In quattro volumi la storia del progresso agronomico

 

 

 

 

Un libro e due garanti: un filosofo e un economista

"Come è noto,  esistono parecchi  studi sullo  sviluppo dell'agricoltura in Occidente,  dall'antichità ai giorni  nostri. Ma il volume di Antonio Saltini si differenzia da essi perché non è propriamente, e non vuole essere, una storia  dell'agricoltura, bensì una storia dell'agronomia, ove con questo termine  si intenda il complesso delle scienze agrarie"

Definiva con queste parole la materia del volume a cui aveva accettato di scrivere la  prefazione Ludovico Geymonat, maestro degli studi moderni di storia e filosofia delle  scienze, un cattedratico famoso per l'avversione a vergare prefazioni, che nel lavoro che presentava riconosceva, con l'autorevolezza  del massimo studioso italiano, l'atto di nascita di una storia del pensiero agronomico.

Il libro,  che,  rapidamente esaurito, sarebbe  stato riproposto in quattro onerosi  volumi, era l'espressione  della fiducia verso l'autore di un  altro protagonista  della  scena culturale, Luigi Perdisa, decano degli studiosi  di politica ed economia agraria, arbitro, in quanto editore, della pubblicistica nazionale nelle sfere diverse delle tecnologie di coltivazione  e di allevamento. Editore, per  passione, dagli anni  in cui insegnava estimo agli iscritti  in  agraria a Bologna,  Perdisa aveva accresciuto il numero dei propri periodici durante gli anni in cui aveva ricoperto la carica  di  preside  di facoltà. Dedicatosi  per intero, dopo il congedo universitario,  alle proprie edizioni, aveva realizzato un sogno antico acquistando un settimanale, Terra e vita, fondato a Milano da un alfiere  della ruralità cristiana, monsignor  Pisoni, e da  un valente agronomo del tempo della "battaglia del grano", Umberto Cerdelli.

Per arricchire la redazione di  cui si era  circondato, più scientifica che giornalistica, di uno spadaccino per la prima pagina,  aveva  sottratto Antonio  Saltini al  Giornale di agricoltura, dove, dopo una pirotecnia  di articoli  brillanti, era stato  incaricato del  ritaglio delle note di   agenzia. Gli aveva affidato  le prime  polemiche. Saltini si era dimostrato valente moschettiere, e quando, tra una schermaglia e un  duello, il nuovo redattore aveva spiegato al  vecchio editore di  volersi cimentare sul terreno  della storia  della  scienza, gli  aveva accordato la propria fiducia.  Una  fiducia rinnovata,  dopo  il primo successo, accogliendo la  proposta dell'opera in  quattro volumi.

Nella  storia dell'Edagricole,  Luigi Perdisa aveva accolto proposte altrettanto  impegnative solo da due colleghi illustri, Guido Grandi e Gabriele Goidanich, il primo entomologo e rettore magnifico, il secondo fitopatologo e preside  di facoltà. Affidandosi all'intuito di editore, da cui  sapeva di non essere mai stato tradito, esprimeva per l'oneroso manoscritto di Saltini lo stesso atto di fede con  cui aveva accolto, tanti anni  prima, quelli  dell'Introduzione  allo studio dell'entomologia  e  del Manuale di patologia vegetale. Conoscitore di manoscritti e  di uomini, si fidava del proprio redattore politico, confidava che la prefazione di Geymonat fosse il più sicuro salvacondotto in un mondo più grande  di quello agronomico, il  mondo della  cultura storica e filosofica.

Nascevano così i quattro volumi della Storia delle scienze agrarie, il  primo tentativo di analisi comparata  della letteratura agraria dell'Occidente, dalla Grecia a Roma, dai sapienti  della  Spagna  musulmana  agli  scrittori francesi e spagnoli della Rinascenza,  dai protagonisti inglesi e tedeschi della rivoluzione agraria  settecentesca ai naturalisti italiani che nell'Ottocento, aggiornarono, faticosamente, le conoscenze agronomiche di un paese che nelle scienze naturali applicate alle produzioni della  terra soffriva  di un  ritardo quasi  secolare. Un'opera nuova tanto nell'ambito della cultura agraria quanto in quelli della storia della scienza e della tecnica, un'opera che, dopo avere impegnato l'autore per quindici lunghi anni, la casa editrice per cinque, ha conosciuto, nei sei anni dalla stampa del primo volume, riconoscimenti di rilievo sempre più significativo, che rappresenta fondamento imprescindibile di ogni studio  futuro sulla storia della cultura agraria.

