cereali e foraggi per le regioni desertiche. Le indagini compiute fino ad ora hanno rivelato che le proteine della membrana cellulare di "Resurrection" assomigliano più a quelle dei semi che a quelle degli organi vegetativi delle altre piante, e che la specie ha un metabolismo degli zuccheri affatto peculiare. Fare rinverdire il Sahara: un obiettivo che varrebbe il Nobel più meritato all'istituto di Colonia e al suo direttore.

 

Terra e vita, n° 5, 7 febbraio 1998

 

 

 

Usa: il Congresso pensa a una politica agraria diversa, copiando quella dell'Unione Europea

 

Meraviglia, perplessità, persino incredulità, le sensazioni che hanno colto l'ascoltatore all'illustrazione dei temi di politica agraria in discussione al Congresso degli Stati Uniti, proposta con lucidità da una signora americana, Jean Yavis Jones, capo dello staff degli esperti di legislazione agraria del Congresso di Washington, all'Accademia nazionale di agricoltura, salutata dal presidente Cavazza e presentata dal professor Galizzi.

La ragione della sorpresa, l'enunciazione di una serie di valutazioni e di propositi che chi ha conosciuto, anche meno superficialmente, la politica agricola Usa negli anni scorsi ha sempre reputato estranei alle preoccupazioni dell'Amministrazione americana, che non ha mai nascosto l'obiettivo di sospingere il primo sistema agrario del mondo verso un'efficienza sempre maggiore, compiacendosi che le aziende più grandi  continuassero a divorare le più piccole, convertendosi in complessi sempre più imponenti, i complessi cui l'Amministrazione affidava il compito di quelle produzioni ingenti ai costi più contenuti da imporre, con brutalità negoziale, sui mercati di tutto il mondo per accrescere le entrate dell'export agricolo tanto importanti a compensare le uscite valutarie di un'economia che acquista sul mercato mondiale una quantità prodigiosa di beni e servizi.

La percezione delle preoccupazioni agrarie dei congressmen che ha offerto al suo uditorio la signora Jones ha presentato note in vibrante contrasto con l'idea consolidata della filosofia agraria del governo americano. E con la franchezza che è virtù eminente dell'anima americana, una virtù che compensa più di uno dei vizi cui si compone, la signora Jones non ha mancato di fare capire la ragione eminente delle preoccupazioni dei deputati che siedono a Washington, che è una ragione elettorale. In un paese in cui ad esercitare il diritto di voto è, sistematicamente, una frazione minore della popolazione, gli agricoltori, depositari del retaggio dell'antica democrazia dei pionieri, elettori diligenti, detengono un peso assai superiore a quello che attribuirebbe loro il numero, il numero di una frazione della nazione che non supera il 2-3 per cento della popolazione complessiva. La franchezza della signora Jones non è giunta a ricordare, ma può sopperire il cronista, che la delimitazione dei collegi elettorali fu disegnata, in passato, con l'intento precipuo di esaltare il valore del voto rurale. Poche migliaia di agricoltori della regione dei Laghi costituiscono, per la tradizionale compattezza, l'ago della bilancia per l'elezione dei rappresentati di collegi elettorali dello stato di New York nei quali esercitano il diritto di voto milioni di abitanti della maggiore conurbazione americana.

Per un membro del Congresso la chiusura di dieci aziende agricole nel proprio collegio può costituire, ha riconosciuto la gentile signora americana, un'obiettiva ragione di ansietà: dieci aziende agricole che chiudono non significano, infatti, solo dieci famiglie che lasciano la terra per la periferia di Chicago o di San Francisco, significano difficoltà economiche per i bottegai del paese, la perdita di dieci clienti per il concessionario dei trattori e per l'agente della società sementiera, la chiusura, per mancanza del numero minimo, della scuola del villaggio, significano, cioè, una ragione di malessere per un'intera comunità, che non mancherà di imputare il proprio disagio a chi la rappresenta a Washington. Dieci agricoltori che abbandonano la terra possono tradursi, per il congressman di un'area rurale, nel crudo imperativo, alle prossime elezioni, di abbandonare il seggio dorato nel più prestigioso parlamento del mondo.

Preoccupazioni sostanzialmente analoghe, quindi, quelle dei parlamentari americani, a quelle dei deputati italiani che pretendono misure per ravvivare l'attività economica nei comuni dell'Appennino pistoiese o delle Crete senesi, dei deputati francesi che si battono per non vedere morire i villaggi del Massif Céntral, di quelli inglesi preoccupati che i Midlands non si convertano in deserto. Preoccupazioni che hanno indotto il Parlamento Usa, l'anno scorso, al varo di imponenti stanziamenti a sostegno del reddito degli agricoltori, che stanno animando una nobile gara, in tempi di prossime elezioni, tra Congresso e Presidente a farsi amici, con miloni di dollari di erogazioni, gli elettori che vestono tuta e berretto con visiera tipici del farmer americano

Il fallimento di Seattle ha segnato,  pare avere riconosciuto, implicitamente, la signora Jones, uno scacco oltremodo grave per la strategia agricola americana, da vent'anni impegnata in un attacco senza tregue delle protezioni agricole dell'Unione europea, alla quale l'aggressività Usa ha imposto di ridisegnare radicalmente la propria politica agraria. Nel 1992 Ray Mac Sharry inventò una politica agricola nuova, l'Europa si impose lo sforzo di mutare regole consacrate da tre decenni, frutto di equilibri politici tanto delicati da apparire immodificabili, scrisse regole nuove, superando tutte le difficoltà, permettendo la conclusione dei negoziati Gatt a Marrakesch e la costituzione dell'organismo nuovo, il Wto, la creatura che avrebbe dovuto sancire il trionfo dei prodotti agricoli Usa su tutto il globo. Ma, mutate le regole, l'Europa ha continuato a tutelare, con mezzi diversi, quell'economia rurale che non intende sacrificare sull'altare del libero scambio, gli Stati Uniti hanno verificato che accrescere la penetrazione dei propri prodotti nell'Antico Continente è obiettivo possibile, trasformarne il flusso in valanga non lo è altrettanto. Hanno constatato, insieme, che ci sono paesi, dove i costi della manodopera sono inferiori ai loro, che, nel nuovo ordine degli scambi mondiali, possono minacciare seriamente settori vitali dell'agricoltura americana. La signora Jones ha lasciato trapelare, ad esempio, lo sgomento per importazioni di carne e bestiame dal Messico a prezzi tali da minacciare l'equilibrio della zootecnia americana, da un secolo la più efficiente del globo.

Durante il