      Se l’opera era nata con due tutori d’eccezione, veniva proposta alla cultura italiana da due padrini di levatura non inferiore, Giuseppe Medici, a lungo titolare di prestigiosi incarichi di governo, presidente dell’Accademia nazionale di agricoltura, dove presentava il secondo volume Renato Zangheri, docente insegne di storia economica, famoso sindaco di Bologna,che nell’augusta sede dell’Accademia salutava, dopo le parole calorose del presidente del sodalizio, l’ingresso di Saltini tra gli storici dell’economia.

 

 

Agronomia in versi tra Esiodo e Pindemonte

Il contesto delle conoscenze necessarie a governare razionalmente lo  sviluppo delle  piante  agrarie e  la  crescita degli animali allevati è ampio e complesso: vi partecipano,  come risulta dall'elenco delle discipline di ogni  corso di laurea  in agraria, discipline naturalistiche, prime tra tutte la botanica e la zoologia, discipline  meccaniche, tecnologiche ed  economiche. Non senza appendici di diritto e di marketing. Individuare  linee di sviluppo  coerenti nell'evoluzione  secolare di  un  organismo tanto molteplice nel  grande alveo  della civiltà dell'Occidente non è impegno agevole: impone scelte continue e coerenti.

Nel tracciare  il disegno  della Storia  delle  scienze agrarie Saltini ha cercato  di aprire  all'indagini la  maggiore ampiezza di  orizzonti, di  individuare, insieme,  le più chiare direttrici  evolutive,  un  compito  agevole  per i secoli  più lontani, quando  un  solo autore riassumeva tutto  lo  scibile agrario, più  arduo  per quelli  più prossimi,  quando  studiosi sempre più numerosi hanno abbandonato il proposito di riassumere l'universo agronomico  per  dedicarsi ad  ambiti  specifici,  nei quali hanno composto opere di precipuo valore specialistico.

Tra gli scrittori  che riassumono, senza  delimitazioni specialistiche, tutte le nozioni  necessario all'uomo dei campi, un posto di primo piano Saltini attribuisce ai poeti. I poeti  e la scienza: è tema seducente,  spesso  trascurato  anche  nelle storie più dotte delle conoscenze naturalistiche. All'individuazione e al commento dei poeti che hanno prestato  un contributo al progresso delle  conoscenze agrarie l'opera dedica l'attenzione più  meticolosa. Un'attenzione  che non  si  limita, quindi, ad Esiodo, il cantore della fatica dell'operare umano, il cui poema rappresenta, di diritto, il cippo iniziale del  cammino tra le  conoscenze  agrarie, né a  Lucrezio, il  veggente  delle profondità  più inaccessibili della natura, il  vate dalle intuizioni prodigiose sulla conformazione  della materia e  sulla trasmissione genetica, né a Virgilio, di cui, contraddicendo  la tradizione, Saltini ridimensiona le doti di poeta agreste, ma  ai poeti rustici del Cinquecento e del Settecento.

Tra i  primi uno  spazio ingente  dedica al  fiorentino Luigi Alamanni e all'inglese  Thomas  Tusser, il  primo poeta aulico, che canta  in nobili  endecasillabi il  ciclo della vita rurale tra i poggi del Chianti e le piane di Valdarno, il secondo cantore contadino,  che con la  vivacità popolana  delle  opere scherzose del grande contemporaneo, William Shakespeare, racconta l'impegno contro il tempo di un coltivatore che è gi…  conduttore moderno, un  borghese  di campagna  non  meno  abile  alla  guida dell'aratro trainato da  possenti  cavalli  che,  al mercato settimanale, a negoziare la gamma dei  prodotti della sua  terra, cereali, formaggi, sapido bacon.

L'ultima stagione  della poesia  agreste si  compie  in Italia, tra le  accademie e i  cenacoli arcadici del  Settecento. Insegnare come allevare bachi da seta, o coltivare riso o canapa, in versi, nel Secolo dei lumi,  non costituisce, annota  Saltini, prova di supremo aggiornamento per la cultura che vi si  attarda, mentre in Francia e in Gran Bretagna la trattatistica in prosa penetra, senza curare le forme, i meccanismi più complessi  della natura, ma il  giudizio per la  cultura italiana  non può essere estrapolato alle singole opere  senza esaminarne le  specificità: tra i  poeti  didascalici settecenteschi  pi—  di uno  si rivela cultore attento della letteratura sperimentale del suo tempo, che qualcuno  riesce  a  tradurre  in poesia con una padronanza naturalistica non inferiore alla maestria metrica.

Conclude  la   stagione  settecentesca   della   poesia didascalica l'introduzione di  Ippolito Pindemonte  al poema  sul riso del conterraneo Spolverini: commentandolo Saltini vi addita il documento che  segna  la  transizione  tra  due  età delle conoscenze  agrarie,  tra  due  epoche  della  scienza  italiana, proponendo anche  agli storici  della letteratura  una chiave  di interpretazione probabilmente non sterile per la comprensione  di quel crogiuolo di  intuizioni, di studi, di confronto  culturale che fu il secolo di Smith e di Voltaire, di Verri, di Beccaria e di Galiani.

 

 

Venticinque secoli, cinque protagonisti

Se  alla composizione del  grande   mosaico delle conoscenze di  cui la  Storia delle  scienze agrarie di  Saltini ripercorre le  vicende  partecipano numerose  decine  di  autori, menzionati per il  manuale generale  o per  il saggio  specifico, solo alle opere di pochi autori nei volumi successivi è dedicato più di un capitolo, siccome la vastità degli orizzonti che  hanno esplorato impone  al  commentatore  di affrontarne  la  disamina dedicando a materie diverse trattazioni precipue. Nella  parabola tratteggiata da Saltini condividono i titoli di protagonisti  del lungo cammino  delle  conoscenze agrarie  cinque  scrittori,  uno latino, Lucio Giunio Moderato Columella, uno arabo, Abou Zakariya Yahya ibn Muhammed ibn al  Awam, uno  italiano, Agostino  Gallo, patrizio di Pocarale, uno francese, Olivier de Serres signore  di Pradel, uno  tedesco,  Albrecht Thaer,  professore  a  Berlino e consigliere segreto dell'imperatore Federico Guglielmo.

Ad unirli è una dote comune:  sono, tutti, agronomi in senso integrale, autori di opere che coprono con uguale  maestria le sfere  diverse delle  conoscenze agrarie,  quelle biologiche, quelle meccaniche, quelle economiche  e giuridiche. Sono maestri di tecniche di coltivazione e di procedure di allevamento, sono, ancora, architetti rurali e tecnologi della trasformazione  delle derrate, egualmente  padroni  dei  problemi  di   organizzazione aziendale e di quelli mercantili.

Peculiarità caratteristiche  delle loro opere sono l'organicità e  la  completezza: se  negli  scritti  degli  altri autori della  biblioteca  dei volumi  sull'agricoltura  Š  sempre possibile reperire qualche elemento significativo per comporre il quadro delle procedure agronomiche del tempo, le opere dei cinque grandi  forniscono,  organici  e  completi,  altrettanti  scenari agricoli, altrettanti  sistemi agrari,  quadri di  organizzazione aziendale specifici  e  inconfondibili. Il  primo,  quello  della villa schiavistica del primo secolo dopo  Cristo, il secondo, il quadro del "giardino" mediterraneo nella sua versione più ricca e varia, quella delle aree irrigue dell'Andalusia moresca, il terzo l'azienda  a  conduzione  diretta  della  Lombardia  irrigua  del Cinquecento, il quarto la vasta azienda signorile della valle del Rodano, composta di campi e di  praterie, di boschi e di  stagni, l'ultimo la proprietà che lo  Junker  prussiano  affida  ad un agronomo di  professione perché la  gestisca secondo le regole messe a punto dagli scrittori inglesi.

Cinque protagonisti, cinque depositari  dello  scibile agronomico: nell'arco  di  venticinque  secoli  possono  apparire manipolo esiguo. Il lettore critico può chiedersi se,  riservando il proprio encomio a un numero tanto ristretto di autori, Saltini non abbia  ecceduto  in severità.  La  domanda appare  tanto  più pertinente esaminando, accanto a quello  degli eletti, il  novero degli esclusi: Piero de' Crescenzi, oggetto di lodi incondizionate da  parte di  generazioni  di letterati,  Arthur Young,  il  celeberrimo  agronomo  viaggiatore dell'Inghilterra dell'età di  Pitt,  Adrien de  Gasparin,  autore del più ampio compendio delle conoscenze agrarie  stampato in Francia  nell'età del Positivismo, Carlo Berti Pichat, il focoso senatore del Regno che suggella  la  più imponente  enciclopedia  rustica  prodotta dall'editoria italiana nell'Ottocento.

Nomi  augusti, opere monumentali: a leggere con attenzione le pagine di Saltini, per ciascuna sono  identificate, con puntiglio rigoroso, le ragioni che vietano di considerare  un monumento libresco un capolvoro scientifico. Crescenzi affastella le superstizioni più inverosimili della scienza scolastica, e  al confronto  col contemporaneo andaluso  si inabissa. Young è scrittore tanto geniale quanto  disordinato, tenta l'impresa  del grande trattato  ma,  insoddisfatto,  brucia per tre  volte  il manoscritto:  da  autentico  inglese  Š  geniale  nel  dettaglio, incapace di  organicità.  De Gasparin  sacrifica  alle  ambizioni politiche la metodicità del suo lavoro: il piano del suo trattato è magistrale,  ma,  scritte  a  distanza  di tempo, le parti successive si  contraddicono.  Emulo del conterraneo Crescenzi, Berti Pichat fonda il suo edificio  su conoscenze biologiche  che la scienza contemporanea ha irreparabilmente superato:  accortisi del valore intrinseco dell'opera, gli stessi editori, i  torinesi Pomba, fondatori della futura Utet, debbono minacciare  un'azione legale per imporre il contenimento del piano editoriale.

Solo cinque  grandi,  allora,  in  una  storia  che  si protrae per  venticinque secoli?  La risposta che  prende  forma dalla lettura dei quattro volumi è  oltremodo articolata. Più di uno degli agronomi che intrecciano il  proprio lavoro nel  grande alveo della  letteratura  rustica scrive  pagine  pregevoli, che Saltini sottolinea seppure non includa  tra i capolavori  l'opera che le propone. Ma, oltre ai grandi agronomi, nella Storia delle scienze agrarie assumono  ruolo di  protagonisti scienziati  che, senza  essere agronomi,  prestano   all'evoluzione  di quelle conoscenze contributi  essenziali:  Francesco Redi,  Théodore  De Saussure, Justus Liebig,  Henry Gilbert,  Louis Pasteur,  Charles Darwin, Gregor  Mendel, esploratori  dell'universo della  materia vivente, quella materia senza la comprensione delle cui leggi non può esservi controllo della  vita di piante e animali. I  grandi naturalisti  sono  protagonisti, nella storia  di  Saltini, di capitoli che ne  sottolineano il  ruolo chiave  per la  conquista delle condizioni essenziali per   il    prendere  corpo dell'agricoltura moderna.

Tra  tutti,  esemplare il  posto di  Pasteur, cui è dedicata una serie di capitoli di ampiezza equivalente a  quella dei  grandi  agronomi: tutte le  sue scoperte  si compiono affrontando fenomeni capitali per le produzioni agrarie e per  la trasformazione dei  prodotti  delle coltivazioni.  Lo  scienziato francese è appena salito sulla prima cattedra, a Lilla, quando un fabbricante di alcol  gli chiede cosa  fare per  evitare che  nei tini si formi, invece di alcol, acido lattico. Il giovane docente affronta il  problema,  lo  risolve  e  scopre  l'agente della produzione della birra. Si occupa, poi, delle malattie del  vino, causa di perdite immense per una delle   prime   voci dell'agricoltura nazionale, e ne individua  i meccanismi. Il  suo maestro, divenuto ministro, lo prega di studiare la malattia  dei bachi da seta che sta distruggendo l'industria serica, sottopone le larve infette  al microscopio  e scopre  il microrganismo che causa la pebrina. Si dedica al colera aviario, al carbonchio  dei quadrupedi, all'erisipela  dei  suini, ne  scopre  gli  agenti  e appresta i vaccini   relativi. Quando, ormai costretto all'immobilità, gli chiedono di occuparsi della rabbia, che nelle campagne francesi  uccide  ogni anno  centinaia  di  vittime tra sofferenze atroci, scopre il virus e escogita il vaccino.

Prima dei  suoi  studi  sulla birra non  esisteva  la microbiologia, alla conclusione  delle indagini  sulla rabbia  la nuova scienza è edificio organico e maturo. Tutte le sue ricerche hanno  affrontato  problemi  di  interesse  agricolo:  alla  loro conclusione le  scienze agrarie  hanno acquistato  una  fisionomia radicalmente diversa  da quella  che avevano quando  un  modesto fabbricante d'alcol si era rivolto a un professorino  sconosciuto alla ricerca di un rimedio per un fenomeno che minacciava la sua attività.

Grandi agronomi e grandi naturalisti, contornati da  un coro di comprimari e comparse: nei quattro volumi di Saltini la vicenda  in  cui ogni cultore delle  conoscenze  agrarie può ritrovare  le radici del proprio sapere, rinnovare la consapevolezza della loro complessità e vastità, fondare l'orgoglio di partecipare alla continuità e all'evoluzione di  un contesto conoscitivo che è grande patrimonio della cultura umana.

 

 

Antonio  Saltini,  Storia  delle  scienze  agrarie, Edagricole, Bologna 1984-89,

 

Il vol. IDalle origini al Rinascimento, esamina il pensiero dei maestri di agronomia greci e latini, di quelli medievali, arabi e cristiani, illustra la grande fioritura dell’agronomia rinascimentale, che trionfa con il concorso di scrittori spagnoli e italiani, francesi, tedeschi e inglesi.

Il vol. II, I secoli della rivoluzione agraria, esamina il rifiorire degli studi agronomici dopo il letargo del Seicento, attribuendo il primato della nuova agricoltura agli scrittori inglesi, ma identificando il contributo degli agronomi francesi, quello dei grandi scienziati d’Italia, che manca di agronomi ma che vanta alcuni dei naturalisti che, preparando il cammino futuro della biologia, indirizzano il corso futuro delle conoscenze agrarie. Non manca l’indicazione del contributo di un grande studioso ungherese, l’analisi del posto di un grande tedesco, uno degli autori di cui Saltini ha identificato per primoil ruolo chiave nel progresso secolare della disciplina.

Il vol. III, L'età della macchina  a vapore e dei concimi  industriali, ripercorre il dibattito sulla nuova agricoltura scientifica che si accende, nell’Ottocento, tra scienziati inglesi, tedeschi, francesi, primedonne del proscenio scientifico che si sfidano in un appassionante duello scientifico, di cui nessuno, prima di Saltini, aveva identificato con precisione epistemologica fasi e risultati. Un’ampia analisi è dedicata alle ragioni dell’immenso ritardo della cultura agrari italiana, al profilo dei suoi protagonisti, all’opera dei primi alfieri del rinnovamento agrario nazionale.

Il vol. IV, L'agricoltura  al tornante della scoperta dei microbi, analizza il ruolo dei giganti della scienza dell’Ottocento, Pasteur, Darwin, Mendel, De Bary, che pongono le premesse dell’agricoltura moderna, fondata sulla chimica, la microbiologia e la genetica. Altrettanta cura è dedicata all’esame dei primi lavori di storia dell’agricoltura, che inizia nell’Ottocento a ripercorrere la vicenda millenaria dell’evoluzione delle metodologie per lo sfruttamento delle risorse naturali per ricavarne alimenti, fibre tessili, coloranti, comnbustibile.